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Piana di Bernasca

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Ronco-Vallle e passo di Vicima-Lago di Bernasca-Rifugio Bernasca
3 h e 30 min.
1100 (+150 in discesa)
E
SINTESI. Saliti a Campo Tartano sulla strada per la Val Tartano, parcheggiamo qui e proseguiamo lungo la carozzabile per Tartano, trovando ben presto, segnalata, la partenza, sul suo lato sinistro, della mulattiera per la Val Vicima, che passa a monte della frazione Ronco e, raggiunto un poggiolo, comincia a inoltrarsi sul fianco meridionale della valle, passando per una cappelletta. Oltrepassate le baite di Vicima (m. 1505), guadiamo un piccolo coso d'acqua da sinistra a destra e passiamo a sinistra dei prati delle baite di quota 1619. Ignorata la deviazione a destra per il Barghèt, proseguiamo a sinistra e passiamo accanto ad un terzo gruppo di baite ai margini di una pecceta. Usciamo poi all'aperto passando a destra delle baite di quota 1763, scendiamo verso destra ad attraversare il torrente Vicima e saliamo fra facili balze fino all'alpe Vicima (m. 1933). Pasiamo a sinistra del recinto dell'alpe e proseguiamo diritti, fino a ritrovare la traccia di sentiero. Oltrepassata l'ultima baita a quota 2050, seguiamo il sentierino che, sempre stando sul lato sinistro per ni) della valle supera due gradini rocciosi e si porta ai piedi del passo di Vicima, cui sale con traccia più marcata (m. 2234, croce in legno). Ignorata una debole traccia che sale alla nostra destra, scendiamo per un breve tratto alla conca sottostante, fino ad affacciarci su un pianoro più ampio, dove ci appare il bellissimo laghetto di Bernasca (m 2134), cui scendiamo su traccia marcata. Passiamo a sinistra del lago e procediamo fino a giungere in vista del rifugio Bernasca (m. 2093), a sinistra del caratteristico corno del Pizzolo.

Nel 2002 è stato inaugurato in Val Madre un nuovo rifugio, a 2093 metri, denominato rifugio della Bernasca, in quanto si trova presso la sella del Pizzolo, nella parte alta dell’alpe Bernasca, che, a sua volta, si apre nella parte alta della valle omonima, laterale occidentale della Val Madre. La posizione davvero bella, la vicina presenza di un vero e proprio gioiellino, il laghetto di Bernasca, il colpo d’occhio superbo sulla parte orientale del gruppo del Masino, sulla testata della Valmalenco, sul gruppo Scalino-Painale e sulle Orobie centrali, fanno del rifugio una meta di interesse primario, che non può mancare nel carnet degli amanti dell’escursione. Questi ultimi, oltretutto, possono stare assolutamente tranquilli: il rifugio è posto ad almeno tre ore di cammino dal più vicino luogo raggiungibile in automobile: la quiete è dunque assicurata.
Due sono le vie principali per accedere al rifugio, la prima, più bella, prevede la traversata completa della Val Vicima (laterale della Val di Tartano) e dell’omonimo passo, con discesa finale al rifugio; la seconda parte invece da Sovalzo, località posta sulla media montagna sopra Colorina, ed una traversata non priva d’interesse sull’aspro fianco occidentale della bassa Val Madre. I due itinerari sono, ovviamente, combinabili ad anello, purchè si disponga di due automobili, da lasciare l’una poco sopra Campo Tartano, l’altra a Colorina.
La val Vicìma è la prima laterale orientale importante della Val di Tartano. Per raggiungerla, dobbiamo salire in Val di Tartano, staccandoci dalla ss. 38, dopo il viadotto sul torrente Tartano e prima di quello sul fiume Adda nel tratto fra Talamona ed Ardenno (se proveniamo da Milano). Ci immettiamo, così, sulla strada provinciale Pedemontana Orobica, che lasciamo, però, ben presto, deviando a destra, per imboccare la strada, segnalata, per la Val di Tartano. La strada, costruita negli anni Cinquanta del ‘900, si snoda sull’aspro fianco occidentale del Crap del Mezzodì (m. 1031), inanellando 12 tornanti prima di raggiungere Campo Tartano (m. 1049). Procedendo per circa mezzo chilometro oltre Campo, in direzione di Tartano, troviamo una piazzola a lato della strada, sulla destra, con un tavolo per la sosta. Pochi metri oltre parte, sulla sinistra, il sentiero per la Val Vicima. Dal primo tratto del sentiero si domina la bassa Val di Tartano, con Campo Tartano, mentre sul versante opposto della valle si vedono le case di Postareccio.
Si può intercettare la mulattiera, nei pressi di una cappelletta, anche salendo per un ripido e breve sentierino che parte dalle case della frazione Ronco, dove si trova anche un parcheggio dove si può lasciare l’automobile. Se scegliamo questa soluzione, imbocchiamo, sulla sinistra, la segnalata via Cosaggio, fino al cartello di divieto di accesso. Lasciata lì l’automobile, saliamo verso il gruppo di case della frazione, passando a sinistra di una cappella. Dopo una prima salita, non ci dirigiamo verso le case, ma proseguiamo sulla sinistra, lungo un sentirono che si inerpica, ripido, sui prati che sovrastano le case. Ad un bivio, prendiamo a destra e, in breve, intercettiamo la mulattiera poco sotto la citata cappelletta.
La salita successiva avviene su una bella mulattiera, che regala alcuni suggestivi colpi d’occhio su Campo Tartano, prima di condurre al crinale di un dosso (m. 1400 circa), dove una piccola radura permette una piacevole sosta, rallegrata dal dolce profilo delle betulle. Dal dosso lo sguardo raggiunge, sul fondo della Val Lunga, il passo di Tartano, sormontato da una grande croce. Il sentiero si inoltra, quindi, sul fianco settentrionale della valle e raggiunge una cappelletta che sembra posta a guardia del pauroso dirupo che si apre, alla nostra destra, sul fondovalle. Il sentiero, infatti, è largo, comodo ed in questo tratto quasi pianeggiante, ma esposto su questo dirupo: da qui scorgiamo anche l’audace ponte di Vicima, che, sulla strada che porta a Tartano, supera la selvaggia forra della bassa Val Vicima. Sul lato opposto, cioè a monte, possiamo osservare, invece, la più rassicurante presenza di un bel bosco di abeti e faggi. Riprendiamo la salita: ben presto si raggiungono le baite di Vicima (m 1505), a monte dei ripidi prati che la sapienza contadina ha saputo sfruttare da tempi immemorabili.
Continuiamo, fino ad un secondo gruppo di baite di Vicima (m. 1619), che raggiungiamo dopo aver superato un piccolo corso d’acqua ed aver attraversato una fascia di bassa vegetazione, dove ignoriamo una deviazione che si stacca dal sentiero sulla nostra destra, scende al torrente della valle e si porta sul suo lato opposto, per raggiungere l’alpeggio del Barghèt. Usciamo, quindi, definitivamente allo scoperto e nella salita successiva incontriamo una fascia di bassa vegetazione, costituita soprattutto dagli ontani verdi. Ci stiamo affacciando all’alta valle, e troviamo, sulla nostra sinistra, a quota 1763, un primo gruppo di baite, prima di scendere sulla destra ad attraversare il torrente e, superata un’ultima balza, giungere in vista dell’ampio pianoro terminale dell’alpe di Vicima, dove, a 1933, troviamo la piccola baita utilizzata dai caricatori dell’alpe. Sulla testata della valle si impone, in direzione sud-est (leggermente sulla sinistra) il roccioso versante settentrionale del pizzo Gerlo (m. 2470). Il passo di Vicima è più a nord-est, immediatamente a sinistra di un piccolo torrione roccioso posto a sua volta a sinistra del pizzo. Se, invece, guardiamo alle nostre spalle distingueremo, sulla destra, la Costiera dei Cech ed uno spaccato della valle di Spluga (prima laterale della
Val Masino), con la cima del Desenigo ed il monte Spluga.
Tenendo la sinistra (per noi) della valle senza però guadagnare quota, aggiriamo il recinto che delimita lo spazio riservato agli animali e percorriamo a vista il pianoro: manca, infatti, una vera e propria traccia di sentiero. Superata un’ultima baita, a quota 2050, ritroviamo il sentiero e risaliamo il fianco sinistro dei due brevi gradini roccioso che ci separano dallo strappo finale. Siamo sempre sul lato sinistro della valle, spostati verso il centro, quando affrontiamo il sentiero ben marcato che, con qualche stretta serpentina, conduce infine al passo di Vicima (m 2234), riconoscibile anche da lontano per il grande ometto e la croce che lo sormontano.
Questo itinerario potrebbe anche essere chiamato il sentiero degli ometti, dal momento che ne incontriamo diversi, e di ragguardevoli proporzioni, lungo il percorso. Alcuni sono posti in corrispondenza di luoghi importanti, un passo, un dosso, e quindi hanno la funzione di permettere l’orientamento in condizioni di scarsa visibilità. Questi manufatti, che risalgono ad epoche antichissime, rimangono come muti testimoni di una civiltà di cui ben poco sappiamo e la cui suggestione, proprio per questo, accompagna, come un’ombra enigmatica ed inquietante, i nostri passi nel cammino. La salita fino al passo richiede circa tre ore, necessarie per superare un dislivello approssimativo di 1100 metri in salita. Oltre il passo di Vicima, troviamo subito, sulla destra, una traccia di sentiero che comincia a salire, fino ad una bocchettina, un po’ insidiosa insidiosa, dalla quale si può tornare in Val di Tartano, scendendo, con percorso da affrontare con grande cautela, all’alpe del Gerlo.
Lasciamolo, però, alla nostra destra e proseguiamo, scendendo per un breve tratto alla conca sottostante, fino ad affacciarci su un pianoro più ampio, dove, inatteso, ci appare il bellissimo laghetto di Bernasca (m 2134), dominato, sulla destra, dalla mole del monte Seleron. Il sentiero, con qualche tornantino, ci permette di scendere alle sue rive. Il luogo, nascosto e tranquillo, regala un’impagabile senso di pace e di armonia. Ci sentiamo, qui, riconciliati con il mondo, o forse, semplicemente, in un altro mondo, nel quale l’eco di quello che quotidianamente ci circonda, e talora ci assale, neppure giunge.
Proseguiamo passando a sinistra del laghetto e del corso d’acqua che ne fuoriesce: in breve ci affacciamo ai prati che ospitano il rifugio, posto a sinistra della sella del Pizzolo, la modesta elevazione sulla costiera che separa l’alpe Bernasca da quella di Cigola. Dopo una breve discesa, raggiungiamo alla fine la meta, a 2093 metri. Siamo in cammino da tre ore ed un quarto circa, ed abbiamo superato un dislivello in altezza di circa 1100 metri.
Guardiamoci intorno, ora. In direzione nord-ovest si impone, in primo piano, l'aspro fianco sud-orientale del pizzo di Presio (m. 2391). Più a destra, un breve spaccato della parte orientale del gruppo del Masino, con il pizzo Torrone orientale, il monte Sissone e, preminente per mole ed eleganza, il monte Disgrazia. Proseguiamo verso destra: oltre il pizzo Cassandra, sul fondo, si intravedono le cime della parte occidentale della testata della Valmalenco, fra le quali si riconoscono facilmente i pizzi Gemelli. Poi, i maestosi pizzi Roseg, Scerscen e Bernina, la cresta Guzza, i pizzi Argient e Zupò, ed i pizzi Palù e Varuna, che chiudono la testata della Valmalenco.
Poi, il gruppo Scalino-Painale-Ron ed il pizzo Combolo. Sullo sfondo, le montagne della Val Grosina. Bello è anche il panorama orobico. Spicca l'elegante ed arrotondata cima del pizzo del Diavolo di Tenda. Più a sinistra, la serrata sequenza delle più alte cime orobiche, sulla testata della val d'Arigna (termine che deriva da “lariana” e, quindi, da “larix”, cioè larice). Infine, immediatamente a monte del laghetto di Bernasca, in primo piano possiamo ammirare l'arrotondata cima del monte Seleron (m. 2519).
Raccontiamo, ora, per chi disponesse di due automobili, come tornare al fondovalle valtellinese effettuando un’affascinante traversata del fianco occidentale della Valmadre. Questo percorso, effettuato a rovescio, costituisce la seconda via di accesso al rifugio (ma è piuttosto faticosa, tenuto conto che il divieto di accesso alla carrozzabile sopra Colorina ci impone di partire da una quota assai bassa). Siamo sul limite superiore di destra dell’alpe di Bernasca. Dobbiamo, ora, scendere al suo limite inferiore di sinistra, con una diagonale che lascia alla nostra destra il Pizzolo ed oltrepassa la casera di Bernasca (m. 1982) ed il Baitone (m. 1887), fino a raggiungere l’ultima baita, intorno a quota 1800. Dalla baita troviamo un sentiero (all’inizio poco evidente, poi più marcato) che prende a sinistra ed in breve giunge a guadare il torrentello della valle, per poi proseguire, in una fascia di bassa vegetazione, con alcuni ampi tornanti.
Poi il sentiero si allontana dal solco della valle, puntando decisamente a nord e raggiungendo, dopo una breve salita, un bel bosco di abeti, dove piega ancora, questa volta a destra, e comincia una lunga discesa, che ci fa perdere 600 metri circa, sul crinale di un largo dosso compreso fra la valle Sciesa, alla nostra destra, ed un vallone laterale della valle del Pizzo, alla nostra sinistra. Dopo un primo breve tratto di discesa, attraversiamo la radura della piana (m. 1650 circa). Il sentiero prosegue con le sue serpentine all’ombra di un fiabesco ed incantevole bosco di abeti. Curiosamente, né la carta IGM né quella della Kompass lo segnalano.
Alla fine, poco sotto il rudere della baita Caprile (m. 1141), il sentiero volge a sinistra (attenzione a non perdere la svolta proseguendo verso il fondovalle: ci si ritroverebbe ai margini di un dirupo) ed iniziando l’ultimo lungo traverso sul fianco occidentale della bassa Val Madre, selvaggio e scosceso. Attraversiamo, così, il solco dell’aspra ed impressionante valle del Pizzo (che scende dal versante nord-orientale del pizzo di Presio), proprio nel tratto in cui un salto roccioso forma un’interessante cascata del torrentello (dopo piogge abbondanti o in tarda primavera non si potrà evitare di ricevere il fresco spruzzo dell’acqua che precipita dal salto).
Superato un secondo e più modesto vallone, che scende anch’esso dalle pendici del pizzo, ritorniamo a luoghi meno selvaggi: ci ritroviamo, infatti, nell’amena pianeta di Sovalzo (o Soalzo), ad 859 metri, dove ci accoglie un’edicola del Parco delle Orobie Valtellinesi. E’ l’inizio della fine, e di una fine un po’ monotona dell’escursione: dobbiamo, infatti, percorrere un tratto su una carrozzabile sterrata, che si immette in una seconda sterrata la quale, a sua volta, si congiunge con la strada principale che sale da Colorina (chi volesse effettuare l’anello in senso inverso tenga presente che per raggiungere Sovalzo ci si deve staccare da questa strada alla terza traversa a sinistra). Non abbiamo altra alternativa che percorrerla in discesa fino al paese, che raggiungiamo dopo aver oltrepassato la bella chiesetta della Madonnina (m. 414).

Traversata al rifugio Beniamino
, per la bocchetta del Gerlo.
Questo itinerario è per escursionisti esperti.
Torniamo, dal rifugio Bernasca, al passo di Vicima. Appena prima del passo, sulla sinistra, individuiamo una traccia di sentiero e permette di tornare in Val di Tartano, scendendo all’alpe del Gerlo La traccia di sentiero sale, in direzione sud, verso il circo terminale dell’alta Val Bernasca, compreso fra il monte Seleron (m. 2519), a sud-est ed il pizzo Gerlo (m. 2470) a nord-ovest, passando, nel primo tratto, a monte del laghetto di Bernasca. La traccia del sentiero è intermittente, e non ci sono segnavia che ci possano aiutare, ma riconosciamo facilmente, davanti a noi, la meta da raggiungere: si tratta, infatti, del più profondo intaglio sulla costiera che separa l’alta Valle di Bernesca dalla Val Lunga, una bocchettina raggiunta da un lembo di pascolo. La raggiungiamo senza particolari difficoltà, ad una quota approssimativa di 2380 metri. Ben più difficoltosa ci appare subito, invece, la discesa dalla bocchetta del Gerlo all’alta alpe del Gerlo. Ecco come la guida Mario Vannuccini, nella “Guida al Parco Regionale delle Orobie Valtellinesi”, la descrive: “Il versante opposto, raggiunto da un canalino di scivolosa festuca varia (l’erba vìsega dei valtellinesi, chiamata cèra in
Val Tartano) all’inizio spaventa un po’. Ma con la dovuta cautela la discesa si dimostra meno difficile del previsto. Si abbandona la seconda metà del canale per proseguire sulla sua sponda destra fino al termine delle difficoltà, presso l’Alpe Matarone (2215 m)”. E’ proprio il passaggio dal centro del canalino al suo erboso lato destro a rappresentare il punto più esposto, e quindi quello che richiede la maggiore attenzione. La tentazione sarebbe quella di proseguire infilandosi nell’ultima parte del canalino, ma anche qui si incontrerebbero difficoltà: un passaggio un po’ ostico ed il rischio costante, se si è in più di uno, di far rotolare sassi su coloro che stanno più in basso. Raggiunti i pascoli alti, proseguiamo in direzione della baita Matarone (m. 2215), a valle della quale, lungo un basso muro di cinta, si impongono alla vista tre misteriosi grandi ometti.
Sulla nostra sinistra alcuni sentieri salgono sul crinale del dosso che separa l’alta alpe del Gerlo (dove ci troviamo) dall’alpe che si trova a sud-est, sempre sul versante orientale della Val Lunga, l’alpe Canale. Salendo al crinale, possiamo poi scendere sul lato opposto, all’alta alpe Canale e proseguire verso sinistra, su traccia di sentiero che si perde, risalendo un ampio canalone che ci porta ad una sella erbosa quotata 2410, immediatamente a sud del monte Seleron: si tratta di una bocchetta, senza nome, che dà accesso, sul versante opposto, all’alta Val Cògola, laterale occidentale della Val Madre. Da qui possiamo tornare, seguendo un sentiero segnalato, al rifugio Bernasca, salendo alla sella del Pizzolo e chiudendo un bellissimo anello.
Ma torniamo alla baita Mafarone: inizia da qui, su traccia di sentiero piuttosto labile, la discesa dell’alte, davvero molto ampia. La discesa mantiene una direzione che approssimativamente rimane sulla verticale della baita Matarone, senza piegare verso destra, dove è ben visibile la grande baita della Moia (m. 2009). Scendendo, incontriamo alcune baite minori, ma vediamo subito la meta, che resta nascosta dietro un ampio dosso erboso. Si tratta della curiosa doppia fila di tre baite che sulla carta è designata come Casera di Gerlo, e quotata 1897 metri. Le baite sono poste sul limite inferiore dell’alpe: da esse iniziamo la discesa finale al fondo della Val Lunga, imboccando un sentiero che prosegue sulla sinistra, passa a destra di un ripido prato ed inizia una discesa lungo il fianco di sud-est della valle del Gerlo, per poi passare sul lato opposto prima di raggiungere la strada di fondovalle della Val Lunga presso una galleria paramassi. Seguendola verso sinistra, raggiungiamo, infine, la località Arale (termine connesso con il bergamasco “aral”, cioè “spianata con cataste di legna da ardere”, oppure con il canavesano “eral”, cioè “spianata nel casale”), dove si trova il rifugio Beniamino. La traversata richiede circa due ore di cammino (il dislivello in salita è di circa 290 metri).

Ascensione al pizzo di Presio (EE)
.
Possiamo sfruttare due vie. La prima segue il crinale est-nord-est. Per raggiungerlo, scendiamo dal rifugio alla casera di Bernasca (m. 1982), imboccando poi un sentierino che, in direzione nord, porta al crinale, ad una quota approssimativa si 2220 metri. Seguendo il crinale, con cautela, raggiungiamo infine i 2391 metri della cima.
La seconda via è più lunga, ma ha l fascino di una splendida escursione negli orizzonti della solitudine. Torniamo al passo di Vicima e scendiamo al pianoro dell'alta valle, dove, sulla destra, riconosciamo facilmente le due baite di quota 1931 (una è costruita a ridosso di un enorme masso). Dalle baite iniziamo a salire verso nord-est (destra), seguendo l'ampio vallone che scende da un gradone terminale. C'è anche una traccia di sentiero, ma nella parte bassa è poco visibile. Alla fine raggiungiamo la soglia di una splendida conca solitaria, vegliata dalla baita Pertuso (m. 2113). Si chiude l'orizzonte alle nostre spalle, siamo nel regno della solitudine estrema.


Val Madre

Guardiamo, ora, il fondo del vallone-conca: sul lato sinistro indoviniamo, senza però vederla, la marcata spaccatura del crinale costituita dalla bocchetta già menzionata, che guarda all’alpe del Presio, sopra Colorina; procedendo verso destra, vediamo un corno roccioso orientato a destra ed un’elevazione tondeggiante, poco pronunciata. È proprio quest’ultimo il pizzo di Presio. Alla sua destra, il crinale comincia a scendere, fino ad una sella, per poi risalire all’elevazione quotata 2387 metri, dal profilo più affilato e sormontata da un grande ometto. Chi non conoscesse i luoghi, scambierebbe facilmente quest’ultima per il pizzo. Ora osserviamo il versante sotto il crinale, per individuare il percorso di salita.
Intuiamo subito quello per salire alla sella a sinistra della quota 2387, mentre quello per il pizzo sembra più difficile, per la presenza di uno sperone alla sua destra, che termina in un salto roccioso. I due percorsi, per gran parte coincidono, prima di biforcarsi. Si tratta di attraversale il vallone, tenendosi a sinistra, un po’ a monte del suo fondo, su traccia di sentiero, tagliando una fascia di massi scaricati dal versante montuoso. Ben presto raggiungiamo la lingua d’erba che sale alla bocchetta già menzionata: chi sale al pizzo dall’alpe del Presio, sopra Colorina, la raggiunge e scende di qui, per congiungerci al nostro percorso.
Non risaliamo, dunque, il canalino che porta alla bocchetta, ma proseguiamo, portandoci fino al fondo dell’ampia conca, per poi risalire un facile pendio erboso, sempre su traccia di sentiero, piegando leggermente a destra. Alzando la testa, scorgiamo, sulla nostra verticale, l’ometto della quota 2387. Guardando verso sinistra, invece, possiamo ora vedere bene la croce che sormonta il Pizzo (m. 2298).
Superata una fascia di massi, i percorsi si dividono. Mentre per raggiungere la sella a sinistra della quota 2387 basta seguire la striscia del pascolo, per il pizzo di Presio si volge a sinistra, tagliando in diagonale un ripido versante erboso, per poi affrontare una fascia di roccette, che si supera con un po’ di attenzione. C’è anche una debolissima traccia di sentiero che ci può guidare. Approdiamo, così, ad un ampio dosso erboso, che tagliamo, di nuovo, in diagonale verso sinistra; dopo un ultimo zig-zag fra qualche roccetta, piegando leggermente a destra raggiungiamo la sella erbosa posta immediatamente a destra (sud) del pizzo di Presio. Pochi passi ancora, ed abbiamo raggiunto i 2931 metri della cima erbosa. Attenzione: per l'esposizione sul salto di rocce sottostante, questa salita è da evitare con terreno bagnato o innevato!
Sulla vetta, non troviamo nulla ad attenderci, se non un panorama di primissimo ordine. Essa, infatti, per la sua posizione particolare, è estremamente panoramica. Ad ovest, lo sguardo raggiunge, a destra del caratteristico corno del monte Legnone, la bassa Valtellina, l’alto Lario, le Alpi Lepontine e, sul fondo, il gruppo del monte Rosa. Più a destra, la Costiera dei Cech e le vette del gruppo del Masino, i pizzi Porcellizzo, Badile, Cengalo e del Ferro, le cime di Zocca e di Castello, la punta Rasica, i pizzi Torrone, il minte Sissone, il monte Disgrazia ed i Corni Bruciati. A nord, l’imponente parata della testata della Valmalenco, con i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio), Scerscen, Bernina, Argient, Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere) e Palù. Più a destra ancora, il gruppo Painale-Scalino, il pizzo Còmbolo, le montagne della Valle di Poschiavo e della Val Grosina, il gruppo dell’Adamello. Verso est possiamo ammirare, in un interessantissimo spaccato, le più alte cime della catena orobica centrale. A sud, infine, in primo piano il pizzo Gerlo ed il monte Seleron, sul crinale che separa la Val Tartano dalla Valmadre.

Ascensione al monte Seleron (EE).
Percorriamo l'itinerario sopra descritto per la traversata al rifugio Beniamino, ma ora, giunti in vista della bocchetta del Gerlo, la lasciamo alla nostra destra, per guadagnare, con un percorso un po' tormentato, il crinale nord-occidentale del monte. Seguendolo, con cautela, raggiungiamo alla fine la cima, a quota 2519 metri.

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