SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): S. Antonio da Padova, S. Bernardo da Mentone, Alice

SANTI PATRONI: S. Antonio di Padova (Pedesina)

PROVERBI

Giügn la folsc in pügn (giugno, la falce in pugno - Fraciscio)
Quant che i rùndena i va a volt, l’è segn che l’öl fa colt

(quando le rondini volano alte è segno che farà caldo – Montagna)
Strasc e bedùgn fin ai trèdes de giùgn
(stracci e calzari fino al tredici di giugno – Talamona)
Niént l’è bón per i öcc (nulla giova agli occhi)
El creperà la càura de ‘n pór laù, ma mìga la vàca de ‘n sciùr
(morirà la capra di un poveretto, ma non la mucca di un signore - Teglio)
Ci ca nu maia la paia da giùvan, la maia da veil
(chi non mangia la paglia da giovane, la mangia da vecchio - Val Bregaglia)
A sa maridà, a nassa begna turnà (per sposarsi, bisogna tornare a nascere - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Si celebra oggi la memoria di S. Antonio da Padova, rappresentato con un giglio, con un libro in mano, nella predica ai pesci o nel miracolo del piede risanato.

Nella Credaro Porta, nel bell’articolo “Cucina di valle e di montagna” (contenuto nel volume di aa. vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, 1995), ci offre questo interessantissimo spaccato sulla produzione casearia nella civiltà contadina dei secoli scorsi:

"Il formaggio costituiva la principale fonte di proteine. Il formaggio in provincia di Sondrio è un prodotto che varia da zona a zona, da stagione a stagione a seconda dell'invecchiamento ed è solo la località di provenienza o la conoscenza del casaro o l'aspetto stesso della forma esposta in negozio che possono guidare il compratore nella ricerca. Il più tipico è il formaggio grasso d'alpe, di cui i migliori artefici furono, e restano, i casari delle valli orobiche, con particolare riguardo alla valle del Bitto e a quella di Tartano.
Le zone più alte, come Livigno e lo Stelvio, garantiscono un pascolo particolare. Un tempo si diceva che il formaggio di Livigno era dé fén mas'c (di fieno maschio), per indicare che vi si praticava un solo taglio d'erba, e già si apprezzavano latte, burro e formaggio che ricevevano dai fiori e dalle erbe aromatiche profumo e colore.
Poche zone avevano un tempo un formaggio grasso: appunto la valle del Bitto col suo prodotto pregiato di formaggio grasso a grandi forme e Bormio, Spriana e poche altre località coi loro formaggini teneri...

La qualità di formaggio più diffusa sulle tavole e nella gastronomia della provincia è quello denominato familiarmente «latteria». Il formaggio di Livigno, quello dé fén mas'c' , aveva una particolarità tutta sua, di presentare sulla crosta delle gradevoli macchie rosse.
Il formaggio di Valtellina di tipo comune, quello che veniva e viene prodotto in famiglia o nelle «turnarie» più piccole, è un semigrasso che va spesso sul magro. I più poveri prendono vari nomi: scimüd, matüsc e magnüca; patalòs, quando sono molto invecchiati e saporitissimi
Il latte munto si mette nelle conche di rame nel casel o canevèl, baitella in pietra il cui pavimento è attraversato da un ruscelletto che, lambendo il fondo dei larghi recipienti, aiuta a conservare il latte. Ogni due o tre giorni si fa il burro con la panna che affiora in superficie. La quantità di grasso del formaggio, che viene prodotto col latte che residua dopo la sfioratura della panna, dipende dal modo con cui si «sfiora» la conca.
«Sfiorare» sembra un termine generico, ma è invece preciso: la fiuur (il fiore del latte) è appunto in dialetto la panna e «sfiorare», anche come etimologia, significa quindi togliere la panna. Se la mano è pesante nello sfiorare o se il latte resta più tempo nella conca, in modo che il grasso superficiale sia ben differenziato, il formaggio che si ottieneè él scimüt, un prodotto un po' verdognolo che, quando è giovane, sembra quasi gommoso, ma che è molto saporito quando è stagionato. La sua percentuale di grasso è talmente ridotta da renderne incerta, per la legislazione italiana, l'appartenenza al regno dei formaggi.
Ecco come procede la lavorazione del latte in ambiente familiare (i nomi dialettali sono rispettivamente di Torre S. Maria (T), Castione (C) e Valfurva (V).

La mungitura avviene due volte al giorno e i mungitori siedono su sgabelletti rotondi a tre o una gamba. Quando le mucche sono sull'alpeggio e non hanno stalle per la notte, questa operazione avviene all'aperto. Il latte viene filtrato e quindi versato in un grande recipiente circolare di rame, poco profondo, detto cunca (T, C), (nava a Delebio con termine retico) o caldèira (V), che viene collocato in un ambiente fresco sopra della terra e della sabbia in un canèl o canevèl o ancora canèl.
Al formarsi in superficie della panna, la fiuur (T, C), la flòr (V), si procede alla scrematura con un grande mestolo di legno, el cazzétt (T), o un'apposita paletta di legno, el cup (C). La panna introdotta nella zangola, penagia (T, C), o penéla (V), viene mossa con ritmo lento, ma continuo. Le zangole sono principalmente di due tipi, a stantuffo (quelle dove in un recipiente a forma cilindrica viene mosso verticalmente un pistone) e a movimento rotatorio.
Qui avviene una seconda separazione tra il burro, él bütéer, e il latticello, él Tace dél bütéer (T), o lacc pén (T, C). Questo latte piuttosto dolce viene bevuto crudo o mangiato con la polenta calda oppure dato ai maiali. In tempi di carestia o di guerra si utilizzava per fare un formaggio. Il burro viene lavato, battuto e lavorato ben bene su un tavolo o un'asse di legno per togliere ogni traccia di latte e ricomposto in panetti, i mòti dé bütéer (T, C), mediante una tavoletta di legno decorata, la pala (T). Quando la temperatura è molto fredda, sull'alpeggio, può capitare che il burro non si formi e restino delle pallottoline di grasso separate: in tal caso si ovvia mettendo un ferro caldo nella zangola. La meraviglia di non vedere formarsi il burro è all'origine di spiegazioni fantasiose, spesso con la responsabilità attribuita alla fattura di una strega. Nel frattempo il latte scremato viene travasato in un grande paiolo, él pairò dél lacc (T) o culdéra (T, C), che è montato su un braccio mobile per avvicinarlo o allontanarlo dal fuoco senza fatica. Si scalda il latte fino a 28-30 gradi (la temperatura viene rilevata immergendovi il gomito o la mano) e quindi si ruota il perno per allontanare la pentola dal fuoco. Si aggiunge il caglio, quacc (T, C).
Anticamente il caglio si preparava in casa. Si prendeva una parte dello stomaco (l'abomaso) di un vitello o di un capretto, él peciòt (T, C), si faceva seccare al fumo del camino e poi lo si pestava. Si aggiungeva un po' di aceto o di mistra (che vedremo pure come prodotto della lavorazione del latte) e la parte morbida di alcuni noccioli di pesca pestati. Si formava così una pappa che veniva conservata in un vaso e utilizzata a piccole dosi. Anche il fiore del Gallium verum, raccolto nei prati, serviva come caglio.
Dopo quaranta minuti dall'aggiunta del caglio, si forma la cagliata, quagiada, féta a Montagna e scimüda a Lanzada. Il latte rappreso, che appare omogeneo, viene frantumato con uno strumento formato da tre legni, uno lungo verticale e due orizzontali tra i quali sono tesi tanti fili di ferro, la lira (C), o con un bastone ricco di punte (che sono poi i rametti laterali spezzati a qualche centimetro dall'innesto sul ramo), él tarocc dé la quagiada (T).
Si risposta sul fuoco il pentolone e, rimuovendo con un bastone, rudèl (C), si cerca di non fare andare a fondo la cagliata. Si lascia sul fuoco fino a che si raggiunge la temperatura di 35 gradi circa e, dopo aver levato dal fuoco il grande paiolo, si mescola ancora il contenuto, si gira e poi, con un telo simile alla iuta, ma più fine, la pata (C), si leva la parte densa, separandola dal liquido color verdastro, il siero, él serún o latzerún (T, C). Il composto denso viene messo in un cerchio di legno fermato da una cordicella, él scélsc (T) o faséra (C), in modo da stringervelo dentro e, posto su un'asse inclinata, él spérsuur (C), lascia uscire tutto il sie­ro, che in questo caso si chiama spérSisc (C).
A questo punto comincia la maturazione della forma che viene salata, spostata sull'asse e girata in modo da facilitare il progressivo invecchiamento che avviene nel casèl del furmacc (T). Dal siero, che a questo punto viene chiamato a Castione anche lerciùn si forma la mascàrpa (T, C), cioè la ricotta, che è naturalmente molto magra. Il siero, portato a una temperatura di circa 60-70 gradi e dopo l'aggiunta di un caglio chiamato agraa (T, C), che non è altro che siero diventato molto agro, dopo aver raggiunto la temperatura ottimale, si leva dal fuoco e si lascia riposare finché si deposita una parte densa. Questa viene versata nella corota (C), una specie di secchiello di legno tutto bucherellato per far uscire il siero, che viene chiamato rigagia (T) o scòta (C).
La ricotta può essere mangiata fresca o essere salata. La salatura avviene con la mistra di cui abbiamo fatto cenno, e consente di preservare il prodotto per alcuni mesi. La mistra (T, C) o maistra (C), era ottenuta con la rigògia o scòta, cioè il siero residuato dalla lavorazione della ricotta, che ora vien dato ai maiali o ai vitelli un po' adulti, ma un tempo serviva per produrre una specie di aceto, molto usato nelle zone dove non c'è coltivazione della vite. Posto in un bariletto di legno con una sola apertura, él bòcc (T, C), il siero veniva lasciato stagionare e inacidire.
La mistra serviva per condire l'insalata oltre a entrare, come si è detto, nella preparazione del caglio del formaggio e per fare la ricotta. In Valfurva al siero venivano aggiunti sale, foglie di acetosella e una goccia di radice di genziana lutea. Il tutto veniva lasciato fermentare sotto un mucchio di aghi di abete o di cembro per circa 20 giorni. Abbiamo visto come con la scòta o rigógia si facesse l'aceto, o come costituisse una delle principali fonti di nutrimento per i maiali, ma prima che finisse nel bugliolo spesso, quando si era sui monti e non c'era acqua per lavarsi se non quella gelida del torrente, ecco che il culderùn diveniva un bagno per le donne pudiche, che non si lavavano nel torrente o nel laghetto come le più giovani o come facevano gli uomini. Ben chiuse dentro la baita, imitavano, sia pur in modo rustico, le matrone romane. Lo stesso bagno nella scòta era fatto ai neonati e ai bambini piccoli con grande profitto per la loro pelle Poi il siero ancora tiepido veniva dato in pasto ai maiali.
La stagionatura del formaggio, se appropriata, trasformava il prodotto, anche se magro e povero, in alimento molto saporito e gradevole.
Il formaggio coi buchi è il migliore, secondo il noto adagio valligiano che recita: «Um juen, vin vécc, furmacc cui böcc e fémmi ki sòlta ndi öcc» e cioè «Uomo giovane, vino vecchio, formaggio coi buchi e donne vivaci». Ma non si dovrà pensare ai buchi tipo quelli del Gruviera o dell'Emmenthal. I buchi del formaggio valtellinese sono delle vere e proprie caverne, delle specie di carie scavate da esseri di varia natura. Tra questi ci sono i cambrín, che appaiono come una polverina che, a ben osservare, rivela dei piccoli movimenti. Al microscopio a piccolo ingrandimento si rivelano come acari. Ma il formaggio può essere abitato anche dai cagnòt, veri e propri vermi. Di qui nasce l'immagine popolana del commensale che insegue con un po' di polenta infilzata sulla forchetta «il formaggio che cammina».
Nel Bormiese, zona in cui prevaleva l'allevamento del bestiame, si conoscevano vari tipi di formaggio: »mai gras, magro, dé tara (stravecchio), pizighènt, cu li camula, zigu (formaggella che si condiva con sale e spezie), scimüda (formaggio magro ottenuto con la cagliata spremuta), oltre alla mascarpa, o ricotta stagionata."

 

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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