SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): S. Lorenzo martire, Renzo

SANTI PATRONI: S. Lorenzo (Ardenno, Chiavenna, Fusine, Villa di Tirano)

PROVERBI

A Sant Lurénz l'üga pensc (a san Lorenzo l'uva pende - Montagna)
A S. Vincénz la gran fregiüra a S. Lurénz la gran caldüra vün e l'alter pok el düra
(a San Vincenzo il grande freddo, a San Lorenzo il gran caldo, l'uno e l'altro durano poco - Chiavenna)
San Lorenz de la gran caldura tardi el vegn e pok al dura
(San Lorenzo della gran caldura viene tardi e dura poco – Bormio)
San Luréenz a cént a cént (a San Lorenzo i grappoli si contano cento a cento – Samolaco)
A San Lurénz i pincerö a cent a cent, i nus alegramént e i castégnna cum’ün dénc’ (a San Lorenzo gli acini d’uva a cento a cento, le noci sembrano ridere e le castagne mettono il primo dente – Montagna)
S'el piöf a San Lurénz l'acqua l'é vegnüda a témp, a la Madòna l'è ankamò bona, a San Rok la gà spetà tròpp; se la vée dopo San bartulumée, l'è bona de lavà i pèe
(se piove a San Lorenzo l'acqua è venuta a tempo, alla Madonna è ancora buona, a San Rocco ha aspettato troppo; se viene a San Bartolomeo, è buona per lavare i piedi – Rogolo)
A san Vincénz la gran fregiüra, a san Lurénz la gran caldüra, vün e l’alter pòch el düra
(a san Vincenzo gran freddo, a sal Lorenzo gran caldo, l’uno e lo altro dura poco)
San Lurénz de la gran caldüra, sant’Antòne de la gran fregiüra, l’ün e l’ótru póch i düra
(il gran caldo di San Lorenzo ed il gran freddo di Sant'Antonio durano poco - Teglio)
A san Lurénz castégne cùme dénc (a San Lorenzo le castagne sono come i denti appena spuntate - Teglio)
Sant’Andrea dàla gran fredüra, San Luréns dàla gran calüra, l’ön e l’ótru póok ei düra
(sant'Andrea con il gran freddo, san Lorenzo con il gran freddo, entrambi durano poco - Val Tartano)
La šcotürä de san Lorénz, e sant'Abóndi vén col val
(se fa un gran caldo a san Lorenzo, verranno piogge alluvionali a san'Abbondio - Villa di Chiavenna)
A San Lurenz da la gran caldüra da l'estat sem fora (a san Lorenzo dal gran caldo d'estate siamo fuori - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Negli Statuti di Valtellina del 1549 questa giornata, dedicata alla memoria di San Lorenzo martire, era considerata festiva, per cui non vi si poteva svolgere alcuna attività giudiziaria né costringere alcun contratto (art. 131: “che non si renda ragione, et che non si facciano esecutioni de contratti, o distratti, ne li quali si richiede il decreto del Giudice, overo del Consule”).

Giorno di mercato a Fusine. Annota, infatti, Giuseppe Romegialli, nella sua “Storia della Valtellina” (1834): “È fiera in Bormio li 12, 23, 24 ottobre. In Chiavenna il 1, 2, 3 dicembre. In Delebio li 16, 17, 19 ottobre. In Tirano li 10, 11, 12 di detto mese. Vi è mercato a Sondrio ogni sabbato. A Bormio il 18 ottobre: a Berbenno il 19 marzo: a Chiuro dal 30 novembre al 3 dicembre: a Chiavenna li 19 marzo, e il 3 ottobre ed il 30 novembre: alle Fusine il 10 agosto ed il 30 novembre: a Grosio il 19 marzo: a Morbegno ogni sabbato: a Novate il 29 settembre: a Tirano alla Pentecoste per 3 giorni, e dal 28 al 31 ottobre: e finalmente in valle S. Giacomo li 25 giugno.”

Nella “Guida escursionistica della Valchiavenna” (edizioni Rota, Chiavenna, 1986), leggiamo:
L’incànt.
Un avvenimento importante per la vita dei paesi era la festa del patrono: un momento intenso di vita sociale e religiosa, atteso nel corso dell'anno e quindi punto di riferimento preciso nel lento fluire del tempo. La festa veniva preparata con cura. In particolare nei giorni precedenti si girava per le  case a raccogliere offerte e doni in natura: dolci, formaggi, salumi, vino, animali. Il pomeriggio della festa, dopo i vespri, la gente si raccoglieva sul sagrato della chiesa e un banditore metteva all'incanto i doni. La gente era generosa e pagava molto di più del valore reale dell'oggetto. I soldi raccolti servivano a far fronte alle spese per il mantenimento della chiesa.”


Ricorre oggi la festa patronale dell'illustre Chiavenna, città densa di storia e suggestioni. Può essere degno omaggio la seguente carrellata di leggende che la riguardano.

Accanto ai numerosi motivi di interesse storico che Chiavenna offre ai visitatori, vi sono anche diverse curiosità. Una, in particolare, colpisce per la sua singolarità: su diversi portoni di diverse dimore, dense di storia illustre, troviamo, al posto del classico battente, una figura di serpe in ferro battuto. Stupisce la scelta, se si pensa che il serpente è uno dei più classici simboli del male, nella sua forma insinuante, subdola e repellente. Evidentemente la serpe posta a guardia di questi portoni assume una diversa valenza, si carica di un significato protettivo o, come si dice con parola un po' difficile, apotropaico (serve a tener lontane le influenze malefiche).
Un’antica leggenda (rielaborata da Alfredo Martinelli nella raccolta "L'erba della memoria - Leggende e racconti valtellinesi", Piccolo Tibeti, Milano, 1964, pp. 205-211) spiega l’origine di tale significato. Essa narra di un tempo nel quale i Chiavennaschi dovettero subire le conseguenze negative di una vera e propria invasione di moscerini e piccoli insetti, conseguenze non solo fastidiose, ma anche disastrose per l’agricoltura: gli indesiderati ospiti, infatti, banchettavano alle spalle delle fatiche e del sudore dei contadini, prendendo d’assalto i raccolti, ed in particolare la frutta e la verdura. Si trattava di un vero flagello biblico, ed i Chiavennaschi, dopo averle provate tutte per liberarsi degli insetti, si rivolsero, esasperati, ad un mago che aveva fama di potente operatore di sortilegi e magie.
Costui amava parlare per enigmi, ed enigmatica fu la risposta che diede loro: si limitò a chiedere se avessero visto una serpe bianca, senza aggiungere null’altro che potesse chiarire il senso delle sue misteriose parole. I Chiavennaschi rimasero assai stupiti di fronte ad esse, ma non osarono chiedere di più, limitandosi a rispondere che di serpi se ne potevano vedere molte, ma di bianche non se n’erano mai viste. Se ne tornarono, quindi, a casa, convinti che il mago non volesse o non potesse aiutarli. Lo stupore aumentò, poi, quando videro il mago entrare nella cittadina, la sera di quello stesso giorno, chiamando a raccolta la gente intorno a sé. Cosa stava accadendo? Il mago ci aveva ripensato? Egli, incurante degli occhi dai quali trasparivano questi interrogativi, chiese, con voce ferma, che si preparasse un grande falò. Nessuno osò chiederne la ragione, e la catasta di legna fu preparata. Egli stesso appiccò il fuoco, e questo divampò, diffondendo i suoi bagliori nelle ombre della sera.
Ad un certo punto il mago estrasse dal suo mantello uno strumento magico, e cominciò ad intonare una melodia. Una melodia strana, che non si era mai udita, una melodia magica, che evocò, dal fuoco, un essere misterioso. All’inizio non si riusciva a distinguere cosa fosse quell’essere che prendeva forma fra le fiamme, poi la sua forma si fece più chiara, più definita. Era una serpe bianca, la serpe bianca di cui aveva parlato il mago. Il misterioso animale, guizzando fra le fiamme, attirò tutti gli insetti ed i moscerini che avevano infestato la zona. Tutti, proprio tutti, furono così inghiottiti dalle fiamme e sparirono, per sempre. Gli abitanti di Chiavenna avevano assistito alla scena, e rimasero sbigottiti.
Non si erano ancora ripresi dallo stupore, quando accadde qualcosa di ancor più prodigioso: il fuoco si era fatto ancora più vivo, quasi accecante, e la serpe, che sembrava fare tutt’uno con il fuoco, si protese in direzione del mago, lo avvolse nelle sue spire e lo trascinò nel cuore delle fiamme. Tutto questo accadde in pochi istanti. Il mago, sempre avvolto nelle spire della serpe, cominciò ad ardere, consumandosi, e con lui si consumava anche la serpe. Alla fine non si vedevano che le fiamme: la serpe ed il mago erano spariti. Anche le fiamme cominciarono a spegnersi, rapidamente, lasciando, sotto lo sguardo degli esterrefatti presenti, il posto ad un gran mucchio di tizzoni fumanti.
Immaginate, ora, cosa poteva passare nella mente di coloro che avevano assistito agli eventi di quella serata prodigiosa. I pensieri si rincorrevano, e con essi i contrastanti sentimenti di sollievo e timore, sollievo per la fine del flagello degli insetti distruttori, timore per la fine miserevole del mago.
Ma il pensiero dominante riguardava la misteriosa serpe bianca: cos’era? Quale significato aveva? In alcuni prevalse l’idea che essa fosse la manifestazione visibile della forza magica evocata dal mago, che aveva liberato la città dagli insetti nocivi, altri preferirono pensare che fosse una forza magica che aveva punito il mago per aver attuato un sortilegio empio e, probabilmente ingannatore: forse, infatti, egli intendeva impadronirsi della città, dopo averla liberata, e soggiogarne gli abitanti, forse era stato addirittura lui a scatenare, con le sue pratiche magiche, l’invasione degli insetti, che nulla aveva di naturale. In entrambi i casi, la serpe bianca venne vista come forza protettiva, vuoi contro gli insetti, vuoi contro i malefici e le pratiche magiche subdole ed ingannatrici. E come tale venne posta sull’uscio di diversi palazzi.

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Ma sembra che non sia bastato: tutto era nato da un'invasione di insetti nocivi all'agricoltura, e queste invasioni, magari di proporzioni più ridotte, ma pur sempre preoccupanti, proseguirono.
Il rapporto fra insetti e uomini è spesso stato assai teso (almeno visto dalla parte dell'uomo). Si credeva, in particolare, che alcuni insetti fossero prodotto dell'intervento diretto delle forze malefiche. I vermi della frutta, per esempio, erano attribuiti all'azione diabolica delle streghe nel sabba della notte di San Giovanni Battista (21 giugno), la notte più corta dell'anno, nella quale le forze delle tenebre scatenavano la controffensiva contro quelle dirompenti dlla luce. A volte l'atteggiamento superstiziono od irrazionale induceva a comportamenti che, con la mentalità dei giorni nostri, stentiamo a comprendere. Tale è la storia del processo alle gatte o gattane (i bruchi). La racconta Bruno Credaro (in "Chiavenna", Lecco, 1957), cui cediamo volentieri la parola.
Nell'anno di grazia 1659 "si presentano... al commissario di Chiavenna i consoli della stessa città, di Mese, di Gordona, di Prata e di Samolaco per denunciare, non indovinereste mai, le "gatte", i bruchi che stanno devastando tutte le ortaglie, i frutteti e i boschi del territorio. Domandano che contro di loro il magistrato sporga regolare denuncia per i danni e che questa sia affissa a un albero per ognuno dei Comuni, con l'invito alle accusate a nominarsi un difensore il quale dimostri, se ne sarà capace, che loro esercitano un diritto conferito da madre natura, che di nessun danno sono colpevoli e che perciò non devono essere espulse dai terreni coltivati e relegare nei boschi. A questo punto si sarebbe indotti a credere che la denuncia fosse il naturale prodotto di quel buon umore che agli amici chiavennaschi non è mai mancato. ma non è così: il signor commissario prende le cose molto sul serio e celebra il processo per direttissima: il giorno dopo il suo messo ha già affisso il manifesto sugli alberi. Quattro giorni dopo compaiono i querelanti assistiti dal loro avvocato davanti al giudice; le povere "gatte" smettono, in grande agitazione, di rosicchiare i cavoli negli orti; sono inquiete ben a ragione, anche perché non risulta dai verbali che avessero trovato un avvocato difensore e nemmeno che ne fosse stato nominato uno d'ufficio. La sentenza è formalmente contro di loro: il giudiche si rifà alla Genesi per osservare che anche i bruchi hanno un posto nel quadro delle creature, ma che l'uomo (sempre lui, questo prepotente) ha sugli altri esseri diritti prevalenti, come dimostra tutte le volte che va a caccia o pesca. Perciò le "gatte" saranno a buon diritto eliminate dagli orti e dai frutteti; non senza però che siano assegnate a loro zone boscose, diligentemente enumerate, dove possano vivere in pace: saggia sentenza, alla quale non manca un certo tono francescano e che anticipa i criteri che governano al tempo nostro i parchi nazionali".
Ma le apparizioni del male in quel di Chiavenna non si limitano alle pervicaci "gattane", che, ovviamente, disattesero sentenze ed ingiunzioni, da esseri pervicaci ed irragionevoli che erano (e che sono). Altre leggende parlano dell'espressione massima del male, il diavolo, che si manifesta in divese forme. La più divertente è, forse, quella del gaudente del crotto. Una volta, raccontano, da un crotto che stava un po’ fuori Chiavenna, in direzione di Piuro, uscì un omone che teneva in una mano violini di capra e bresaole, nell’altra un enorme boccale di birra. Sembrava un tipo gioviale, di quelli che amano far baldoria in compagnia. Vide due giovani e li invitò ad entrare nel crotto per festeggiare con lui qualunque cosa volessero festeggiare: ogni pretesto era buono per far bisboccia, offriva lui. I due si lasciarono trascinare dalla sua esuberante allegria, e si decisero a seguirlo. In quel mentre, però, sopraggiunsero le ragazze dei due e, vista la scena, si misero ad urlare con quanto fiato avevano, invocando la Madonna. I due giovani all’inizio rimasero sbigottiti, ma subito compresero: dal crotto uscì una gigantesca fiammata, che riuscirono ad evitare con un balzo all’indietro; l’omone, a sua volta, cacciò un urlo terribile, disumano, come una bestia ferita. Dalla Mera si levò, infine, un’onda gigantesca, che si portò via il crotto in fiamme ed il diabolico tentatore. Alla fine fu chiaro che quella era una specie di porta dell’inferno e che i due giovani stavano per seguire il diavolo stesso, rischiando di farsi portar via da lui.
Un altro chiavennasco, tal Quirolo, è protagonista di questa edificante storia, rielaborata anche da Alfredo Martinelli nella sua raccolta “L’erba della memoria – Leggende e racconti valtellinesi” (Tip. Mevio Washington, 1964, pp. 139-147). Costui, per avere soldi, fama e potere, aveva venduto l’anima al diavolo. Un tema classico, all’origine di tante altre storie. Ma questa ha una particolarità: voleva che anche la moglie facesse la stessa cosa. Lei, invece, non ci pensava neppure: pia e devota com’era, per nulla al mondo, neppure per tutto il mondo si sarebbe allontanata dalla grazia divina. Così soffriva, sia per la scellerata scelta del marito, sia per la sua insistenza, che la rattristava profondamente. Decise, dunque, ci implorare l’aiuto della Madonna. Fingendo di accondiscendere al suo volere, andò con lui ad un luogo fissato per l'appuntamento con il diavolo. Ma aveva un piano: risalendo la Valle di San Giacomo, passò vicino al Santuario di Gallivaggio, e gli chiese di poter entrare a pregare per l'ultima volta. Questi, di malavoglia, accondiscese, standosene, com’è ovvio, fuori, perché al fumo delle candele, dopo il patto con il Maligno, non poteva più resistere. Era il mese di maggio, il mese mariano, e la donna entrò nel santuario, piangendo e pregando con fervore la Madonna, che l'ascoltò. Fece calare, infatti, su di lei un sonno profondo ed apparve dentro le sue sante mura, assumendo un aspetto identico a quello della pia donna. Poi, mentre questa dormiva, uscì fuori ed andò incontro al marito, pronta per riprendere il cammino. Quando i due raggiunsero il luogo dove il Diavolo di attendeva, questi si accorse subito di non avere di fronte una comune donna, bensì la Madre di Dio: appena la vide, fece un gran balzo indietro e cominciò a dimenarsi furiosamente, sentendosi ingannato. Fuggì, quindi, verso la Val Rabbiosa, aprendosi, nel cuore della forra del torrente omonimo, una via per tornare all'inferno, un'orrida spaccatura che mai vide, da allora, la luce del sole né mai incontrò sguardo d'uomo. Quirolo aveva assistito alla scena senza poter neppure muovere labbro per la sorpresa. Quando il Diavolo fu sparito, balbettò qualcosa che doveva essere una domanda rivolta alla moglie. In quell'istante la donna si trasfigurò, vestendosi di luce e mostrando una rosa dalla quale stillava una goccia di sangue. La rosa di maggio, il mese mariano. Poi sparì. Al suo posto, ecco venirgli incontro la moglie, con mesto sorriso. Quirolo comprese, si pentì amaramente e da allora rinunciò a soldi, fama ed onore. Del Diavolo più nulla si è saputo; ma nessuno osa indagare troppo la faccenda, perché la spaccatura nel cuore della Val Rabbiosa incute in tutti il più profondo terrore.
Non dobbiamo, però, pensare che Chiavenna abbia dato origine a storie di segno negativo o grottesco. Piace chiudere con una storia edificante, che ha come protagoniste le cave di Chiavenna, dalle quali veniva estratta la famosa pietra verde, cioè la pietra ollare, lavorata ed esportata nel bacino padano fin dall'epoca romana. Si tratta vero e proprio miracolo, narrato da San Pier Damiani. Sul finire del secolo X, racconta questi, un grande masso si staccò dal fianco del monte e seppellì uno degli scalpellini, che  però non fu schiacciato, ma intrappolato in una grotta senza uscita. Venne pianto come morto, ma un anno dopo, scavando in quel medesimo luogo, fu ritrovato vivo. Agli stupefatti salvatori raccontò di essere stato nutrito, per tutto quel tempo, da una colomba che, entrando da un pertugio, gli aveva portato soavissimo cibo,  tutti i giorni, tranne uno: un miracolo! Si seppe, poi, che l’intervento celeste era stato mosso dalla moglie, la quale tutti i giorni, tranne uno, aveva fatto dire una messa per lo sventurato marito.

INNO A CHIAVENNA

Sul ritmo del Mera, che cerulo
discende dall'ultime nevi,
festevole un canto si levi,
o madre Chiavenna, per te.

E' un canto di forti e di liberi
che sanno il fecondo lavoro
ed entran nell'ilare coro
fidenti e superbi di sè.

Oh gioia d'aperte domeniche,
dolcezza di placide notti,
nel grembo dei frigidi crotti,
d'intorno ai fratelli falò!

Le liete fanciulle inghirlandano
di limpide voci la balza.
Più viva la nota s'innalza
se il giovine amor la dettò.

O piccola patria che prosperi
raccolta fra selve e vigneti,
tu gli ospiti accogli ed allieti
con cuore che tutto si dà!

Sull'alpe che brulla ti domina
fan nido i gagliardi pensieri;
leviamo le voci e i bicchieri:
l'Italia comincia da qua!

(Giovanni Bertacchi)

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Si celebra oggi anche la festa patronale di Ardenno; riportiamo, qui di seguito, una carrellata di leggende che riguardano questo paese collocato allo sbocco della Val Masino e sulla soglia che separa la bassa dalla media Valtellina.

Fra queste, una spiega dove e come morì l’ultima strega di Valtellina. Stando a quanto racconta questa leggenda (riportata a Giambattista Marchesi nel volume "In Valtellina, costumi, leggende e tradizioni", Clausen, Palermo-Torino, 1898, pg. 421), la storia delle streghe di Valtellina non si concluse con i bagliori di un ultimo sinistro rogo, ma in maniera meno eclatante e più malinconica. L’ultima strega non fu bruciata, ma bandita, indotta a lasciare il consorzio degli uomini, a raggiungere gli esseri malefici simili a lei, che, si credeva, popolavano i boschi, assumendo le forme di lupi, capre demoniache (la “cavra bèsüla”), volpi, gatti selvatici, perfino orsi.
Tutto ciò accadde in quel di Ardenno, il primo paese, ad est, del Terziere della bassa Valtellina (oggi mandamento di Morbegno), il cui nome, forse, deriva dal verbo “ardere”. Curioso: un paese che conserva, nel nome, l’immagine di un fuoco che arde fu la cornice della sorte dell’ultima strega di Valtellina, che però non fu arsa, non fu uccisa dal calore che consuma, ma condannata a morire nei boschi, a soccombere ad terribile gelo invernale, che non risparmia chi non abbia un ricovero caldo.

Ecco come andarono le cose. Siamo a Piazzalunga, piccola frazione a monte di Ardenno, denominata così per il bel corridoio di prati sul quale è collocata, in una posizione climaticamente e panoramicamente assai felice (di qui si domina, con lo sguardo, la sezione occidentale della media Valtellina). Il periodo in cuiaccaddero i fatti è indeterminato, ma possiamo supporre che fosse il Settecento inoltrato.
A Piazzalunga viveva una donna singolare, che, fin da giovane, aveva mostrato tante stranezze, nel carattere e nel comportamento, da non aver trovato nessuno che la prendesse come moglie. Forse non aveva mai neppure cercato un marito, e sicuramente non aveva mai mostrato quella cura di sé che è tratto comune di tutte le donne, anche di più umile condizione. Non aveva famiglia, viveva sola. Appariva trasandata, scarmigliata, e, con il passare degli anni, il suo aspetto si era fatto più sinistro, il corpo più ossuto e curvo, il volto più smunto, lo sguardo più perso in chissà quali visioni. Viveva di espedienti: passava intere giornate a raccogliere erbe nei boschi, coltivava un piccolo orto, accoglieva i piccoli che, senza troppo dare nell’occhio, qualche mano generosa le offriva.

Scendeva, spesso, ad Ardenno, lungo la bella mulattiera che da Piazzalunga conduce al poggio di SanLucio, e qui raggranellava anche qualche soldo vendendo pozioni ed erbe che, a suo dire, avevano effetti prodigiosi, suscitavano amori, attizzavano passioni, rinvigorivano le membra stanche. Leggeva anche la mano, indovinava il futuro, prediceva eventi belli ed eventi brutti.

Suscitava, a Piazzalunga ed Ardenno, reazioni contrastanti: molti la temevano, alcuni credevano nelle sue capacità magiche e speravano di trarne vantaggio, molti, però, anche, si prendevano gioco di lei, approfittando della sua solitudine e di quella parvenza tutto sommato inoffensiva ed inerme: veniva, talvolta, dileggiata, insolentita, qualche ragazzo le scagliava contro un sasso, un piccolo bastone, un osso. Lei si limitata a farsi schermo con le mani ed a borbottare qualcosa, forse in una lingua sconosciuta, che sembrava un po’ lamento, un po’ maledizione.
Insomma, si meritò l’appellativo di “strìa”, strega, in un periodo nel quale di streghe si parlavano sempre meno, e con sempre minore paura: bambini e ragazzi, quando la vedevano scendere con quello sguardo un po’ sbieco e quel buffo canestro pieno di erbe, gridavano, ridendo e fingendo una paura tutta simulata: “Vìtela, la strìa, vìtela, la stria”, cioè “Guardala, la strega, guardala, la strega!”, o anche: “strìa, strìa, striùna, ciàpum, se te se buna”, cioè “Strega, strega, stregona, prendimi, se sei capace”. In realtà era solo una pallida ombra, un'immagine sbiadita di quelle che dovettero essere le ben più determinate e malvage megere del secolo precedente, il cui ricordo era consegnato alla tenace memoria degli avi: i vecchi ne parlavano, la sera, nelle stalle, quando si "faceva filò" e si narrava dei folleti dispettosi che slegavano le mucche.
Ma la povera strega fuori tempo massimo non faceva realmente paura a nessuno, anzi, era lei ad avere paura di quel marchio. Si isolò, quindi, sempre di più, non mise più piede in chiesa, in tempi nei quali un comportamento del genere significava porsi al di fuori della comunità. Il parroco, che non credeva veramente nelle sue capacità malefiche, ma voleva stroncare quel segreto ricorrere di alcuni suoi parrocchiani alle arti della superstizione, condannate dalla Chiesa (era un peccato assai grave, un peccato mortale), decise di approfittarne per farla finita con la strega di Piazzalunga, e la scomunicò solennemente. La scomunica rappresentava non solo l’allontanamento dalla comunità della Chiesa, ma anche quello dalla comunità civile. Fu così che la “strìa” lasciò Piazzalunga, ritirandosi nei bei boschi di castagni a monte del paese.
Non si fece più vedere, non se ne seppe più nulla. Di lei rimase solo la memoria nei moniti che mamme e nonne, per assicurarsi il pronto ritorno di figli e nipoti sul far della sera, rivolgevano loro: “Sta atenta che quant che ‘l suna l’Ave Maria, saltà fö la strìa”, cioè “Stai attento che quando suona l’Ave Maria – cioè dopo le sei di sera – viene fuori la strega”, e la strega per antonomasia era sempre lei, la strega di Piazzalunga. Venne, infine, trovata, qualche anno dopo, morta, probabilmente stroncata dai rigori di un inverno, nel cuore di un bosco. Di lei non si sa neppure dove fu sepolta. Rimase solo l'eco, nel lamento del vento d'inverno, fra le fronde spoglie. Era l’ultima strega di Valtellina: terminò con lei, senza bagliori, senza clamori, la storia delle streghe della valle.

Questa leggenda riflette un qualche fondo storico? Non ci sono documenti al riguardo. Anche il "crap de la stréga", un grande masso di forma piatta che si incontra sul sentiero (che oggi sopravvive a stento all'assalto del caso vegetale) che corre sul crinale che separa val Venduno (Vendùn) e Val Valéna, nella media montagna sopra Ardenno, è probabilmente l'eco dell'immaginario popolare più che si effettivi episodi di persecuzione di presunte streghe. Questo masso è chiamato anche "sasùn"; secondo alcuni il vero crap de la strìa si trova nel cuore della bassa Val Venduno, ed è uno spuntone di roccia sul suo versante orientale.
Si racconta che sul masso detto anche "sasùn" sia impresso il segno della zoccola calzata da una tremenda strega, che aveva eletto quei luoghi a sua dimora ed insidiava i viandanti solitari. Una variante della leggenda parla del tentativo, inutile, della strega di far rotolare il masso sulla sottostante frazione di Ca' Maroli, in località Pèsc. Un masso legato ad un'analoga leggenda, e chiamato "balùn", si trova sul crinale del dosso che separa la Val Valena dalla Val Venduno, ad ovest di gaggio e più o meno alla medesima altezza di questa frazione.

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Questa non è, comunque, l'unica storia di donne strane, bizzarre, selvatiche. In quel di Ardenno molti anziani conoscono, magari con diverse varianti, la storia della “màta selvàdega”, o “màta salvàdega”, cioè della matta selvatica, donna terribile che viveva sola, spauracchio dei bambini disobbedienti, che, a detta delle nonne, amava rapire e bollire in un gran calderone. Nella frazione Masino assicurano che la sua dimora era un enorme masso nel mezzo del torrente omonimo, che scende dalla Val Màsino. Altri sostenevano che invece quel masso fosse il nascondiglio in cui una banda di falsari nascondeva il denaro falso, come leggiamo nel
volume di G. Marchesi "In Valtellina - Costumi, leggende e tradizioni", pg. 422: la leggenda vuole poi che le anime di questi disonesti siano state condannate a dimorare in etermo in questo masso, come anime di "confinati".
Sempre a Masino viveva un tale che passò la sua infanzia nel terrore per questa donna terribile: quante volte, dopo aver combinato qualche marachella, era stato preso dalla paura che la màta salvadega venisse, nel cuore della notte, e se lo portasse via! Poi, man mano che la sua età e la sua forza crescevano, la paura diminuì, ma gli rimase dentro un senso di risentimento e di fastidio per questa figurache aveva tormentato come un’ombra minacciosa la sua infanzia. Decise, allora, di toglierla di mezzo. Si caricò sulle spalle una brenta di vino e si avviò verso il grande masso che la temibile donna aveva scelto come dimora.
Quando la vide, ne ebbe più ribrezzo che paura, ma lo vinse e, fingendo grande affabilità, le chiese se volesse bere. Questa, dopo averlo guardato con quegli occhietti spiritati dai quali traspariva tutta la sua follia, per tutta risposta si mise a sghignazzare, e spiccò un balzo prodigioso. Per un attimo il nostro temette di vedersela piombare addosso, ma la matta si infilò proprio dentro la brenta (non era un donnone!) e cominciò avidamente a bersi quel buon vino. L’uomo, allora, colse al volo l’occasione e spinse la brenta nel torrente. Sparirono, così, nei gorghi impetuosi del torrente Masino, brenta vino e vecchia.
Rimasero, all’anonimo audace, l’orgoglio per aver fatto giustizia, ma anche il rimpianto per il vino perso e la brenta sprecata.

Alla "mata salvadega" fa da contraltare la saggezza di una donna che sa riscattarsi dalla brutta china nella quale rischia di scivolare per le lusinghe di due giovani e per l'amore per il ballo. E' il tema di una storiella edificante, simile a molte altre, varianti di un unico tema, che ha come teatro la storica mulattiera che da San Lucio porta a Piazzalunga. Ne è protagonista una tale, soprannominata "la Pevéta", appassionata amante del ballo. Costei si trovò a passare per questo cincet mentre scendeva da Biolo per recarsi a Gaggio, per partecipare ad una serata danzante. Nell'immaginario religioso tradizionale, però, il ballo è parente prossimo della tentazione e del peccato. La giovane donna, infatti, non se ne scendeva da Piazzalunga sola, ma era accompagnata da due avvenenti giovanotti. Ma, proprio transitando davanti alla figura del Cristo sofferente sulla croce, ebbe come un sussulto nella coscienza, comprese la leggerezza del suo comportamento e se ne pentì. Chiese, quindi, ai due di attendenderla un attimo e si inoltrò nella vicina selva, a monte del cincet, nascondendosi nell'incavo di un grande castagno. I due la attesero invano, ed alla fine, scrollando le spalle, proseguirono soli. La donna, invece, tornò sui suoi passi, ripromettendosi, per il futuro, di tenere un comportamento più prudente ed assennato.
Perché non si pensi che Ardenno sia solo terra di leggende oscure o sbalzate sull'eterno tema delle molteplici espressioni ed insidie del male, citiamo poche righe dal bel volume “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, (Sondrio, Ramponi, 1950) di Rina Lini Lombardini: "Anticamente, anche in Ardenno uomini e donne, seduti di sera sui muriccoli delle loro case, intonavano durante il tempo dei fieni bei canti d'amore, rimanendo all'aperto fino a tarda sera".

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Ma la chiusura di questa rapida carrellata deve essere riservata a lui, l'animale fantastico ed indefinito per eccellenza, il Gigiàt. Sì, è vero, la sua patria d'elezione è la Val Masino, ma, stando a quanto scrive Aurelio Garobbio, uno dei maggiori studiosi dell’universo immaginario dell’arco alpino, nella bella raccolta “Montagne e Valli incantate”, (Rocca San Casciano, Cappelli, 1963, pp. 151-152), quasto mitico animale frequentava anche il territorio di Ardenno, e, per la precisione, i vigneti ardennesi. Ma riportiamo per intero il testo del Garobbio:
"“In val Masino vive il Gigiat. Selvaggio ed inquieto passa da un alpeggio all'altro lottando con i torelli, balza sulle giogaie con i camosci e si sente anche lui un camoscio, irrompe nelle danze delle marmotte e le afferra costringendole a ballare con lui, salta nelle fratte fra i caprioli, s'arrampica con gli scoiattoli sui pini ed appeso ai rami dondola nell'aria. Qualcuno gli ha scorto le corna ritorte del capro nascoste tra i lunghi capelli, qualcuno ha veduto impronte di zoccoli dove è passato. Se apre la porta della baita e mette dentro il capo, la sua risata rischiara l'aria; se beve alla fonte, l'acqua diventa più copiosa. Uomo o bestia, il Gigiat è incontrastato signore tra il Badile ed il Cengalo, il Torrone ed il Disgrazia.
D'autunno passa tra i castagneti e urlando divalla a piroette: ricci e foglie diventati di bronzo gli s'attaccano al petto ed alla schiena. Di primavera sceglie un alpeggio per farsi tosare il lungo vello ricciuto prima di risalire sulle cime. Per il Gigiat si lascia sulla lista di prato segato un po' d'erba e prima di scaricare i monti si deposita del fieno sulla porta delle baite perché quando la neve tutto copre egli lo trovi. Per lui le donne nascondono nei boschi cacio, castagne, noci.
C'è chi l'ha visto metà uomo e metà capro sfrecciare fra gli alberi e scomparire come se inghiottito dalla scagliosa. corteccia di un cembro; c'è chi l'ha udito fra i vigneti d'Ardenno, quando i grappoli si tingono, suonare con lo zufolo ed il crosciare della cascata si intonava a quella melodia come il fremito delle selve ed il battere del cuore. Perché il Gigiat è simbolo della vita che si rinnova e dell'eterna giovinezza che sta sui monti e dai monti scende con i fiumi ad allietare il mondo.”

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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