Aria e salute

Se potessimo tornare indietro nel tempo, quel che probabilmente sopporteremmo con maggior fatica sarebbe il cattivo odore che si annidava quasi ovunque, nei secoli scorsi, fra le dimore e le attività dell’uomo. I nasi antichi erano assai meno sensibili dei nostri ai luoghi maleodoranti; non così le intelligenze antiche, le quali attribuivano alla qualità dell’aria un’importanza decisiva per la salubrità dei luoghi. Nelle descrizioni antiche dei paesi il riferimento alla buona o cattiva aria era un elemento immancabile e qualificante (o squalificante). Di qui, forse, quell’antico modo di dire: tira una brutta aria… Si credeva, infatti, che l’aria ed i miasmi che potevano ammorbarla veicolassero le malattie più temibili, prima fra tutte la peste (mentre un’attenzione decisamente minore era riservata all’igiene ed alla pulizia).
L’aria non era, però, considerata solo come l’elemento essenziale perla salubrità dei luoghi: la si pensava anche come scenario, invisibile ma concretissimo, di una lotta più importante di quella fra salute e malattia, la lotta fra bene e male.
Come insegna, infatti, uno dei più autorevoli padri della Chiesa nei primi secoli dell’era volgare, Origene, l’aria è l’elemento nel quale si muovono gli spiriti, per l’affinità della loro natura con quest’elemento. L’aria, dunque, non ospita solo profumi o miasmi, ma, anche nella sua più tersa trasparenza, è popolata di creature spirituali, angeli e demoni. Proprio in essa, dunque, la paura trova il suo volto tanto più agghiacciante quanto più impalpabile ed indefinito nei contorni. Di qui le non molte ma davvero interessanti credenze e leggende sul tema delle potenze malefiche di natura aerea.
La più famosa, forse, si condensa intorno ad una nome dal forte potere di evocazione orrorifica, la vermenaja, di cui parlano Giuseppina Lombardini nella raccolta “Leggende e tradizioni valtellinesi” (Tip. Mevio Washington, Sondrio, 1925, pg. 6), Lina Rini-Lombardini, nel volume “In Valtellina – Colori di leggende e tradizioni” (Ramponi, Arti Grafiche, Sondrio, 1961, pg. 51) ed Aurelio Garobbio, in “Montagne e valli incantate” (Cappelli, Rocca San Casciano, 1963, pg. 146).
Ne parla anche Aurelio Garobbio, uno dei maggiori studiosi dell’universo immaginario dell’arco alpino, il quale, nella bella raccolta “Montagne e Valli incantate”, (Rocca San Casciano, Cappelli, 1963, pg. 146), scrive: “Nelle notti di poca luna si ode scalpitar di cavalli e battagliare di armati, mentre fiammelle appaiono e scompaiono e seguono i viandanti. Subentra poderosa ed agghiacciante la Vermenaia, musica fragorosa e terrificante che scende dal cielo e sale dalla terra ed è sopra di voi e dentro di voi.
Notizie di questo terrificante essere aereo si trovano, poi, nel Dizionario Tellino di Elisa Branchi e Luigi Berti, edito nel 2002 a cura della Biblioteca Comunale di Teglio. La vermenàia, interpretata da alcuni come strega, era, in realtà, un misterioso e terrificante fenomeno che privo di volto. Si trattava di una ridda di suoni diversi, ma tutti agghiaccianti, che squarciavano il silenzio della notte, specialmente sugli alpeggi: latrare furioso di cani, pianto lamentoso di bambini, rumore sinistro di catene trascinate, fragore di massi che rotolano lungo un pendio. Questi fenomeni si ripetevano a diverse ore della notte, fino alle sei di mattina, quando i rintocchi dell’Ave Maria riportavano il più profondo silenzio. Qualche volta questi rumori sembravano avere corpo, come se si trattasse di una qualche entità che si muoveva nel boschi e nei prati. In particolare, i contadini che d’estate salivano in Val Belviso (territorio del comune di Teglio) per tagliare il fieno, quando udivano un sinistro rumore di catene avvicinarsi si gettavano a terra e, se riuscivano, si coprivano anche di terra. Avvertivano qualcosa passare vicino a loro, ad un’altezza di circa 35 centimetri, e poi allontanarsi; i più coraggiosi osavano anche guardare, ma non vedevano nulla.

Un rimedio abbastanza sicuro per difendersi dai rumori paurosi erano i campanacci (sampògn), che venivano suonati al primo accenno di fenomeni sospetti (rumori, appunto, ma anche bagliori simili a palle di fuoco). Il loro suono faceva cessare queste misteriose manifestazioni del male. Si ricorreva, però, ovviamente, anche alle preghiere, all’Ave Maria ed all’Angelus: così facevano i contadini che salivano, a dorso di mulo, in agosto a Prato Valentino per la fienagione. Quanto alle spiegazioni dei fenomeni, erano molteplici: alcuni le attribuivano ai “cunfinàt”, anime condannate ad aggirarsi in alcuni luoghi spaventando chi vi passasse, oppure alle “paüre”, fantasmi e spiritelli che, per desiderio maligno o semplice desiderio di divertimento, spaventavano la gente dopo il tramonto. L’origine del termine riporta, forse, all’immagine del brulicare di anime senza pace, di persone morte di morte violenta (i malamòrt, come si chiamano a Grosso), di stregoni o di altre persone che si sono macchiate in vita di qualche grave colpa.

Se la vermenaja non era una strega, streghe erano le responsabili, secondo le credenze popolari dei secoli passati, delle più violente e devastanti tempeste. Infatti queste ricevevano dal demonio parte del suo potere di controllare gli elementi, e dunque potevano, con i loro rituali (per esempio disegnando cerchi in uno specchio d’acqua o condensando chicchi di grandine intorno ai loro capelli), scatenare nubifragi e violentissimi temporali. Una leggenda, fra le tante, quella della “strìa de la scàla”, in Val di Rezzalo, è centrata su questa credenza. L’alpeggio della Scala, sopra Frontale, aveva fama sinistra per via di una cupa storia di streghe. Si racconta che un giorno una bambina, che se ne in un prato con il padre intento a falciarlo, gli disse, forse per noia, forse per desiderio di suscitare la sua ammirazione: “Vuoi vedere che so far piovere?” Il padre dapprima la prese sul ridere, poi, vista la sua insistenza, la seguì alla vicina fontana, dove quella tracciò con il dito alcuni cerchi nell’acqua. Era una di quelle giornate in cui non si vede in cielo una nuvola, ma all’improvviso il cielo si rabbuiò, densi nuvolosi venuti fuori da chissà dove si addensarono in tutta la valle e scoppiò un violentissimo temporale. Il padre trascinò via la figlia nella loro baita, e le chiese, esterrefatto: “Ma chi ti ha insegnato questo?” La bimba, tutta orgogliosa, rispose: “La mamma”. Il contadino comprese allora di aver sposato una strega, ed averne generato un’altra. Aspettò che tornasse il sole e che la campagna si asciugasse, poi, con un pretesto, portò nei prati moglie e figlia, le legò entrambe, le avvolse in un covone e diede loro fuoco. Una leggenda agghiacciante.
Remo Bracchi, nel profilo del dialetto dell’Aprica (in “Inventario dei toponimi del comune di Aprica”, edito nel 2009 dalla Società Storica Valtellinese), scrive: “La locuzione dòna dal giöch si trova in continuità con una corrispondente, che interessa anche il crinale che scende verso l'Oglio. Designa la "strega che gira di notte", ma propriamente si dovrebbe tradurre "signora del gioco", ossia quella che conduce le danze. Rimane probabilmente come memoria di un'antichissima divinità femminile, dominatrice degli elementi e padrona degli spazi celesti e delle foreste, demonizzata col sopravvento del cristianesimo e trasformata nella figura denominata la badessa delle streghe, quando si riunivano per scatenare i loro sabba.” La locuzione rimanda, forse, non solo alla funzione della strega di condurre le danze nel sabba, ma anche al suo potere di condurre, per così dire, la ridda degli elementi scatenati nelle tempeste.
I contadini erano convinti che per far cessare le grandinate, oltre alle immancabili invocazioni a Sant’Anna (utili soprattutto a preservare dai fulmini) fosse necessario trovare nei chicchi di grandine il capello o pelo della strega: se ci si riusciva, la buriana cessava come d’incanto. Curiosa l’espressione usata in passato a Tirano per designare la compresenza di pioggia e sole: è il “téemp de li strìi”, tempo delle streghe, perché si credeva che la lotta del brutto tempo contro il bello fosse appunto scatenata dal loro potere.
Riportiamo quanto scrive, nel bel volume "Storia di Tartano (Montagna in valtellina, 1985), Camillo Gusmeroli: "La superstizione nelle nostre montagne era ancora viva nel nostro secolo specie nei momenti di tensione e di calamità. Sugli alpeggi e nei maggenghi, durante le violenti grandinate e temporali, a getto continuo, i giovani usavano ancora gettare sotto l'infuriare delle intemperie, la catena del fuoco o due ranze (falci) incorciate o tre chicchi di grandine nel fuoco per scongiurare le streghe o gli stregoni."

Anche i draghi erano coinvolti, in qualche modo, nel cattivo tempo; scrive sempre Remo Bracchi, in un articolo sul sito www.altavaltellinacultura.com: “A Grosio con il termine grif si qualifica il ‘tempo nuvoloso e freddo’, e da questo è estratto il verbo ingrifàs ‘peggiorare delle condizioni atmosferiche’.
L’evocazione del drago volante nei fenomeni atmosferici, per chi è sensibilizzato al linguaggio immaginoso, creato da visioni del mondo proiettate su altri sfondi, si coglie probabilmente in modo ancora più esplicito nel verbo di Olmo drac(h)ià ‘nevicare’, che si riverbera forse anche nel sondalino drag(h)iàda ‘tempesta, acquazzone con grossi goccioloni’ (con la sovrapposizione della suggestiva immagine del drac’ il ‘crivello’ con il quale la divinità del cielo fa cadere dall’alto chicchi di grandine e falde di neve come da un immenso vanno). Nelle contermini fasce geografiche ticinese e bergamasca l’appellativo di dragone compare come nome dei torrenti che mugghiano dai loro profondi inghiottitoi, vomitando verso l’alto le loro schiume rabbiose.
Ma le streghe erano potenze di terra, anche se solcavano l’aria a cavalcioni di scope e ne scatenavano gli elementi: dalla terra, infatti, traevano il loro potere (durante i processi venivano sospese a mezz’aria anche per evitare che dalla terra il demonio potesse soccorrerle); anche i draghi solcavano l’aria, ma in essa non vivevano e non erano di per sé necessariamente potenze malefiche.
Le vere potenze malefiche dell’aria, quelle che di aria si sostanziano e di aria sono fatte, sono tanto più interessanti quanto meno note. Ad esse ci riporta, nel medesimo articolo, l’illustre studioso e dialettologo: “Negli antichi dialetti dell’Alta Valtellina il vento che sibila nella notte, attorcendosi tra i vicoli delle case e trascinando via nelle proprie spire tutto ciò che gli si oppone, era chiamato senzasànch, senza sangue, come i serpenti, a motivo della loro bassa temperatura corporea.
A Campodolcino la Cativòra è ‘la personificazione del fenomeno di rinfrescamento dell’aria all’imbrunire’ e ancora oggi viene vissuta nella fantasia dei bambini come una specie di strega, che esce dalle sue grotte quando la notte precipita. Nella Svizzera italiana, a Mesocco, trova il proprio puntuale riscontro nella Cativòra, raffigurata nelle sembianze di un ‘essere terrificante evocato come spauracchio ai bambini e ai giovani per farli rincasare presto la sera’, una ‘specie di strega’ onnipresente come l’ombra dilagata a riempire ogni anfratto.”
Cativòra e Senzasanch probabilmente superano, in potere orrorifico, ogni altra potenza malefica, proprio per la loro onnipervasività (cosa può fermare il cammino dell’aria?) ed incombente presenza. La paura più agghiacciante, infatti, è quella che non prende forma, che non assume un volto definito: quando possiamo vedere i tratti di ciò che ci terrorizza, il terrore ha già superato il suo apice.
Nella medesima valle di San Giacomo era viva la credenza degli spiriti chiamati Obolie che prendevano possesso delle baite sugli alpeggi quando queste venivano abbandonate dai contadini. Questi, quando tornavano con gli armenti, nel mese di giugno, dovevano, quindi, cacciarli via. Si scatenavano, allora, tempeste violente, con venti impetuosi e sferzanti, ed i contadini dicevano che erano le Obolie che risalivano i versanti più alti dei monti, esprimendo così tutta la loro rabbia (cfr. la bella raccolta “C'era un volta, Vecchie storie e leggende di Valtellina e Valchiavenna”, ed. a cura del Comune di Prata Camportaccio, Sondrio, Bonazzi Grafica, dicembre 1994, con contributi di diverse scuole elementari e medie della Provincia di Sondrio).

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