SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it):
S. Eulalia, Alessio, Benigno de Medici (S. Bello)

PROVERBI

Ul dè de S. Bèl, ul sul per ogni zapel
(Il giorno di San Bello il sole raggiunge tutti i passi della montagna - Sostila)
Dìu ma vàrdi de ‘n bun febrée (Dio mi guardi da un bel febbraio - Tirano)
Per poch che ghe'n sìa l'è sempre alégra la bòna compagnia
(per poco che ce ne sia, è sempre allegra la buona compagnia)
De rós, mén ghe n'é, mén ghe'n fós (di rossi, meno ce n'è, meno ce ne fosse - Sondalo)
Dìu ma vàrdi del’um de pél rus: gnànca ‘l diàu i lu cugnùs
(Dio mi guardi dagli uomini rossi di capelli: neppure il diavolo li conosce - Tirano)
Caval ca cor seguent, riva sempar e temp (cavallo che resta indietro, arriva sempre a tempo - Val Bregaglia)
La gelusìa l'é 'n gran chiribibì, la ta lassa mai durmì
(la gelosia è un gran chiribibì, non ti lascia mai dormire - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Alla devozione per San Bello (rappresentato in atto di predicare o con una nuvoletta sulla testa, ed invocato contro il mal di testa) è collegata una celebre sagra che si tiene a Monastero di Berbenno, piccola kermesse gastronomica centrata su un tradizionale menù a base di pollo lesso (il piatto tipico offerto ai pellegrini che nei secoli passati salivano al piccolo borgo per venerare le reliquie del popolare santo). Cfr. anche il sito dedicato, www.sagradisanbello.it/

STORIA

Si celebra oggi il popolarissimo San Bello (San Benigno de Medici), alla cui devozione è molto legata la gente di Valtellina, soprattutto della media e bassa valle, dove si trovano due chiese a lui dedicate, quella di Monastero di Berbemmo e quella fra Morbegno e Santa Croce, a monte del ponte di Ganda.
Nacque il 19 luglio 1372 a Volterra, dall’illustre casata de Medici, e si addottorò in teologia, a Parigi, nel 1399. Entrato nell’ordine degli Umiliati, scelse una interamente dedita alla predicazione, alla fondazione di sempre nuovi monasteri ed all’esercizio dell’umiltà.
Era di bell’aspetto (per cui ben presto gli venne assegnato il soprannome di Bello, con il quale è più conosciuto: "per integrità di vita così santa ed illustre...meritò il nome di Benigno e per l'ottima perfezione e bellezza del suo corpo...fu cognominato il Bello"), di solidissima cultura teologica; aveva una grande eloquenza ed una voce straordinariamente suadente, ma soprattutto una fede profondissima, che lo portava ad umiliarsi quotidianamente indossando, sotto le vesti spesso ben curate, il cilicio, e conducendo sempre un tenore di vita modestissimo (“dormiva in terra vestito di panno di canape e lana”). La sua vocazione lo portò a peregrinare fra Italia (fu a Milano, Livorno, Reggio calabria, Messina e Palermo), Francia (fu a Marsiglia, Tolosa e Lione), Spagna (fu a Barcellona e Monserrat, nell’allora Regno d’Aragona), Svizzera (fu nel Vallese, a Zurigo e Coira). Da Coira passò quindi a Bormio, e di qui scese la Valtellina fino a Sondrio.
Ecco come padre Romerio racconta la prosecuzione del suo viaggio: “Giunti a Sondrio e vedendo che per il piano, stanti le innondazioni repentine delle acque (per le grandi piogge), non si poteva passare, fu accordata una guida per renderli sicuri per strade montuose sin alla riva del lago di Como, e però passando da Sondrio a Triasso, Castiglione (Castione), Postalesio, Polaggia e Berbenno, giunsero alla Maroggia su l’imbrunire della sera, dove gli convenne fermarsi la notte in casa d’un certo ricco contadino della famiglia de Lupi…La mattina dopo piacque a Dio il donare la serenità richiestali la sera precedente e tale fu che pareva mai fosse piovuto. Si partì e passando per Buglio si arrivò in Ardenno a disnare, dove…si partirono passando per il Masino, Datio, Caspano, Cino, Mello, la valle di Monforte castello dei Vicedomini, Cercino, Cino, Posterla e Dubino e Monastero sino a Promezio, ivi lasciando la Torre di Velaunio (Olonio) dalla parte sinistra, traghettando il laghetto giunsero a Dazzo (Dascio) a cena ben tardi”. Tutto questo accadeva nel 1404. La storia delle peregrinazioni del santo, però, non si conclude qui: altre ve ne furono, fra Chiavenna e Grigioni, Toscana, Veneto e Trentino, anche se i luoghi cui maggiormente fu legato rimasero Dascio, sulla sponda occidentale dell’alto lago di Como, ed Averara, in Val Brembana.
Ma anche alla Maroggia si sentiva di casa: vi passò di nuovo il 17 febbraio del 1446, per pranzare “in casa del suo amico de Lupi”, e nel settembre successivo, per comperare “brente sessanta di vino, de quali brente 20 per il suo romitorio di Dazzo e brente 40 per mandarsi in Aurera”. Già, sembra che la passione per il vino, per quello buono, s’intende, fosse l’unica sua debolezza. Se tale si può definire. C’è da dire che un buon bicchiere di vino non guastava certo, quando si trattava di riprendersi dalle spossanti omelie, che talvolta lo prostravano, come accadde in una celebre predica del 8 febbraio del 1472 in un prato della Maroggia, conclusasi con lo svenimento dello sfinito predicatore, che era a pochi mesi dal compiere il centesimo anno di vita, ed a pochi giorni dalla morte (avvenuta il 12 febbraio successivo).
L’anziano padre Benigno decise di scegliere la Valtellina come terra nella quale stabilirsi definitivamente, ed il 29 ottobre del 1458 “si prese a locazione per dodici anni la terza casa di Lorenzo, Domenico et Andrea Marongini o Maini de Lupi della Maroggia”. Aveva ormai 86 anni ed il desiderio di mettere radici prevalse sul suo indomito spirito peregrinante. La voce dell’arrivo di una figura già circonfusa di un alone di santità si diffuse in tutta la Valtellina: ed ecco che il 9 settembre del 1459 San Benigno “fu visitato dal molto reverendo di Berbenno con quattro sacerdoti et sei dei principali di Berbenno. Di puoi si fermò ivi esso padre abbate Benigno Bello con grandissima soddisfatione non solo del popolo di Berbenno e della plebe, ma di tutta la Valtellina, li di cui infermi incurabili se gli conducevano davanti… si risanavano”. Egli operava le guarigioni così: “Fatto il segno della santa croce in fronte de patienti, proferendo queste parole ‘Gratia Domini Dei fiat secundum fidem tua, quam cupis, si dignus es (Per la Grazia del Signore Dio accada ciò che desideri, secondo la tua fede, se ne sei degno)’." Ma l’umiltà rimase la sua più profonda virtù: quando ebbe fra le mani un libro sui suoi miracoli, scritto dall’abate Romerio Del Ponte (quello stesso che poi ne narrò la vita nell’opuscolo citato), lo gettò nel fuoco, con la motivazione che i miracoli non erano suoi, ma di Dio.
San Bello restituì anche alla sua importanza il monastero di Assoviuno, a monte della Maroggia (l’attuale Monastero di Berbenno), e ne divenne abate.  L'attuale nome, infatti, deriva dalla costruzione, promossa nel 1292 dai tre fratelli De Rizzi, che volevano combattere il demonio che li affliggeva, di un cenobio (cioè di un luogo di preghiera e di vita comune dei monaci), intitolato a san Bernardo da Montoneproprio. In seguito vi si stabilirono dei monaci Benedettini provenienti dalla Valchiavenna, che eressero una badia ed intrapresero opere di bonifica e terrazzamento del versante a monte della Maroggia. Ecco come racconta l’accaduto il nostro cronista: “Tre fratelli secolari, cioè Bernardo, Gottardo e Ghilardo de Rizzi della Maroggia, essendo travagliati da demonij che gli comparivano in tutti gli loro lavorerij in figura di lavoranti, che volessero aiutarli, correvano gran  pericoli, onde tutti e tre assieme…fecero voto…di fabbricare il primo una chiesa,…il secondo di erigere un monastero ed il terzo di adottarlo per il mantenimento di sei sacerdoti e sei laici”.
San Bello, abate di Assoviuno, morì il 12 febbraio 1472. Anche la morte ebbe del prodigioso. “Nel giorno puoi di giovedì 12 febraro suddetto 1472, doppo la celebrazione della Messa, come in modo di orare avanti l’altare spirò, tramandando soavissimo odore…” Da un vicino colle alcuni videro, quella mattina, sollevarsi, dalla chiesa dove San Benigno era morto, “una candidissima nuvola soavemente volando coma una cosa sottile al cielo”, e scendere dal cielo “un’altra nuvola a guisa di rugiada”: non ne sapevano ancora il motivo, che ben presto sarebbe stato spiegato come segno divino dell’elezione al cielo del santo.
Dopo la sua morte non cessarono i miracoli riconducibili a lui: “Nel spatio puoi di quelli tre giorni che stette insepolto…furono guariti cento sette infermi…, cioè tre indemoniati…, di più un cieco muto e sordo per causa d’un fulmine…et altri due ciechi,…di più due muti,…di più sei sordi,…di più quattro paralitici,…di più cinque zoppi…et tre podagrosi invecchiati”, e numerosi altri, i cui nomi non furono annotati dal fedele compagno padre Modestino. Tutti furono risanati “al tocco del corpo di questo beato”. Sette anni più tardi fu di nuovo il santo a venire in soccorso della comunità a lui così cara: nel 1479 “nel mese di maggio, essendo venuta una grossissima e continua pioggia, talmente che pareva fosse insorto un torridissimo diluvio in Bormio e suo distretto, nella Valtellina e nel contado di Chiavenna e da per tutto, puoiché l’Adda talmente crebbe che inondò fino a toccare le case sotto l’Arbosta di Tallamona, onde non vi era sicurezza alcuna nella pianura, puoca nelli monti, in cui li torrenti de fiumi conducevano gran sassi, che sovvertivano tutti gli luoghi coltivati, e pochissima nell’alpi, le valli delle quali erano impedite dalli arbori spiantati, ma in questo tempo così piovoso fu osservato da molti, degni di fede…che ogni giorno, circa le hore venti, benché da per tutto fosse piena l’aria di aquose nubi, però sopra il luogo di Monastero…per un’hora continua si vedeva un lucidissimo sereno,…ed altresì…che il fiume della Maroggia non era cresciuto e…nel contorno delli arbori non era caduta alcuna goccia d’acqua”. A quell’alluvione seguì un’estate segnata da un’eccezionale siccità, tanto che il 4 settembre le comunità di Morbegno, Talamona e Delebio salirono in pellegrinaggio a Monastero, ottenendo un nuovo intervento miracoloso del santo: “nella notte doppo che furono ritornate a casa le processioni, così profusamente e tutto il giorno seguente piovette per il passato e futuro trimestre, onde niun danno apportò la siccità, anzi frutti abbondantissimi”.

 

Il celebre alpinista e scrittore Oreste Forno, nel bel libro “Compagni di cordata” (edito da Mountain promotion), così descrive la frazione di Monastero di Berbenno negli anni cinquanta del secolo scorso:
“Allora, parlo degli anni che vanno dal '50 al '60, Monastero era fatto sì e no di un centinaio di case. Tra queste c'erano un negozio con l'osteria, quattro o cinque fontane, le scuole elementari con le classi che però andavano solofino alla terza (per la quarta e la quinta bisognava scendere a Maroggia, due chilometri più in basso), l'asilo, un prete, due suore, la chiesa, il cimitero e una cappelletta dedicata a Santa Apollonia. Se qualcuno aveva bisogno del medico doveva farsi quattro chilometri a piedi, mentre per la posta si poteva stare tranquilli perché Maria, la postina, arrivava ogni giorno da Berbenno con un borsone di cuoio portato a tracolla. Tra le case, tutte provviste di orto, c'erano qua e là qualche fico, dei noci e altre piante da frutta tipo meli, peri, prugni e ciliegi presi particolarmente di mira da noi bambini e ragazzi a cui poteva mancare di tutto tranne la fame.

Il paese era diviso in tre piccole frazioni abbastanza distinte, l' "Oriolo", la "Civetta" e la "Motta", al centro delle quali c'era la chiesa che ancora oggi porta il nome di un Santo, San Benigno de' Medici, morto a Monastero nel 1472, all'età di cent'anni. Di lui si disse che compì persino un miracolo, fermando il torrente devastante che scendeva sotto Maroggia. Nativo di Volterra, l'abate Benigno de' Medici conobbe Monastero per caso, durante il suo peregrinare dedicato alla fede. Era il 1458, e forse fu proprio l'età a indurlo a restare, o forse perché allora il luogo ispirava veramente la pace e la fede, come testimoniava la presenza di un convento di frati benedettini dai quali fu accolto. L'unica strada carrozzabile di accesso al paese, naturalmente non asfaltata, saliva allora dal Piano, passando per la frazione Ere e poi per Maroggia e le cantine dei Piasci; saliva a tornanti sorretti da muri a secco prima attraverso i prati, poi per boschi e quindi tra i campi. I mezzi che vi transitavano erano comunque molto pochi, perché in paese c'era solo un motocarro della famiglia dei "Bassi" e la moto galletto del prete, Don Albino, che poi con quella moto morì a Castione in un incidente stradale.

Il prete era la persona più colta e quella che contava di più, qualità che, insieme al ruolo di ministro di Dio, lo aiutavano a convincere le persone alla fede, o meglio a far sì che partecipassero alla Messa, ai Vespri e al Rosario che si teneva in chiesa ogni sera. A quei tempi c'era l'usanza che un gruppo di anziani accompagnasse le processioni, o i funerali, con addosso una tonaca rossa e cantando in latino inni come il "Te Deum", di cui conoscevano meglio la pronuncia che il senso delle parole. Erano i Confratelli, le stesse persone che durante le funzioni importanti prendevano posto dietro all'altare, sempre vestite di rosso, e formavano il coro maschile; alle loro voci si univano quelle più acute delle donne che salivano invece dai banchi. Era bello starle a sentire, e sembrava che dessero vita ai vari dipinti religiosi disegnati sulle pareti e sulle volte più alte. Oltre alle processioni che ricordavano i maggiori eventi cristiani, c'era quella del patrono, San Benigno, chiamato San Bello, festeggiato il 12 febbraio, quella di Santa Appollonia e le "Rogazioni". Queste erano processioni particolari che avevano luogo in primavera e in estate in certe mattine dopo la Messa. La lunga fila di fedeli, tra cui tutti noi bambini, che litigavamo per indossare l'abito del chierichetto, s'incanalava lungo le strade che portavano ai campi e pregava e cantava per ingraziarsi la protezione divina sulla natura. In particolare al Creatore si chiedeva di tenere lontano sia la siccità che i temporali violenti, soprattutto con la benedizione dei campi da parte del prete.

Grazie alla posizione particolarmente favorevole, il pendio che dal paese scendeva fino a Pedemonte, ai piedi della montagna, quattrocento metri di dislivello più in basso, era tutto terrazzato e sembrava una gigantesca gradinata rubata al bosco e coltivata a vigneti. Tra i filari, soprattutto nell'area più vicina alle case, venivano coltivate le patate, il grano saraceno, il granoturco, la segale, fagioli, zucche, barbabietole, girasoli, pomodori, verze, ortaggi, persino la camomilla, e altri prodotti meno comuni che era in grado di dare la terra. Il granoturco andava in parte alle galline, il resto veniva portato al mulino e trasformato in farina che serviva a far la polenta. Il lavoro dei campi era soprattutto compito delle mamme che si facevano aiutare dai figli già grandicelli, perché i mariti, insieme ai figli maggiori, passavano quasi due terzi dell'anno lavorando come boscaioli in Svizzera o in Francia; un mestiere che conoscevano bene e che permetteva loro di portare a casa dei soldi, ma che in alcune occasioni aveva portato il lutto in paese…
Oltre al lavoro dei campi c'era anche quello dei prati, ben tenuti attorno al paese e più in basso lungo il corso del torrente. L'erba veniva tagliata tre volte nell'arco dell'anno, tre tagli che assicuravano il fieno durante l'inverno. C'erano anche gli alpeggi sopra il paese, intorno ai mille metri di quota, dove però la fienagione veniva fatta soltanto due volte. Quasi ogni famiglia allora possedeva le mucche, e chi non le aveva, come noi, le prendeva in prestito a tempo in modo da avere un poco di latte, burro, formaggio e il letame che era fondamentale per la concimazione dei campi e dei prati. Anche la lavorazione del fieno era affidata alle donne le quali, tra l'altro, dovevano anche pensare a crescere i figli che normalmente non erano pochi. Insomma le donne non avevano mai un momento di pace.”

AMBIENTE

Da Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore):


 

© 2003 - 2017 Massimo Dei Cas | Template design by Andreas Viklund | Best hosted at www.svenskadomaner.se

I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

[Torna in testa alla pagina]

PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

[Torna in testa alla pagina]

La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore
(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)