SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): S. Ernesto abate, Carina

PROVERBI

La vén gió cumé còord (piove come se cadessero corde d’acqua, a dirotto – Samolaco)
Néf novembrina l’è mama e madrigna
(la neve di novembre è madre e matrigna, fa bene ai campi ma è segno del freddo invernale)
I dis che del’òtra part i sta bée; nigügn l’è mài turnàa ‘ndrée
(dicono che all'altro mondo si ta bene; nessuno è mai tornato indietro - Tirano)
Dulùr de mari, el dura un dì (dolore di un figlio, dura un giorno)
Al munt i l’à mìga facc an de ‘n dì (il mondo non l'hanno fatto in un giorno - Tirano)
I disgràzi li sa cur sémpri rée (le disgrazie si rincorrono sempre - Tirano)
La léngua la g’ha mìga i òss ma gli a fa rùmp (la lingua non ha ossa, ma le fa rompere - Sacco, Valgerola)
Al laurà da la ndumènaga al finis an crüsca (il lavoro di domenica non porta a nulla - Aprica)
Cuntar la vit'eterna coss'en i mai i ben da questa vita e i see guai?
(a considerare la vita eterna cosa sono mai i beni di questa vita ed i suoi guai? - Val Bregaglia)
Nassà e murì, sa sa miga cura ca 'l pò vignì (nascere e morire, non si sa quando possono avvenire - Poschiavo)

VITA DI UNA VOLTA

Paride Dioli, in "Caspoggio nel secondo millennio" (ed. Unione della Valmalenco", 2004), scrive:
"Quando moriva una persona i parenti, gli abitanti della contrada ed altre persone amiche e conoscenti, andavano alla casa del defunto a pregare in suffragio della sua anima. Il morto era disteso nel letto con il crocifisso ed il rosario tra le mani, coperto da un lenzuolo e da una sovraccoperta fino a metà vita e con ai lati quattro candelieri accesi. Ogni gruppo che si trovava nella stanza recitava un rosario di Ave Maria o di Requiem, alcune preghiere proprie dei defunti e quindi usciva lasciando il posto ad un altro gruppo. Davanti al portone di casa o nell'androne, se c'era, alcuni parenti del defunto distribuivano un pane di segale ed una ciotola di sale, a ringraziamento per il suffragio all'anima del defunto. Non sempre venivano distribuiti il pane ed il sale; alle volte solo uno dei due, secondo le possibilità economiche della famiglia.
Il pane poteva essere più grosso o più piccolo, come pure la ciotola, con cui veniva misurato il sale all'atto di levarlo da una tinozza di legno. Alle volte venivano fatte differenze tra parenti e non, riguardo alla quantità distribuita. Io, da ragazzo, ricordo di essere andato alcune volte a prendere il pane ed il sale dei morti. Questa usanza è scomparsa da almeno cinquant'anni.
"

Il 7 novembre del 1539 comincia una delle più lunge siccità della storia valtellinese di cui si abbia memoria. In proposito, nel saggio di Riccardo Scotti sull’evoluzione del clima valtellinese nei secoli XVI-XIX (in aa.vv., “Economia e Società in Valtellina e nei contadi nell’Età moderna”, tomo II, Sondrio, Fondazione Gruppo Credito Valtellinese, 2007), leggiamo:
"I primi segnali dell'instaurarsi di una lunga aridità si scorgono sul finire del mese di luglio (siamo nel 1539) quando, in molte località, soprattutto però della pianura, si svolgono processioni per implorare la pioggia. Le precipitazioni, insignificanti sino ad autunno inoltrato, in Valtellina risulteranno del tutto assenti a partire dal 7 novembre. Dal quel momento, per ben 150 giorni, sino al 7 aprile 1540, non una sola goccia d'acqua bagnerà i terreni valtellinesi, delle valli limitrofe e dell'intera pianura lombarda. Preceduti da una già lunga fase siccitosa, cinque incessanti mesi di secca producono conseguenze macroscopiche sul livello dei fiumi, ovunque asciutti, e, più in generale, sulle riserve d'acqua. È la solita cronaca del Merlo, qui alla sua ultima utilità paleoclimatica, a ricordarci come, per l'assenza di neve: "per tutto l'inverno si saria potuto passar la montagna dell'Oro per andar verso Bregaglia, che forse non accadè mai tal cosa".
Passate le non abbondanti piogge della tarda primavera, la siccità, ormai endemica, riprende il suo corso in estate, "tanto che più non piovete sino pasato le vendemie, di maniera che ogni persona estimava che quell'anno ... non si dovesi raccogliere nulla per il gran sutto che quella estate era fatto'''. Dello stesso tenore le notizie provenienti dai quattro angoli dell'Italia settentrionale: dall'Emilia al Friuli, dal Piemonte alla Toscana. Contrariamente a ogni attesa, però, i raccolti del 1540 risulteranno ovunque eccellenti, per quantità e per qualità, tanto che la "comune allegrezza" per la liberazione dal sospetto di un'epidemia di peste "venne raddoppiata dal succeduto abbondante raccolto di grani a fronte di una straordinaria siccità
".



Fra le leggende che rievocano gli scenari cupi del ritorno delle anime dal paese dei morti, nella prima settimana di novembre, quella del Sassello nella Valle del Bitto di Albaredo è sicuramente una delle più suggestive.
La fama della valle del Bitto di Albaredo legata, in passato, ai commerci plurisecolari fra Valtellina e Repubblica di Venezia, ed è ora legata alla produzione del più rinomato e pregiato formaggio valtellinse, il Bitto, proprio qui troviamo un cuore oscuro, due valli strette, incassate, profonde e tenebrose, le valli di Lago e di Pedéna. In alto, questa seconda valle si eleva, luminosa, fino al passo omonimo, che congiunge la valle di Albaredo con la val Budria (ramo occidentale della valle di Val Tartano).
Ma più in basso il suo carattere cambia. La fosca suggestione dei luoghi ha generato una leggenda, che da tempo immemorabile si racconta in questa valle. Protagonista è un pastore, tal Dario Perlina di Talamona, detto Sassello, giovane sicuro e baldanzoso. Lasciò, una notte di fine estate, Albaredo, per ritirare una forma di Bitto alla Casera di Pedena. Il campanile aveva appena battuto i due rintocchi. La notte era nel suo cuore più profondo. Saliva lungo la via Priula, e giunse alla sinistra val Viaga, infestata da streghe che si divertivano a terrorizzare, con le loro grida impressionanti, i viandanti. Qui è posta una cappelletta, appena prima di un masso che incombe sul sentiero: si dice che colui che non rivolge una preghiera alla Madonna, muore in modo orribile, schiacciato dal quel masso che, posto lì dalle streghe, si stacca, precipita sul suo capo per poi tornare al suo posto. Il Sassello, che era sì baldanzoso, ma non imprudente e, men che meno, impudente, si fermò e pregò la Regina dei Cieli. Passò, quindi, oltre, ed il masso non si mosse. Solo, si udivano provenire dal bosco suoni inquietanti, quasi risate agghiaccianti, che parevano dire: non pensare di averla scampata! Affrettò il passo, dunque, e raggiunse la chiesetta della Madonna delle Grazie, dove sostò per lasciare un'offerta nell'apposita bussola.
Mentre frugava nelle tasche per cercare la moneta, gli cadde l'occhio sulla profonda ed oscura forra che precipita nel torrente Bitto, e rimase impietrito: una luce azzurrognola, anzi, una sfera di luce azzurrognola se ne stava là, sospesa sull'abisso oscuro. Mentre faceva gli occhi piccoli per cercare di capire di che cosa si trattasse, il suono della campanella, che squarciò, improvviso, il silenzio, lo fece balzare indietro per lo spavento. Non c'era nessuno lì, nessuno nella chiesetta. Eppure la campana diede diversi rintocchi, prima che la sua voce morisse nel buio di quella notte senza stelle.
Il Sassello tratteneva il fiato, incapace di muoversi. Stava da qualche istante così, quando un nuovo evento prodigioso si manifestò ai suoi occhi: la sfera di luce divise in un gran numero di fiammelle, che salivano, ora, dalla forra verso la chiesetta.
Si scosse, allora, decise di scapparsene via, ma, non appena volse le spalle alla forra, si trovò davanti una figura che sembrava sbucata fuori dal nulla. Una figura di sacerdote, molto vecchio e stanco, con un Messale in mano. Prima che potesse riaversi da quest'ultima sorpresa, il sacerdote, con una voce calma, profonda, gentile, gli chiese di aiutarlo a servire Messa. La porta della chiesetta era aperta, le candele accese. Le fiammelle erano ormai al sagrato della chiesetta. Il Sassello sentì un'istintiva fiducia in quel prete canuto, lo seguì nella sagrestia, lo aiutò a rivestire i paramenti sacri e, quando questi uscì all'altare, lo accompagnò come i chierichetti fanno all'inizio della Messa. Ma a sorpresa si aggiungeva sorpresa, a prodigio prodigio: era bastato quel poco tempo trascorso in sagrestia, perché la chiesa si riempisse di gente. Gente pallida, mesta, di ogni età, condizione ed aspetto: c'era il pastore e c'era il signore, c'era la nobildonna e c'era l'umile lavandaia.
Non erano vivi, quelli, era la Messa delle anime defunte, ora lo comprendeva. Quanti e quali pensieri si affollarono nella sua mente durante la mesta liturgia, neppure lui avrebbe saputo dirlo. E giunse anche il commiato: "Ite, missa est". Fu percorso da un tremito, lo prese il timore che quelle anime defunte, lasciando la chiesetta, se lo portassero via con sé. Ma così non fu. Uscirono, composte e lente, le anime. Stava per uscire anche il sacerdote, ma si fermò e lo guardò. Nel suo sguardo c'era benevolenza e riconoscenza. "Quelle che hai visto, se non l'hai capito da te stesso, non erano figure di vivi, ma di morti, di anime che scontano la loro pena nel Purgatorio. Una pena che ha termine solo con la celebrazione della Messa dei morti, ma questa è possibile solo con la presenza di un vivo. Tu l'hai resa possibile. Tu hai concesso loro la liberazione dalle pene. Per questo le anime saliranno in Paradiso, e tu, come premio, sarai fra loro". Questo gli disse, ed uscì anch'egli, lasciandolo solo nella chiesetta, in compagnia di un interrogativo che non riusciva a sciogliere: cosa volevano dire quelle parole?
Basta con i misteri, basta con le apparizioni, ne aveva avuto a sufficienza. Di buona lena, riprese il cammino. Non vedeva l'ora di raggiungere la casera di Pedena, per scoprire, magari, che tutto quanto gli era successo era solo immaginazione. Scese al ponte Binnocchio, passò oltre e raggiunse quello di Pedena. Per far prima, non passò per quel ponte, ma prese a sinistra, alla curva di monte Scala, imboccando un sentiero che corre nel cuore di un fitto bosco. Dopo pochi passi, eccolo ad un ponticello di legno. Stava per passarlo, quando acadde un nuovo prodigio. Una luce, rossastra, illuminava il sentiero. Una figura prese corpo dentro quella luce, proprio nel mezzo del ponticello. Una figura difficile da descrivere. Ad un primo sguardo la si sarebbe potuta scambiare per un uomo nudo, basso, tarchiato. Ma poi, ad un esame più attento, quella figura sembrava avere ben poco di umano. Un viso gonfio, pieno di bitorzoli, con due grandi orecchie simili a quelle di un maiale, due corna in cima alla fronte, due occhi che sembravano tizzoni ardenti. I piedi, poi, erano deformati, sembravano zampe di uno strano animale, un misto fra una capra ed un maiale. Ed un gran puzzo di zolfo confermava che niente di umano stava di fronte al Sassello. Lui non ebbe dubbi: questo è il diavolo! Si fece, prontamente, il segno di croce. E la figura reagì subito, con una voce irata, terribile: "Come osi! Non sai chi hai di fronte? Io solo il signore di tutte le creature del bosco. E sono anche il tuo signore! Mi devi prestare obbedienza e venerazione!"
"Non ci penso nemmeno!", fu la risposta pronta e ferma del pastore. Uno che aveva servito la Messa dei morti, non poteva farsi spaventare neanche dal diavolo in persona. Fu quello che pensò, rispondendo senza paura a quell'essere mostruoso.
"Chi sei tu, che osi rispondere così al signore delle tenebre?" replicò, gonfiandosi e sprizzando scintille, il diavolo. "Io sono uno che se ne va con le anime salvate in Paradiso": fu questa la risposta che gli venne. Non sapeva neanche lui perché, ma gli erano rimaste scolpite nella testa le parole di quel vecchio prete, ed adesso le aveva sulle labbra.
A quella risposta, Belzebù fu come colpito da uno schiaffo, si gonfiò ancora di più, fece come se dovesse avventarsi sul pastore, ma, con un balzo, saltò giù dal ponte, sprofondando, con un grido orribile, nella forra. La terra si aprì, lo inghiottì, poi si richiuse. Si era fatto nuovamente silenzio. Un silenzio pesante come le gambe del Sassello. Ne aveva viste troppe. Era stremato. Chiamò a raccolta le ultime energie, varcò il ponticello e riprese a salire nel bosco. Non sapeva neppure lui come, ma alla fine ne uscì, alla casera di Pedena. Intanto qualche stella era apparsa in cielo, ma era anche venuta l'ora in cui la luce delle stelle è coperta da quella dell'alba. Bussò, con la poca forza che gli restava, alla porta della casera. Vennero ad aprire i suoi amici, ma non lo accolsero come si sarebbe aspettato. Non gi sorrisero, non lo salutarono. Rimasero sulla porta, un po' interdetti. "Chi siete, buon uomo?", gli chiesero.
Cosa accadeva? Era, questo, l'ultimo progigio? Non bastavano quelli della notte? Ne doveva accadere uno anche all'alba?
Rimasero così, il Sassello ed i suoi amici, per diversi istanti, e non avresti saputo dire chi era più stupito. Alla fine fu il Sassello a rompere il silenzio: "Amici, chi volete che sia, sono io". Lo riconobbero dalla voce. Era Dario. Ma non era più lui. Non era più il Dario nel fiore della giovinezza, il loro compagno di scherzi, avventure, camminate. Avevano di fronte un vecchio, curvo e canuto. Se n'era reso conto il Sassello? Nessuno lo saprà mai. Si racconta solo che chiese di entrare e di coricarsi, perché non ce la faceva più. Non gli fecero alcuna domanda. Lo accompagnarono al giaciglio e, per non disturbarlo, uscirono, per regolare le mucche.
Si addormentò subito, il Sassello, e nessuno seppe mai quali furono gli ultimi suoi pensieri. Quando tornarono gli amici, era quasi mezzogiorno, lo chiamarono, per farsi raccontare cosa gli era successo. Invano. Il Sassello non si destò. Era andato in Paradiso, come gli aveva predetto il vecchio prete. Questo era stato il suo premio per aver servito la Messa dei morti ed aver resistito alle tentazioni del demonio.
Da allora questo tragitto fu denominato “Sentiero dei Misteri”, e si dice che, percorrendolo nelle notti di luna piena, si abbiano buone probabilità (o si rischi molto, a seconda dei punti di vista) di essere testimoni di eventi arcani, prodigiosi, terribili.
Scettici? Beh, ciascuno prenda la leggenda come meglio gli aggrada. Quel che è certo è che percorrere il sentiero è sicuramente un’esperienza escursionistica interessante, anche se, prima di farlo di notte, è assolutamente consigliabile memorizzare il percorso di giorno, perché c’è qualche punto un po’ esposto e si attraversano un paio di prati al limite dei quali non è facile ritrovare la traccia, se manca la luce del giorno. Partiamo, allora, dalla piazza S. Antonio di Morbegno e, seguendo le indicazioni per Albaredo-passo di San Marco, raggiungiamo il bellissimo paesino che è cuore della valle omonima (m. 898). Visitata la bella chiesa che è guardata a vista da un leone (simbolo della potenza della Serenissima, dal commercio con la quale la valle traeva ricchi vantaggi), incamminiamoci sulla via Priula (la troviamo poco a destra del ristoro “Il cumpanadech”), superando l’arcana val Viaga e la più aperta valle Fregera. In corrispondenza del ristoro Via dei Monti, attraversiamo la strada asfaltata che conduce al passo e, percorrendo una strada sterrata, raggiungiamo l’oratorio della Madonna delle Grazie (m. 1157). Fin qui possiamo giungere anche con l’automobile: poco più di quattro chilometri oltre Albaredo troviamo, infatti, la deviazione a destra conduce al parcheggio nei pressi dell’oratorio. Scendiamo, poi, seguendo l’elegante tracciato della via cinquecentesca, fino ad un primo ponte (il ponte Binnocchio), che attraversa il torrente della valle Piazza, per poi raggiungere un secondo ponte, sopra il torrente della valle di Lago.
Appena prima del ponte, sulla sinistra, parte il Sentiero dei Misteri, segnalato da un cartello di colore blu. Il sentiero, in breve, raggiunge un terzo ponte, che, dopo l’apparizione di cui narra la leggenda, venne chiamato ponte del diavolo. Il ponte permette di attraversare il torrente della valle di Lago, per poi risalire lo stretto crinale di un dosso, che guarda, da entranbi i lati, su profonde forre. Dopo una breve uscita dal bosco, presso la cascina Scala (che si può raggiungere staccandosi, sulla sinistra, dal sentiero), il sentiero rientra nell’atmosfera sospesa del bosco. Raggiunta una ripida ed ampia radura, la si risale, per rientrare nel bosco alla sua sommità, sul lato destro (un secondo cartello ci aiuta a ritrovare la traccia).
Dopo un’ulteriore traversata, che ci fa progressivamente avvicinare al tracciato della strada asfaltata che corre più in alto, raggiungiamo alcuni secchi tornantini e saliamo ad intercettarla, quasi inaspettatamente. Uno scenario ben diverso si apre, allora, ai nostri occhi: dall’arcano regno delle ombrose (o tenebrose, di notte) fronte, eccoci consegnati alla luminosa presenza della valle Pedena, coronata dall’ampia e tranquilla sella del passo omonimo.
Se non vogliamo tornare per la medesima via di salita, possiamo percorrere un elegante anello che ha il suo punto più alto nel passo di san marco. Siamo a quota 1560, e dobbiamo incamminarci lungo la strada che porta al passo. Dopo la casera di Pedena, si incontra quella d’Orta (m. 1724). Sotto la casera si trova l’alpeggio omonimo, uno dei più pregiati della valle. Dopo diversi chilometri, appare finalmente il passo (m. 1992), facilmente individuabile per i tralicci che lo valicano. Oltre il passo si può scorgere, tempo permettendo, uno spaccato dell’alta val Brembana. Dalla leggenda alla storia: il ritorno può avvenire su un tracciato di notevole rilievo storico, la già citata via Priula, che abbiamo lasciamo appena prima dell’imbocco del ponte sulla valle di Lago. Questa via cinquecentesca assicurava i transiti commerciali da e per il territorio bergamasco, controllato da Venezia. Il suo percorso scende, elegante, lungo il fianco occidentale di un dosso, per poi valicarlo e, piegando leggermente a destra, raggiungere l’alpe di Orta vaga. La discesa prosegue ed il sentiero, attraversato il torrente della valle, entra nel bosco, con un tracciato che taglia il lungo dosso della Motta.
Al termine del dosso si raggiunge il dosso Chierico (m. 1219), splendida oasi di pace che improvvisamente precipita, con la più ripida fra le forre del Bitto, nel cuore oscuro della valle.
Ma noi, seguendo il tranquillo sentiero (che si fa comoda carrozzabile), scendiamo, in breve, al ponte della valle di Lago, per poi tornare, con un ultimo sforzo in salita, all’oratorio della Madonna delle Grazie, dopo circa 5 ore di cammino, con un dislivello di circa 950 metri.
Se, invece, ci limitiamo a risalire il Sentiero dei Misteri, per poi tornare per la medesima via, le ore si riducono a 3, ed il dislivello è di circa 520 metri. Se, infine, vogliamo partecipare ad una sorta di kermesse estiva che celebra la memoria di questi eventi prodigiosi, potremo, con ampia compagnia e nella cornice di una suggestiva manifestazione, salire sul far delle tenebre, per approdare ad un ristoro organizzato alla casera di Pedena.

STORIA
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AMBIENTE

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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(Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)