OSICCIO DI SOPRA-BIVACCO ALPE DEL DOSSO (O DELEBIO-BIVACCO ALPE DEL DOSSO)

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Osiccio di Sopra-Canargo-Bivacco Alpe del Dosso
2 ore e 45 min.
670
E
Delebio-Canargo-Bivacco Alpe del Dosso
4 h e 30 min.
1370
E
SINTESI. Lasciamo la ss. 38 dello Stelvio alla prima rotonda all’ingresso di Delebio (per chi proviene da Colico): alla chiesa parrocchiale svoltiamo a destra, saliamo in direzione del versante orobico fino alla centrale elettrica (Basalùn), dove parcheggiasmo (m. 235) incamminandoci sulla strada lastricata che passa per Campo Beto e Piazzo Minghino (m. 532). Poco sopra, ad un bivio, prendiamo la stradella di sinistra che sale diritta a Canargo di Sotto (m. 920) e Canargo di Sopra (m. 987). Fin qui possiamo salire anche in automobile, partendo dalla località Tavani di Delebio e salendo (previo acquisto del pass di accesso) su una carozzabile fino a Osiccio di Sopra. Da qui a piedi traversiamo su pista verso sinistra a Canargo di Sopra. Procediamo da Canargo di Sopra salendo per breve tratto, fino al bivio segnalato al quale prendiamo il sentiero che se ne stacca sulla sinistra (indicazioni per il bivacco Alpe del Dosso). Scendiamo gradualmente al ponte sospeso (m. 847) e ci portiamo sul fianco occidentale del Dosso Lungo, risalendo sulla mulattiera protetta (attenzione!) che si porta al centro del dosso, ad un bivio, al quale prendiamo a destra (indicazioni per il bivacco Alpe del Dosso). Passiamo poco a monte della Baita del Dosso (aperta; m. 1023) e cominciamo a salire con diversi tornanti fino alla radura della Baita di Mezzo (m. 1231). A monte della baita la mulattiera riprende, tornando nella pecceta ed inanellando numerosi tornanti fino ad uscire al limite dell'Alpe del Dosso. Ci troviamo così di fronte alla casera dell'alpe, nella quale è stato ricavato il bivacco Alpe del Dosso (m. 1513).


Il bivacco Alpe del Dosso

La Val Lesina (Val Lésna, dal nome del torrente Lésna, già citato nel 1204 come "aque de Lexina") è la prima valle orobica che si apre a sud entrando in Valtellina. Nonostante sia una delle più ampie valli di tutto il versante orobico valtellinese, è anche una delle più selvagge e meno conosciute, per la mancanza di agevoli vie d'accesso carozzabili. Negli ultimi anni è stata tracciata una pista che da Delebio sale ad Osiccio ed a Piazza Calda, e può essere percorsa previo acquisto di pass d'accesso, a Delebio, presso il Bar Cioca (via Roma 57), il Bar Milvia (via Stelvio, 123), il bar Zero8 (piazza S. Domenica, 20), il Blu Bar (via Stelvio, 19) o il Ristorante Domingo (via Carcano, 3). Accanto ad essa viene percorsa da mezzi adatti anche la precedente e più stretta pista che da Torrazza sale per via più diretta a Canargo e quindi ad Osiccio.
Ma la valle sembra essere ancora per gran parte appannaggio dei delebiesi che la sentono come la loro valle e le possibilità escursionistiche, in rapporto alla sua bellezza ed al fascino della sua wilderness restano ancora ben poco fruite. L'apertura dieci anni fa (2006) di una struttura sempre aperta, il bivacco Alpe del Dosso, grazie all'iniziativa del Consorzio Montagna Viva di Delebio, può agevolare percorsi e traversate in più giorni, altrimenti di impegno troppo elevato per l'escursionista medio. Il bivacco è stato ricavato nella Casera dell'Alpe del Dosso ("Munt del dòs", già citato in documenti del Cinquecento come monte di Arzago), una splendida e luminosa fascia di prati nella parte alta di quel Dosso Lungo (localmente , il “Dos”) che, degradando a nord del pizzo Stavello ("Piz Stavèl", m. 2269, sulla cui vetta si congiungono i confini dei comuni di Delebio, Rogolo ed Andalo), divide la valle in due rami, occidentale ed orientale ("Lésna de Lüserna" e "Lèsna de Mezzana"). L'alpe è, dunque, punto mediano di un dosso mediano, una sorta di baricentro della valle.


Canargo di Sopra

La salita all'alpe ed al bivacco può avvenire, nella sua prima parte, salendo in automobile sulla pista con pass d'accesso dalla località Tavani di Delebio alla località Osiccio di Sopra (m. 920, "Usìcc' de sura", località citata in diversi documenti del Cinquecento nelle forme "Osigio" e "Osegio"; l'Orsini ritiene suggestivamente che questo toponimo derivi dall'etrusco "usìl", cioè "sole"). Parcheggiata l'automobile, si imbocca la stradella ("Strada de Usìcc' de sura") che traversa il dosso verso est, cioè portandosi sull'altro lato, in direzione sud-est (indicazioni per Canargo), intercettando la stradella, che sale direttamente da Delebio, nei pressi di Canargo di Sopra (m. 987).
Se però vogliamo salire fin qui a piedi, dobbiamo partire dal Basalùn (ripiano utilizzato per raccogliere il legname divallato) di Delebio, e precisamente dalla centrale idroelettrica (m. 235). Lasciata l'ex-statale 38 dello Stelvio sulla destra (per chi proviene da Milano) in corrispondenza della chiesa parrocchiale di San Carpoforo, saliamo alla parte alta del paese, portandoci al parcheggio presso la centrale a ridosso del monte.
Lasciata qui l'automobile, ci incamminiamo sulla stradella acciottolata che sale ripida ai maggenghi sopra il paese. Ignorate le deviazioni sulla destra per Verdione e Nogheredo, incontriamo il cartello escursionistico che dà Osiccio ad un'ora e la capanna Legnone a 2 ore e 40 minuti. Passiamo poi per la località "Pràa de la Rusina” (ma di prati non se ne vedono: il castagneto se li è mangiati) prima di raggiungere la località Campo Beto (Cambèèt, m. 460, località menzionata in un documento del 1578 come "Dossum de Bettis" ed in uno del 1780 come "Case di Betti", con riferimento alla famiglia Betti che figura residente in contrada Nogaredo fin dal 1535). Vi si trovano tre baite (quella più ad est riporta sulla facciata rivolta a monte un interessante affresco di madonna con bambino del 1447) e, poco più a monte, il Tempietto eretto nel 1984 dal “Gruppo Alpini Delebiese e amici in segno dell'amore e ricordo di tutti i suoi caduti”. Un paio di tornanti ancora e usciamo alla radura di Piazzo Minghino (Ciazménghìn o Césmenghìn, m. 532), dove si trova un piccolo bacino idroelettrico che alimenta la centrale della Ditta Carcano.


Mulattiera protetta

Poco sopra siamo alla località Tagliata (Taiàda: anche qui, a dispetto del nome, nessun prato) e ad un bivio. La stradella acciottolata di destra (Strada de Usìcc') sale ad Osiccio. Un cartello della Gran Via delle Orobie (G.V.O.), che proprio da Delebio parte e nella sua prima tappa sale all'alpe Legnone, dà Osiccio a 40 minuti, l'alpe Legnone a 3 ore e 10 minuti e l'alpe Piazza (per la quale passa la seconda giornata) a 7 ore e 30 minuti. Noi però imbocchiamo la stradella di sinistra ("Strada de Pansùn", chiamata così perché termina alla località Pansone sopra Canargo), che alterna tratti con fondo sterrato a tratti con fondo acciottolato o in cemento. È la stradella che sale diretta a Canargo. Dopo il primo tratto di salita (la stradella alterna strappi severi a tratti più umani) passiamo per il castegneto del Tinello (Tinél), che altro non propone se non una gradita fontanella. Un bel pezzo più in alto attraversiamo la Valcava, un modesto ma ripido avvallamento, poi, ignorata una pista che si stacca sulla sinistra, usciamo dall'ombra della selva per raggiungere le baite di Canargo di Sotto (m. 920, "Canàrch de suta", località citata in diversi documenti del Cinquecento nella forma "Canargum").
La Val Lesina comincia a mostrare uno scorcio del suo ramo orientale, mentre a nord la Costiera dei Cech richiama l'antichissima rivalità in bassa Valtellina fra Cech, appunto, e Maròch, gli abitanti dei comuni del versante orobico. Uno strappo breve ma severo ci porta poi alle baite di Canargo di Sopra (m. 987, "Canàrch de sura", località citata in diversi documenti del Cinquecento nella forma "Canargum"), dove arriva anche la già citata stradella che traversa fin qui da Osiccio di Sopra. Giunti fin qui in automobile o a piedi, procediamo così.
Lasciamo l'ultima baita alle spalle e procediamo ancora sulla stradella e la seguiamo per un breve tratto, fino a trovare i cartelli che segnalano un sentiero che se ne stacca sulla sinistra e che conduce in un'ora e mezza al bivacco Alpe Dosso (mentre restando sulla stradella e poi per sentiero si sale all'alpe Luserna in un'ora e mezza). Lasciamo la pista ed imbocchiamo il sentiero sulla sinistra (dal nome curioso di "Sentée del grìis") , ben marcato (non ci sono segnavia, ma non possiamo perderlo), che scende alternando tratti in piano e tratti in moderata discesa, verso sud-sud-est, tagliando il boscoso fianco della valle.


Mulattiera protetta

Il rumore del torrente Lesina (ramo occidentale) comincia a farsi sentire, ed alla fine della traversata ci portiamo proprio al guadoper il quale è stato di recente costruito un nuovo ponte sospeso (sul modello dei ponti tibetani, alquanto oscillanti se li si percorre con troppo impeto, ma strutturalmente più sicuri su versanti insabili rispetto ai tradizionali a struttura rigida). Il nuovo ponte ha sostituito uno precedente (“Punt del Dòs”, m. 847), più fermo ma strutturalmente più debole, costituito da assi sostenute da putrelle che poggiavano su spalle in muratura. La trazione dei fianchi della valle aveva deformato "a esse" le putrelle. L'instabilità del versante è testimoniata dal materiale alluvionale depositato sulle rive del ramo occidentale del torrente Lesina (che a sua volta raccoglie i rami della Lésna de Lüserna e della Lésna de Capél).
Per disporci all'attraversamento con il giusto stato d'animo troviamo un cartello, il primo di una serie che accompagna la salita al bivacco. Leggiamo: “Il Consorzio Montagna Viva desidera accompagnarti durante il tragitto con allegria e qualche spunto per meditare, immerso in una splendida vegetazione”. Segue una barzelletta del proverbiale Pierino.
Il consorzio delebiese non si è limitato ad apporre i cartelli, ma ha curato gli interventi preziosissimi di messa in sicurezza del sentiero che risale il Dosso Lungo, oltre che l'apertura del bivacco. Non possiamo che essergliene profondamente grati.
Poniamo piede dunque sul fianco occidentale del Dosso Lungo e gli scenari cambiano. Siamo nella parte bassa del dosso, caratterizzata da versanti ripidissimi ed impressionanti. Il sentiero (una mulattiera protetta, potremmo dire) è sempre largo, spesso ben scalinato ed in più punti protetto da corrimano in legno, ma ugualmente incute timore, complice anche l'ombrosità dei luoghi ed il fatto che, salendo, vediamo bene i salti sopra i quali dobbiamo passare. Concentrazione e calma, dunque. Non bastasse, ci accoglia subito una croce, dedicata alla memoria di Enrico Molatore (1949-2014), profondo conoscitore di questi luoghi ed appassionato cercatore di funghi, che ha pagato la sua passione con uno scivolone mortale. Osservano i nostri sforzi e le nostre titubanze, con tutto il distacco della loro sapienza secolare, bellissimi esemplari di faggi ed abeti, che di problemi del genere proprio non ne hanno.


Baita di Mezzo

Dopo una prima rampa protetta ed una passerella in legno, cominciamo ad aggirare il versante per portarci al centro del dosso. I corrimano accompagnano buona parte della traversata, ma un passaggio su roccette umide impone attenzione. Più avanti una sorprendente bellissima scalinata, che non stonerebbe in ambiente urbano, ci sorprende in una natura così selvaggia. Intanto la voce sempre corrucciata del torrente si è spenda, si leva il profondo silenzio della pecceta, che lascia spazio solo al canto degli uccelli. Altri tratti ben lastricati conducono ad un ponticello in legno. Dopo un'ultima salitella abbiamo l'impressione che lo scenario sia mutato. Alla nostra sinistra sembra che i dirupi impressionanti non ci siano Più. Un versante sempre ripido ed insidioso, ma ormai il dosso mostra un volto meno arcigno.
In breve siamo ad un bivio (che poi è un trivio), alla Posa (ce lo dice una panchina in legno: “posa” significa luogo in cui si posa il carico per riposare). Due cartelli escursionistici della Comunità Montagna di Morbegno segnalano che salendo a destra si sale in un'ora al bivacco Alpe Dosso, mentre proseguendo diritti si traversa in un'ora al Ponte di Stavello. Diciamo che nel primo caso l'indicazione è oltremodo ottimistica: ci sono ancora più di 500 metri di dislivello da superare, e dobbiamo mettere realisticamente in conto un'ora e mezza o anche qualcosina in più. Ma questo è solo un dettaglio. Come è un dettaglio la storia del trivio. Andando avanti diritti di pochi passi vediamo che il sentiero si biforca: quello di sinistra (freccia bianca e segnavia rosso-bianco-rosso con numerazione 125 sul tronco di un albero) scende leggermente e traversa al ponte di Stavello (sul ramo orientale del torrente Lesina), mentre un sentierino sale leggermente verso destra nella direzione che un cartello del Consorzio Montagna Viva segnala portare al Rifugio Baita del Dosso. Si tratta in realtà di un bivacco, cioè di una struttura sempre aperta ricavata dalla Baita del Dosso.


Alpe del Dosso

Noi però prendiamo a destra, per il bivacco Alpe Dosso e cominciamo a salire diritti. Passiamo in breve proprio a monte della radura della Baita del Dosso (ristrutturazione della stalla semidiroccata chiamata "Bàrach del Dos", m. 1023; fa parte del sistema degli alpeggi del Dosso chiamato nel suo insieme "Munt del Dòs"), e sul lato sinistro del sentiero vediamo l'imbocco del sentiero che se ne stacca per scendere alla struttura. Proseguiamo salendo ancora per un bel tratto diritti, verso sud-est. Qualche raro segnavia bianco-rosso si fa vedere, per onore di firma, ma non c'è problema: il sentiero è sempre molto marcato e salendo diventa una vera e propria mulattiera. Dopo un lungo traverso troviamo il primo tornante a destra, primo di una lunga serie. Ricompare anche il cartello che conforta l'escursionista, e qui sembra scritto a quattro mani, perché propone due testi, un estratto della famosa canzone di Fiorella Mannoia “Quello che le donne non dicono” (inno alla femminilità) ed una barzelletta velatamente maschilista: un tale comunica ad un amico che alla moglie hanno rubato la carta di credito, ed alla domanda “Hai denunciato il furto?” risponde che non ce n'è bisogno, perché il ladro spenderà sicuramente meno della moglie.
Dopo diversi tornanti la pecceta si illumina ed usciamo alla radura della Baita di Mezzo ("Baita de Mèz", m. 1231; fa parte del sistema degli alpeggi del Dosso chiamato nel suo insieme "Munt del Dòs"). Guardando a nord l'orizzonte comincia ad allargarsi: non più solo la Costiera dei Cech, ma cominciano a far capolino alcune cime della Val dei Ratti e della Val Codera, cioè, da sinistra, la punta di lancia del Sasso Manduino, il monte Gruf ed il pizzo di Prata. A monte della baita la mulattiera riprende, in molti tratti ben lastricata, e riprende anche l'inesorabile sequenza dei tornanti nella quiete della pecceta. Altri due cartelli che propongono un gioco di parole ed una serie di proverbi da culture diverse è un ottimo pretesto per tirare il fiato. Di nuovo più luce si fa strada nella pecceta, in alto si intravede la radura, il sentiero diventa un piccolo capolavoro di ordine e grazia ed alla fine siamo alla soglia dell'Alpe del Dosso (m. 1513; fa parte del sistema degli alpeggi del Dosso chiamato nel suo insieme "Munt del Dòs" già citato in documenti del Cinquecento come monte di Arzago),
una splendida e luminosa fascia di prati nella parte alta di quel Dosso Lungo (localmente , il “Dos”) che, degradando a nord del pizzo Stavello ("Piz Stavèl", m. 2269, sulla cui vetta si congiungono i confini dei comuni di Delebio, Rogolo ed Andalo), divide la valle in due rami, occidentale ed orientale ("Lésna de Lüserna" e "Lésna de Mezzana"). L'alpe è, dunque, punto mediano di un dosso mediano, una sorta di baricentro della valle.


Alpe del Dosso

Ci salutano con un benvenuto il Consorzio Montagna Viva e l'Ersaf. Davanti a noi ecco subito l'edificio della casera dell'alpe (Casera o Caseri del Dos), nel quale è stato ricavato il bivacco Alpe del Dosso, che dispone di sei posti letto, oltre che di una cucina con due tavoli, stoviglie, stufa con piastra per cucinare e servizio igienico. La struttura dispone di energia elettrica da pannelli fotovoltaici. Una vicina fontana permette di rifornirsi d'acqua. Ma la cosa che più stupisce è l'accoglienza dei membri del consorzio, gentilissimi e disposti a condividere un bel momento di convivialità. Una targa all'esterno recita: “Alpe Dosso. Sempre uniti nell'amore della montagna a ricordo del caro amico Enrico Ceciliani”. Vicino al rifugio c'è anche una struttura coperta ed una rete elastica per il divertimento dei bambini. Insomma, soprattutto nei finesettimana estivi la gente qui sale, e non soffre di malinconia.
Ottimo il panorama soprattutto sulle Lepontine (pizzo Ledù, monte Berlinghera e, sul fondo della Valle Spluga, pizzo Tambò) e sulle Alpi Retiche della Valchiavenna (pizzo Groppera, pizzo di Prata e Sasso Manduino). A monte del bivacco, oltre il limite dei prati, una piccola macchia di radi larici aggiunge un tocco bucolico all'armonia dell'insieme. Due ore e tre quarti (se siamo partiti da Osiccio di Sopra) o 4 ore e mezza (se siamo partiti da Delebio) di cammino ben spese. Nel primo caso il dislivello approssimativo in altezza è di 670 metri, nel secondo di 1370 metri.


Alpe del Dosso

ANELLO DEL DOSSO LUNGO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Osiccio di Sopra-Canargo-Bivacco Alpe del Dosso-Casera e Alpe Stavello-Ponte delle Guardie-Canargo-Osiccio di Sopra
5 ore e 30 min.
880
E
SINTESI. Lasciamo la ss. 38 dello Stelvio alla prima rotonda all’ingresso di Delebio (per chi proviene da Colico): alla chiesa parrocchiale svoltiamo a destra, saliamo in direzione del versante orobico fino alla centrale elettrica (Basalùn), dove parcheggiamo (m. 235). Incamminandoci sulla strada lastricata che passa per Campo Beto e Piazzo Minghino (m. 532). Poco sopra, ad un bivio, prendiamo la stradella di sinistra che sale diritta a Canargo di Sotto (m. 920) e Canargo di Sopra (m. 987). Fin qui possiamo salire anche in automobile, partendo dalla località Tavani di Delebio e salendo (previo acquisto del pass di accesso) su una carozzabile fino a Canargo di Sopra. Da qui a piedi traversiamo su pista verso sinistra a Canargo di Sopra. Procediamo da Canargo di Sopra salendo per breve tratto, fino al bivio segnalato al quale prendiamo il sentiero che se ne stacca sulla sinistra (indicazioni per il bivacco Alpe del Dosso). Scendiamo gradualmente al ponte sospeso (m. 847) e ci portiamo sul fianco occidentale del Dosso Lungo, risalendo sulla mulattiera protetta (attenzione!) che si porta al centro del dosso, ad un bivio, al quale prendiamo a destra (indicazioni per il bivacco Alpe del Dosso). Passiamo poco a monte della Baita del Dosso (aperta; m. 1023) e cominciamo a salire con diversi tornanti fino alla radura della Baita di Mezzo (m. 1231). A monte della baita la mulattiera riprende, tornando nella pecceta ed inanellando numerosi tornanti fino ad uscire al limite dell'Alpe del Dosso. Ci troviamo così di fronte alla casera dell'alpe, nella quale è stato ricavato il bivacco Alpe del Dosso (m. 1513). saliamo diritti nella macchia di larici, fino ad incrociare, a quota 1560 metri, la Gran Via delle Orobie (Sentiero Andrea Paniga), segnalata da cartelli escursionistici. Seguiamo il cartello della G.V.O. che ci manda a sinistra (nord) e dà la Casera di Stavello a 20 minuti. Ci incamminiamo su un sentierino che corre fra radi larici, segnalato da segnavia bianco-rossi. Dopo un tratto protetto da corrimano, saliamo ad una portina e traversiamo fra alti abeti (qualche passaggio esposto richiede attenzione). Dopo uno strappo, il sentiero si porta in vista della Casera di Stavello, e comincia a scendere al centro di un avvallamento con un modesto corso d'acqua. Lo superiamo e pieghiamo a sinistra, salendo alle vicine baite dell'alpeggio, la Casera e la Baita vicina (m. 1551). Poco prima delle due baite e della croce in legno presso un rudere di baita, siamo ad un bivio e dobbiamo ignorare le indicazioni del sentiero che traversa all'alpe Mezzana, salendo a destra, verso est, per imboccare il sentiero di sinistra che scende deciso verso nord (numerato 128), tenendosi sulla destra del piccolo corso d'acqua. Dopo una serie di tornanti, il sentiero piega a destra (nord-est) e si porta sul filo di un dosso, affacciandosi al lato opposto e traversando verso est in una pecceta in leggera salita. Poi, dopo un tornante dx, comincia a scendere deciso, con qualche tornante, ed esce alla breve fascia di prati dell'alpe Stavello (m. 1261). Passiamo per le baite dell'alpe e proseguiamo verso est, portandoci sul limite opposto e rientrando nella pecceta. Il sentiero traversa verso sud-est, tagliando un ripido versante e superando una valletta. Sul lato opposto piega a sinistra e si porta sul filo di un ripido dosso, che comincia a scendere con alcuni ampi tornanti. Dopo una sequenza di tornanti il sentiero passa per una sorgente e viene raggiunto, da destra, da quello che scende, con giro più ampio, dalla casera di Stavello. La discesa prosegue, verso nord, e dopo diversi tornanti superiamo di nuovo la valletta che abbiamo tagliato più in alto e traversiamo diritti verso nord-ovest, in leggera discesa, avvicinandosi verso il fondo del ramo orientale della Val Lesina, dove rumoreggia la “Lésna de Mezzana”. Prima di accostare il torrente ci raggiunge da sinistra il sentiero che taglia l'intera sezione bassa del Dosso Lungo. Dobbiamo ora lasciare il sentiero principale ed imboccare questo sentiero verso sinistra (indicazione per la Casera del Dosso). Traversiamo verso est, quasi in piano, su un versante abbastanza ripido. Procediamo con attenzione nei tratti esposti. Il sentiero poi piega a destra e per un tratto procede verso nord, poi inverte il suo corso e per breve tratto volge a sud, guadagnando rapidamente quota sul ripido versante, piegando a destra (ovest). Torniamo così al trivio della Posa, che abbiamo raggiunto all'andata. Procedendo diritti, passiamo presso la Baita del Dosso, ripercorriamo la mulattiera che traversa il dosso verso sud-ovest, fino al Ponte del Dosso. Superata la Lesina, ripercorriamo il sentiero che ci riporta alla stradina che sale da Canargo. Quasi subito scendiamo a Canargo di Sopra e traversiamo ad Osiccio di Sopra.


Sentiero Alpe del Dosso-Casera di Stavello

Il bivacco Alpe del Dosso consente di chiudere uno splendido anello che circonda il Dosso Lungo.
Raggiunto il bivacco come sopra descritto, saliamo diritti nella macchia di larici, fino ad incrociare, a quota 1560 metri, la Gran Via delle Orobie (Sentiero Andrea Paniga), segnalata da cartelli escursionistici. Seguiamo il cartello della G.V.O. che ci manda a sinistra (nord) e dà la Casera di Stavello a 20 minuti, la Casera di Mezzana a 50 minuti e l'Alpe Piazza a 2 ore e 10 minuti.
Ci incamminiamo su un sentierino che corre fra radi larici, segnalato da segnavia bianco-rossi. Dopo un tratto protetto da corrimano, saliamo ad una portina e traversiamo fra alti abeti (qualche passaggio esposto richiede attenzione). Dopo uno strappo, il sentiero si porta in vista della Casera di Stavello, e comincia a scendere al centro di un avvallamento con un modesto corso d'acqua (per il quale passa il confine fra territorio del comune di Delebio, che lasciamo, e di Andalo, nel quale entriamo).


Casera di Stavello

Lo superiamo e pieghiamo a sinistra, salendo alle vicine baite dell'alpeggio, la Casera e la Baita vicina (m. 1551). L'alpeggio si stende in una sorta di conca ai piedi del circo glaciale del monte Stavello. Localmente viene chiamato “Munt de alt”, con la “Caséra dé Stavél”. Stavello è un toponimo diffuso nelle Orobie occidentali. Deriva dal latino “stabulum”, “baita”. Lo si ritrova anche nella vicina Val Gerola occidentale, con l'importante bocchetta di Stavello e l'alpe Stavello. L'alpe (2016) è ancora caricata e lo scampanio delle mucche al pascolo lo annuncia da una certa distanza. Certo difficilmente vi troveremo gli 80 capi censiti sul finire dell'Ottocento (quando se ne contavano anche 55 all'alpe del Dosso che abbiamo lasciato alle spalle.
La Val Lesina fu in passato (ma ancora questo vale anche per il presente) famosa soprattutto per i suoi pascoli. Nella “Guida alla Valtellina” del 1885 (II edizione, curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio) leggiamo, infatti: “La valle della Lesina, allo sbocco della quale sta Delebio, è ricca di foreste e di ottimi pascoli. I formaggi che ivi si ottengono nella stagione estiva rivaleggiano con quelli della vicina valle del Bitto”. Ercole Bassi, nella sua opera di statistica dedicata alla Valtellina, scrive, sempre in riferimento alla fine dell'Ottocento: “In quasi tutti gli alpeggi delle valli di Tartano, del Bitto e del Lesina il latte viene lavorato in comune. I privati o sono di diversi proprietari o dati in affitto generalmente a consorzi”.


Torrente Lesina di Mezzana presso il ponte di Stavello

Oggi, come in passato, la stagione della monticazione dura dai primi di giugno al 24 agosto ed anche oltre (a seconda delle condizioni dell'alpeggio e del tempo). Il diffuso proverbio ”San Burtulaméé montagna bèla ta laghi 'ndréé” dice appunto che il 24 agosto, San Bartolomeo, è una data di riferimento per tutti. Quel che oggi si è perso è il rito della “pesa”, che avveniva dopo 28 giorni dall'inizio della monticazione: alla presenza dei proprietari dei capi ogni mucca veniva munta. Se il latte prodotto non superava i 2 kg la mucca era dichiarata “sterla” ed il proprietario doveva sostenere la spesa dell'erba consumata.
Poco prima delle due baite e della croce in legno presso un rudere di baita, siamo ad un bivio e dobbiamo ignorare le indicazioni del sentiero che traversa all'alpe Mezzana, salendo a destra, verso est, per imboccare il sentiero di sinistra che scende deciso verso nord (numerato 128), tenendosi sulla destra del piccolo corso d'acqua. Dopo una serie di tornanti, il sentiero piega a destra (nord-est) e si porta sul filo di un dosso, affacciandosi al lato opposto e traversando verso est in una pecceta in leggera salita. Poi, dopo un tornante dx, comincia a scendere deciso, con qualche tornante, ed esce alla breve fascia di prati dell'alpe Stavello (“Munt de bas”, m. 1261).


Il ponte di Stavello

Passiamo per le baite dell'alpe e proseguiamo verso est, portandoci sul limite opposto e rientrando nella pecceta. Il sentiero traversa verso sud-est, tagliando un ripido versante e superando una valletta. Sul lato opposto piega a sinistra e si porta sul filo di un ripido dosso, che comincia a scendere con alcuni ampi tornanti. Dopo una sequenza di tornanti il sentiero passa per una sorgente e viene raggiunto, da destra, da quello che scende, con giro più ampio, dalla casera di Stavello. La discesa prosegue, verso nord, e dopo diversi tornanti superiamo di nuovo la valletta che abbiamo tagliato più in alto e traversiamo diritti verso nord-ovest, in leggera discesa, avvicinandosi verso il fondo del ramo orientale della Val Lesina, dove rumoreggia la “Lésna de Mezzana”.
Prima di accostare il torrente ci raggiunge da sinistra il sentiero che taglia l'intera sezione bassa del Dosso Lungo (quello che abbiamo lasciato al bivio appena sotto la Baita del Dosso. Dobbiamo ora lasciare il sentiero principale ed imboccare questo sentiero verso sinistra (la deviazione è segnalata da un cartello che segnala la Casera del Dosso). Vale però la pena aggiungere qualche minuti all'escursione per scendere ancora per un tratto sul sentiero principale che costeggia il torrente e raggiunge il ponte in pietra di Stavello o Ponte delle Guardie (Punt de Stavél, Punt di Guardi, Punt de la Ràsega o Punt de la Ràsig, m. 889), un piccolo capolavoro di ingegneria alpina. Qui anticamente esisteva una segheria che sfruttava la forza delle acque del torrente, che da una cascatella.


Torrente Lesina dal Ponte del Dosso

Poco oltre, sul sentiero al di là del ponte, che prosegue quasi scavato nella roccia, accadde un epico scontro fra le incarnazioni delle due anima della valle, quella dell'alpeggio e quella della natura selvaggia. Un toro ed un orso si trovarono muso a muso sul sentiero, che era troppo stretto perché passassero entrambi. Fu scontro per la vita e per la morte. L'orso si rizzò in piedi avventandosi sul toro, ma non aveva previsto che questi abbassasse il muso e da sotto gli infilasse le corna nel ventre. L'orso urlò forte e cercò di ferire con gli artigli il toro, ma questi, per quanto ferito, non lasciò la presa, anzi puntò le zampe per tenere inchiodato l'orso contro la roccia. Così l'orso perse gradualmente forza e morì dissanguato, ma neppure il toro si mosse, ed in questa posizione finì i suoi giorni. Chissà se questa storia ha una morale.
Per noi la morale è che dobbiamo tornare indietro per breve tratto e prendere a destra, imboccando il sentiero per la Casera del Dosso. Torniamo così sul fianco del Dosso Lungo, e risentiamo il suo freddo respiro. Traversiamo verso est, quasi in piano, su un versante abbastanza ripido. Ci ritroviamo di fronte il solco, qui ben più ombroso, della valle che segna il confine fra Andalo e Delebio (l'abbiamo attraversata più in alto prima di scendere alla Casera di Stavello). Procediamo con attenzione nei tratti esposti e torniamo nel territorio di Delebio.
Il sentiero poi piega a destra e per un tratto procede verso nord, poi inverte il suo corso e per breve tratto volge a sud, guadagnando rapidamente quota sul ripido versante, piegando a destra (ovest). Torniamo così al trivio della Posa, che abbiamo raggiunto all'andata. Procedendo diritti, passiamo presso la Baita del Dosso, ripercorriamo la mulattiera che traversa il dosso verso sud-ovest, ripassando per le due passerelle in legno, per l'elegante scalinata e per la croce in ferro appena prima del Ponte del Dosso. Superata la Lesina, percorriamo il sentiero che ci riporta alla stradina che sale da Canargo. Quasi subito scendiamo a Canargo di Sopra e traversiamo ad Osiccio di Sopra, terminando lo splendido anello che richiede circa 5 ore e mezza di cammino, per un dislivello approssimativo di 880 metri.


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