SANTI (clicca qui per aprire la pagina relativa a questo giorno dal sito www.santiebeati.it)
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Maria madre di Dio

PROVERBI

El prümm de l’an, el pass d’ün can
(il primo dell'anno il passo di un cane, cioè il giorno si allunga di un poco - Montagna)
Ogni an che uée fa sperà in bée (ogni anno che viene fa sperare in bene - Sirta)
Al prüm dì in l’àn al crés un schbadac’ d’un g(h)àl
(il primo giorno dell’anno il giorno cresce di uno sbadiglio di gallo – Samolaco)
Ogni an che uée, fa spera ‘n bée (ogni anno che viene, si spera in bene – Ardenno)
A fa cùma ta völet al ta vée mìga fo ‘l gos (a fare come si vuole non viene il gozzo - Tirano)
Al dí Dinadèe al cress pién un didée, al prüm di l’an un schbadácc d’un gall
(a Natale il giorno cresce di un ditale, a Capodanno dello sbadiglio di un gallo – Samolaco)
Chi màia üga al prim de l’an, màia danée tütt l’an
(chi mangia uva il primo dell'anno, mangia soldi tutto l'anno)
Furtunada chela matela chi nass alegra, buna e bela
(fortunata quella ragazza che nasce allegra, buona e bella - Poschiavo)
La buna fema l'e 'n tesor in una ca e furtünù I'om chi la sa trua
Una buona donna è un tesoro in una casa e fortunato l'uomo che la trova - Poschiavo)

Il primo giorno dell'anno

VITA DI UNA VOLTA

Negli Statuti di Valtellina del 1549 questa giornata, dedicata alla memoria della cinconcisione di Gesù, era considerata festiva, per cui non vi si poteva svolgere alcuna attività giudiziaria né costringere alcun contratto (“art. 131: “che non si renda ragione, et che non si facciano esecutioni de contratti, o distratti, ne li quali si richiede il decreto del Giudice, overo del Consule”).

Nella “Guida escursionistica della Valchiavenna” (edizioni Rota, Chiavenna, 1986), leggiamo:
“Il 1° di gennaio i ragazzi andavano di casa in casa con una bisaccia o una sporta ad augurare buon anno. "Bón dì, bón an; som scià a cercà la bóna man per tüt l’an", dicevano; e ricevevano in cambio dolci, frutta secca, castagne, qualche soldo. "Bóna fortuna per tüt l’an" era la formula di ringraziamento. La generosità nell'offrire era pegno di buon raccolto”

Dal bel volume “Giochi della tradizione in Val San Giacomo”, di Maura Cavallero (Morbegno, 2008), leggiamo:
“Si iniziava dal primo giorno dell'anno, quando, a gruppi, facevano il giro delle case, pronunciando la formula: bón dì, la bóna man (la mancia; letteralmente, la buona mano) a mi, ottenendo in cambio castagne secche, un mandarino, noci, qualche spagnoletta, pochi spiccioli. Nella località di San Bernardo, partivano di primissima mattina due gruppi di ragazzi, fino all'età di 12, 13 anni, all'inizio e alla fine del paese, si incontravano a metà strada e dividevano quanto raccolto, ma era un problema la divisione dei centesimi, perché non si trovavano monetine da 5 centesimi.          
Quando avevano finito i ragazzi, verso le due del pomeriggio, anche gli adulti indistintamente potevano fare questo giro, allo scopo magari di far pace e di dimenticare i litigi. Tutte le famiglie, anche le più povere, mettevano in tavola tutto quello che avevano: dolci, insaccati fatti in casa, un bicchiere di vino, un grappino."   
                        

Primo giorno dell'anno, giorno di pronostici. A Bormio le ragazze in età da marito avevano la consuetudine di lanciare una pantofola in direzione della porta di casa: se questa si fermava con la punta rivolta alla porta, la ragazza di sarebbe sposata entro il carnevale successivo o almeno entro l'anno; in caso contrario, avrebbe dovuto aspettare l'anno successivo.

Amleto Del Giorgio, nel bel volume "Samolaco ieri e oggi" (Chiavenna, 1965), scrive:
L’alba del nuovo anno, con il cielo terso e gelido o nel grigiore della neve, sorgeva sempre al canto più o meno intonato di brigatele di giovani. Passata la notte di S. Silvestro al calduccio di crepitanti fuochi accesi sulle soglie o addirittura all’interno degli ospitali “anticròt” con i “mèz” (mezzo litro) di grossolana maiolica traboccanti di vino che passava da una mano all’altra, da una bocca all’altra, esaurito più volte il repertorio delle canzoni e la rassegna sulle vanità del momento, al primo albeggiare essi scendevano in paese, occupando in tutta la larghezza le stradicciole, tenendosi a braccetto o, meglio, stretti l'un l'altro con le braccia quasi avvinghiate alle spalle, al collo. Fra una canzone e l'altra facevano sosta davanti alle case, evitando con discrezione quelle travagliate dal lutto, dalla discordia o dalla malattia e dando la preferenza, naturalmente, a quelle rallegrate dalla presenza di belle ragazze da marito. I padroni di casa si affacciavan lieti sull'uscio (fortuna vedere giovani il primo giorno dell'anno!) e offrivano a tutti l'acquavite. Seguivano allegre battute, talvolta un po' spiritose e audaci, qualche richiesta di notizie... sulle gentili abitatrici che quella mattina si ostinavano a star rinchiuse, e poi il crocchio si allontanava, intonando ancora una volta, magari, la stessa canzone. Così, di casa in casa, la scena si ripeteva.
Naturalmente non tutti erano poi in grado di assistere con un minimo di decoro alle sacre funzione in chiesa dove, fra l'altro, si baciava la graziosa statuetta del "Bambìin" Gesù che dall'altare scendeva, con immensa gioia dei bambini, nella navata centrale e a tutti, umilmente, si accostava. Molti si buttavano a letto e per quel giorno non se ne parlava più. Ma non era spenta ancora l'eco dei canti e dei "bun àn" che frotte di ragazzi con grandi sacchi in spalla, intabarrati con ruvidi maglioni di lana casalinga sotto le povere giacchette "della festa", con i calzoni di panno né lunghi né corti, con zoccoletti di ontano o, í più fortunati, con scarpe... dalla suola di legno: "zuculóom" irrobustita di grossi chiodi e risuonanti sul selciato, rumoreggiavano a tutte le porte: "Uéi, bun dì bun àn, bón capudàn, sum scè s'urì dàm la bunamèen a mìiiii (uéi, buon giorno, buon anno, buon capodanno, son qua se volete dare la buona mano a mèeee!). Ed entravano festosi, e con festosa generosità, quel giorno, si donavano ai ragazzi noci,manciate di spicchi dimela essicati, nocciole, noci e soprattutto, abbondanti mestolate di "belegót", castagne lesse con il guscio, cotte l’ultima sera dell’anno in enormi calderoni di rame, nei quali nereggiavano, quel giorno, nell’angolo della cucina di ogni cosa. Poi era la volta dei figliocci che, ancor prima di mezzogiorno, si recavano con gioiosa ansia, temperata appena da certa timidezza, dai padrini e dalle madrine. Questi avevano già preparato una mela, un’arancia, una manciatella di nocciole americane, alle volte due o tre caramelle di orzo “Scaramellini” e, sempre, il “mic(h)ìin” e cioè un panino, che ai quei tempi equivaleva, per i nostri ragazzi, ad un raffinato dolce attuale!…
E a mezzogiorno non la solita polenta con il minuscolo pezzodi formaggio o di ricotta vecchi insieme al pugno di castagne stracotte, dolciastre e stomacanti, ma vero risotto, ottenuto con brodo di una delle otto o dieci gallinelle che davano vita al pollaio. La carne si mangiava, allora, poche volte all'anno e veniva in preziosi pacchetti di carta gialla, grossolana, da Chiavenna; a parte i pochi fortunati che potevano fare la "mazìglia" e cioè uccidere e insaccare il maiale.
I primi dell'anno erano giorni straordinari per i ragazzi, ai quali non sembrava vero che, dopo Capodanno, giungesse così presto l'Epifania,cioè la Befàna che, nera nera, scendeva dinotte dal camino e infilava anch'essa mele, nocciole nella ruvida calza di lana casalinga appesa…”

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Si credeva, poi, che il primo gennaio fosse uno di quei giorni nei quali le streghe si ritrovavano per il sabba. Esistono diverse leggende. Quella forse più nota è legata alla Valle della Maga, poco a valle di Teglio.

Dalla bella piana di Teglio, infatti, scende, verso sud-ovest, una modesta vallecola, chiamata valle della Magàda, o anche valle della Maga, che corre ad oriente della più importante e grande valle della Rogna, quasi parallela a questa. E’ una valle che passerebbe del tutto inosservata, se non fosse che il torrentello, in un punto, si inforra fra rocce strapiombanti, e per un tratto corre nascosto fra le due pareti strette e dirupate.
Questo particolare ha acceso la fantasia popolare, che ha voluto vedere nei nascosti recessi della valle la sede di un covo di streghe (magàda, cioè maliarda, operatrice di malefici, è nome popolare che si dà alla strega). Di qui il nome, e di qui, anche, la credenza che il primo giorno dell’anno le streghe se ne uscissero tutte insieme, dandosi convegno con altre streghe ed abbandonandosi alle folli danze ed ai turpi riti del sabba (o, come meglio si dovrebbe dire, della sabba, detta anche ridda o gazzarra), nei prati e nelle selve vicine. Si raccontava che scendessero, nelle notti di tregenda, fino al Dosso Bello (Dusbél, Dossum Bellum), che costituisce il fianco orientale della bassa valle della Rogna, ad est della chiesa di San Bartolomeo a Castionetto di Chiuro, nella zona della Fràcia. Diverse leggende sono, quindi, fiorite intorno a questa valle.
Si racconta, per esempio, che queste streghe uscissero dai loro antri nelle notti più scure, per rapire dalle culle i bimbi ancora in fasce. Una, forse la più crudele, fu vista, una volta, anche in pieno giorno, sulle rive del torrentello, un po’ a valle rispetto alla forra oscura, in corrispondenza del ponte detto appunto della Maga o della Magàda. Era piccola, orrenda a vedersi, con un solo occhio, i piedi a zampa di mulo ed un cappellaccio di paglia in testa. Aveva con sé un sacco pieno di budella di bimbi rapiti, che cavò fuori, ancora sanguinolente, e lavò all’acqua del torrentello, per poi divorarle tutte intere. Terminato l’orrido banchetto, prese a risalire la valle, fino alla strozzatura, dove, al tocco della verga che teneva in mano, le rocce si aprirono, lasciandola passare, per poi richiudersi alle sue spalle. Fu vista sparire così, dai poveri contadini terrorizzati.
Intorno alle streghe della valle nacquero, però, anche leggende di diverso tenore. Si diceva che non si trattasse di repellenti megere, bensì di avvenenti fanciulle, che il primo giorno dell’anno si davano convegno danzando, ìlari e spensierate, come negli antichi riti pagani. Una di queste leggende fu raccolta e raccontata da Giuseppe Napoleone Besta, in una novella dei suoi “Bozzetti Valtellinesi” (Tirano, 1878). Ne è protagonista un pastorello, Giovannino, figlio di una povera vedova, Maria.
Costui viveva, felice, nella pace non turbata da alcun pensiero, curando il suo gregge. Giunse, così, ai quindici anni, finché, un giorno gli accadde qualcosa che lo strappò dalla sua beata spensieratezza. Non era un giorno qualsiasi, per la verità, ma il primo giorno dell’anno, che egli, però, incurante di festeggiamenti, trascorse come tanti altri giorni, conducendo le sue pecore alla ricerca di qualche modesto filo d’erba nei prati ammantati di neve. In un prato vicino alla valle della Maga gli accadde, così, di vedere un insolito spettacolo: la neve sembrava essersi ritirata, lasciando scoperta un’ampia porzione di prato, sulla quale si erano avventate le pecore, avide di erba fresca. Egli fu preso da viva curiosità, perché non aveva mai visto una cosa del genere: la vista dell’erba, in mezzo alla quale faceva capolino addirittura qualche piccolo fiore, lo mise in uno stato d’animo particolarmente allegro. Manifestò, così, il suo buon umore intonando un’aria improvvisata con lo zùfolo, che amava suonare nei lunghi pomeriggi passati a vegliare il gregge.
Ma le sorprese erano solo all’inizio: d’improvviso, come dal nulla, apparvero tre bellissime fanciulle, che gli si avvicinarono mostrando di gradire molto le sue melodie. Una, in particolare, la più giovane, con una grazia ed una soavità che rapirono il ragazzo, gli dimostrò tutta la sua simpatia, elargendo sorrisi che si impressero indelebilmente nel suo cuore, che non aveva mai conosciuto il sentimento dell’amore. Il tempo volò e venne, ben presto, la sera, in quello che era uno dei giorni più corti dell’anno: con essa venne anche, per le fanciulle, il momento di prendere congedo. Incuranti delle suppliche di Giovannino, che desiderava che lo seguissero nella sua casa, si mossero per andare, ma la più giovane, prima di scomparire, gli diede l’arrivederci al primo giorno dell’anno successivo. Poi, più nulla: svanirono come i sogni al primo sbatter di palpebre. Giovannino cercò, chiamò, invano.
Tornò più volte, i giorni successivi, in quel luogo, ma non vide nulla, se non la neve, che si era riconquistata la parte di prato dalla quale era stata misteriosamente estromessa. Non gli restò che rassegnarsi e portare con sé il ricordo di quell’incantevole incontro. Un ricordo che lo accompagnò tutti i mesi successivi. Anche in piena estate, quando il sole picchiava implacabile, egli invocava il primo giorno dell’anno, e la cosa non passò inosservata alla madre, che si decise a chiedergli cosa mai gli succedesse. Egli raccontò l’accaduto e la madre non si mostrò affatto sorpresa: al povero padre, gli disse, era apparsa almeno cento volte la terribile Maga in persona, con il piede di mulo ed il cappello di paglia in mano, ed altrettante volte egli l’aveva vista scomparire nelle fiamme dell’abisso.
Non c’era di che stupirsi: le streghe assumono le sembianze più diverse. C’era, addirittura, modo di rapirne una, purché si fosse abbastanza scaltri e pronti. Bastava scagliarle contro il cappello e colpirla, per poi andarsene: la strega sarebbe, allora, stata costretta a seguire il suo possessore, per restituirglielo e, una volta entrata nella sua casa, sarebbe dovuta rimanere per sempre al suo servizio. A Maria non parve vero di poter avere una nuora docile ed obbediente: ormai gli anni avanzavano, e le energie venivano rapidamente meno. Così, all’approssimarsi dell’inverno, ripeté più volte al figlio le istruzioni sul da farsi. Quanto venne, infine, il tanto atteso primo giorno del nuovo anno, Giovannino sapeva bene come comportarsi. Si recò di nuovo nel prato dove aveva incontrato l’anno precedente le tre fanciulle, questa volta con il cappello saldamente stretto in mano.
Le tre ragazze non mancarono all’appuntamento, ed egli, senza perdere tempo, scagliò il cappello contro la più giovane, per poi incamminarsi subito verso casa. Questa lo seguì, con il cappello in mano, fin dentro la casa, facendo l’atto di restituirglielo. La madre, allora, prontamente richiuse con il catenaccio la porta alle sue spalle: ora era prigioniera di quella casa. La giovane, smarrita, pianse ed implorò la donna ed il ragazzo perché le restituissero la libertà, perché le permettessero di tornare, prima del calar del sole, nella sua dimora, ma fu tutto inutile. Il giovane le dichiarò il suo amore e le disse che sarebbe stata la sua sposa e la madre dei suoi figli.
La giovane, allora, fece atto di rassegnarsi a quella nuova vita, ma ammonì Giovannino con queste parole: “Tu avrai la moglie più bella che pastore abbia mai avuto, e la tua casa sarà felice e prospera, allietata dal sorriso dei bambini; io sarò una moglie fedele e devota, paziente ed attenta; potrai anche picchiarmi, nei momenti d’ira, ed io saprò sopportare; una sola cosa, però, non potrai mai fare, colpirmi con un manrovescio: se farai questo, mi perderai per sempre”. Egli giurò e spergiurò che mai e poi mai gli sarebbe venuto in mente di farle del male, perché l’amava profondamente ed era la gioia dei suoi occhi.
La giovane divenne così sua moglie, e gli diede presto due splendidi gemelli, un bambino ed una bambina, che diffusero nella casa la gioia. Crebbe anche la prosperità, e tutto sembrava andare per il meglio. Ma la stoltezza, vera tragedia della condizione umana, impedisce all’uomo di apprezzare i beni che possiede, dopo che li ha tanto desiderati: così anche l’amore di Giovannino per la moglie cominciò, dopo qualche anno, ad affievolirsi, nella stessa misura in cui cresceva, invece, quello per i figli, che venivan su belli e vispi.
Egli si mostrava sempre meno affettuoso verso di lei, ed aumentavano le occasioni nelle quali la trattava con una freddezza che, ben presto, si tramutò in asprezza. E così, quasi fatale, venne anche il primo schiaffo, per una minestra troppo salata. Superata quella soglia, Giovannino non seppe più frenarsi: era diventato duro nei suoi confronti, ma la moglie sopportava sempre, senza mostrare segni di insofferenza. Finché, un giorno, egli tornò a casa e, accortosi che non era stato ancora acceso il fuoco per cucinare la cena, non stette neppure ad ascoltare le giustificazioni della donna, che aveva avuto il suo bel daffare nell’intera giornata, e la colpì con il dorso della mano, girandosi, poi, per accendere il fuoco. Quando si volse di nuovo verso di lei, si accorse che era sparita.
La cercò in tutta la casa, ed anche fuori, chiese ai bambini ed all’anziana madre, chiese anche in paese, ma nulla: di lei si era persa ogni traccia. Si ricordò, allora, delle sue parole, e comprese che quel che aveva fatto. Troppo tardi: passarono settimane e mesi, ma lei non tornò più. Tuttavia accadeva nella
casa qualcosa di prodigioso: quando l’uomo tornava, la sera, dai campi, trovava tutto in perfetto ordine, come se la moglie fosse ancora in casa. La madre, che aveva ormai perso totalmente la sua lucidità per l’età avanzata, non sapeva dire cosa accadesse, mentre i figli, interrogati, rispondevano, candidi, che era la cara mamma a fare tutti i lavori domestici.
Giovannino non era più lui: la misteriosa presenza della moglie ed il peso della solitudine lo inasprirono al punto da fargli perdere le staffe anche nei confronti dei figli, che una volta, per una lieve mancanza, giunse a percuotere. Perse, così, anche loro, perché subito scomparvero alla sua vista, lasciandolo nell’autentica disperazione. Quell’anno disgraziato perse anche la madre, che morì di vecchiaia.
Rimasto completamente solo, pensò che così non poteva continuare a vivere: doveva riavere a tutti i costi la moglie ed i figli. Attese, quindi, il primo dell’anno: erano passati dieci anni esatti dal primo incontro con le tre fanciulle. Ma quel giorno era ben diverso: non c’era il sole a diffondere la sua luce nella fredda aria di gennaio. Un cielo plumbeo incombeva sul paese ancora assonnato, scaricando sulle pigre case la neve, che cadeva a larghe falde. Ma Giovannino non dormiva e, sul far del giorno, si recò nel prato legato a così cari ricordi. Ma non accadde ciò che sperava, non comparve nessuno, nulla ruppe il tetro silenzio del luogo. Attese, ed attese ancora, poi, vinto dalla disperazione, si avvicinò al dirupo nel quale sprofondava il torrente e vi si gettò Lo cercarono, il giorno successivo, e, seguendo le sue orme, capirono quello che era successo, ma nessuno osò avventurarsi fra le rocce della forra per recuperare il cadavere dell’infelice.
Vittorio Spinetti, nell’opera “Le streghe in Valtellina” (Sondrio, 1903), riporta in questi termini le credenze popolari sulla Magada: “Senza dirne altre molte citerò quella della Valle della Maga. In uno dei profondi burroni del torrente Rogna che divide il comune di Teglio da quello di Chiuro, dove l'acqua balzando di masso in masso mugghia biancheggiando come spuma di latte, il congresso delle streghe si raduna ogni inverno il primo giorno dell' anno: là le streghe tessono le loro danze co' piedi di capro, sui prati, facendo liquefare le nevi durante le loro carole: là fu veduta la strega, orrida vecchietta, inghiottir le interiora dei bambini lavate nelle acque del torrente, dei bambini rubati dalle culle nei casolari: fu veduta levarsi sulle gambe e sparire sotto le rupi”
Se vogliamo visitare i luoghi di questa triste leggenda, dobbiamo percorrere la strada provinciale panoramica dei Castelli, che da Montagna in Valtellina sale a Teglio, passando sopra Ponte e Chiuro ed attraversando Castionetto di Chiuro. Oltrepassata Castionetto, troviamo un primo ponte, quello sul torrente Rogna, e proseguiamo fino a San Giovanni. 800 metri circa oltre il vecchio edificio della scuola elementare di San Giovanni, poco prima della località Vangione, troviamo un secondo ponte, il ponte della Magada, posto a valle della forra. La valle appare, dal ponte, come una modesta gola, invasa da vegetazione caotica, un luogo tutt’altro che attraente. Appena sotto il ponte, si può ancora osservare una cappelletta cadente, l'unico baluardo a salvaguardia dei viandanti che un tempo salivano a Teglio per un frequentato sentiero. Insomma, anche se non è prossimo il capodanno, la tentazione è quella di lasciarsi alle spalle l’inquietante luogo.
Per guardare più da vicino la forra, però, dobbiamo proseguire verso Teglio. Incontriamo, così, la bella e solitaria chiesa di S. Antonio, appena prima di un tornante sinistrorso. Proseguiamo la salita fino all'ultimo tornante destrorso prima della chiesetta di San Martino, presso il cimitero di Teglio: qui lasciamo la strada e, poco oltre il tornante, scendiamo, sulla sinistra, ai prati sottostanti, approssimandoci al piccolo corso d’acqua che li attraversa. Scendendo per un breve tratto verso valle, in una selva dall’atmosfera arcana, ci troveremo sul limite della forra che la leggenda vuole porta della dimora delle streghe. Forse ci potrà capitare di udire il flebile lamento dello sventurato pastore, che piange sulla miseria della condizione dell’uomo, incapace di trattene l’agognata felicità non appena questa gli tocca in sorte.
Se, invece, vogliamo riflettere sulla figura della Magada, dobbiamo innanzitutto considerare che si tratta di una strega d'acqua. Leggende su questa strega si trovano anche ad Albosaggia e a Lanzada. Leggiamo, per esempio, in "Guida alla Lombardia misteriosa” (AA.VV.; Borgese Giovanna ha curato le voci relativa alla Valtellina; Sugar Editore, Milano, 1981): "La "mogada" (schiuma dei corsi d'acqua impetuosi) è la strega del fiume che afferra i bambini e li fa annegare. Nel paese scorre il torrente Lanterna, che scende dai ghiacciai del Bernina, i bambini devono starne ben lontani, se non vogliono esere ghermiti dalla strega".
Ma la figura della Magada è ancora più complessa, perché deriva da una primigenia divinità femminile, dominatrice degli elementi e del ciclo della vita, che ha dato origine, la cui ambivalenza (datrice di morte e generatrice di vita) ha originato, in diverse mitologie, figure femminili di segno, appunto, diametralmente opposto (la fata e l'orrida megera di grotte ed anfratti, antenata della strega). Ciò spiega come il tema della Magada abbia dato vita, in quel di Teglio, a leggende nelle quali la strega si presenta come incarnazione dell'orrido più profondo (divoratrice di bambini) e come avvenente fanciulla che danza presso il corso d'acqua.
Per un ulteriore inquadramento della questione, possiamo riferirci all'acuta interpretazione che di questa figura ci offre Ivan Fassin, nell'articolo "Credenze e leggende dell'area orobica valtellinese: un esperimento di interpretazione. L'eredità della dea rimordiale: sopravvivenze della religione arcaica", pubblicato nel Bollettino della Società Storica Valtellinese n. 61 del 2008 (Sondrio, 2009):
"I tratti della Magada negativa... delineano una figura apparentemente non diversa dalla tradizionale strega. Molte testimonianze locali confermano l'identificazione approssimativa magada-stria. La "strega", come è noto, sotto diverse denominazioni, è anzitutto un personaggio della tradizione orale locale e di un po' tutto l'arco alpino, e non solo. Essa è oggetto di credenze popolari, in parte tuttora persistenti, sia pure solo come racconto per impaurire i bambini; una sorta di fiaba, anche se senza la trama significativa della fiaba classica.
Tuttavia si riscontrano ancora leggende che hanno per protagonista una figura femminile, dalla fisionomia ambivalente (buona/cattiva), che sembra ripetere la classica ambigua rappresentazione della fata – strega essa pure universalmente nota dal folklore, non solo alpino: una incarnazione in apparenza meno esclusivamente negativa della abituale "stria". Qui in Valtellina, è il caso della entità che va sotto una denominazione specificamente locale (appunto la magada). Anche nel nostro caso si tratta, in altre parole, di una figura che mi sembra abbia tratti più arcaici e complessi della "stria", già demonizzata e perciò rappresentata sempre e solo al negativo
."
Dal “Prodromo della flora valtellinese”, di Giuseppe Filippo Massara (Sondrio, G. B. Tipografo, 1834):
"GALEGA (cl. DIADELPHIA DECANDRIA OFFICINALIS)
Alla sponda dei torrenti cd al ciglio dei prati e dei campi. Alcuni fra i più saccenti dei nostri contadini conoscono questa pianta sotto l'antico nome officinale di ruta capraria, e gli assegnano precisamente quelle stesse virtù che dal vecchio MATTIOLI venivangli attribuite. Poichè contro l’eclamsia dei bambini, che essi volgarmente chiamano bruttura, particolarmente se causata da vermi, credono che arrechi gran giovamento il succo dell'erba dato alla dose di un piccolo cucchiajo, o l'erba stessa fritta in padella coll'olio di mandorle amare, od applicata sul ventre
."

Dai "Bozzetti Valtellinesi" di Giuseppe Napoleone Besta, Bonazzi, Tirano, 1878
(ristampa anastatica a cura del Centro Tellino di Cultura, Sondrio, 2010):








STORIA
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I PROVERBI SONO IN GRAN PARTE TRATTI DAI SEGUENTI TESTI:

Gaggi, Silvio, "Il volgar eloquio - dialetto malenco", Tipografia Bettini, Sondrio, 2011
Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996)
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003
Pier Antonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996
Pier Antonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999
Pier Antonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Pier Antonio Castellani, "Detti e citazioni della Valdidentro", I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Luigi Godenzi e don Reto Crameri, "Proverbi, modi di dire, filastrocche raccolti a Poschiavo, in particolare nelle sue frazioni", con la collaborazione di alcune classi delle Scuole di Avviamento Pratico, Tip. Menghini, Poschiavo (CH), 1987
Lina Lombardini Rini, "Favole e racconti in dialetto di Valtellina", Edizioni Sandron, Palermo-Roma, 1926
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)


Utilissima anche la consultazione di Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001

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PRINCIPALI TESTI CONSULTATI:

Laura Valsecchi Pontiggia, “Proverbi di Valtellina e Valchiavenna”, Bissoni editore, Sondrio, 1969
Gabriele Antonioli, Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino" (Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca comunale di Grosio)
Dott. Omero Franceschi, prof.ssa Giuseppina Lombardini, "Costumi e proverbi valtellinesi", Ristampa per l'Archivio del Centro di Studi Alpini di Isolaccia Valdidentro, 2002
Tullio Urangia Tazzoli, "La contea di Bormio – Vol. III – Le tradizioni popolari”, Anonima Bolis Bergamo, 1935;
AA.VV. "A Cà Nossa ai le cünta inscì", a cura della Biblioteca Comunale di Montagna in Valtellina, Piccolo Vocabolario del dialetto di Montagna con detti, proverbi, filastrocche e preghiere di una volta (1993-1996);
Giuseppina Lombardini, “Leggende e tradizioni valtellinesi”, Sondrio, ed. Mevio Washington, 1925;
Lina Rini Lombardini, “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, Sondrio, Ramponi, 1950;
Glicerio Longa, "Usi e Costumi del Bormiese”, ed. "Magnifica Terra", Sondrio, Soc. Tipo-litografica Valtellinese 1912, ristampa integrale nel 1967 a Bormio e II ristampa nel 1998 a Bormio a cura di Alpinia Editrice;
Glicerio Longa, "Vocabolario Bormino”, Perugia, Unione Tipografica Cooperativa, 1913;
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – La nascita e l'infanzia” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2000);
Marcello Canclini “Raccolta di tradizioni popolari di Bormio, Valdisotto, Valfurva, Valdidentro e Livigno – Il ciclo della vita – Fidanzamento e matrimonio” (Centro Studi Storici Alta Valtellina, 2004);
Luigi De Bernardi, "Almanacco valtellinese e valchiavennasco", II, Sondrio, 1991;
Giuseppe Napoleone Besta, "Bozzetti Valtellinesi", Bonazzi, Tirano, 1878;
Ercole Bassi, “La Valtellina (Provincia di Sondrio) ”, Milano, Tipografia degli Operai, 1890;
"Ardenno- Strade e contrade", a cura della cooperativa "L'Involt" di Sondrio;
"Castione - Un paese di Valtellina", edito a cura della Biblioteca Comunale di Castione, in collaborazione con il Sistema Bibliotecario di Sondrio;
don Domenico Songini, “Storie di Traona – terra buona”, vol. II, Bettini Sondrio, 2004
;
don Domenico Songini, “Storia e... storie di Traona – terra buona”, vol. I, Bettini Sondrio, 2001;
Scuola primaria di Sirta: calendari 1986 e 1991 (a cura dell'insegnante Liberale Libera);
Luisa Moraschinelli, “Uita d'Abriga cüntada an dal so dialet (agn '40)”;
Giovanni Bianchini e Remo Bracchi, "“Dizionario etimologico dei dialetti della Val di Tartano”, Fondazione Pro Valtellina, IDEVV, 2003;
Rosa Gusmeroli, "Le mie care Selve";
Cirillo Ruffoni, "Ai confini del cielo - la mia infanzia a Gerola", Tipografia Bettini, Sondrio, 2003;
Cirillo Ruffoni, "Chi va e chi resta - Romanzo storico ambientato in bassa Valtellina nel secolo XV", Tipografia Bettini, Sondrio, 2000;
Cirillo Ruffoni, "In nomine Domini - Vita e memorie di un comune della Valtellina nel Trecento", Tipografia Bettini, Sondrio, 1998;
Mario Songini (Diga), "La Val Masino e la sua gente - storia, cronaca e altro", Comune di Val Masino, 2006;
Tarcisio Della Ferrera, "Una volta", Edizione Pro-Loco Comune di Chiuro, 1982;
"Parla 'me ta mànget - detti, proverbi e curiosità della tradizione comasca, lecchese e valtellinese", edito da La Provincia, 2003;
Massimiliano Gianotti, "Proverbi dialettali di Valtellina e Valchiavenna", Sondrio, 2001;
Associazione Archivio della Memoria di Ponte in Valtellina, "La memoria della cura, la cura della memoria", Alpinia editrice, 2007;
Luisa Moraschinelli, "Come si viveva nei paesi di Valtellina negli anni '40 - l'Aprica", Alpinia editrice, 2000;
Aurelio Benetti, Dario Benetti, Angelo Dell'Oca, Diego Zoia, "Uomini delle Alpi - Contadini e pastori in Valtellina", Jaca Book, 1982;
Patrizio Del Nero, “Albaredo e la via di San Marco – Storia di una comunità alpina”, Editour, 2001;
Amleto Del Giorgio, "Samolaco ieri e oggi", Chiavenna, 1965;
Ines Busnarda Luzzi, "Case di sassi", II, L'officina del Libro, Sondrio, 1994;
aa.vv. “Mondo popolare in Lombardia – Sondrio e il suo territorio” (Silvana editoriale, 1995) Pierantonio Castellani, “Cento proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1996 Pierantonio Castellani, “Cento nuovi proverbi, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 1999 Pierantonio Castellani, “Cento altri, detti e citazioni di Livigno” I Libri del Cervo, Sondrio, 2000
Cici Bonazzi, “Detti, proverbi, filastrocche, modi di dire in dialetto tiranese”, ed. Museo Etnografico Tiranese, Tirano, 2000
Luisa Moraschinelli, "Dizionario del dialetto di Aprica", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Tarcisio Della Ferrera, Leonardo Della Ferrera (a cura di), "Vocabolario dialettale di Chiuro e Castionetto", Comune di Chiuro ed IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2008 (cfr. anche www.dialettochiuro.org)
Giovanni Giorgetta, Stefano Ghiggi (con profilo del dialetto di Remo Bracchi), "Vocabolario del Dialetto di Villa di Chiavenna", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2010
Luigi Berti, Elisa Branchi (con contributo di Remo Bracchi), "Dizionario tellino", IDEVV (Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca"), Sondrio, 2003
Pietro Ligari, “Ragionamenti d’agricoltura” (1752), Banca Popolare di Sondrio, Sondrio, 1988
Saveria Masa, “Libro dei miracoli della Madonna di Tirano”, edito a cura dell’Associazione Amici del Santuario della Beata Vergine di Tirano” (Società Storica Valtellinese, Sondrio, 2004)
Sergio Scuffi (a cura di), "Nü’n cuštümàva – Vocabolario dialettale di Samolaco", edito nel 2005 dall’Associazione Culturale Biblioteca di Samolaco e dall’Istituto di Dialettologia e di Etnografia Valtellinese e Valchiavennasca. Giacomo Maurizio, "La Val Bargaia", II parte, in "Clavenna" (Bollettino della Società Storica Valchiavennasca), 1970 Gabriele Antonioli e Remo Bracchi, "Dizionario etimologico grosino", Sondrio, 1995, edito a cura della Biblioteca Comunale di Grosio.
Silvana Foppoli Carnevali, Dario Cossi ed altri, “Lingua e cultura del comune di Sondalo” (edito a cura della Biblioteca Comunale di Sondalo)
Serafino Vaninetti, "Sacco - Storia e origini dei personaggi e loro vicissitudini degli usi e costumi nell'Evo", Edizioni Museo Vanseraf Mulino del Dosso, Valgerola, 2003
Sito www.fraciscio.it, dedicato a Fraciscio
Sito www.prolocodipedesina.it, dedicato a Pedesina
Massara, Giuseppe Filippo, "Prodromo della flora valtellinese", Sondrio, Della Cagnoletta, 1834 (ristampa anastatica Arnaldo Forni Editore)
Galli Valerio, Bruno, "Materiali per la fauna dei vertebrati valtellinesi", Sondrio, stab. tipografico "Quadrio", 1890

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