SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): S. Daniele vescovo missionario

PROVERBI

Quant de uturi ' pciöf e 'l truna, l'inuernada la sarà buna
(quando ad ottobre piove e tuona, l'inverno sarà buono - Sirta)
Chi gh'à cavài, gh'à travài (chi ha cavalli, ha da fare - Sondalo)
Meno se'n fa e meno se'n farìa (meno se ne fa, meno se ne farebbe - Sondalo)
Quél che büta, riüscìs (quel che germoglia, cresce - Teglio)
La fémna che stà a cà sua, defà sémpre ‘na trùa
(la donna che sta in casa trova sempre qualcosa da fare - Teglio)
Tüt i mür in fac’ de sasc e tüt ca al so fracasc’ (tutti i muri son fatti di sasso e tutti hanno un rumore proprio, cioè ogni casa ha i suoi problemi - Villa di Chiavenna)
Na sa püsé ün nar a sò ca che n savi in ca di òltar
(ne sa di più un pazzo a casa sua che uno savio in casa d'altri - Villa di Chiavenna)
Al pan di altar l’à sü set crosla (il pane degli altri ha sette croste - Val Bregaglia)
Invan sa pesca cur ca l'amùr al ga miga esca (invano l'amore pesca senza esca - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Scrive Tullio Urangia Tazzoli in “La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, (Anonima Bolis Bergamo, 1935): “Il 10-11-12 d'ottobre si tiene l'ultimo grande mercato in Bormio: questo è anzi, forse, il più grande mercato dell'anno perchè i raccolti sono finiti, corre più denaro, occorre spendere ed il bestiame affluisce numeroso dalle vallate anche dalla lontana Livigno. A questo mercato segue, la seconda domenica di ottobre, il così detto "mercato delle donne„. È il mercato riservato alle massaie che comprano largamente quanto è necessario per l'uso casalingo innanzi cominci l'inverno.”

Giorno di fiera a Tirano. Annota, infatti, Giuseppe Romegialli, nella sua “Storia della Valtellina” (1834): “È fiera in Bormio li 12, 23, 24 ottobre. In Chiavenna il 1, 2, 3 dicembre. In Delebio li 16, 17, 19 ottobre. In Tirano li 10, 11, 12 di detto mese. Vi è mercato a Sondrio ogni sabbato. A Bormio il 18 ottobre: a Berbenno il 19 marzo: a Chiuro dal 30 novembre al 3 dicembre: a Chiavenna li 19 marzo, e il 3 ottobre ed il 30 novembre: alle Fusine il 10 agosto ed il 30 novembre: a Grosio il 19 marzo: a Morbegno ogni sabbato: a Novate il 29 settembre: a Tirano alla Pentecoste per 3 giorni, e dal 28 al 31 ottobre: e finalmente in valle S. Giacomo li 25 giugno.”

Nella Credaro Porta, nel bell’articolo “Cucina di valle e di montagna” (contenuto nel volume di aa. vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio”, Silvana Editoriale, 1995), ci offre questo interessantissimo spaccato sulla castagna, presenza essenziale nell’alimentazione della civiltà contadina dei secoli scorsi:
"Una giusta attenzione va data alle castagne che in alcune zone della provincia di Sondrio sopperivano alle necessità alimentari per molti mesi dell'anno.
C'è tutta una cultura della castagna che inizia con la varietà dei nomi usati per designare le castagne nei vari tipi di cottura: farüdi quelle lessate; braschée quelle corte nella padella bucata sul camino; biscöcc, le castagne secche cotte in un modo particolare e che varia di paese in paese; belegòti, le castagne secche non sgusciate bollite; geiùsa (Piateda, da géa o géia, la cuticola), la castagna essiccata ancora coperta dalla pellicola; gusaröli, le castagne rimaste nel guscio dopo la battitura; cazocc, castagne piccole e di forma irregolare; marsciaröli, castagne piccole e marce rinvenute dopo la battitura e destinate all'alimentazione del bestiame. Le castagne erano dette crudèli, quelle che uscivano dal riccio cadendo dalla pianta e che venivano consumate per prime e poi c'erano quelle che venivano battute con le lunghe pertiche e che, protette dal riccio, si conservavano per alcuni mesi accatastate in un mucchio (riscéra) all'aperto e protette dall'attacco delle pecore e delle capre con rami spinosi. Venivano battute col rastrello, rastèl, per toglierle dai ricci, dopo averle poste su una stuoia, pelòrsc o pelòt. Esisteva a Fusine perfino un ventilabro o vaglio, val, per ventilare le castagne dopo la battitura.
Le castagne in eccesso venivano fatte seccare su apposite grate, el grat, e successivamente private del guscio e delle pellicole utilizzando un grande ceppo di legnoscavato, la pila o la sciüca e un grande pestello a foggia di martello munito di chiodi da maniscalco, él pestara, o él pisù.
Le castagne erano consumate arrostite o bollite, ma entravano comunemente anche nelle minestre e, ridotte in farina, in pagnottelle e in altre preparazioni, come nel büscèl o pane di farina di segale e castagne.
La farina di castagne a Menarola aveva un nome, farciam, o farina de farciam, mentre la cuticola veniva chiamata géa a Fusine e géia a Piateda. L'unità di misura per le castagne fresche era la carga, cioè il contenuto di una gerla. Una carga di castagne fresche era equiparato a uno stèr, cioè uno staio, pari a otto chili di castagne secche e mondate."

STORIA

All’alba di mercoledì 10 ottobre 1492 la Madonna apparve a due ragazze della Val San Giacomo, nel luogo sul quale poi sorse il più celebre santuario della valle, centro della sua spiritualità e devozione mariana, quello di Gallivaggio. Le due ragazze, che stavano riposandosi sotto un albero dopo aver raccolto castagne, videro la Madonna posata con i piedi su un masso, dapprima nelle sembianze di una fanciulla circonfusa di luce, poi di signora di aspetto nobilissimo, con capo coperto da un velo bianco che le scendeva sulle spalle, circondata da angeli. La Signora, dopo averle invitate a non aver paura, perché era la Vergine Maria, disse, secondo quanto riportato da una pergamena (di cui possediamo copia secentesca): "Io vado in ogni luogo per la conversione dei peccatori". Poi alzò la candida veste, mostrò le ginocchia e le mani sanguinanti e disse: " […] mio figlio, Signore vostro, poco tempo fa, volendo distruggere il mondo, mandò, come sapete, una fiamma minacciosa [cioè una cometa, che effettivamente comparve all’inizio dell’anno precedente], ed io intervenendo andavo gridando: Misericordia, misericordia, misericordia. […] Dite che, se i peccatori non si convertiranno e non osserveranno con maggiore puntualità i giorni festivi, certamente la punizione di mio figlio, loro Signore, non tarderà ad arrivare. Dite pure che […] inizino a osservare il giorno festivo dalle 15 del sabato".
L’invito al rispetto del giorno festivo si spiega per l’intensa vitalità commerciale della valle, soprattutto a partire dal 1473, quando la via dello Spluga, divenuta più sicura e agevole per il nuovo tracciato lungo la via Mala sul versante nord, divenne il principale itinerario alpino della Lombardia, spodestando la centralità della Val Bregaglia.
L’evento miracoloso attirò subito devoti da ogni parte della valle e anche dalle zone limitrofe, che cominciarono, a loro volta, a segnalare altri fatti prodigiosi e miracolosi. Tra i miracolati vi fu anche la madre di una delle due ragazze, che fu guarita da una paralisi che l’aveva colpita cinque anni prima. La devozione mariana delle comunità valchiavennasche si fece sempre più viva e volta ad ottenere, soprattutto a cavallo tra Sei e Settecento, la pioggia o la sua cessazione.
Poco dopo l’apparizione si costruì una cappella intorno al masso sul quale la Madonna era apparsa, ma già nel 1510 si cominciò la costruzione di un santuario più grande, con quattro altari, dato il notevole afflusso di fedeli, e cinque anni dopo venne nominato il suo primo rettore. Nel 1598, infine, si decise di costruire una terza chiesa, ancora più grande, l’attuale. Il nuovo santuario fu consacrato da Filippo Archinti, vescovo di Como, il 19 gennaio 1615. Nel 1729 venne iniziata la costruzione, sul lato opposto del piazzale, di fronte alla facciata, del campanile che, con i suoi 52 metri, fu il più alto della valle e poteva essere visto anche da chi transitava sulla strada dello Spluga, che correva più in basso. Nel 1936 venne aggiunta la scala santa con 72 gradini, corrispondenti agli anni presunti della vita terrena di Maria.
Per informazioni relative alle possibilità di visitare il santuario: tel. 0343 32193.

Bibliografia e sitografia

http://www3.chiesacattolica.it/santuari/vetrina-libri/sm-valtellina/sm-13-gallivaggio.htm (da questa pagina web sono tratte le notizie sopra riportate, compresa la bibliografia che segue).
F. ARCHINTI, Valchiavenna, a cura di Guido Scaramellini, in Filippo Archinti, vescovo di Como (1595-1621). Visita pastorale alla diocesi. Edizione parziale (Valtellina e Valchiavenna, pieve di Sorico, Valmarchirolo), "Archivio storico della diocesi di Como", VI (1995).
G. CHIAVERINI, Breve narratione delle prerogative spirituali della Valle Campodolcino nella quale si contiene massime una gratia di Maria madre d’Iddio sempre Vergine con parte d’un Privilegio temporale dell’istessa, e d’alcune descrittioni d’altre cose in essa più notabili, Milano 1663.
G. CHIAVERINI, Historia della miracolosa Apparitione della Vergine Santiss., e Madre di Dio, Nella Valle S. Giacomo di Campo Dolcino, Como 1667 e 1676.
G. G. MACOLINI, Historia della miracolosa Apparitione di Maria Vergine in Gallivaccio nella Valle di S. Giacomo, Milano 1686.
G. G. MACOLINI, Chiese della Valle di S. Giacomo Contado di Chiavenna descritte secondo il stato presente, Milano 1686.
G. G. MACOLINO, Istoria della miracolosa apparizione di Maria Vergine in Gallivaccio Valle San Giacomo Contado di Chiavena Dominio delle Eccelse trè Leghe de SS. Griggioni, con la sovversione deplorabile del nobile Borgo di Piuro, Milano 1708.
G. B. TOGNONE, Apparizione miracolosa di Maria Vergine in Gallivaccio nella Valle di San Giaccomo Contado di Chiavenna, Milano 1742.
[G. CROTTOGINI], La prodigiosa apparizione di Maria Vergine in Gallivaccio Valle Santo Giacomo, Contado di Chiavenna. Difesa dalle imposture di Pietro Domenico Rosio Della Porta, Ministro di Scamff nell’Agnedina, s. l. 1782.
ANONIMO, Compendio istorico della maravigliosa apparizione di Maria Vergine a due zitelle in Gallivaggio nella provincia di Sondrio dato in luce da alcuni divoti, Como [1819].
G. CROLLALANZA, Notizie storiche del santuario di Maria Vergine di Gallivaggio nel contado di Chiavenna, Imola 1872.
[E. GERONIMI], Brevi notizie della meravigliosa apparizione di Maria Santissima in Gallivaggio presso Chiavenna diocesi di Como pubblicate nel quarto centenario dell’apparizione stessa, Como 1892.
A. ALIPRANDI, Storia Apologetica di nostra Signora di Gallivaggio presso Chiavenna, Como 1893.
P. BUZZETTI, Le chiese nel territorio dell’antico Comune in Valle San Giacomo, Como 1922.
P. CERFOGLIA, Il santuario di Gallivaggio, Chiavenna 1975 (Quaderni del Centro di studi storici valchiavennaschi, III).
L. FRANGI, Il secondo Cinquecento in Alto Lario e in Valtellina: presenze e assenze. Schede: Domenico Caresana e Paolo Camillo Landriani detto il Duchino, in Pittura in Alto Lario e in Valtellina dall’Alto Medioevo al Settecento, Milano 1995.
GUIDO SCARAMELLINI, La Madonna di Gallivaggio, Storia e arte, Gallivaggio 1998.

La Madonna, in Val San Giacomo, fu sempre valido presidio contro le insidie del male. Sì, perché anche qui, con ovunque, il diavolo ci mette sempre lo zampino. Lo prova anche la seguente leggenda.

Diverse leggende, dove spesso il protagonista è il diavolo, hanno un evidente intento di ammonizione e dissuasione, in quanto presentano pericoli ed insidie connessi con i comportamenti di dubbia moralità. Il messaggio è chiaro: attenzione, chi si comporta con leggerezza, si espone a rischi paurosi, e soprattutto al più terribile, quello di perdere la propria anima. Le ragazze sono le prime destinatarie di questi avvertimenti, come appare chiaro anche da un raccontino riportato da Amleto del Giorgio nel volume "Storie grosse di paese raccontate a Samolaco", (2002) ed ambientato alle soglie della valle di San Giacomo, nel comune di San Giacomo-Filippo, appena sopra Chiavenna.
Accadde una volta, durante i festeggiamenti del carnevale (il tempo in cui ci si concede al gusto del divertimento e dello scherzo, prima dei rigori della Quaresima), che due ragazze decisero di lasciare l’ambiente un po’ austero e triste dei monti di San Bernardo (oggi bel centro di villeggiatura, a 1099 metri, all’ingresso della valle del Drogo, sul suo lato settentrionale) per scendere a San Giacomo-Filippo, dove era stata organizzata una serata danzante. Si misero, quindi, in cammino e, oltrepassato l’aspro salto della valle, si portarono sul lato meridionale, raggiungendo Olmo. Erano partite di pomeriggio, e quando, scendendo ancora, raggiunsero il fondovalle, là dove un ponticello permette di passare dal lato orientale a quello occidentale della valle di San Giacomo, raggiungendo il cuore del paese di San Giacomo-Filippo, era già calata la sera, con le sue ombre inquietanti. Ma le ragazze pregustavano il divertimento della sera, amanti com’erano del ballo, e non c’era posto, nella loro mente, per pensieri tristi.
Non notarono, quindi, un signore che se ne stava seduto sul muricciolo vicino al ponte, come se attendesse qualcosa o qualcuno. Per questo si stupirono quando costui rivolse loro la parola, chiedendo dove fossero dirette. Superato il moto di sorpresa, risposero candidamente che era loro intenzione passare almeno parte della serata ballando. L’uomo allora, un signore mai visto, con un accento tranquillo e quasi benevolo, ma deciso, le invitò a tornare subito a casa e, di fronte alla resistenza di una delle due, che non intendeva privarsi di un po’ di divertimento, se ne uscì con una frase che suonava come una minaccia sinistra: “E allora vai, quello che cerchi, troverai.” Cosa nascondevano quelle parole enigmatiche? Se lo chiesero, per qualche istante, le due ragazze, mentre l’uomo scompariva ai loro occhi, come se fosse stato inghiottivo dal buio che ormai circondava quel luogo.
La conclusione che ne trassero fu diversa: l’una, scossa dal monito, preferì tornare indietro, verso casa, l’altra, invece, rimase ferma nel suo proposito di godersi una serata danzante. Senza esitare ulteriormente, quindi, raggiunse la stalla che era stata adattata a pista da ballo, e che per tutta la serata fu animata da canti e danze. Quando un individuo, anche questo mai visto, le chiese, con insistenza di ballare, e la trascinò in un ballo singolare e concitato, che sembrava non avere mai fine, aveva già dimenticato l’episodio del ponte. All’inizio la cosa sembrava anche divertente, ma poi, in un’atmosfera che si faceva sempre più irreale, quel ballo che non terminava, quei passi frenetici ed il mistero di quell’uomo che non pronunciava parola si fecero strada nell’animo della ragazza, dove all’euforia della festa si sostituì un’inquietudine sempre più marcata. Teneva lo sguardo basso, non osava guardare in faccia il compagno di danze, e, ad un certo punto, osservò un particolare che le era, fino ad allora, sfuggito: quelle estremità nere che aveva già guardato con occhio distratto, ad uno sguardo più attento si mostrarono per quel che erano, due grosse zampe caprine. Un segno che non si può equivocare, il segno del diavolo.
Le si raggelò il sangue nelle vene, e per diverso tempo si lasciò trascinare nel ballo quasi a corpo morto. Ma si riebbe, fece appello a tutto il suo coraggio, aspettò il momento propizio e sfuggì alla presa del diabolico ballerino, precipitandosi fuori, riguadagnando il ponticello sul Liro, decisa a tornare diritta a casa, senza neppure voltarsi indietro. Ma i misteri di quella serata da incubo non erano terminati. Infatti, al ponticello sembrò materializzarsi una terza enigmatica figura, che sembrava più nera del nero della notte, e che le chiese se si fosse divertita. La ragazza, ancora sconvolta, senza neppure porsi il problema di chi avesse di fronte, rispose di no, disse che aveva incontrato il diavolo in persona, che l’aveva tentata. “Il diavolo ti aveva avvisata!”, fu la replica del misterioso individuo, con un tono che era, insieme, beffardo e benevolo.
La storia termina qui, lasciando a chi la ascolta, o legge, la libertà di immaginarne il seguito. Ma il suo messaggio è chiaro: una ragazza costumata non si lascia indurre in tentazione dal divertimento frivolo, che può essere fonte di perdizione. Lasciamo al lettore giudicare sulla validità di questo messaggio, aggiungendo solo qualche nota sulle possibilità escursionistiche e ciclistiche offerte dai luoghi nei quali il racconto (tratto dal volume “Leggende” di A. Del Giorio, Samolaco, 1977, e riportato anche nel volume di Cecilia Paganoni, "Racconti e leggende di Valtellina e Valchiavenna", edito nel 1992) è ambientato.
La salita da San Giacomo Filippo a San Bernardo può essere un interessante, anche se faticoso, itinerario di mountain-bike. San Giacomo-Filippo si trova 4,3, km sopra Chiavenna, salendo in direzione del passo dello Spluga. Prima di entrare in paese, troviamo, sulla sinistra, sotto il muraglione della chiesa parrocchiale dei SS. Giacomo e Filippo, il ponte sul Liro (la scena del duplice misterioso incontro). Lo raggiungiamo staccandoci dalla strada statale 36 dello Spluga e, attraversandolo, ci portiamo sul lato sinistro (per noi, cioè occidentale) della valle. Iniziamo, quindi, la salita sul boscoso versante meridionale della bassa valle del Drogo (toponimo che significa “orrido”, “forra”). Ignorata una deviazione a sinistra per Sommarovina, raggiungiamo, così, a 2,5 km circa dal ponte, Olmo, la cui chiesetta della Trinità, edificata nel 1650, è posta a 1056 metri. Proseguendo, ci avviciniamo all’impressionante solco della valle, che scavalchiamo su un ponte, in corrispondenza della centrale di San Bernardo, proprio nel punto in cui la valle si restringe e precipita con una paurosa forra verso il fondovalle. Raggiunto il fianco settentrionale della valle, continuiamo a salire, fino a San Bernardo (a poco più di 4 km dal ponte), località abitata tutto l’anno e posta su un ottimo terrazzo panoramico, sul fianco montuoso che scende, verso sud-est, dal pizzo Camoscera (m. 2185). La chiesa di San Bernardo, a 1099 metri, è molto antica, in quanto risale almeno al secolo XII. La salita si può concludere poco sopra San Bernardo, fra le belle baite di Scanabecco (m. 1242), dove si trova la chiesetta di San Rocco.
Fino a San Bernardo si può salire anche in automobile, ed il paesino può essere il punto di partenza di escursioni in valle del Drogo. La meta più classica è il rifugio Carlo Emilio, che domina il grande bacino del Truzzo. Il sentiero che dobbiamo imboccare parte proprio sotto il sagrato della chiesa di San Rocco, verso sinistra (ovest), ed all’inizio è poco marcato. Attraversato un prato ed una prima selva, si fa più evidente e comincia una lunga traversata sul fianco settentrionale della valle. Valichiamo, così, su un ponticello le condutture della centrale di San Bernardo, cominciando, poi, a perdere quota di qualche decina di metri, all’ombra di un fresco bosco, attraversando anche un corpo franoso. Entriamo, così, nel cuore della valle, ed il versante alla nostra sinistra si fa sempre meno scosceso. Incontriamo i primi prati e le prime baite, fino al bel nucleo di Sant’Antonio (m. 1213), dove si trova anche una bella chiesetta, a lato della quale passa il sentiero. Qui troviamo anche delle croci poste a ricordo dei contrabbandieri caduti valicando il passo di Léndine.
Proseguiamo fino ad incontrare, prima dell’alpe Caurga, presso un nucleo di baite, la mulattiera per il bacino del Truzzo, che si stacca dal sentiero sulla destra, segnalata da un cartello (indicazione per la Capanna Carlo Emilio). La mulattiera comincia un’inesorabile sequenza di tornanti per vincere i circa 800 metri di dislivello che separano i prati del fondovalle dal bordo superiore del grande gradino roccioso ben visibile sul fianco nord della valle. La fatica della salita è però temperata dalla bellezza ed eleganza della mulattiera, un piccolo gioiello di ingegneria alpina, costruita negli anni venti del secolo scorso per servire il cantiere allestito per costruire lo sbarramento artificiale del Truzzo. Nella parte più alta, dove supera una fascia di grossi massi scesi dal selvaggio versante meridionale del pizzo Camosciè (m. 2467), la mulattiera è interamente lastricata con grossi blocchi di sasso con geometrie che, viste dall’alto, si apprezzano con un vivo senso di ammirazione.
Nel primo tratto il bosco accompagna con la sua fresca compagnia le nostre fatiche (risalire questo versante d’estate ci espone, infatti, ad una certa sofferenza da calura), poi si va sempre più diradando. Ad un certo punto osserviamo, alla nostra sinistra, un selvaggio promontorio roccioso, con un’inquietante cavità alla sua base, che dà l’impressione che il costone della scroccare da un momento all’altro. Poco più avanti, a quota 1500, il sentiero piega decisamente a sinistra e, dopo un breve traverso, supera un torrentello che in quel punto forma una cascatella, per poi risalire proprio il costone, con qualche tratto esposto (servito da corde fisse). Alla fine ci ritroviamo proprio alla sua sommità, e ci viene spontaneo cercare di procedere con passo leggero: non si sa mai… Segue un traverso a destra ed una nuova serie di serrati tornanti. Lasciamo alla nostra sinistra un primo nucleo di baite a quota 1664, prima di raggiungere l’alpe Curt de Lavazz (m. 1751) e proseguire alla volta dell’alpe Cornera (m. 1920). Lo scenario è ormai mutato: diversi massi si dispongono caoticamente sul declivio posto ai piedi dell’aspra costiera della Camoscera, che va dal pizzo Camoscera, a destra, alle gotiche Guglie dei Caurgh, che comprendono il pizzo Camosciè, a sinistra.
Eccoci, infine, dopo aver lasciato sui bei lastroni della mulattiera molto sudore, al piano dove sono collocate le abitazioni dei guardiani della diga: ancora qualche sforzo, utilizzando anche alcune scalette, prima di raggiungere il culmine del bastione roccioso che delimita il terrazzo del Truzzo. Portiamoci, ora, sul limite del camminamento che sovrasta la diga del Truzzo, ed ammiriamo l’ampio bacino (m. 2080, 18 milioni e mezzo di metri cubi d’acqua circa), nel quale si riflettono i severi versanti rocciosi che lo circondano, con interessanti effetti di specchio. Qui troviamo un bivio, segnalato da un cartello. Prendendo a destra proseguiamo nella prima tappa del Trekking della Valle di Spluga (che abbiamo fin qui percorso), e risaliamo il versante ad est del bacino, alla volta del passo dell’Alpigia (m. 2370), dato a tre quarti d’ora di cammino. Se, invece, scegliamo la seconda soluzione, per il rifugio Carlo Emilio, dobbiamo percorrere il camminamento ed imboccare il sentiero che parte dal suo lato opposto, descrivendo un arco che lo porta a superare un torrentello che scende al bacino ed alcuni sistemi di roccette arrotondate. Approdiamo, poi, ad un risalto leggermente più alto rispetto alla quota del bacino, dove ci attende il lago Nero, dall’aspetto, però, tutt’altro che lugubre.
Dal limite orientale del laghetto possiamo già vedere la meta, il rifugio, posto sull’angolo opposto. Per raggiungerlo dobbiamo superare un passaggino un po’ esposto (attenzione a non scivolare). Alla fine, eccoci al piccolo rifugio del CAI di Como, quotato 2153 metri, ed eretto nel 1911. Da qui partono diverse possibilità di escursione ed ascensione, ai laghi del Forato (a sud-ovest) e forato (ovest-sud-ovest), ed ai pizzi Forato (o Pombi, m. 2967), Sevino (o Corbet, m. 3025) e Quadro (m. 3013). Guardando a nord, vediamo le baite dell’alpe Truzzo (m. 2110), dalle quali passa il sentiero C21, che sale al passo del Servizio (m. 2584), poco oltre il quale, a quota 2550, si trova il bivacco del Passo del Servizio. Dal passo, sempre seguendo il sentiero C21, si può scendere all’alpe del Servizio e di qui a Campodolcino. L’escursione da Scanabecco al rifugio Carlo Emilio richiede circa tre ore e mezza, per superare circa 1100 metri di dislivello.

AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)