SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it): Trasfigurazione Nostro Signore

PROVERBI

Al mées d’aóscht i nìul i cambian pòscht (il mese di agosto le nuvole sono molto variabili – Samolaco)
La prima aqua d'agost la fa muri fo tüc’ i mosch (la prima acqua d'agosto ammazza tutte le mosche - Poschiavo)
L’è mei un bón müs che na bóna vigna (è meglio una buona faccia che una buona vigna - Ponte)
Un per l'altro se pò mìga morìr (nessuno può morire al posto di un'altra persona - Sondalo)
Al fiöl carezàa l’è mèz viziàa (il figlio accarezzato è mezzo viziato - Tirano)
Chi se scòta con l'acqua còlda, el g'ha pagüra anca de quèla frègia
(chi si scotta con l'acqua calda ha paura anche di quella vecchia - Sacco, Valgerola)
Cussè ghe ne pò la gata, se la masséra l'è màta
(che colpa ne ha la gatta se la massaia è matta - Sacco, Valgerola)
Ne 'ncumincià an fónt a la tina a cumpensà la farina
(bisogna iniziare dal fondo della tinozza a compensare la farina - Aprica)
L’acquä d'avóšt la fa crapà ‘l móšk (La pioggia di agosto ammazza le mosche - Villa di Chiavenna)
S'as voi fàr sempr'e l'agnel, sci as as fa maiär dal luf!
(a fare sempre l'agnello, ci si fa mangiare dal lupo - Val Bregaglia)
Genitùr ambiziùs e parent i scàldan al stüdi anca figliöl senza talent
(genitori ambiziosi e parenti spingono allo studio anche figli senza talento - Poschiavo)

San Salvatore

VITA DI UNA VOLTA

Si celebra oggi la ricorrenza di S. Salvatore, cui è dedicata una delle più antiche chiesette di Valtellina, quella nella località omonima sul versante montano di Albosaggia, in valle del Livrio. Località densa di suggestione e mistero.
Si tratta di una delle più antiche chiese del versante orobico, in quanto risale al VI secolo e testimonia l'importanza della valle del Livrio, una delle più frequentate vie di comunicazione fra Valtellina e versante orobico bergamasco fin dall'alto Medioevo. Fermiamoci sul sagrato per riflettere su un'antichissima leggenda legata ai teschi che essa conserva. Ascoltiamola dal racconto che ci offre, sul finire dell’Ottocento, Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagne:
O meglio, se lo preferisce, per un'altra serie di passi, si porti verso ovest nella valle del Liri al romantico eremo di S. Salvatore. Troverà là ampio ristoro alle sue fatiche nella Pensione Alpina, le cui finestre apronsi sul gran panorama del Bernina e del Disgrazia. Se egli s'interessa di antropologia, troverà nell'ossario della chiesupola degli scheletri interessantissimi. Ne ho misurato un gran numero con il dott. Carini, molti anni fa. Il curato, autorizzandoci, ci aveva detto: - Per amor del cielo, non mischiate i due crani che trovansi sull'altare. I contadini li portano di quando in quando vicino al torrente, l'uno per far piovere, l'altro per avere il sole. Uno scambio potrebbe aver delle conseguenze funeste -. Il brav'uomo non aveva l'aria di credere all'azione miracolosa dei due crani, ma essendovi dei realisti più realisti del re, vi son dei credenti più credenti del loro curato. E noi li vedemmo infatti fissare i loro occhi luccicanti nel mentre misuravamo i crani in questione, per ben sorvegliare che li rimettavamo nuovamente ai loro rispettivi posti! Ci parve non esserci sbagliati!
Dei 108 crani che abbiamo esaminato, trovansi il 37.96 % di brachicefali; il 41.66 % presentante ossa Wormiens e il 61.48 % la sutura metopica. Di 101 crani di cui abbiamo analizzato il volume, 55.44 % aveva un volume inferiore a quello degli Europei attuali, 36.63 % circa uguale e 71.92 % un volume superiore. La dentatura era perfetta. Le misurazioni delle ossa, ci hanno dimostrato che trattavasi in generale di persone di grande taglia (da 1 m.70 a 1 m.90) e le grosse impronte muscolari hanno evidenziato una forte muscolatura.
Da S. Salvatore si può salire al Corno Stella (2618 m.), montagna sì comoda da ascendere e a panorama sì sconfinato, al pizzo Campaggio (2300 m.) e al pizzo Meriggio (2200 m.). Ma se l'alpinista detesta anche le piccole ascensioni, risalga pei boschi di conifere al poetico laghetto della Casera e di là, per comodo sentiero, al lago di Zocca e ai pascoli del Meriggio. Egli godrà di lassù uno dei panorami più splendidi che sia dato godere: Tutte le montagne dei gruppi di Val Masino, del Disgrazia, del Bernina, dello Scalino-Painale, dell'Adamello, dell'Ortler-Cevedale, del Coca-Redorta, appariranno in tutto il loro splendore. Chissà se queste montagne non risveglieranno in lui il gusto delle grandi ascensioni. Allora egli potrà scendere per boschi di conifere, alla chiesuola di S. Bernardo, e di là a Sondrio, anelando di raggiungere alcuni di quei gruppi che di lassù ha potuto ammirare.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

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A San Salvatore i teschi fanno il bello e cattivo tempo. Non nel senso che scorazzino e spadroneggino orde di scheletri, ma nel senso letterale: si dice che alcuni teschi contenuti nell’ossario abbiano il potere di scatenare la pioggia o riportare il sole.
Ma andiamo con ordine. La Valle del Livrio, nelle Orobie centrali, fu, fin dalle età più antiche, una delle più frequentate vie di transito fra Valtellina e bergamasca. All’ingresso della valle, sul suo fianco orientale, troviamo, come sentinella, la chiesa di San Salvatore (m. 1311), nella parte bassa dell’omonimo alpeggio. Si tratta di una delle chiese più antiche di Valtellina, come testimonia anche la sua dedicazione non ad un santo, ma a Gesù Cristo, ed è monumento nazionale. Secondo la tradizione, risalirebbe al VI secolo d.C., e lo storico Francesco Saverio Quadrio testimonia l’esistenza di una lapide con incisi caratteri gotici, secondo la quale sarebbe già stata edificata nel 537 d.C. Per trovare le prime testimonianze certe dell’edificio sacro, però, dobbiamo portarci al XII secolo. E’ abbastanza certo, comunque, che esso fu uno dei primi presidi della fede cristiana in terra di Valtellina, se non il primo in assoluto, anche se dell’edificio originario non resta ormai più nulla, e quello attuale risale all’età barocca.
Non stupisce, quindi, che intorno ad essa siano fiorite diverse leggende e tradizioni. La più oscura rimanda al presunto omicidio di un parroco presso l’altare della chiesa, che, pare, venne per questo riedificato in una posizione diversa (rivolto ad occidente), dopo l’atto criminale che l’aveva profanato.
La più curiosa riguarda, invece, la conservazione, nell’ossario sul lato meridionale della chiesa, di molti teschi di dimensioni superiori alla media. Ne esaminò 108, insieme alle rimanenti ossa, sul finire dell’Ottocento, il naturalista ed alpinista Bruno Galli Valerio (i cui resoconti sono stati raccolti nel volume “Punte e passi”, edito nel 1998 a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci), che così sintetizza l’esito delle rilevazioni: “Le misurazioni delle ossa ci hanno dimostrato che trattatasi, in generale di persone di grande taglia (da 1 m.70 a 1 m.90) e le grosse impronte muscolari hanno evidenziato una forte muscolatura” (Op. citata, pg. 38). Lo stesso fa menzione di una credenza molto radicata, secondo la quale quei teschi possedevano poteri sovrannaturali, capaci di influire sulla situazione meteorologica. Racconta, al proposito, che il parroco, dopo averlo autorizzato all’esame dei crani, gli rivolge la raccomandazione: “Per amor del cielo, non mischiate i due crani che trovansi sull’altare. I contadini li portano di quando in quando vicino al torrente, l’uno per far piovere, l’altro per avere il sole. Uno scambio potrebbe avere delle conseguenze funeste” (Op. citata, pg. 37).

In effetti questi teschi vennero per secoli utilizzati per compiere riti propiziatori: in particolare, durante le tempeste più violente, la donna più anziana del paese prelevava il teschio legato al bel tempo e lo portava presso il torrentello che si trova immediatamente a valle della chiesa (si tratta del torrentello che scende dalla valle della Chiesa, denominazione che testimonia l’antichissima importanza religiosa di questi luoghi; del resto, anche Albosaggia deriva da “alpes agia”, che significa alpe sacra), immergendolo nell’acqua ed implorando la fine delle precipitazioni. Non sempre, però, le cose andavano per il verso giusto.
Si raccontano almeno un paio di “incidenti” che indussero seriamente a ripensare all’opportunità di simili rituali. Il primo capitò dopo due mesi di grande siccità, che avevano messo in ginocchio colture e contadini. Venne allora l’idea di utilizzare uno dei teschi prodigiosi, che fu portato al torrentello e bagnato con quel filo d’acqua cui esso si era ormai ridotto. La cosa sembrò funzionare, perché, in un rapido volgere di tempo, il cielo si fece scuro e cominciò a piovere. Ma la pioggia si fece sempre più violenta, divenne torrenziale, e si alzò anche un fortissimo vento, che sradicò alberi e scoperchiò tetti. Alla fine, per soprammercato, cadde anche, con grande veemenza, la grandine. La gente interpretò quanto accaduto come punizione divina contro un gesto che doveva considerarsi sacrilego. Un’altra volta capitò qualcosa di simile, ma con il secondo teschio, quello del bel tempo. Pioveva, come si suol dire, che Dio la mandava, e la gente cominciò a temere per la tenuta di prati e valgelli. Il teschio venne, quindi, prelevato per il rito consueto, ma questa volta il tempo, anziché migliorare, peggiorò, e gli elementi parvero intensificare la loro furia. Anche in questo caso vi fu chi interpretò l’accaduto come punizione per il rito sacrilego, ma non mancò chi spiegò l’accaduto parlando di un intervento del demonio, cui, com’è noto, si attribuiva il potere di scatenare tempeste ed uragani.
Sembra, infine, che il rituale del lavaggio dei teschi avesse un significato più ampio del semplice rito propiziatorio: infatti questi venivano lavati per ingraziarsi i defunti ed assicurarsi, così, la loro protezione.

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Raggiungere San Salvatore è facile: si utilizza una carrozzabile che parte dal centro di Albosaggia (m. 490), nei pressi del municipio e del palazzo Paribelli. La strada si dirige ad ovest, attraversando una bellissima fascia di castagni e raggiungendo, dopo 2,5 km, la chiesetta di S. Antonio (m. 775), recentemente restaurata, addentrandosi, poi, nella valle. A 4,3 km da Albosaggia raggiungiamo Cantone (m. 990) e, circa mezzo chilometro più avanti, Nembro (m. 1070), dove l’asfalto cede il posto al fondo in cemento, per l’ultimo strappo dalla pendenza davvero severa. A San Salvatore dobbiamo imboccare una strada che scende leggermente sulla destra per raggiungere il sagrato della chiesa, che si trova a 5,6 km da Albosaggia. Qui troviamo anche il rifugio Saffratti, ottimo punto di appoggio per molteplici soluzioni escursionistiche.
Gli amanti della mountain-bike possono proseguire sulla pista sterrata che risale, con alcuni tornanti, i prati dell’alpeggio, proseguendo in una bella traversata degli alpeggi più alti che si stendono ai piedi dei pizzi Campeggio e Meriggio. La traversata, di grandissima suggestione panoramica, passa ai piedi dell’alpe Meriggio e prosegue con la discesa all’alpeggio Campelli, dove troviamo una comoda strada asfaltata che ci riporta, dopo circa 27 km e mezzo, al centro di Albosaggia.
Ovviamente, possiamo anche effettuare diverse escursioni a piedi, nei fiabeschi boschi di larici sopra San Salvatore, raggiungendo il lago della Casera o quello della Zocca. Salendo lungo la strada sterrata che parte da San Salvatore, troviamo, sopra le case più alte della contrada Ca’ (m. 1516), l’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi, dove un cartello segnala la partenza di un sentiero (segnavia bianco-rossi) che si inoltra in un bellissimo bosco di larici. Uscito dal bosco, il sentiero, dopo un breve tratto di salita ripida in un’ampia radura, supera alcune baite sulla destra del sentiero e raggiunge un bivio, segnalato da cartelli. Proseguendo diritti, in salita, raggiungiamo il bordo settentrionale del laghetto della Casera, a 1910 metri, che si trova in una conca sul limite inferiore dell’alpe omonima, dove si trova anche il rifugio Baita Lago della Casera. Salendo all’alpe, ci ricongiungiamo con la strada sterrata, seguendo la quale possiamo effettuare una comoda traversata, verso sinistra, alla bellissima piana delle Zocche, dove troviamo l’omonimo laghetto (m. 2061). Dall’alpe delle Zocche possiamo proseguire la traversata verso nord-est e raggiungere l’alpe Meriggio, o sfruttando la pista sterrata, oppure il sentiero che, più in alto, sale al facile passo di Portorella (m. 2127). Se, invece, al bivio sotto il laghetto della Casera prendiamo a destra (per chi sale), troviamo, poco oltre un casello per l’acqua, la partenza del sentiero pianeggiante che, ad una quota di poco superiore ai 1800 metri, segue il canale di gronda della Sondel e porta, dopo un primo tratto sostanzialmente pianeggiante (una decina di minuti) al rifugio Baita Calchera (m. 1830). Da qui, risalendo i ripidi prati alle sue spalle, su traccia di sentiero, possiamo raggiungere l’alpeggio di Camp Cervè (m. 2184), in un’ampia conca ai piedi del pizzo Campaggio (m. 2052): qui ritroviamo la pista sterrata, seguendo la quale, verso sinistra, possiamo effettuare la traversata all’alpe della Casera (passando a monte del lago della Casera, al quale possiamo facilmente scendere se vogliamo chiudere un breve anello tornando al bivio di partenza) e da qui all’alpe delle Zocche.
Alcuni, dal rifugio Baita della Casera, proseguono lungo il canale di gronda, addentrandosi sul fianco orientale della valle del Livrio, alla volta del rifugio Caprari (m. 2130). La pista, pianeggiante, supera la selvaggia valle di Camp Cervè, ma il transito è vietato ai non autorizzati, anche perché è necessario attraversare alcune gallerie, una delle quali, piuttosto lunga, richiede anche una torcia. In ogni caso, essa porta, superato anche il solco della valle Biorca (o Biolca, dal mantovano “biolca”, bue, oppure dal dialettale “biork”, forca), ad una baita isolata, a quota 1860, alla quale si può giungere anche sfruttando un sentierino che sale dal fondovalle. Per effettuare la traversata dal rifugio Saffratti al rifugio Caprari, dunque, conviene seguire questa diversa via.
A San Salvatore, invece di salire alla parte alta dei prati, imbocchiamo la pista che scende tagliando il fianco della valle. Perdiamo, così, qualche decina di metri di quota e ci portiamo sul fondovalle dove troviamo, in successione, le località della Teggia (m. 1266) e della Crocetta (m. 1251). Qui la pista riprende a salire, fino alla località del Forno (m. 1315), dove un ponte ci porta sul lato destro (per noi) della valle. Proseguiamo fino alla radura della Piana (m. 1464): qui dobbiamo tornare, sfruttando un ponticello, sul lato sinistro della valle, ed imboccare il sentierino che sale, ripido, sul fianco meridionale (di destra, per chi sale) della valle Biorca, fino ad intercettare i binari del carrello di servizio. Una ventina di metri a sinistra il sentierino riprende a salire e conduce, in breve, alla baita di quota 1860.
Dalla baita al rifugio Caprari il percorso è semplice: basta seguire il sentiero segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, che inizia a guadagnare quota con un primo strappo severo, e che ci porta alle baite Scoltador (m. 2046). Qualche sforzo ancora, e siamo al rifugio (m. 2130), nei pressi del lago di Publino.
La traversata da San Salvatore al rifugio richiede circa tre ore di cammino, necessarie per superare poco meno di 900 metri di dislivello.

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Il 6 agosto 1893 giunse a Campo Tartano, in visita pastorale, il futuro cardinale di Milano Andrea Ferrari, allora vescovo di Como (1892-94), e si fermò fino al giorno successivo, consacrando la chiesa e l'altar maggiore. In paese non si parlava d'altro: tutta la gente esprimeva la sua ammirazione per quel cardinale così santo, così coraggioso e così alla mano. Dicevano: "Pensée mò che l'è pasà da Rusanìda!" Da allora, quando qualcuno si lamentava di dover badare alle capre, veniva quasi sempre apostrofato con frasi di questo tenore: "Vàrda che dàa 'l cardinal Feràri l'ha fàc ul cauréer", cioè "Guarda che anche il cardinal Ferrari ha fatto il capraio!". Si diceva anche: "Crèet mìa da sbasàt a percürò 'l càure, che dàaa 'l cardinàl Feràri, quànt l'èra 'n tùus, l'andàva cul càure", cioè: "Non credere di fare un lavoro umile curando le capre, perché anche il cardinal Ferrari, quando era ragazzo, andava con le capre" (cfr. il Vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini).
La sua visita fu legata anche ad un evento misterioso e prodigioso. Per comptrenderlo, dobbiamo fare un passo indietro, el tempo e nello spazio. Raccontano che il sentiero fra Alfaedo (sopra Selvetta) ed il maggengo della Motta, sul fianco orientale della val Fabiòlo (sentiero, peraltro, assai interessante, che
permette di entrare nella valle sfruttando una bocchetta tagliata sul selvaggio fianco montso che scende dalla cima della Zocca) fosse presidiato da un “basalesk", drago con le ali di pipistrello e la testa di gallo, che spesso si appostava nello stretto ed ombroso corridoio della bocchetta.

Altro sentiero della val Fabiòlo infestato dai "basalésk" (o "basalìsk") era quello della "Rusanìda",assai stretto e pericoloso, fra roccioni e strapiombi impressionanti sul versante orientale della valle, fra la Motta ("mùta") e la parte alta della valle sopra la Sponda. I viandanti che si avventuravano su quel sentiero non di rado si imbattevano nel mostro dagli occhi di fuoco, che veniva su dall'orrido canalone intagliato nella roccia sotto la cima della Zocca, o che si materializzava, d'improvviso, su una roccia a monte del sentiero, proprio nei punti più delicati, dove non si poteva correr via, ma occorreva procedere con cautela, passo dopo passo.
Ecco perché qualcuno s'era perso su quel sentiero, era scomparso, non se n'era saputo più nulla: sicuramente c'era di mezzo l'infernale basilisco. Poi, però, accadde un miracolo. Il cardinal Ferrari,per salire a Campo nella visita pastorale del 6 agosto, era passato proprio da quel sentiero. Veniva da Faedo e passò per il passo della Motta, la bocchetta che, come sopra abbiamo visto, era infestata da un grande basilisco. Per risparmiare tempo, non era sceso al fondovalle, dove sale la comoda mulattiera dalla Sirta, ma era rimasto a mezza costa, sfruttando appunto il sentiero della Rusanìda. Era un uomo di grande tempra, oltre che di grande santità, non aveva paura di fatica e dirupi.

Quando giunse al punto più critico, dove il sentiero è intagliato nella viva roccia e corre su un impressionante strapiombo, gli uomini che gli facevano da guida si offrirono di sorreggerlo e di dargli la mano per sicurezza. Egli, però, non volle farsi aiutare, e rivelò di essere stato, da ragazzo, umile capraio: ne aveva visti di passaggi sospesi sul vuoto, ormai non lo impressionavano più.
Ma, direte, cosa c'entra tutto questo con il basilisco? C'entra, eccome, perché dopo il passaggio del Cardinale, il basilisco scomparve. Nessuno lo vide più, né alla Rusanìda, nè al passo della Mùta. Nessuno ne sentì più parlare. Il sentiero rimase con tutti i suoi pericoli, ma almeno fu liberato da quell'essere malefico.
A questo punto, però, doabbiamo saperne di più sul misterioso basilisco.
Nel bestiario immaginario con cui la fantasia popolare ha animato boschi, selve e foreste il basilisco ha sicuramente un posto di rilievo, fin dal Medio Evo. Il termine deriva dal greco “basileus”, che significa re, e non si riferisce al rettile dei sauri diffuso nell’America tropicale (e chiamato con lo stesso nome per via della cresta che, a mo’ di corona, porta sul capo e sul dorso): si tratta, invece, di un animale fantastico, strettamente imparentato, come la salamandra, ai draghi, di cui ripropone alcune caratteristiche tipiche.
Nell’antichità lo scrittore latino Plinio il Vecchio presenta il basilisco come serpente con una macchia a forma di corona sulla testa; si legge, in un Dizionario delle Scienze Naturali del 1832:
"Nessuno animale è stato forse al pari di questo, argomento di tanti pregiudizi! I più antichi autori hanno parlato sotto questo nome di un serpente, che poteva dar la morte con un solo de' suoi sguardi; altri hanno preteso che non potesse esercitare questa facoltà quando non era il primo a vedere.
Si è creduto che il gallo nella sua vecchiezza deponesse un uovo, dal quale venisse alla luce il basilisco, lo che come ognun vede è affatto contrario al sistema della natura, la quale accorderebbe al sesso maschile uria facoltà che è esclusivamente propria del sesso femminino. L'Aldovrando e molti autori ne hanno dati delle ligure. Veniva rappresentato con otto piedi, con una corona sulla testa, e armato di un becco adunco e ricurvo... Plinio asserisce che il serpente chiamato basilisco ha la voce sì terribile da far paura a tutla l'altre specie, e che in tal modo le scaccia dal luogo che abita onde regnarvi da sovrano
...Le bizzarre forme e le proprietà favolose che si erano attribuite a un animale, il quale probabilmente non è mai esistito, avevan reso il suo nome tanto celebre da cercare d'applicarlo ad un'altra specie, lo che infatti è avvenuto.
Seba ha rappresentata una specie di lucertola con la testa sormontala da linee rilevate e col dorso armato di una larga cresta verticale, che si stende fin sulla coda, e che quest'autore credeva destinata al volo; e l'ha additata sotto il nome di basilisco o drago d'America, anfibio volante. Questo è l'animale che in seguito è stato descritto iu tutte le opere sotto il nome di basilisco."

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Nel Medio Evo l’animale fantastico assume una forma più complessa: l’inglese Chaucer attribuisce al nome il significato di gallo-re (basilicock), e da allora venne rappresentato come tipo particolare di drago, con elementi del corpo di un gallo, o come gallo quadrupede con una lunga coda da serpente. Se ne immaginarono due diverse versioni, quella alata e volante e quella solamente terrestre. In ogni caso il basilisco aveva caratteristiche malefiche peculiari, legate al veleno della sua lingua (con il quale poteva uccidere, ma più spesso avvelenava le fonti cui si abbeverava o faceva marcire frutti e pascoli), ai poteri terrificanti del suo sguardo (capace di stordire o impietrire le persone, ma anche di frantumare pietre) ed quelli altrettanto temibili del suo fischio (capace di stordire o uccidere).
È interessante osservare che nei secoli passati venne elaborata una vera e propria spiegazione (che ai nostri occhi appare, ovviamente, pseudoscientifica) del malefico potere del basilisco di uccidere con il solo sguardo. Ne fa menzione anche Vittorio Spinetti, nel suo volume “Le streghe in Valtellina” (Sondrio, 1903), riportando affermazioni desunte dal “De strigiis” di frate Bernardo Rategno (il quale, a sua volta, chiama in causa l’autorità di San Tommaso d’Aquino): “E il frate inquisitore spiega la malia fatta ai fanciulli appoggiandosi all'autorità del Beato Tomaso dicendo che quella « è un'infezione che procede dagli occhi infetti por la malizia dell'anima, coli' aiuto del demonio e col permesso di Dio, e che ciò avviene specialmente nelle vecchie, nelle quali per una certa malizia contratta coll'amicizia e col patto dei demoni si forma un rivolgimento nocivo e velenoso attraverso le vene sino agli occhi di quelle, e dagli occhi alla cosa guardata attraverso uno spazio determinato, e così lo sguardo di esse velenoso e nocivo corrompe e guasta fanciulli che hanno corpo tenero e facilmente impressionabile e in tal modo infermano e vomitano il cibo.
E perché avviene perché la donna (actualiter menstruata), se guarda in uno specchio puro e terso, subito lo guasta e lo deturpa, e il basilisco quando vede l'uomo lo uccide.”

Questo famigerato mostro venne ben presto accolto nell’arco alpino (fino al secolo XVIII si sconsigliava di valicare alcuni passi alpini perché particolarmente infestati da draghi; famoso, fra questi, il drago della val Bregaglia, che infestava il passo del Maloja). Giunse, quindi, anche in terra di Valtellina e Valchiavenna, dove diverse sono le sue denominazioni dialettali (“basalèsk”, “baselèsk”, “basalìsk”), oltre che le rappresentazioni: spesso, infatti, viene presentato come animale di dimensioni più ridotte rispetto a quelle canoniche dei draghi (qualcosa di simile ad un geko, o anche ad un grosso rospo), ma non per questo meno temibile, anzi, più insidioso perché capace di mimetizzarsi e nascondersi negli anfratti ombrosi dei boschi. La sua azione malefica si esercita solo raramente sugli uomini: più spesso, infatti, inquina fonti d'acqua o avvelena frutti e raccolti.
Per saperne di più, cediamo la parola ad uno dei massimi conoscitori dell'universio immaginario alpino, Aurelio Garobbio, che, nella raccolta “Leggende delle Alpi Lepontine e dei Grigioni” (Rocca San Casciano, Cappelli, 1969, pg. 51), scrive:
"È poco piú grosso di un ramarro, e gli somiglia anche, benché la sua pelle non sia verde bensì grigio-scuro e coperta di squame. Sulla testa ha una cornea corona, lungo il filo della schiena e sulla coda una durissima cresta a sega. Ai lati gli spuntano due ali membranose che apre volando al pari di un pipistrello. Cacciando fuori la bifida lingua fischia e richiama l'attenzione degli uomini e degli animali.
Chi guarda i suoi occhietti verdi resta incantato e rimane come di sasso. Non un piede può muovere, né una mano, né abbassare le palpebre per sottrarsi al maleficio, né urlare per chiamare soccorso. Il veleno del gallo basilisco ha effetto immediato e non c'è scampo; la dannata bestia aspetta però a morsicare la vittima che non può fuggire, fermandosi a fissarla per intere ore, godendo del disperato terrore ed accorciando il supplizio soltanto se ode avvicinarsi qualcuno.
Interi boschi e fiorenti cascinali a volte si incendiano e in un batter d'occhio sono preda delle fiamme. È il gallo basilisco che volando sinistramente ha lasciato cadere una goccia del veleno.

Si dice che l'orrida bestia nasca dall'uovo di un gallo di sette anni, covato dal gallo per tre settimane.
Il girasole ha il potere di tenerlo lontano, come lontani tiene gli altri rettili; per questo sull'angolo degli orti e dei campi vedete il giallo fiore eretto sull'alto fusto, quasi in vedetta."

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La sua presenza viene segnalata in diversi luoghi. Eccone alcuni.
In
Val Gerola pare che il basilisco minacci uomini ed animali con il suo fischio terribile, capace di tramortire ed uccidere la terza volta che lo si sente (per questo non bisogna indugiare: non appena lo si ode, è necessario fuggire tappandosi ben bene le orecchie).
A
Castione sembra, invece, che quest’animale sia una versione, o mutazione malefica del rospo, tanto che viene chiamato “sciatt basalisk”: il suo corpo, infatti, è simile a quello di un grande rospo, con una lunga coda, o, secondo altri, è il corpo di un serpente con una testa di rospo. Un tempo molte persone raccontavano di aver udito il suo verso raccapricciante, poche, invece, potevano dire di averlo visto; in ogni caso, manco a dirlo, si assicurava ai bambini che, avventurandosi da soli nel bosco, sarebbero stati facile preda del mostro.
Il basalèsk della Rusanida, di cui abbiamo parlato sopra, amava, di tanto in tanto, spiccare il volo e visitare anche l'opposto versante retico: così, da Talamona più d'uno lo vide traversare dall'uno all'altro dei bastioni che sono un po' le colonne d'Ercole fra bassa e media Valtellina, il Crap del Mezzodì, sul lato orobico, ed il Culmine di Dazio, su quello retico. I testimoni lo hanno descritto abbastanza concordemente come serpente di color verde, giallo e nero, con una corona che ne traversava il dorso dal capo alla coda.

Parente stretto di questo basalèsk era quello che viveva nei monti sopra Talamona, nelle valli dul Birr e dell'Uàt, nei pressi del Faìi (Faedo) di Talamona.

Ce ne parla Daniela Larraburu, nel volume "Talamonesi nel mondo : trenta giorni di nave a vapore", edito dal Comune di Talamona (Sondrio, Polaris, 2008). Questo, però, aveva una particolarità: esercitava il suo potere mortale sugli uomini in virtù di un sasso che teneva sempre in bocca. Sempre, ad eccezione di quando beveva alle acque del solito ruscello. Una sera Ciaponi Giacomo, contadino che portava spesso le sue mucche ad abbeverarsi al torrente della valle dul Birr, mentre le bestie si abbeveravano alle sue acque vide, più in basso, l'orrenda bestia. Purtroppo nello stesso istante anche la bestia lo fissò. Fu preso da vivo terrore, perché aveva ascoltato più e più volte, fin da piccolo, che se il basilisco incrocia lo sguardo con quello di un essere umano, per costui è la fine. Fortuna volle che anche la bestia fosse presso il torrente per abbeverarsi, per cui aveva già deposto il sasso fonte del suo malefico potere. Il Giacomo ebbe così salva, per l'immediato, la vita, altrimenti sarebbe caduto, come ad altri era capitato, in un torpore innaturale, che l'avrebbe condotto alla morte, preceduta dal vomito di una sorta di bava biancastra. Ma fu segnato dalla terribile esperienza, come lo furono, per qualche tempo, le sue bestie. Queste, infatti, per un bel po' ebbero il latte guastato: usciva dalle loro mammelle rancido e maleodorante. A lui, invece, si guastò il sangue e, poco a poco, si manifestarono i sintomi di un malessere sempre più accentuato: si sentiva sempre più stanco, fiacco, si trascinava, quasi, negli ultimi giorni, finché si mise a letto e si addormentò, per non alzarsi mai più. Neppure lui era sfuggito al basalèsk.
Il già citato Aurelio Garobbio, nella bella raccolta “Montagne e Valli incantate”, (Rocca San Casciano, Cappelli, 1963, pg. 146), menziona un basilisco che infestava la vicina Costiera dei Cech: "L'immondo basilisco brucia con il fiato i raccolti della solatia costiera dei Cech".
Sempre sul versante orobico, ma più ad oriente, sembra vivesse un altro basilisco: diversi pastori, all'inizio del secolo scorso, raccontavano di averlo avvistato in val Caronno, fra i cespugli di rododendri. Si trattava di un grosso serpente dalla testa sormontata da una cresta rossa, quasi fiammeggiante, spessa almeno un dito, e dalle pupille che ruotavano nelle orbite.
Come già detto, il basilisco veniva spesso immaginato come animale mezzo gallo e mezzo drago volante, ed era temutissimo dai contadini, perché si credeva che potesse incenerire una persona con il solo sguardo (ed in effetti, etimologicamente, “drago”, dal greco “drakon”, è l’animale che ti punta contro lo sguardo, che vede con sguardo acuto in lontananza). Si credeva anche che il basilisco nascesse dal centesimo uovo deposto da una gallina, più piccolo di quelli normali e senza tuorlo, o anche da un uovo deposto da un gallo. Se lo si trovava, lo si doveva gettare subito alle proprie spalle, e non ci si doveva girare per nessun motivo, neppure se si sentivano rumori raccapriccianti: in caso contrario, il mostro sarebbe uscito dall’uovo dischiuso, ed allora erano guai.

Nella vicina Val Bregaglia, per la precisione a Bondo, la credenza nel basilisco era assai radicata: lo si immaginava come una specie di gallo selvatico dall'aspetto insolito e dal comportamento molto aggressivo: "balza addosso all'uomo con balzi prodigiosi, schizzando veleno e rincorre chi fugge; soffia come un gatto e talvolta emette fischi spaventosi, che fanno impazzire il bestiame sul pascolo. Il potere fascinatorio del suo sguardo è pericoloso e anche mortale; il basilisco offende: stordisce la preda, incanta chi vede anche da lontano; chi è colpito dal suo sguardo perde la parola o muore; se è lui il primo a veder gli altri, questi muoiono subito, se invece sono gli altri a veder lui, è lui che muore" (citato da "E le stelle stanno a guardare", articolo di Remo Bracchi sul numero 54 del 2001 del Bollettino della Società Storica Valtellinese).
Remo Bracchi (cfr. articolo citato) ricorda che in diversi dialetti valtellinesi resta il riferimento al basilisco, in espressioni come "basalìsch" (detto, a Frontale, di un ragazzo discolo o addirittura furfante), "brut basalìsch" (detto, a Grosio, di un ragazzo eccessivamente vivace), "brut serpént di li àla vérda" ("brutto serpente dalle ali verdi", detto, a Sondalo, di un ragazzo scatenato). Un riferimento a questo mostro alato, in una curiosa versiona antropomorfa, si trova nei verbali di interrogatorio in un processo per stregoneria intentato, a Bormio, nel 1631 contro una tale Caterina figlia di Vasino Mastino detto Sbòp: un testimone riferisce che, durante una cena con l'imputata, vide venire sopra la cima degli alberi "un huomo fatto di tre colori, rosso, uerde et giallo; et haueua una coda sparpagliata rossa, et caminaua pian piano assai commodamente."

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In quel di Livigno il basilisco è manifestazione del maligno stesso. Si immaginava che, con i suoi occhi fiammeggianti, vagasse di notte, in cerca di anime da trascinare con sé all'inferno. In particolare, erano le fanciulle ad essere maggiormente esposte a questo pericolo, il pericolo della tentazione, tanto che le nonne le ammonivano con una frase che si ripeteva di generazione in generazione: "sfuggi alla tentazione, il basilisco ti porta alla perdizione".
Il diavolo, infatti, secondo antiche leggende, si presentava sotto forma di orrendi animali: il basilisco dall'occhio di fuoco, che andava nelle notti di plenilunio a caccia di anime al Grasso di Pra Grata, e la volpe maschio, dal pelo irto e coperto di aculei, che nei giorni del “solastro” veniva giù dalla Valle dell'Orsa, in cerca di cristiani da divorare. La vide, una volta, il coraggioso Stefanìn, venire giù dalla cima Serraglio. Se ne stava presso il crocifisso vicino alle pareti della cima, e non indietreggiò, ma, invocando la potenza divina e quella di San Michele, capo dell'esercito degli angeli, ingiunse alla belva di andarsene. Le sue parole provocarono una spaventosa saetta che colpì la belva, precipitandola sul fondo della valle. La leggenda narra, poi, che al coraggioso Stefanin capitò di trovare lo stesso crocifisso caduto giù dalla Cresta Serraglio e stretto nella morsa del gelo.
Riconoscente per l'aiuto che gli aveva prestato quella volta di fronte alla volpe-diavolo, lo portò a casa sua, lo riscaldò e gli promise che l'avrebbe rimesso al suo posto. Questo avvenne, e fu così che Stefanin sentì tutto l'orgoglio di aver potuto ricambiare l'aiuto che gli era venuto dal Signore. La storia, però, non termina qui: al pastore era apparso anche lo spirito del nonno Stefanon, che gli aveva detto come liberarsi definitivamente dal basilisco-demonio: bisognava sorprenderlo nelle notti di novilunio e centrarlo, con un colpo di carabina, proprio nell'occhio di fuoco con il quale stregava e portava via le anime.
Ma, per equità, dobbiamo dar voce anche agli scettici, a coloro che credono il basilisco null’altro se non un frutto della fantasia delle genti di montagna, in tempi nei quali solitudine e durezza delle condizioni di vita alimentavano l’immagine di una natura tutta popolata da mostri ed esseri fantastici. Scegliamo come campione degli scettici Bruno Galli Valerio, naturalista ed alpinista, che molto frequentò ed amò Alpi Retiche ed Orobie fra la fine dell’Ottocento ed il primo decennio del Novecento. A lui la parola: “E per prima la leggenda del basilisco, il serpente dalla cresta rossa, che si vede di quando in quando sui pascoli di Caronno.
- L'hai mai visto? domandai un giorno a un pastore.
- Sì l'ho visto, rispose sgranando gli occhi, e indicando col dito, tenendosi a rispettosa distanza, la bella vipera stesa nella mia scatola dell'erbario, in mezzo ai fiori dai colori brillanti, l'ho visto, come vedo questo serpente.
Ciò che il pastore diceva di aver visto, era il grande serpente dalla cresta di fuoco, con gli occhi che ruotano nelle orbite: il basilisco. La cresta era almeno dello spessore di un grosso dito. L'aveva proprio visto lassù nei cespugli di rododendri della valle di Caronno, e potete immaginare il suo spavento. Non aveva avuto il coraggio di seguirlo come ora non osava toccare la mia vipera, nonostante fosse morta. Non si sa mai! E tutti gli altri pastori erano raggruppati intorno a noi, gli occhi fissi sulla povera vipera, le orecchie tese al racconto fantastico del loro amico. E a poco a poco, sotto l'influenza suggestiva delle parole, la mia vipera appariva ai loro occhi sempre più grande, la cresta cominciava a comparire sulla testa, una cresta ancora piccolina, appena visibile, gli occhi cominciavano a muoversi nelle orbite...e un anno dopo, tutti lassù raccontavano la storia fantastica di un grosso serpente dalla cresta rossa, che io avevo ucciso sui pendii dello Scotes che tutti avevano visto, gli occhi giravano ancora nelle orbite, nella mia scatola erbario!
La leggenda del basilisco era stata così interamente confermata dai fatti ed ora non poteva più essere messa in dubbio dai giovani pastori che, oramai potevano testimoniare coi vecchi l'esistenza di quella orribile bestia, là, in mezzo alle Alpi orobie...Un giorno o l'altro, mi vorranno come testimone!” (Bruno Galli Valerio, Punte e passi, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).
Ecco, poi, un interessante riferimento letterario che ci porta nella cornice della Valle del Bitto di Gerola. Cirillo Ruffoni, nel romanzo storico "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento" (Tipografia Bettini, Sondrio, 1998), riporta il seguente dialogo fra una bisnonna ed i suoi nipoti:
“- E' vero che alcuni serpenti incantano con gli occhi e bisogna stare attenti a non guardarli?
- Così dicono. Ricordo che tanti anni fa un mio zio mi raccontava di quella volta che aveva visto su un albero un uccellino che pigolava disperatamente. Saltellava da un ramo all'altro e sbatteva le ali per volare, ma non riusciva e così continuava a scendere sempre nel ramo più basso. Lo zio, incuriosito per quel fatto strano, si era avvicinato e sotto quell'albero, nascosto in un cespuglio, aveva visto un serpente con le spire disposte a cerchi e la testa eretta, che fissava l'uccellino. Con il bastone lo zio aveva tagliato quella specie di filo invisibile che attirava verso il serpente l'uccellino, che era riuscito finalmente a volare via libero.
- Se non c'era lo zio, cosa succedeva?
- L'uccellino sarebbe finito certamente fra le spire di quel serpente.
- E' la vipera il serpente più velenoso?
- La vipera è pericolosa e dovete sempre stare attenti a non camminare nell'erba a piedi nudi, ma il basilisco è molto più pericoloso. Per fortuna ce ne sono pochi.
- Che cos'è il basilisco?
- E' uno strano animale con la testa grossa, il corpo corto e tozzo come un tronco ed è senza coda. Inoltre ha due ali come quelle dei pipistrelli, che gli permettono di fare dei gran balzi.
- Tu, nonna, l'hai visto?
- No, sono poche le persone che hanno potuto vederlo, perché vive solamente nei posti più isolati dove non passa mai nessuno. Raccontano che, quando è fermo con le ali chiuse, sembra un bambino appena nato avvolto nelle fasce, ma è molto brutto ed è pericoloso. La cosa più straordinaria, però, è che tiene sempre in bocca una pietra preziosa: un rubino rosso, grosso come una noce, che lascia solo quando deve mangiare.
- E non si può portarglielo via?
- Guai a toccarlo! Raccontano che una volta un carbonaio, mentre lavorava nel suo "aial", aveva visto un basilisco, l'aveva spiato di nascosto, poi, quando quello aveva lasciato il prezioso rubino, era corso fuori e l'aveva preso tutto contento, pensando di aver trovato finalmente la ricchezza. Ma il giorno dopo il carbonaio era stato trovato morto, ucciso dal veleno di quel terribile animale.”


Nel dubbio sulla sua corretta collocazione, iscriviamo, infine, d'ufficio nella famiglia del basalèsk il misterioso "trinchèt", descritto, dai testimoni che giurano di averlo visto saltar giù dai muretti dei ronchi in quel di Ponte in Valtellina, come draghetto piumato. Se non è una variante del basalèsk, è comunque un suo non lontano parente.
Chiudiamo questa rapida carrellata menzionando il "cugino" del basalèsk, cioè quell'animale immaginario che più gli assomiglia, anche se è meno diffuso nelle leggende valtellinesi ed alpine in generale. Si tratta della salamandra (anche in questo caso, non ci si riferisce all'anfibio realmente esistente, ma ad essere immaginario), la cui caratteristica più nota è quella di essere rivestita di un pelo che non può in alcun modo essere bruciato dal fuoco. Il suo nome deriva, infatti, dal termine arabo che designa l'amianto: in effetti nel Medio Evo, quando questa fibra era rarissima, si credeva che provenisse dal pelo dell'animale.

STORIA

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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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