SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): S. Giovanna Francesca Frémyot di Chantal

PROVERBI

La nef desembrìna cul marz la cunfìna (la neve di dicembre rimane fino a marzo - Poschiavo)
Rós de matìna, l’acqua l’è visìna
(rosso di mattina, l’acqua  è vicina)
Làga ìr l'acqua i o e fùm i su (lascia andare l’acqua in giù ed il fumo in su – Livigno)
A Milàn quel che i fa mìga incö a i le fa dumàn
(a Milano quel che non fanno oggi fanno domani – Montagna in Valtellina)
A stu munt s’ha da savé sarà ‘n öcc e dervì quell’òltru (a questo mondo bisogna saper chiudere un occhio ed aprire quell’altro, cioè essere di volta in volta flessibili e guardinghi – Montagna in Valtellina)
Dìu vét e pruvét (Dio vede e provvede - Teglio)
La lénguä la bat inde che 'l denc’ al döö (la lingua batte dove il dente duole - Villa di Chiavenna)
Ci ca täsc, cunferma (chi tace, acconsente - Val Bregaglia)
Ci ca trop spargna, la gata la maia (chi troppo spreca, la gatta mangia - Val Bregaglia)
Diversi volti un bon tòch al va in boca al diàul (spesso un buon partito finisce in bocca al diavolo - Poschiavo)
Fèma unesta, tesòr chi resta; fèma trista, gran mal da testa
(donna onesta, tesoro che resta; donna cattiva, gran mal di testa - Poschiavo)
La fèma da gli altri la par sempri plü bèla (la donna degli altri sembra sempre più bella - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Le lunge sere d'inverno passate a "fa filò", o "filugna", i "filogna" (cioè a filare il lino) in qualche stallla raccoglievano diverse famiglie. Si recitava il rosario, si scambiavano quattro chiacchiere. Si raccontavano stori, preferibilmente da brivido. Una delle protagoniste più orripilanti di queste storie è la Pelaröla.
Chi si addentra nella conoscenza dei racconti e delle leggende che appartengono alla tradizione popolare vi scopre, non senza sorpresa, forse, una vena orrorifica che non solo può stare alla pari, ma addirittura supera quella dei maestri della cinematografia horror. Del resto, la lotta è impari: la cinematografia non può non giocare sull’esplicitazione, sulla proposizione visiva dell’orrore; la leggenda lascia invece interamente all’immaginario il libero gioco di costruzione dei tratti dell’orrorifico, e questo amplifica il senso di angoscia, perché dall’immagine che ci è data possiamo difenderci, con i diversi processi della razionalizzazione, ma di fronte a quella che ci diamo da noi stessi siamo, per così dire, disarmati.
Una delle figure più fosche e davvero orripilanti nel campionario horror che la tradizione ci consegna è quella della Pelaröla, cioè, letteralmente, di colei che pela, toglie la pelle. Colei, colui, non sappiamo esattamente: a volte la si dice strega, altre volte diavolo, forse non è né quella, né questo, ma rappresenta un grado di intensità tale del male da non avere genere (del resto, come si dice, gli angeli non hanno sesso, e dunque neppure i diavoli, che angeli, per quanto ribelli, sono).
La Pelaröla gira, come tutte le strìe, di notte, nell’arco delle dodici ore cui ci introduce il suono dell’Ave Maria della sera (alle sei di sera) e al quale ci sottrae il simmetrico suono dell’Ave Maria mattutina (sei di mattina). Nelle sue scorribande notturne, questo demone va alla caccia di creature da predare e di cui cibarsi. Il nome le viene dalla raccapricciante modalità del pasto: piatto forte è la pelle della sciagurata vittima, che le viene tolta lembo a lembo per soddisfare il perverso palato del demone. La vittima è scorticata viva (nell’immaginario cristiano questo tipo di supplizio non è sconosciuto, in quanto fu riservato ad uno degli apostoli, San Bartolomeo: la celebre statua nel Duomo di Milano ne rappresenta con puntiglio l’esito). Il demone non si sazia, però, facilmente: dopo la pelle, si pasce della carne, staccata brandello dopo brandello. Alla fine restano solo le ossa, ma in qualche caso pare che la Pelaröla si mangi anche quelle. Nessuno è esente dal rischio di una fine così orrida, ma vi sono alcuni bersagli privilegiati: le donne, in particolare quelle sole, e soprattutto quelle che protraggono il lavoro di filatura a tarda notte, in special modo nelle ore antelucane della domenica, giorno nel quale lavorare significa infrangere la sacralità del giorno del Signore.
Cediamo, per averne conferma, la parola a Camillo Gusmeroli (da "La storia di Tartano" - Tecnostampa, Montagna in Valtellina, 1985):" la PELAROLA: spirito femminile insembiante, ma ciarliero, piluccava le donne a filamenti di carne, particolarmente le filatrici notturne solitarie lasciandovi le ossa spolpate, ben sistemate nella cavagna al posto dei fusi."
Ecco alcune leggende, raccolte nell’arco delle Orobie centro-occidentali. Si commentano da sé.

Ne troviamo una prima, legata alla genesi del toponimo  di “uàl de la fémma” nel bel volume di Dante Sosio e Cecilia Paganoni “Albosaggia – Appunti di storia e di arte – Vita Contadina – Tradizioni e leggende”, (1987).
“Si racconta che una volta ad Albosaggia viveva una donna che tutte le sere, meno la domenica si recava su nel maggengo di «Ca' di Moi» in una casa di sua proprietà a filare la lana. Un sabato sera aveva portato con sé anche il suo bambino appena nato dentro la culla. Poiché la domenica, secondo l'usanza del paese non si poteva filare, lei rimase alzata fin dopo la mezzanotte per finire il lavoro. La Magada, che aveva il suo rifugio in una caverna lì vicino vide la luce filtrare dalla finestra, capì che la donna stava ancora lavorando nonostante fosse già domenica. Pronunciò allora la sua terribile maledizione: Fila filòta, fila filòta, fila filòta fila gió chè la pòca stòpa. La donna senti la maledizione ma presa dal suo lavoro pensò che si trattasse di uno scherzo e replicò: Aah, ho ca püra, sii otre de Ca' di Romeri! (Aah, non ho paura, siete voi di Casa Romeri). Dopo un momento però incominciò ad avere paura perché nessuno bussava alla porta, il tempo passava ma nessuno bussava, c'era un silenzio pauroso.

Fattasi coraggio prese la culla e s'incamminò verso casa. Proprio nell'istante che la donna doveva attraversare la valletta la Magada che l'aveva seguita passo passo aspettando il momento opportuno per mettere in atto la sua maledizione si scagliò contro e la scaraventò nel uaigèll per punirla di aver lavorato didomenica. Da quel giorno quel uaigèll è chiamato 'La uàl de la fémma'!”

Una seconda leggenda, tratta dal medesimo volume, e raccontata da Giulia Paganoni, anni 91, a Michela Toccalli, rappresenta una variazione sul medesimo tema. Eccola.
"Nella contrada Barbagli viveva una donna che passava le giornate filando la lana fino a tarda sera, per tutte le famiglie del Torchione. Una sera mentre stava ancora filando al lume di candela, una vecchietta bussò alla porta e le offri il suo aiuto per filare la lana. La buona donna accettò con piacere, non si era accorta purtroppo che si trattava della terribile Magada. Questa pronunciò sotto voce, per non farsi sentire alcune parole magiche, poi fece alcuni gesti rapidi e in quattro e quattrotto la lana finì. Allora la buona donna tutta contenta andò in camera da letto a prenderne dell'altra. Il marito che era già coricato vedendola ancora alzata le chiese cosa stesse facendo. La buona donna rispose che prendeva altra lana perché una buona vecchina era venuta ad aiutarla. Il marito capì subito che la buona vecchina altro non era che la Pelarola, la Magada che si nutriva di pelle umana.
Per chi fosse interessato ricordiamo che in Albosaggia c'erano altre due Magade, una si nutriva di ossa e l'altra di carne umana. Tornando alla nostra storia, l'uomo impaurito, nascose sua moglie sotto il letto chiuse a chiave la porta sprangò la finestra e attesero che la Pelarola stanca di aspettare se ne andasse. Dopo una lunga attesa la sentirono allontanarsi urlando: Pée pée, quant ca ho penàat e chel pòrco al t'ha ensegnaat (quanto ho penato per avere la tua pelle e quel porco ti ha liberato)
."
Trasvolando da Albosaggia alla Val di Tartano, troviamo quest'ultima storia, raccontata da Giulio Spini. La riportiamo trascrivendone il riassunto dall’interessantissimo articolo di Ivan Fassin sul numero 61 (2008) del Bollettino della Società Storica Valtellinese (“Credenze e leggende dell’area orobica valtellinese: un esperimento di interpretazione”).
Una anziana donna era dedita in modo quasi ossessivo alla filatura della lana. Questo la portava a lavorare a lungo nella sera, in cucina al lume di candela, talora anche oltre la mezzanotte. Del resto non c'erano orologi. I familiari, che andavano a letto prima, dalla stanza al piano superiore, la sentivano cantilenare "e fili e fili e mèti i ftis i(n) la cavagna". [cioè: "filo, filo e poi metto i fusi nel canestro].
A volte si svegliavano nella notte, e sempre sentivano la solita cantilena. Ma una notte si svegliarono all'improvviso con una strana sensazione, avendo udito dei rumori strani venire dalla cucina. Allora chiamarono la donna, ma in risposta udirono una voce alterata e sinistra, che diceva "e peli e peli e meti i òs i(n) la cavagna" [come dire: "pelo e pelo e metto le ossa nel canestro"]. Allora si resero conto dell'accaduto: l'anziana filatrice aveva superato la mezzanotte del sabato, e lavorando di domenica era caduta in peccato. Così il diavolo in persona era venuto a prenderla [...].”

STORIA
-

AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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