SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): Natività Beata Vergine Maria

SANTI PATRONI: Natività di Maria (Livigno, Torre S. Maria, Piantedo, Talamona, Valdidentro)

PROVERBI

Tra Maria e Michée la castagna u che la va u che la vée
(fra l'8 ed il 29 settembre si decide il buono o cattivo raccolto della castagna – Regoledo)
La sciüta da settémbre la ruina tüt; sa però l’é cald e sciüt, al fa madürà ogni früt
(la siccità di settembre rovina tutto; se però è caldo e asciutto, matura ogni frutto - Poschiavo)
Quand la spusa l’è fada tüti la vören (quando la sposa è maritata tutti la vogliono - Chiavenna)
Chi pò ai cumpra el bò e chi nu pò aì la laga ilò
(chi se lo può permettere compera il bue, chi non può lo lascia lì – Montagna in Valtellina)
Al sbàglia ànca ‘l prèuat a dì giù la mèsa la duméniga
(sbaglia anche il prete a dire la Messa la domenica - Tirano)
L'usterìa l'è sémpri stàda la farmacia dei sàn
(l'osteria è sempre stata la farmacia dei sani - Sacco, Valgerola)
Büsìi e giüramént de sòlit iè parént (bugie e giuramenti di solito sono parenti)
Or dal ditc al nasc l'aziùn (dalla parola nasce l'azione - Val Bregaglia)
La vita la passa e a gli altri al post la lassa (la vita passa ed agli altri lascia il posto - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Leggende di Torre S. Maria

Negli Statuti di Valtellina del 1549 questa giornata, dedicata alla memoria della Natività della Vergine, era considerata festiva, per cui non vi si poteva svolgere alcuna attività giudiziaria né costringere alcun contratto (art. 131: “che non si renda ragione, et che non si facciano esecutioni de contratti, o distratti, ne li quali si richiede il decreto del Giudice, overo del Consule”).

Ricorre oggi la festa patronale di Torre S. Maria. Può essere un degno omaggio a questo suggestivo paese la seguente carrellata di leggende che riguardano il suo territorio.

Risalendo la Valmalenco, incontriamo un primo ponte che scavalca il torrente Valdone, il quale, da sinistra (ovest), si getta nel Mallero (màler), e, a 10 chilometri da Sondrio, un secondo ponte, sul Mallero (màler), che conduce sul lato opposto (orientale) della valle. Se, invece di imboccare il ponte, proseguiamo a sinistra e quindi rimaniamo sul lato occidentale della valle, dopo un paio di tornanti raggiungiamo il centro di Torre S. Maria.
Questo comune deve la sua denominazione all’antica presenza di una torre, posta a guardia della bassa valle, per segnalare eventuali incursioni di popolazioni germaniche che, attraverso il
passo del Muretto
(pas de mürét, l'antico monte dell'Oro), potevano percorrere la Valmalenco e calare su Sondrio. Anticamente Torre era divisa in tre quadre.
Campo raccoglieva le contrade a sinistra (cioè a nord) del torrente Torreggio (che scende, da ovest, dalla valle omonima). Bondoledo, distrutta da una frana nel XVI secolo, comprendeva, invece, tutte le contrade a destra (sud) del Torreggio, a nord della chiesetta di S. Giuseppe. Melirolo, infine, il cui nucleo centrale fu investito da una frana nel XIV secolo, comprendeva le frazioni sulla riva orientale del Mallero (màler), cioè Cristini, Zarri, Cà Romegi, Scaia, Fojanini e Gianni. Diverse sono le leggende legate a questo territorio articolato e composito.
Partiamo dalla quadra orientale, Melirolo. Già si è visto che, nel Trecento, una frana la investì, distruggendola, in parte. Ma le sventure, per questa frazione, non finirono qui. Circa tre secoli dopo, nella prima metà del Seicento, fu la peste ad infierire, la terribile peste del 1629-30, conseguente alla calata dei Lanzichenecchi in Valchiavenna e Valtellina nel contesto delle campagne della guerra dei Trent’Anni. Qualche cifra può aiutare a capire cosa significò quell’epidemia per le popolazioni valligiane: secondo il Quadrio, la peste ridusse drasticamente la popolazione valtellinese, da 150.000 abitanti a 40.000; altre stime più prudenti parlano di una riduzione da 60.000 a 40.000 unità, ma anche se queste si avvicinassero maggiormente al vero, si trattò di un’ecatombe. Ecatombe che non risparmiò la Valmalenco. Il morbo, estremamente contagioso, la risalì rapidamente.
A Melirolo l’epidemia fu talmente rapida, da uccidere tutti gli abitanti del nucleo centrale. Bisognava dar loro cristiana sepoltura, ma, narra la leggenda, nessuno, fra gli abitanti delle frazioni vicine, osò farlo, per timore del contagio. Il paese venne, per lungo tempo, evitato da tutti, e si trasformò in un paese fantasma. Passarono i mesi e gli anni, ed alla paura del contagio si sostituì la paura di quei morti che non avevano ricevuto sepoltura: era credenza diffusa, infatti, che le loro anime non potessero avere pace e si aggirassero, quindi, inquiete, fra quelle case che già accusavano i segni dell’abbandono.
Poi qualcuno cominciò a parlare di strane visioni: passando, a notte fatta, nei pressi delle case da cui aleggiava un sinistro senso di morte e di desolazione, aveva visto ombre aggirarsi fra le mura. Non c’era di che dubitare: si trattava dei fantasmi delle vittime della peste. Si diffuse, quindi, la credenza del paese maledetto, del paese da evitare, soprattutto di notte, perché il risentimento dei morti può essere assai pericoloso per i vivi, soprattutto se è un risentimento che non si può estinguere. Ancora oggi le case di Melirolo suscitano un profondo senso di desolazione. Per verificarlo, basta varcare il primo ponte sul Mallero (màler) e, alla prima deviazione a destra, salire verso Cristini (m. 832). Dopo l’ultimo tornante destrorso prima delle case, si trova il cartello della frazione di Torre. A sinistra del cartello troviamo una fascia di prati, sul cui limite superiore stanno, arroccate e tristi, le case di Melirolo. Un sentiero, che parte dal centro di Cristini e si dirige verso sinistra (nord), le raggiunge. Approfittando della luce del giorno, possiamo soffermarci presso i ruderi, per lasciarci assorbire da quell’atmosfera di profondo silenzio, intriso di inconsolabile tristezza.

 

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Il tema della peste ci restituisce, però, dalle suggestive regioni dell'immaginario a quelle troppe volte desolanti della storia. L'epidemia aveva gettato la popolazione in uno stato d'animo che era un misto di prostrazione e terrore. Questo tipo di paura genera quasi sempre un'irrazionale caccia al colpevole, cui addebitare la genesi di un male tanto orribile quanto enigmatico nel suo modo di diffondersi e colpire. Non stupisce, dunque, che, reintrodotta in Valtellina l'Inquisizione nel 1929, qualche anno dopo, nel 1634, si celebrassero, nel sondriese, i processi a quattro presunte streghe, istruiti dall'inquisitore frate Geronimo Fulgenzio Rangone. Fra le quattro infelici torturate ed uccise figura una ragazza di Torre, Domenica Volarda, morta sotto le torture.
Ecco alcuni brani del resoconto che, non senza una malcelata indignazione, della vicenda ci offre il Maffei: "Era sottile, alta della persona di colore olivastro, e più che mai dedita a minute religiose pratiche; discorreva volentieri di cose prodigiose e strane, raccontava singolari fatti di demoni e di folletti, e quando per qualche settimana ritornava a Torre, veniva avidamente riveduta e udita. A vederla pareva avesse già trenta e più anni, e invece conta vane appena ventidue… I suoi nerissimi occhi
avevano alcun che di sospettoso e diffidente, e il color bruno del suo volto non bastava a nascondere l'interno vivissimo affanno. Smilza e alta com'era, trova vasi così dimagrita e sbattuta, da sembrare, più che altro, una larva od un fantasma. Conoscendosi del tutto innocente, ella andava chiedendo a se medesima: «e perché mi tengono chiusa in carcere?»
Il frate inquisitore, interrogandola, l'incalzava: «Ma dimmi, la buonissima che sei, dimmi, vorresti tu
negare, che soltanto qualche notte prima del tuo arresto non ti sii trovata con altre streghe a fare notturni balli e stravizzi sul crappo del Castelletto? Tu fosti veduta tra quelle immonde orgie, furono udite le tue oscene parole e le spaventose tue bestemmie: con quale impudenza oseresti tu dunque starti negatrice e bugiarda?»

Il Maffei chiarisce il senso dell'accusa e gli elementi che la sorreggevano: "Chiamavasi crappo del Castelletto la collinetta, che sta a ridosso di questa chiesa dedicata all'Angelo Custode, e sulla quale hannovi ora degli orti, da cui godonsi belle e spaziose vedute. Il nome di Castelletto eragli venuto da un piccolo castello che innalzavasi nel suo centro, e del quale doveva far parte la chiesetta o cappella di S. Siro, che già ormai smantellata, venne poi il 14 aprile 1635 venduta a mess. Bartolameo Sonetti.

L'accennata chiesa dell'Angelo Custode veniva eretta più tardi, e la spesa della fabbrica era sostenuta dal dott. Francesco Carbonera, da Nazzaro Pusterla, da Andrea Sentono, da Giov. Andrea Sassi e da Giacomo Bonetti. tutta buona dente abitante in que' d'intorni, e che in que' beati tempi di ozio, per non saper che fare, faceva scavare e tagliare a picco lo scoglio, onde incastonarvi la chiesa stessa quale appunto scorgesi tuttora.
Essendovi dunque sulla ricordata collinetta quegli antichi e deserti avanzi, era voce, si può dir unanime, che tra l'ave maria della sera e quella del mattino si raccogliessero lassù agli usati lor convegni le streghe e del paese e fuori, e quivi gavazzassero co' demonj a cui eransi vendute anima e corpo, e molti asserivano anche con giuramento, tanto erano stravolti e preoccupati gli animi, di averle vedute co' proprj occhi a quelle infami tresche, nelle quali era fatto, dicevasi, orribile sacrilegio di ogni più santa cosa, cioè e di rosarj, e d'imagini di Maria Vergine e de' Santi, e di croci, e persino delle stesse ostie consacrate. Altri poi pretendevano averne uditi i lerci discorsi, e fra quegl'incomposti accenti e stridi, attestavano aver conosciuta e distinta anche la voce della Volardi».

Siccome la ragazza rimase ferma nel respingere tutte le accuse, si passa, come da prassi processuale, alla tortura; scartate quelle più cruente della corda, per la precarietà delle sue condizioni fisiche, si opta, su consiglio di un medico, per quella della veglia. Ecco, di nuovo, il resoconto del Maffei: "Ma e che mai era il tormento della veglia? Era un certo scanno di legno, sette o otto palmi circa alto da terra, sostenuto da tre aste, non piano, ma alquanto convesso, e nel mezzo elevato ad angolo ottuso, sopra cui veniva a così dire conficcato il reo ad ano nudo, e la povera Volardi vi fu dunque collocata con le braccia legate alle spalle, e fermata dappertutto in modo che non potesse quasi neppur muoversi. Lasciata in quella crudele posizione per dieci ore intiere, fu ricondotta appena semiviva in carcere. Era ben sinistra la opinione che avevasi della Volardi, se dopo gli strazj già sofferti da lei, pensa vasi ad aggiungergliene altri. La mattina del sette ottobre essa veniva condannata al tormento così chiamato delle verghe. Spogliata fino alla camicia, e legata in modo che le mani avessero a coprirle totalmente la faccia, fu battuta a frequenti riprese pel tempo di tre misere ore. La sciagurata strillava e guaiva ogni volta che quella flessibile bacchetta le solcava il già ormai esanime corpo. Pareva quasi non sentisse le pene e le angosce di quel suo corpo così ammaccato e pesto. Scoccate le quattro del mattino del giorno otto ottobre e, sfuggitile totalmente i polsi, essa veniva meno, e dava l'estremo fiato". (brani citati da "storie di streghe", di Luigi de Bernardi, Sondrio, Ed. Polaris).

 

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Dopo questa rapida incursione nella storia, torniamo ai più rassicuranti lidi della fantasia. E, in questo ideale viaggio nel territorio di Torre, torniamo indietro, da Melirolo, sulla strada per Chiesa Valmalenco e sul ponte sul Mallero (màler). Mentre procediamo verso Torre, pensiamo alla fama sinistra di questi luoghi: nel tratto compreso fra Cristini e Zarri, presso il Mallero (màler), infatti, si trova un masso che, si dice, reca impressa l’orma del diavolo.
Portiamoci ora nel centro di Torre, dove si mostra la bella chiesa parrocchiale di S. Maria, edificata nel Quattrocento e ricostruita nel 1620. Senza salire verso la chiesa, proseguiamo sulla sinistra, seguendo il cartello che indica i rifugi alpini (si riferisce ai rifugi Cometti, m. 1800, all’alpe dei Piasci, Bosio, m. 2086, nel cuore della Val Torreggio, e Desio, m. 2836, ora inagibile, al passo di Corna Rossa, fra Val Airale e Valle di Preda Rossa). Poco oltre, troviamo un bivio: il cartello per i rifugi alpini indica la direzione di sinistra, cioè la strada che sale fino al bivio per l’alpe di Arcoglio (termine che deriva da "arco") inferiore e l’alpe Piasci, ma dobbiamo tener presente che, poco oltre S. Giuseppe, a poca distanza dal bivio, inizia un divieto assoluto di transito, in quanto la strada è considerata pista agro-silvo-pastorale. Se, invece, al bivio prendiamo a destra, imbocchiamo la strada che termina alla frazione di Ciappanico. Entrambe le località cioè S. Giuseppe e Ciappanìco, sono legate a inquietanti leggende.

La chiesetta di S. Giuseppe, racconta la prima leggenda, che ha però un fondamento storico, sorse alla fine del Cinquecento, nel luogo colpito, diversi anni prima, da una rovinosa valanga, che scese dalla soprastante valle del Venduletto e seppellì il nucleo di Bondoledo. Non fu più possibile recuperare le salme dei suoi abitanti, tutti morti. Venne, quindi, edificata la chiesetta, come segno di pietà per i defunti, ma nulla fu più costruito nei prati vicini, perché, dice la leggenda, quei prati costituiscono il cimitero degli sventurati abitanti di Bondoledo, ed è cosa empia edificare sopra un cimitero.
Se, poi, abbiamo la possibilità di percorrere la pista per l’alpe di Arcoglio (oppure di salire lungo il sentiero che costituisce il primo tratto della prima tappa dell’Alta Via della Valmalenco, e parte, segnalato da triangoli gialli, dalla località Musci, che si trova, a m. 969, più avanti, sulla pista), giungeremo a Pra’ Fedugno, poco sopra i 1600 metri, località legata a storie di fantasmi.
Portiamoci, ora, sul lato opposto della bassa Val Torreggio, prendendo, al bivio sopra citato, a destra, attraversando il ponte sul Torreggio e raggiungendo, dopo qualche tornante, la frazione di Ciappanico, nell'antica quadra di Campo. Di qui parte, segnalata, la mulattiera che, tagliando il versante settentrionale della valle, conduce alla piana dove è collocato il rifugio Bosio (si tratta di un itinerario alternativo della prima tappa dell’Alta Via della Valmalenco). Da qui possiamo, anche, osservare il vasto movimento franoso che tormenta il versante meridionale della bassa valle, e che, durante la tristemente famosa alluvione del 1987, ha provocato ingenti danni.
Ciappanìco (m. 1034) è legata ad una leggenda che ha come protagonisti dei briganti. Si racconta che, a monte della frazione, e precisamente alla rocca di Castellaccio (m. 1656, formazione rocciosa ben visibile da Ciappanico), vi fosse un covo di briganti, tanto spietati quanto inafferrabili. Costoro compivano le loro razzie scendendo verso Torre, ed in particolare tormentavano il paese di Ciappanico. Approfittavano del calar delle tenebre, si appostavano e tendevano agguati ai viandanti. Non si limitavano a depredarli di ogni avere, ma toglievano loro anche la vita, un po’ per non avere testimoni scomodi, un po’ per il mero gusto dell’azione efferata. Per questo motivo, al calar della sera, gli abitanti del paese si chiudevano in casa, ed ogni rumore sospetto li faceva sussultare per l’apprensione. La fama dei predoni si diffuse in tutta la Valmalenco, e nessuno osava passare di lì da solo, soprattutto di notte.
Molte delle leggende fin qui narrate sono riportate nel bel volume di Ezio Pavesi "Valmalenco" (Cappelli Editore, Sondrio, 1969).
Ma le storie legate al territorio di Torre non finiscono qui. A valle di Ciappanico si trova un bosco chiamato Lütér, toponimo che si trova anche in altri luoghi della Valtellina e che allude alla presenza di protestanti nel secolo XVI ed agli inizi del XVII, prima dell’insurrezione valtellinese del luglio 1620: qui furono frettolosamente sepolti diversi componenti della famiglia Chiesa, sorpresi da contadini mentre fuggivano verso il passo del Muretto dopo la citata insurrezione del 19 luglio 1620 e sommariamente uccisi: Giovanni Chiesa, Rodolfo Chiesa e suo figlio Bernardo, Gian Giacomo Chiesa e suo fratello Ercole, Anna Chiesa e sua sorella Angiolina.
Chi, invece, non aveva bisogno di fuggire da alcuno e non temeva di vivere da solo, nella dimora più bizzarra, era l’omino legato alla leggenda della truna. Questa ci porta sulla vetta del Sasso Bianco (m. 2490), il monte che si trova sul crinale che separa l’alta Val Torreggio, a nord, dal versante retico mediovaltellinese, a sud, e dall’alta valle di Arcoglio (termine che deriva da "arco"), ad est. La sua denominazione deriva dalle rocce calcaree e biancastre che dominano la sua cima arrotondata. Fra queste rocce, appena sotto la cima, si trova una spaccatura di cui non si vede il fondo, e che quindi sembra perdersi nelle viscere della terra, la truna, appunto (il toponimo significa proprio questo, fenditura, spaccatura, cavità scavata nella roccia). Si tratta di una struttura singolare e curiosa, che ha acceso la fantasia popolare. Ecco che allora la truna è diventata la dimora di un singolare omino, che di tanto in tanto si faceva vedere a valle, per poi tornare, misteriosamente, sulla cima del Sasso Bianco e sparire dentro la misteriosa porta. Si diceva anche che la truna introducesse a lunghi cunicoli scavati nel cuore del monte, i quali portavano a misteriose uscite più a valle.
Dal Sasso Bianco si vedono molto bene i Corni Bruciati, che dominano il limite occidentale della Val Torreggio. Le grandi colate di sfasciumi di color rossastro (tale è il colore del serpentino, la pietra della Valmalenco, assunto per i processi di ossidazione che ne alterano l'originario colore verdastro) sono la dimora dei misteriosi kunfinàa dei Corni Bruciati, anime indegne del cielo e dell'inferno, condannate a dar di mazza in eterno sulla dura pietra, sminuzzandola notte dopo notte. I rari viandanti che passavano sui sentieri altri della Val Torreggio a notte fatta ne udivano il suono sinistro e ritmato, che raggelava il sangue e faceva accelerare il passo. Raramente li si vedeva, ma quando capitava guai a parlarne in giro: chi avesse rivelato l'orrida visione era condannato, dopo la morte, a condividere la sorte di questi infelici.
Il Sasso Bianco richiama anche, nel nome, la località dei Bianchi, frazione di Torre, che ci riconsegna alle crudezze della storia. Correva l'anno 1731 quando un branco di lupi, resi più temerari dalla fame, calarono dai boschi della bassa Val Torreggio sulla frazione, divorando alcuni bambini. Eventi del genere erano piuttosto rari, ma non del tutto eccezionali.
Oggi il viandante che percorra i sentieri di Torre non corre più alcun rischio del genere. Per questo se il desiderio di visitare questi luoghi densi di fascino ci vince, possiamo farlo senza troppe ambasce. Il Sasso Bianco, in particolare, rappresenta una meta escursionistica facile da raggiungere: basta salire all’alpe di Arcoglio inferiore (percorrendo la pista che sale da Torre, si giunge, intorno a quota 1700, ad un bivio, al quale si prende a destra, salendo, dopo un breve ripido tratto, alle prime baite dell’alpe, a 1976 metri), guadagnare, proseguendo nella salita, sempre guidati dai triangoli gialli dell’Alta Via della Valmalenco, l’alpe di Arcoglio superiore (m. 2123), per poi proseguire alla volta del bellissimo laghetto di Arcoglio (m. 2234), posto ancora più in alto. La zona è davvero stupenda, tanto che il celeberrimo campione dello sci Zeno Colò la definì una delle più belle d’Europa (egli la frequentava anche per le diverse opportunità scialpinistiche che essa offre). Seguendo i triangoli gialli, percorriamo il sentiero che passa a destra del laghetto, ed affrontiamo l’ultimo tratto della salita, che conduce, facilmente, alla cima del Sasso Bianco, dalla quale si gode di un panorama superbo sul Monte Disgrazia ("desgràzia"), che da qui mostra un profilo insolito, e sull’intera testata della Valmalenco.

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Si celebra oggi anche la festa patronale di Livigno, ed anche al celebre comune alto si deve il tributo di una bella carrellata di leggende. Eccola.


Ogni realtà luminosa ha un risvolto umbratile, notturno, tenebroso. Tale è anche la terra di Livigno, che mostra il suo volto sorridente al visitatore, con ricchezza di colori e di scorci, ma serba nascosto anche un lato notturno, espresso da alcune leggende e credenze. La più curiosa, forse, si radica in un fatto storico, nel contesto del disgraziato periodo delle guerre di Valtellina (1620-1636), nel quale la valle venne percorsa dagli eserciti di parte opposta, nessuno dei quali si mostrò davvero amichevole nei suoi confronti. Ecco come la racconta Glicerio Longa, nel suo bello studio su “Usi e costumi del Bormiese” (1912; nuova edizione a cura di Alpinia Editrice nel 1998):
L'esercito imperiale condotto in Valtellina dal Fernamonte (1635), forte di quasi ottomila uomini, con cavalleria, era accampato a Livigno sotto gli ordini di Breziguel. Il duca di Rohan, che era a Scanfs in Engadina, mandò Frezeliere con alcune truppe attraverso il passo di Cassanna e la Val Fedaria a occupare le alture di Blesécia, e poi scese egli stesso con tutte le truppe, circa quattromila fanti e quattrocento cavalli, per il passo e le valli sopraddetti. Il combattimento fu accanito specialmente attorno al Camposanto. Era notte. I francesi — in numero molto minore — ricorsero a uno strattagemma. Travestitisi coi bianchi camici dei confratelli occuparono il sacrato attorno alla chiesa. Sopraggiunti i tedeschi, a quella vista, gridarono: «Noi combattiam coi fanti e non coi santi!». E, in preda al più superstizioso terrore, fuggirono, rincorsi, fin sotto li Ostarìa (bàjta de l'òlta), dai furbi francesi, che rimasero padroni del campo. Questo episodio lo raccontano spesso i vecchi di Livigno, convinti come gli imperiali che i soldati combattenti in veste bianca, attorno al cimitero, fossero proprio... i mort.”

Questo racconto lascia aperta una domanda: perché mai i morti livignasch avrebbero dovuto parteggiare per i Francesi? Per nessuna ragione, secondo Tullio Urangia Tazzoli, che, nel III volume de “La Contea di Bormio”, dà una diversa versione della leggenda:
A Zuotz… il duca di Rohan… giunse in rapida marcia dal Maloja il 25 giugno 1635, congiungendosi ai distaccamenti del De Lande e Montauzier: un totale di 3000 francesi, 1500 grigioni e 400 cavalli. In valle di Livigno eranvi 8000 imperiali sotto il comando di Brisighel: quasi il doppio del piccolo esercito franco-svizzero. Nella notte dal 25 al 26 giugno Rohan tiene consiglio di guerra. Malgrado l’opposizione del De Lande decide l’azione a oltranza e dà l’ordine di avanzata immediata verso il passo di Cassana. Impresa ardita il valico di passi ancora coperti di neve, in una stagione, data l’altitudine, non la migliore, con centinaia di cavalli ed impedimenti, contro un nemico assai più numeroso, agguerrito, riposato! Le avanguardie ai primi chiarori dell’alba pel vallone di Diveria sboccano nella valle dello Spöl. Un ripato misto, grigione e francese, occupa a sorpresa la chiesa parrocchiale di S. Maria ed il cimitero attiguo che diventa il perno della resistenza e dell’offensiva. Gli imperiali, sparpagliati largamente nelle bajte a bivaccare, senza alcuna ordinanza né protezione ai passi, vengono colti all’improvviso e quasi assonnati dai franco-svizzeri. Per maggiore sfortuna ed imprevidenza i ponti sullo Spöl erano stati tagliati e più difficile riusciva la ritirata. Al meglio le ordinanze imperiali si composero e contrattaccarono.

Affermano Glicerio Longa e Giuseppina Lombardini, che si occuparono di storie bormiesi, che in un primo momento i francesi ebbero la peggio. Ma travestiti coi camici di una confraternita, spaventarono gli imperiali che fuggirono in preda al più superstizioso terrore… Ma la tradizione popolare non è questa: ha una concezione assai più larga, religiosa e patriottica insieme. Dice essa (e il ricordo in Livigno è ancora vivo) che contro gli invasori franco-svizzeri ed imperiali, comunque e sempre stranieri e predatori della valle, insorsero i morti livignaschi tanto più sdegnati dalla profanazione e dall’oltraggio recato ai luoghi sacri. Insorsero e gridarono altamente, nei primi bagliori dell’alba: “Via di qua!” E l’effetto fu immediato e disastroso! Poche ore dopo, infatti, gli imperiali si ritiravano su Bormio pei passi d’Eyra e di Foscagno ed, a sua volta, il Rohan per il passo della Forcola e Poschiavo si dirigeva su Tirano
.”

 

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Tornando al bel volume del Longa, vi leggiamo la spiegazione di quel che un tempo veniva chiamato il “mal de la luna” e della sua cura:
Per guarire il male della luna (colpo di sole o d'aria): bisogna cavar sangue. Per guarire i ragazzi dal mal della luna (voglio dire quando essi restano tramortiti, perché nel corpo sì genera un verme con due teste e va al cuore e qualche volta li accoppa): fior di farina di frumento fatta passare per uno staccio di seta finissimo. Se ne mette un pizzico in un bicchiere di acqua di fontana che diventa come latte. Questo beverone si dà giù ai ragazzi e in un batter d'occhio il vermaccio è bell'e crepato.”
Stupisce il riferimento alla luna quando di mezzo ci sono sole ed aria: si consideri, però, che la luna veniva ritenuta responsabile di molti disturbi che avevano come sintomi smarrimento, comportamento anomalo, vaneggiamento. La famosa leggenda del “baitel de la luna” esprime bene il potere della luna di stregare e far perdere il senno. Ecco come viene riportata da Maria Pietrogiovanna nella sua bella raccolta dattiloscritta “Le leggende in Alta Valtellina” (Valfurva, giugno 1998):
Nando, un giovane pastore di Livigno, era solito passare l'estate in una baita un po' fuori dal paese, situata su di un dosso in mezzo al bosco. Una sera di luna piena fu attratto all’improvviso da un rumore sordo, portato dal vento, che proveniva dalla Val Federia. Forse erano le onde del ruscello e raccontavano la leggenda del Monte Cassana e di quelle strane processioni di spiriti felici vestiti di bianco, salmodianti sotto la luna. Contemplando il cielo, si accorse che la luna si stava spostando e veniva verso di lui. Essa si fermò sopra la sua baita gli fece un sorriso misterioso ed ammiccante. Si spostò in direzione di una roccia poco distante, poi si allontanò e ritornò in cielo. Nando, incuriosito, si avvicinò alla roccia e vide una minuscola porticina spalancata, attraverso la quale si vedeva un cunicolo, illuminato da tenui fiaccole. Cominciò a scendere lungo il passaggio sotterraneo, che diveniva via via sempre píù agile.
Ad un tratto la stradina terminò e Nando si trovò davanti un'ampia grotta sotterranea, illuminata a giorno da grosse lucciole gialle che roteavano lentamente nell'aria. Un'insegna rossa, gigantesca, con una scritta a caratteri cubitali annunciava il benvenuto nel paese di Cronosveritopoli. La reggevano due grilletti neri e striminziti. Fiori bellissimi, mai visti prima, spuntavano dalle pareti rocciose della grotta, mentre esseri strani, buffi, di tutti i colori e alti appena due spanne, se ne stavano lì attorno affaccendati... nei loro divertimenti. Quando si accorsero della sua presenza, lo guardarono benevoli e lo invitarono ad unirsi a loro. Nando, seppure timoroso, accettò l'invito. Un'insegna luminosa, posta ai piedi di un'enorme pianta e con la scritta "Tutto gratis", attirò la sua attenzione. Lì accanto erano esposti in bella mostra ghiottonerie di ogni tipo, oggetti vari e marchingegni sconosciuti. Nando non seppe resistere ed allungò la mano per prendere alcuni dolcetti di marzapane. Subito una vocina secca ed imperiosa risuonò all'interno dell'albero, richiedendo i soldi, perché in quel mondo "Tutto gratis" voleva dire che bisognava pagare in contanti. Nando rimase perplesso, ma deciso a continuare il suo giro in quel mondo sconosciuto e divertente.
Vide una terza insegna con questa scritta: "Attenzione, è il momento della verità, a tutti i cittadini di Cronosveritopoli verrà fatta una domanda. I bugiardi verranno puniti in modo esemplare". Nando pensò fosse un tranello, ma da buon montanaro aveva fiducia nella gente, lui stesso era conosciuto in tutta Livigno per la sua onestà e la sua lealtà. Quando gli venne chiesto come si chiamasse, Nando rispose dicendo il proprio nome. Subito apparve questa nuova scritta: "Questo è un bugiardo, il suo vero nome è Odnan". Per punizione il giovane venne costretto a mangiare dei biscotti. Ne assaggiò uno e, dopo che il suo naso era cresciuto di un palmo, disse che erano "schifosi", anche se in realtà erano buoni. Un applauso accolse le sue parole, il naso ritornò normale e sull'insegna apparve la seguente scritta: "Hai vinto un viaggio di andata e ritorno per Livigno. Addio e arrivederci". Nando era dubbioso se credere o meno, questa volta però non c'era nessun inganno. Intravide il passaggio che percorso, lo imboccò in tutta fretta e in un batter d'occhio aveva imboccò ritrovò nella sua baita, che da quel giorno fu soprannominata Baitel de la Luna”.
Bella versione, questa, del mal della luna, e bella variante di un tema sempre intrigante, quello del mondo dove tutto va alla rovescia e dove, per essere normali, bisogna, appunto, dire e fare le cose alla rovescia. Il nucleo di questa leggenda si trova nell'articolo "La leggenda del Baitel de la Luna", di Alma, in "Aria buona" (inverno 1959-60).
Nella leggenda si accenna alle strane storie legate al passo di Cassana. Si tratta di un passo storico, la più agevole via di comunicazione fra Bormiese ed Engadina, fra Livigno e Davos. Nel 1635 vi passò, come abbiamo visto, anche l'esercito francese del Rohan per scendere a dar battaglia agli imperiali nella piana di Livigno. Ebbene, il passo fu, qualche secolo prima, teatro di una duplice incursione notturna e di un rapimento incrociato, elaborato in racconto da Alfredo Martinelli nella raccolta "L'erba della memoria - Leggende e racconti valtellinesi" (Piccolo Tibet, Milano, 1964, pp. 11-18).
Siamo nel secolo XIV ed i rapporti fra livignaschi e tavatini (abitanti di Davos, l'antica Tavate) erano molto tesi, anche perché le due comunità stavano a guardia rispettivamente della Valle dell'Adda e del bacino del Reno, e questo portava ad attriti ed a scontri che avevano portato la tensione al culmine. Venne, dunque, decisa da entrambe le parti un'azione che aveva lo scopo di portare alla rovina la comunità nemica, il rapimento della sua stessa radice vitale. Si trattava di due animali, nei quali si riassumeva la potenza generatrice della natura, il toro Nino, a Livigno, e l'orso Moro, a Davos. Ebbene, durante una notte oscura avvenne una duplice spedizione di manipoli che rubarono, dall'una e dall'altra parte, questi animali. Le conseguenze non si fecero attendere. A nord ed a sud del passo di Cassana la natura cominciò a perdere, gradualmente ma inesorabilmente, la propria potenza vitale: i pascoli inaridirono, gli armenti non diedero più latte, nessuna bestia rimase più gravida. Tutto sembrava condurre alla morte, perché gli uomini non sarebbero potuti sopravvivere a lungo alla morte della natura che li ospitava. Ed allora, su entrambi i fronti, fu deciso di chiedere consiglio agli spiriti dei defunti. Così nel livignasco le anime purganti della Valle delle Mine pronunciarono un verdetto inequivocabile: restituite ai tavatini l'orso rapito. Analogo il verdetto del Genio del Bosco nella Valle dello Zug: restituite il toro ai livignaschi. Così il passo di Cassana fu teatro, questa volta alla piena luce del giorno, della restituzione delle bestie rapite e della riconciliazione. La natura subito rifiorì, tutto tornò alla vita ed il 18 maggio 1365 fra le due comunità venne firmata una pace solenne.

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L'accenno alla valle delle Mine non è casuale: questo scenario arido e desolato è, secondo un'antichissima convinzione, luogo nel quale sono relegati i confinà, cioè le anime che debbono pagare per la loro condotta malvagia in vita, e sono condannate a battere senza sosta, con pesanti mazze, sulla sterminata congerie di massi che vi si trova. Nelle notti più oscure chi si trovi a passare di là può sentire il sinistro rumore dei colpi di massa sulla roccia.
Sul tema dei confinati, ecco, di nuovo, l'Urangia Tazzoli (op. cit.):
In valle di Livigno é più che mai diffusa la leggenda dei konfinà. In un luogo famoso per tregende, Le steblina sul monte Mine, havvi confinato un livignasco. Ancora oggi, mi diceva una persona seria di Livigno, vi è gente che giura e spergiura di sentire realmente, passando di là, i caratteristici colpi di mazza! Vi riferiscono, poi, che il teschio del livignasco, anche se rimosso dal luogo ove fu confinato, torna a ritrovarsi sempre nel primitivo luogo riportato, colà, da forze misteriose...
Un'altra leggenda, sul medesimo tema, ci chiarisce quale sia la condizione ed il destino ultimo di queste anime. Chiamiamo in soccorso, per raccontarla, di nuovo Maria Pietrogiovanna (op. cit.):
Nel buio degli orridi pietrosi della tetra gola delle Mine sarebbero confinate le anime di chi fu 'inviso a Dio ed al nemico suo'. Le anime hanno incise sulla fronte sette P e sono gravate alla schiena e sul petto di grossi sacchi contenenti le loro colpe. Esse salgono sudando arse per la sete, quando il gelo le sferza, e rabbrividiscono, quando il sole torrido le scotta. Salgono per i gradoni della valle che si fa più aperta e chiara, a mano a mano che i sentieri diventano meno erti e spinosi. Quando quelle anime saranno giunte, dopo secoli e secoli, alla testata dell'altura, ai limiti delle nevi, detergeranno la fronte dai segni della penitenza nelle limpide acque del laghetto delle Mine e quelle ombre vane diverranno subitamente traslucide nell'aspetto. Davanti ad esse apparirà un vastissimo dilettevole scenario. Tanto vago ed ampio è il paesaggio ch'esse crederanno d'essere giunte nel paradiso terrestre e si scorderanno di proseguire per il Paradiso. Tutto ciò per opera dei buoni Livignaschi sempre pronti ai suffragi, alla pietà, al perdono, ma non alla dimenticanza.” Amara esemplificazione di un vecchio modo di dire: perdono, ma non dimentico!

Chi non può essere in alcun modo dimenticato sono gli operatori di stregonerie e malefici, streghe e stregoni. Il più curioso maleficio di cui le cronache livignasche sono memori si manifestò nel 1642; ce lo racconta Alfredo Martinelli ("La cerva, la volpe e Bepin de la Pipa"), nella raccolta "L'erba della memoria - Leggende e racconti valtellinesi" (Sondrio, 1964). Erano tempi duri, le due ondate di peste del 1629-30 e 1635-36 avevano arrecato gravi lutti anche in Alta Valtellina. Ma quella mattina la peste non c'entrava. Quella mattina, una fredda mattina d'inverno, diverse donne cacciarono un urlo tanto acuto e potente da richiamare l'attenzione di mezzo paese. La Maddalena, per prima, e subito, a ruota, Lucrezia del Canton, e, via via, molte altre. Cosa c'era da strillare? Queste buone donne, alzandosi dal letto di buon'ora, perché le cose da fare in una casa sono sempre tante, e troppe, si accorsero, con raccapriccio, che i loro piedi non entravano nei grossi scarponi che calzavano per difendersi dai rigori del freddo. Non c'era proprio verso: per quanti sforzi facessero, i piedi non ne volevano sapere di entrare. Piedi gonfi? Scarponi ristretti? Macché! I piedi erano diventati più grandi, di almeno due dita. Lo si vedeva ad occhio nudo. E le dita, quelle erano tanto deformate, da ritorcersi l'una sull'altra. All'inizio ebbero tanta vergogna che si chiusero in casa e pregarono, tutto il giorno e tutta la notte successiva. Senza esito. Si fecero, quindi, coraggio ed uscirono in paese, dove constatarono che la stregoneria non aveva risparmiato nessuno. Come, da chi e perché fosse venuta non ci fu modo di saperlo con sicurezza, anche se girarono voci diverse sul maligno visto su a li Steblina, su un gatto nero e su una lontra che avevano emesso versi diabolici, su una civetta a tre code che si era vista sul Ponte del Gallo. Si diede la colpa anche ai quei folletti dispettosi che di notte si intrufolano nelle baite attraverso gli “usciol” per il ricambio dell'aria, annidandosi nel petto di chi dorme e provocando gli incubi. Come annullare la stregoneria, però, questo era il problema più importante. Si decise di salire in pellegrinaggio all'alpe Vago e di piantarvi una croce come segno di penitenza e come supplica della misericordia divina. La quale non mancò di venire in soccorso dei Livignaschi, i cui piedi tornarono delle misure consuete.

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Non c'è stregoneria senza stregone. Ecco, al proposito, la storia di Bepin de la Pipa, che ebbe modo di fare esperienza diretta di questa verità. Ce la racconta di nuovo Alfredo Martinelli ("La cerva, la volpe e Bepin de la Pipa"), nella raccolta "L'erba della memoria - Leggende e racconti valtellinesi" (Sondrio, 1964); così la riassume Maria Pietrogiovanna:
Il cacciatore Bepin de la Pipa, andato a caccia risalendo il ponte delle Capre su per la valle del torrente Torto verso Trepalle, vide una bella cerva legata ad un albero e la slegò, lasciandola libera invece di ucciderla. Recatosi poi alla fiera di Tirano e non avendo venduto il bestiame, egli venne avvicinato da una bellissima donna a lui sconosciuta. Costei diede a Bepin il denaro corrispondente al bestiame, lasciando al livignasco sia i soldi sia gli animali. Ella raccomandò al cacciatore, inoltre, di essere sempre buono con la Cerva del Bosco e di uccidere, invece, la Volpe fulva delle Mine. Il montanaro comprese che la trasformazione della fanciulla in cerva era stato un incantesimo, uno dei tanti compiuti da un tizio stregone in grado di mutare la natura delle più belle fanciulle e di rilegarle in luoghi deserti e paurosi.
Passarono alcune stagioni ed un pomeriggio, mentre si trovava a falciare l'erba in un prato che aveva alla Tresenda presso lo Spöl all'imbocco della Valle delle Mine, Bepin de la vide Pipa vide la volpe. Egli la colpì con una terribile falciata, sicché la bestia, assai malconcia nelle zampe, fu costretta a fuggire e si infilò su per la valle verso li Steblina, dove le ossa di chi lassù muore devono essere lasciate. Infatti, se vengono tolte di là, subito vi tornano per forze misteriose, condannate alle pietraie spente fuor del tempo. La sera di quel giorno stesso, in paese fu portato d'urgenza il viatico ad un tizio stregone, ferito alle gambe così come era avvenuto alla volpe rabbiosa colpita da Bepin. Certo il tizio era "el striòn" che si era incarnato in quell'animale; altri non era che lo stregone che aveva fatto male a quella fanciulla, così pensò e commentò il montanaro nelle sere successive. Vero è anche, che con la morte di costui, nella vallata non si sentì più parlare di incantesimi. Infatti, non si è più sentito raccontare né di cerve legate né di volpi ringhiose in quel di Livigno. Neppure è più avvenuto che alle donne del luogo si involassero i panni e che le lenzuola stese fuori sui prati si vedessero poi, il giorno successivo, biancheggiare sulle cime dintorno. Solo nella Valle delle Mine si odono ogni tanto i gemiti degli spiriti delle solitudini, i quali si divertono a far rotolare sassi e macigni e che nelle notti solenni mandano lunghi ululati di angoscia.”


Ma la manifestazione più paurosa del male è quella del maligno stesso che, secondo antiche leggende, si manifestava nella forma di orrendi animali: il basilisco dall'occhio di fuoco, che andava nelle notti di plenilunio a caccia di anime al Grasso di Pra Grata, e la volpe maschio, dal pelo irto e coperto di aculei, che nei giorni del “solastro” veniva giù dalla Valle dell'Orsa, in cerca di cristiani da divorare. La vide, una volta, il coraggioso Stefanìn, venire giù dalla cima Serraglio. Se ne stava presso il crocifisso vicino alle pareti della cima, e non indietreggiò, ma, invocando la potenza divina e quella di San Michele, capo dell'esercito degli angeli, ingiunse alla belva di andarsene. Le sue parole provocarono una spaventosa saetta che colpì la belva, precipitandola sul fondo della valle. La leggenda narra, poi, che al coraggioso Stefanin capitò di trovare lo stesso crocifisso caduto giù dalla Cresta Serraglio e stretto nella morsa del gelo. Riconoscente per l'aiuto che gli aveva prestato quella volta di fronte alla volpe-diavolo, lo portò a casa sua, lo riscaldò e gli promise che l'avrebbe rimesso al suo posto. Questo avvenne, e fu così che Stefanin sentì tutto l'orgoglio di aver potuto ricambiare l'aiuto che gli era venuto dal Signore. La storia, però, non termina qui: al pastore era apparso anche lo spirito del nonno Stefanon, che gli aveva detto come liberarsi definitivamente dal basilisco-demonio: bisognava sorprenderlo nelle notti di novilunio e centrarlo, con un colpo di carabina, proprio nell'occhio di fuoco con il quale stregava e portava via le anime.
E con questo suggerimento che, forse, tornerà utile una volta o l'altra anche al più scettico fra i lettori, si chiude degnamente questa breve carrellata sui notturni livignaschi.
Ma dopo la donne, si sa, viene l'alba, e l'alba più attesa dell'anno era, un tempo, forse quella dell'Epifania, perché vi si giocava una gara d'abilità e d'astuzia: ciascuno cercava di sorprendere gli amici apostrofandoli, per primo, con la parola "gabinàt!"
Per chiudere con una nota simpatica, ecco, dunque, un divertente episodio raccontato da Glicerio Longa in “Usi e costumi del Bormiese” (1912, riedito da Alpinia Editrice nel 1998), che ha fra i protagonisti un sacerdote livignasco, don Doménik:
“È ancor vivo il ricordo di due buoni preti, dei quali uno mingherlino e quasi nano (al Sc’kenìn), l'altro corpulento ed aitante (don Doménik). Tutt'e due d'arguto e giocondo umore, vicini di casa ed amicissimi.
In una di tali feste il grosso prete se n'andava alla parrocchiale per dir la messa cantata; ma ogni tanto si voltava indietro guardingo, per tema di qualche sorpresa. Nulla. Solo da lontano, sulla strada bianca di neve, un uomo con una gerla s'avanza dritto e rapidamente, come se essa fosse vuota. Si era ormai alla piazza, fra la turba degli accorrenti alla chiesa. Ad un tratto dalla gerla emerge il capo grigio dello Sc’kenìn, che suona un pugno sulla groppa dell'amico, gridandogli, sghignazzando: «Gabinàt!».
"Te me l'èsc féjta sc’tòlta, ma te me la pagarèsc! Tu me l'hai fatta questa volta, ma tu me la pagherai!" risponde don Doménik – che era livignasco – voltandosi come sbalordito.
Poi, tra le risa approvatrici della folla, se ne vanno a braccetto in sagrestia.
Si racconta che l'anno appresso, al Sc’kenín venisse d'urgenza chiamato al letto d'una puerpera, di cui aveva battezzato il rampollo nella giornata.
Non è a dire come rimanesse, quando, entrato nella camera, sentì risuonare un allegro ghibinèt e riconobbe nella puerpera... l'amico don Doméník…
L'usanza di vincere il gabinàt è comune in tutto il Bormiese. A Cepina e in Valfurva dicono gabinèt, a Semogo ghebinèt, a Livigno ghibinèt. Qualche volta il prevenuto, sorpreso dal grido «Bondì, ghibinèt!», risponde scherzosamente: «Tiri la ció al ghèt! Tira la coda al gatto!».
Nota: Così la parola gabinàt, che vuol dire dono della Befana, come l'usanza sono di origine germanica (Baviera). Ma a noi l'usanza stessa pervenne certo dal Tirolo (Alto Adige), col quale pure l'abbiamo in comune. A Poschiavo, gabinàt regalo di capodanno, capodanno; trentino beghenate, benagate, i doni della befana, dal tirolese-bavarese gébnacht che significa natale, capodanno, epifania. Nel trentino, anche: canzoni cantate davanti alle case da ragazzi poveri da natale sino alla befana, e i doni che per ciò ricevono.

STORIA
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AMBIENTE

 

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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