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Bema. Foto di Massimo Dei Cas www.paesidivaltellina.it

IL COMUNE IN SINTESI (DATI RELATIVI AL 1996)
Abitanti (Bemini): 149 Maschi: 85, Femmine: 64
Numero di abitazioni: 140 Superficie boschiva in ha: 788
Animali da allevamento: 78 Escursione altimetrica (altitudine minima e massima s.l.m.): m. 344, m. 2156
Superficie del territorio in kmq: 19,75 Nuclei con relativa altitudine s.l.m.: Bema, m. 800

Esistono isole circondate da mari ed isole circondate da valli. Bema (bèma) è una di queste. Per la sua posizione, che ne ha plasmato, nei secoli, le radici profonde: sta, arroccata, alle falde del boscoso pizzo Berro (termine che deriva da “bel-ver”, belvedere, oppure da “berr”, montone; m. 1847), sulla parte terminale della lunga costiera-dosso (dosso di Bema) che, staccandosi dal monte Verrobbio (m. 2139), sul crinale orobico, si frappone, scendendo verso nord, fra le due grandi valli del Bitto, di Gerola, ad ovest, e di Albaredo (albarée), ad est.
Posizione felice, la sua, ma anche assai scomoda. Felice per le apertura panoramiche su entrambi i lati delle valli del Bitto e sul versante settentrionale, dominato dalla Costiera dei Cech; felice per la posizione climaticamente favorevole, a 790 metri, sull’ampio e soleggiato terrazzo che gode di un clima più mite rispetto ad analoghi insediamenti orobici e che, più in basso, si fa più ripido e boscoso, precipitando, infine, nel cuore ombroso delle forre del Bitto, proprio laddove i due rami del torrente si incontrano. Il toponimo Bema si riferisce proprio alla collocazione in luogo elevato e visibile, sia che derivi da un latino Bemius, Bymius o Bimis, come Biumo, in provincia di Varese (così ipotizza l’Olivieri), sia che tragga origine dalla sincope dell’antico termine ligure “berigiema”, che significa monte (così ipotizza l’Orsini).
Una posizione, però, anche scomoda: lo sanno bene coloro che vi abitano, i quali, per tornare a casa dal fondovalle, magari dopo una giornata di lavoro, debbono transitare per una delle più tormentate strade di Valtellina, che si stacca dalla strada provinciale per il Passo di S. Marco all’altezza del tempietto degli Alpini sopra Morbegno (1,5 km dalla piazza S. Antonio di Morbegno), si snoda per un buon tratto, stretta ed impressionante, tagliando l’instabile versante orientale della bassa Valle del Bitto, raggiunge il ponte posto a 437 metri, appena a monte della confluenza dei due rami del Bitto, si porta, dopo un breve tratto in galleria, sul versante occidentale del dosso di Bema, che risale, infine, con tracciato più largo e tranquillo, fino alle prime case del paese (9 km da Morbegno). Il problema di una strada con tracciato interamente sicuro è ancora aperto: il progetto prevede che essa si stacchi dalla statale della Val Gerola all’altezza di Sacco, ma valutazioni discordanti fra i comuni di Bema e Cosio Valtellino sul tratto Sacco-fondovalle bloccano tuttora la sua realizzazione.
Dal presente problematico ad un passato remoto: è facile congettura che il terrazzo di Bema, data la sua felice situazione climatica (non è casuale la denominazione di Dosso del Sole che identifica una delle sue contrade), sia stato abitato fin da tempi remoti. Le più antiche tracce ritrovate risalgono comunque all’età carolingia (secoli IX e X). Sono stati trovati anche documenti che testimoniano di possessi dei monasteri di Saint Denis di Parigi e di Sant'Abbondio di Como nel territorio di Bema. Nel 1210 Bema era comune,  con Podestà proprio, del terziere inferiore della Valtellina, ed apparteneva alla squadra di Morbegno (mentre dipendeva invece, dal punto di vista religioso, alla pieve di Ardenno; dopo una successiva dipendenza da Morbegno, la chiesa di Bema divenne del tutto autonoma solo nel 1453).
Fra i segni dell’importanza medievale del comune di Bema il più importante è sicuramente la croce in bronzo dorato, di stile romanico, risalente ai secoli XII-XIII, ritrovata nella chiesa parrocchiale di S. Bartolomeo nel 1957 ed attualmente conservata presso il Museo Civico di Sondrio. Nel 1335 il comune di Bema venne menzionato negli Statuti di Como, come “comune loci de Bema”, e nel 1363 partecipò, con un proprio rappresentante, alle adunanze delle comunità della giurisdizione di Morbegno.


Apri qui una fotomappa dell'alta Valle di Albaredo

Nel 1512 iniziarono i quasi tre secoli di dominio delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina. I nuovi signori sentirono il bisogno, per poter calcolare quante esazioni ne potevano trarre, di stimare la ricchezza complessiva di ciascun comune della valle. Furono così stesi gli Estimi generali del 1531, che offrono uno spaccato interessantissimo della situazione economica della valle (cfr. la pubblicazione di una copia secentesca del documento che Antonio Boscacci ha curato per il Bollettino della Società Storica Valtellinese). Nel "communis Bemae" vengono registrate case e dimore per un valore complessivo di 265 lire (per avere un'idea comparativa, Forcola fa registrare un valore di 172 lire, Tartano 47, Albaredo 233, Talamona 1050, Morbegno 3419); i prati hanno un'estensione complessiva di 962 pertiche e sono valutati 534 lire; pascoli e boschi occupano 1075 pertiche e sono valutati 28 lire; gli orti occupano 6 pertiche e sono valutati 18 lire; boschi e terreni comuni sono valutati 75 lire; selve e campi si estendono per 1904 pertiche e sono valutati 973 lire; sono citati due mulini, del valore di 4 lire; gli alpeggi, che caricano 192 mucche, vengono valutati 38 lire; il valore complessivo dei beni è valutato 1937 lire (sempre a titolo comparativo, per Tartano è 642, per Forcola 2618, per Buglio 5082, per Talamona 8530 e per Morbegno 12163).
Nell’opera “Raetia” (Zurigo, 1616), di Giovanni Guler von Weineck, che fu governatore per le Tre Leghe Grigie della Valtellina nel biennio 1587-88, leggiamo: “Fra Rasura
ed Albaredo c’è il villaggio di Bema, dove fioriscono i Fontana; e non lungi sorge il piccolo villaggio di Faido.” Nelle sue parole si legge la conferma dell’identità antica del comune, radicata nel suo essere insieme terra di mezzo e baricentro delle Valli del Bitto. Qualche anno dopo Feliciano Ninguarda, vescovo di Como di origine morbegnese, vi contò, nella sua famosa visita pastorale in Valtellina del 1589, 100 fuochi (una popolazione di circa 500 abitanti, ben più numerosa dell’attuale -  148 abitanti, nel 2005).
Il Ninguarda scrive: "Dopo Albaredo, più in alto sul monte, si trova Bema con cento famiglie tutte cattoliche. Il vicerettore della chiesa vicecurata di S. Bartolomeo Apostolo, ivi esistente, è il sacerdote veronese Matteo Zimaldi. Nello stesso paese c'è un'altra chiesa dedicata a S. Rocco dove si celebra la messa la prima domenica di ogni mese. Da qui iniziano i monti del Bergamasco".
Una stima del 1624 riduce, invece, gli abitanti a 350 abitanti.


Bema

Nonostante la sua posizione relativamente defilata, neppure Bema scampò alle conseguenze del terribile periodo della Guerra dei Trant’anni, quanto, fra il 1629 ed il 1630, il passaggio dei Lanzichenecchi in Valchiavenna e Valtellina portò, insieme a ruberie e soprusi, quella tragica epidemia di peste nera che ne ridusse la popolazione a meno della metà. La peste era flagello già tristemente noto alle genti di montagna nei secoli passati (il bell’oratorio dedicato a S. Rocco, protettore degli appestati, che sta sul limite sud-occidentale del paese, è già citato dal Ninguarda), ma in quegli anni colpì con una durezza senza precedenti.
Un quadro sintetico di Bema nella prima metà del Seicento è offerto dal prezioso manoscritto di don Giovanni Tuana (1589-1636, grosottino, parroco di Sernio e di Mazzo), intitolato “De rebus Vallistellinae” (Delle cose di Valtellina), databile probabilmente alla prima metà degli anni trenta del Seicento (edito nel 1998, per la Società Storica Valtellinese, a cura di Tarcisio Salice, con traduzione delle parti in latino di don Abramo Levi). Vi leggiamo: “Tra un fianco et l'altro sorge di là dal Bitto una collina tutta boscosa, sopra la quale v'è Bema, quale, con un'altra picciola contrata chiamata Taida, farà 50 fameglie con chiesa vice parochiale di S. Bartolameo, sottoposta a Morbegno. È luoco povero di grano, ma abbonda di fieno. Il formagio di tutta questa valle è eccellentissimo, qual garregia il piacentino et il parmigiano. Tutta questa valle è in faccia alla terra di Morbegno, verso mezzodì, et li serve per guarda robba.”


Bema

Assai significativa, sempre nella prima metà di questo secolo, è la presenza, a Bema, di un nucleo di orsoline (donne che si dedicavano interamente alla vita religiosa, sull'esempio di S. Angela Merici), fra cui spicca la figura di Margherita Fontana. Scrive, in proposito, Elisa Gusmeroli, ne "Il Monastero della Presentazione - Donne, vergini, monache nella Valtellina del sei-settecento" (editrice Labos, Sondrio, 2003):
"La prima notizia certa della presenza orsolina in bassa Valtellina, nel paesino montano di Bema, si desume da una relazione del parroco di Talamona Giovanni Battista Paravicino redatta il 3 ottobre 1638 ed allegata agli atti della visita pastorale di mons. Lazzaro Carafino. Egli è chiamato a redigere una scrupolosa nota circa lo stato della parrocchia e della religiosità locale. Apprendiamo quindi che:
«Nella dottrina cristiana il popolo è anco assai sufficientemente, et inclinato alla devotione ritrovandosi la maggior parte di quello nottato nella compagnia del Sacramento Sacro, et si disciplina però senza sacco, i quali ogni venerdì di sera servono allo spirito, recitando l'officio della B. V. et flagellando il corpo. Come medesimamente le donne fann'anche'esse la disciplina in chiesa ogni mercoledì di sera».
Proseguendo nella lettura incorriamo in un passo ove, si direbbe quasi fugacemente, il parroco afferma:
«si trovano in questa cura trè Orsoline nattive del luoco di mezza età, quali vestano di panno color bigio, et hanno fatto voti di castità perpetua, convivono nella medesima casa, lavorano di tela, osservano "quoque modo" la regola di S.ta Orsola indirizzate dal loro r.do curato».
Dallo stesso carteggio allegato alla visita pastorale Carafino apprendiamo che il reverendo curato citato dal Parravicino è don Orlando Curtoni, nativo di Gerola, che ricevette la prima tonsura nella cattedrale di Corno da mons. Filippo Archinti il 29 settembre I 611, fu ordinato sacerdote il 22 dicembre 1618 e succedette nel 1625 a don Ambrogio Fontana nella cura della parrocchia di Berna, tramite elezione spettante agli stessi abitanti del paese.
I parrocchiani, come previsto dai decreti tridentini, avevano economicamente sostenuto gli studi di don Orlando per garantirsi poi la successione del parroco in tempi di carenza di sacerdoti e, soprattutto, di sacerdoti ben preparati che volessero guidare una parrocchia non certo ricca, visto che la dote assegnata per il suo sostentamento ammontava a 100 scudi di Valtellina:
«Il Curato pretende il stipendio corrispondente alle 18 messe e l'Ospedale ed elemosina dei poveri [...] fanno elemosina del'entrata restante ai poveri di Morbegno in grano, vino e danno il resto agli abitanti di montagna che lo danno al loro curato per primizia».
Del resto, lo stesso parroco Curtoni, nella sua relazione sullo stato economico della parrocchia, dopo averci informato che, su un totale di 172 anime, tutte cattoliche, 135 sono comunicate e cresimate, aggiunge la notazione: «poche pecore, poca lana», quasi ad indicare che la scarsità di "pecorelle" da governare spiritualmente causa anche una scarsità delle entrate economiche della parrocchia.
Questo paesino, così denominato forse per una misteriosa derivazione dall'antica voce ligure sincopato Berigiema, ossia pendio ben esposto al sole, si trova sopra un monte che divide il torrente Bitto, a poca distanza dal borgo di Morbegno ma, come affermò mons. Carcano nel 1624, «le strade per andarvi sono difficili» ed il lavoro nei campi duro e disagevole.
Nonostante l'isolamento, risentì comunque notevolmente della grande mortalità pestilenziale del 1630-31 nonché delle carestie derivate dalle invasioni dei lanzichenecchi e degli eserciti che si succedettero in quegli anni travagliati, tanto che si passò da una popolazione di 350 abitanti dichiarata nella visita di mons. Carcano, alle 172 anime presenti nella relazione del curato del 1638', poco prima cioè di quel Capitolato di Milano del 1639 che diede alla zona un assetto definitivo da un punto di vista sia politico che religioso.
La già misera economia della montagna valtellinese fu ancor più provata da questo turbine di calamità: violenze, saccheggi, carestie, feroci esazioni tributarie imposte per il mantenimento delle varie truppe di passaggio. La povertà dei fedeli si ripercosse su tutta la parrocchia, quindi anche sul parroco stesso, ma ciò che animava lo spirito di don Orlando Curtoni fu in ogni caso lo zelo cristiano, testimoniato dai lasciti del suo testamento e dalla sua volontà di avvalersi di collaboratrici orsoline.
In nessuna delle visite pastorali precedenti a quella di mons. Carafino e che raggiunsero il piccolo paesino della Valle del Bitto sono citate altre presenze orsoline che, del resto, non saranno più nominate neppure nelle visite successive. Le ipotesi che si prospettano sono quindi due: o l'esperienza si esaurì in quegli anni, nacque cioè sotto la direzione di don Orlando Curtoni e, alla sua morte, le donne attirate dalla spiritualità mericiana si trasferirono a Morbegno seguendo l'esempio della compaesana Margherita Fontana; oppure, cosa più improbabile, il vecchio nucleo sopravvisse e, forse, si rinnovò, non suscitando comunque l'attenzione dei visitatori successivi che forse lo consideravano un episodio del tutto marginale ed insignificante.
"

A metà del settecento lo storico Francesco Saverio Quadrio, nelle sue "Dissertazioni storico-critiche...", ci offre le seguenti stringate notizie su Bema:
"Alla detta Valle è contigua la Valle del Bitto, dal Fiume indi uscente nomata, per la quale altresì a' Bergamaschi si passa per Via a quest'effetto da' Veneti mantenuta. Nel Destro Lato di questa vi ha Bema, a cui s'aspetta Taida, altra Contrada situata nell'opposta Riva. Quivi sopra Morbegno, e sotto al Luogo chiamato Dosso vi era già un Castello, come consta da un Documento esistente presso il Fontana."
Interessante è anche il quadro demografico sintetico del Terziere Inferiore nella seconda metà del settecento, che lo studioso e letterato bormino Ignazio Bardea ci offre nella raccolta epistolare “Lo spione chinese” (edizione fuori commercio a cura di Livio Dei Cas e Leo Schena, pubblicata nel 2009 con il contributo della Banca Popolare di Sondrio):

Piantedo è la prima terra che incontrasi nella inferior Valtellina nella parte meridionale dell'Adda non numera di anime che                                                 

 

190

Delebio

837

Cosio

780

Andalo

280

Rogolo

302

Bema

248

Sacco

762

Rasura

276

Pedesina nella Valle del Bitto

140

Girola

760

Campo della Valle di Tartano

557

Tartano

449

Albaredo

372

Talamona

1372


Il Settecento fu segnato da una graduale ripresa demografica, ma ancora alla fine di questo secolo i livelli demografici dell’inizio del Seicento non sono eguagliati: nel 1797, infatti, Bema contava 238 abitanti.
Un quadro sintetico della situazione del paese a metà del settecento ci viene offerto dallo storico Francesco Saverio Quadrio, che, nell’opera “Dissertazioni critico-storiche intorno alla Rezia di qua dalle Alpi oggi detta Valtellina” (Edizione anastatica, Bologna, Forni, 1971), scrive: “Bema (Bema). Alla detta Valle è contigua la Valle del Bitto, dal Fiume indi uscente nomata, per la quale altresì a' Bergamaschi si passa per Via a quest'effetto da' Veneti mantenuta. Nel Destro Lato di questa vi ha Bema, a cui s'aspetta Taida, altra Contrada situata nell'opposta Riva. Quivi sopra Morbegno, e sotto al Luogo chiamato Dosso vi era già un Castello, come consta da un Documento esistente presso il Fontana”
Poi venne la bufera napoleonica ed il conseguente riassetto territoriale della Valtellina. Fu, più in generale, una svolta importante anche per l’intera valle, perché il periodo della dominazione francese rappresentò, secondo quanto sostiene Dario Benetti (cfr. l’articolo “I pascoli e gli insediamenti d’alta quota”, in “Sondrio e il suo territorio”, IntesaBci, Sondrio, 2001), l’inizio di una crisi senza ritorno, legata alla cancellazione di quei margini di autonomia ed autogoverno per Valtellina e Valchiavenna riconosciuti durante i tre secoli di pur discutibile e discussa signoria delle Tre Leghe Grigie:” L’1 aprile 1806 entrò in vigore nelle nostre valli il nuovo codice civile, detto Codice Napoleone, promulgato nel 1804. A partire da questo momento si può dire che cessi, di fatto, l’ambito reale di autonomia delle comunità di villaggio che si poteva identificare negli aboliti statuti di valle. I contadini-pastori continueranno ad avere per lungo tempo una significativa influenza culturale, ma non potranno più recuperare le possibilità di un pur minimo autogoverno istituzionale, soffrendo delle scelte e delle imposizioni di uno Stato e di un potere centralizzati. Già l’annessione alla Repubblica Cisalpina, peraltro alcuni anni prima, il 10 ottobre 1797, dopo un primissimo momento di entusiasmo per la fine del contrastato legame di sudditanza con le Tre Leghe, aveva svelato la durezza del governo francese: esso si rivelò oppressivo e contrario alle radicate tradizioni delle valli; vennero confiscati i beni delle confraternite, furono proibiti i funerali di giorno, fu alzato il prezzo del sale e del pane, si introdusse la leva obbligatoria che portò alla rivolta e al brigantaggio e le tasse si rivelarono ben presto senza paragone con i tributi grigioni. Nel 1798 a centinaia i renitenti alla leva organizzarono veri e propri episodi di guerriglia, diffusi in tutta la valle: gli alberi della libertà furono ovunque abbattuti e sostituiti con croci.. Nel 1797, dunque, la Valtellina e contadi perdono definitivamente le loro autonomie locali, entrano in una drammatica crisi economica e inizia la deriva di una provincializzazione, di una dipendenza dalla pianura metropolitana e di un isolamento culturale e sociale che solo gli anni del secondo dopoguerra hanno cominciato a invertire”.


Bema

Dopo il congedo degli ufficiali grigioni in Valtellina, avvenuto nel giugno del 1797, il comune di Bema ebbe un proprio giudice, che cessò ufficialmente dalle proprie funzioni con l’organizzazione del potere giudiziario nel dipartimento d’Adda e Oglio, il 17 del mese di nevoso dell’anno VII. In base al progetto di divisione in distretti della Valtellina e Bormio,  del 2 dicembre 1797, il comune di Bema fu inserito nel distretto primo, con capoluogo Morbegno. Anche nella prima ripartizione del dipartimento d’Adda e Oglio, decretata dalla legge 13 del mese di ventoso dell’anno VI, il comune di Bema rientrava nel distretto di Morbegno.
Con l’organizzazione del dipartimento dell’Adda nel regno d’Italia, previsto dal decreto dell’8 giugno 1805, il comune di Bema fu inserito nel cantone V di Morbegno: contava, allora, 248 abitanti. Successivamente, però, perse la sua autonomia: nel 1815, dopo l’assoggettamento del dipartimento dell’Adda al dominio della casa d’Austria nel Regno lombardo-veneto, Bema figurava, infatti, con 245 abitanti, insieme ad Albaredo, come comune aggregato al comune principale di Morbegno, nel cantone V di Morbegno. Nell’estate del 1815 delegati di Bema trasmisero istanza per il ripristino dell’autonomia comunale, che fu concessa nel 1816.
A metà dell’Ottocento Bema, con la frazione Faido,  figurava come comune con convocato generale e con una popolazione di 256 abitanti. All'unità d'Italia (1861) Bema contava 253 abitanti, che crebbero costantemente fino alla vigilia della prima guerra mondiale: nel 1871 erano 300, nel 1881 323, nel 1901 417 e nel 1911 433. Alla III Guerra d'Indipendenza del 1866, contro l'Impero Asburgico, parteciparono anche alcuni abitanti di Bema, Gianola Giovanni, Lanza Giuseppe fu Rocco, Lanza Paolo d'Angelo, Passamonti Giuseppe fu Bartolomeo, Simonetta Pasquale e Scandola Giuseppe.


Dosso di Bema

L’ultimo quarto del secolo XIX fu segnata da un evento che suscitò grande preoccupazione fra gli abitanti di Bema, il distacco del grande corpo franoso sul fianco occidentale del dosso di Bema (quello che guarda a Sacco), noto come frana di Bema.
Il 23 maggio 1876 apparve, sul giornale “La Valtellina”, il seguente articolo sulla recentissima e paurosa frana di Bema, che riportava anche, con tono neppure velatamente ironico, l’interpretazione popolare, che ne individuava le cause nella supposta malvagità degli abitanti e in una profezia del defunto parroco di Sacco:
Stando sul campo delle ipotesi, la frana che nelle notti del 20 al 21 maggio, destò il territorio di Berna ha trascinato con sé, nel fiume Bitto, metà del territorio stesso. Prati, campi, boschi e pascoli, nonché stalle e fienili e case d'abitazione: parte sono scomparsi e parte sono in pericolo, e se la frana continua di questo passo, Berna, in breve tempo, resterà solo di nome.
La Chiesa parrocchiale è per metà diroccata ed il campanile è addivenuto una particolarità: come la torre di Pisa. Gli abitanti hanno dovuto sloggiare dalle  loro abitazioni, trasportando altrove quanto avevano, per recarsi a Morbegno, da dove importano le cose di prima necessità. Devono aggirare la montagna e passare per Albaredo o per Rasura. Siccome la frana va avanti a passo di carica, furono poste sentinelle avanzate, per avvertire gli abitanti del momento in cui tutto il paese deve sprofondare nell'abisso. La perversità del tempo e la degenerazione dell'umana schiatta, furono causa di questo orribile flagello. Ecco gli effetti del vantato progresso! E pensare che tutto poteva essere vietato col mutar della vita e costumi, ed allontanando la terribile falce della morte dal capo: dal QUANDAM PARROCO di Sacco, frazione di Cosio, il quale aveva preconizzato che, alla sua morte, il paese di Bema sarebbe andato in rovina. L’avversa fortuna, aveva collegato i destini di un intero paese, colla vita di un semplice individuo. Né altrimenti doveva succedere! La cattiveria degli abitanti che, al dire del Parrocco, non hanno in ciò uguali: i canti, le danze, l’irriverenze, ed altri di simile natura, tennero il conciliabolo nel luogo della frana, ed in un loro momento di esultanza e di trionfo smossero la terra, scossero i macigni, ed il territorio adiacente fu tutto travolto nel sottoposto fiume.
Arroge a ciò la circostanza che negli antichi, una donna di Bema lasciò una rendita annua di L. 400, per un triduo di allegria negli ultimi giorni di carnevale. Non avendosi in quest'anno adempiuto esattamente al legato, se ne andò la testatrice, e nelle tartaree bolge dell'inferno, chiamò innumerevoli compagni ad una diabolica danza sul luogo della frana.
Già da tempo si vedevano nella località stessa, teschi umani, impronte di piedi sui macigni, lumi e brandelli di vesti da preti; udivasi gridi e fischi che mettevano terrore. A tutto ciò unironsi gli spiriti d'Averno che abitavano nelle grotte di quella località ed individui confinati, e streghe malefiche; e tutti insieme in una ridda infernale, travolsero la terra e sassi e piante ed erbe e fiori, e rimbombava di sotto la valle, tremava la montagna che pareva il terremoto della fine del mondo. Lascio ai lettori i commenti!        W.Z.


Valle del Bitto di Albaredo

Della frana parla anche la Guida alla Valtellina edita dal CAI nel 1884: “Dall’altro lato è l’imponente frana di Bema, la quale, scoscendendosi, dopo le grandi piogge dell’autunno 1882, insieme all’altra frana di Pedesina, provocò la piena del Bitto che portò così gravi danni a Morbegno  alle sue campagne”.
Dall’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, di Ercole Bassi (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), ricaviamo diverse interessanti notizie statistiche sul paese intorno agli anni ottanta dell’ottocento, riportate nella seguente tabella:

Frazioni principali

Mandamento

Numero delle case al 1865

Numero di famiglie al 1865

Abitanti nel 1881

Patrimonio al 1865 (in Lire)

Passivo al 1883 (in Lire)

Latteria/e
(anno di fondazione, kg. di formaggio e di burro prodotti)

Sordomuti (m e f)

Ciechi (m e f)

Cretini

Alpeggi (fra parentesi: proprietà, numero di vacche sostenibili, prodotto in Lire per vacca, durata dell’alpeggio in giorni)

-
Morbegno
50
61
343
24629
-
-
-
-
-

Vesenda bassa
(60, 55, 84)
Vesenda alta
(80, 55, 84)
Garzino dentro
(45, 55, 84)
Garzino fuori
(60, 55, 84)

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 

 


Nel 1913 vi fu una piccola rivoluzione nella vita del paese, che fu per la prima volta allacciato ad una rete di distribuzione dell’energia elettrica. Entrò, infatti, in funzione il località Dosso di Rasura una centralina elettrica che sfruttava le acque del Rio Fiume, fornendo energia elettrica ai paesi di Rasura, Bema, Mellarolo e Sacco. Se pensiamo a quanto sia per noi difficilmente immaginabile di poter vivere senza di essa, possiamo ben comprendere la portata di questo evento.
Il massimo storico della popolazione di Bema venne toccato nel novecento: nel 1921 si contano 441 abitanti. Ecco come Ercole Bassi, in “La Valtellina – Guida illustrata”, nel 1928 (V ed.), presenta il paese: “Da Morbegno una rotabile sale, con diversi risvolti, in mezzo a selve di castagni, a destra del fiume Bitto. A circa 1 km. si trova a d. una strada che scende al fiume e sale con parecchi risvolti a Béma (m. 795 - ab. 447) in amenissima posizione (osteria, cassa rurale - piccola industria di tessitura e di zoccoli); più avanti vi è una cappella dipinta dal Gavazzeni, e più in alto, a sinistra, la strada per Arso, fraz. di Morbegno, ove si giunge fra ameni castagneti. Nella chiesa diquesto villaggio si vede, sopra l'altare a sinistra di chi entra, un buon quadro con il Crocifisso, attribuibile a P. Ligari: l'ancona dell'altar maggiore è del 1595. Sulla facciata, nella parte di mezzo, vi è un bell'affresco di G. Gavazzeni, che ha pure dipinto una santella vicino alla chiesa. Lasciata la strada di Arso, dopo circa un km., si tocca Valle, la cui chiesetta contiene notevoli dipinti, fra i quali un'ampia tela rappresentante la Gloria di Cristo, di buona fattura; alcuni medaglioni con teste di Santi, fra i quali un S. Pietro, pieni di forza e d'espressione, tutti inviati dagli abitanti del luogo che emigravano, specialmente a Livorno, ove godevano uno speciale privilegio pel servizio delporto. Dicesi che per rinunciarvi fu pagata alle famiglie degli aventi diritto la somma di L. 66.000.”
Seguì un decennio di flessione demografica: si scese a 389 abitanti nel 1931 ed a 376 nel 1936.
Nel secondo dopoguerra la discesa della popolazione proseguì, sia per il flusso emigratorio (già nei secoli passati molti Bemini erano stati costretti ad emigrare per cercare condizioni di vita migliori rispetto a quelle dure dettate dalla vita contadina), sia per lo spostamento sul più comodo fondovalle: negli anni Cinquanta arriva la televisione (il primo apparecchio televisivo fa la sua apparizione a Bema nel 1954), ma diverse famiglie, indotte dagli insediamenti produttivi sul fondovalle, lasciano la terra degli avi. Fino agli anni Sessanta, però, la popolazione tutto sommato tiene: si registrano 394 abitanti nel 1951 e 349 nel 1961. Brusca è, invece, la successiva discesa: 220 sono gli abitanti nel 1971, 198 nel 1981, 149 nel 1991, 144 nel 2001 e 148 nel 2005.
Un paese ridotto nei ranghi, ma ancora ben vivo ed orgoglioso della sua identità. In particolare, nel 1984 la fondazione della Pro Loco di Bema ha dato un nuovo impulso alla sua vita, con la promozione di diverse iniziative di animazione e promozione che si sono imposte all’attenzione fra le sagre estive più classiche. La Sagra dei funghi, innanzitutto, che, dal 1984, celebra i più simpatici ospiti dei freschi boschi di Bema, ma anche la camminata del Dosso del Sole e, dal 2003, il Palio delle Contrade, che vede contrapposte le contrade del Dosso del Sole, di Groi, delle Piazze e della Foppa.
Nonostante tutto ciò, il territorio del comune di Bema (19,75 kmq in tutto) è fra i meno conosciuti e frequentati, nonostante offra possibilità escursionistiche interessantissime ed un ambiente incontaminato e di grande fascino. Vediamo di descriverne i contorni, partendo dal suo punto più alto, la cima del monte Verrobbio (m. 2139), sul crinale che separa le Orobie valtellinesi da quelle bergamasche.
Per un buon tratto il confine del comune segue il crinale, verso nord-est, descrivendo un arco che scende al passo di S. Marco (m. 1985), il più importante fra i valichi orobici e l’unico raggiunto da una carrozzabile asfaltata. Qui il confine volge a nord-ovest e scende fino al fondo della Valle del Bitto di Albaredo, seguendo poi il corso del torrente Bitto. Rientrano, quindi, nel comune di Bema gli importanti e pregiati alpeggi posti sul versante sud-orientale del dosso di Bema, l’alpe Vesenda alta (m. 1734) e l’alpe Vesenda bassa (m. 1457), presso la quale si trova l’abete di Vesenda (avèzz de Üusénda), uno dei più begli alberi monumentali in Provincia di Sondrio, un abete bianco (abies alba) dall'età veneranda (dai 300 ai 350 anni) e dalle dimensioni imponenti (38,50 metri di altezza, 5,65 metri di circonferenza, 1,79 metri di diametro a petto d'uomo, 32,60 metri cubi di volume totale). Più a nord, sul medesimo versante, troviamo la casera Melzi (m. 1461), il Baitone (m. 1488) e la casera di Garzino (m. 1353), luoghi di una luminosità intensa. 
Il confine corre, invece, in luoghi ben più cupi: seguendo il corso del Bitto, infatti, raggiunge il punto nel quale questo si congiunge con il ramo gemello che scende dalla Val Gerola, nei pressi del già citato ponte di Bema, raggiungendo il punto più basso del territorio comunale (m. 450).
Qui inverte l’andamento e volge a sud, risalendo, ora, il torrente Bitto di Gerola, fino al largo dosso del monte Motta
, che divide il centro della Val Gerola dalla laterale orientale Val Bomino. Qui piega a sud-ovest, seguendo per un buon tratto il fondo della Val Bomino, fino a quota 1400 circa, dove prende l’andamento est-nord-est, risalendo il fianco orientale della valle fino alla cima del pizzo Dosso Cavallo (m. 2066).
L’ultimo tratto corre sul filo della parte alta del dosso di Bema, in direzione sud-est, fino a toccare di nuovo la cima del monte Verrobbio. Rientrano, quindi, nel comune di Bema altri importanti alpeggi, posti questa volta sul versante occidentale del dosso di Bema, prima fra tutte l’alpe Dosso Cavallo. Vi rientra anche l’ombrosa e selvaggia Valburga, l’unica valle di dimensioni rilevanti che taglia i fianchi del dosso di Bema, congiungendosi con la bassa Val Bomino.
In sostanza il territorio comunale abbraccia nella sua interezza la costiera più volte menzionata, e denominata dosso di Bema: è, quindi, una sorta di mondo a sé, ben individuato, che ancora cela ai più gran parte delle sue bellezze naturalistiche; chi le conosce e le gusta non se ne duole, perché ama percorrere boschi ed alpeggi immersi in un silenzio senza tempo.

Se vogliamo visitare Bema, dunque, non rinunciamo ad un incontro con il fascino della ricerca delle tracce del tempo antico: portiamoci con la macchina, dal bivio sulla strada Morbegno-Albaredo (ad 1,5 km circa da Morbegno) fino al ponte di Bema, ma qui lasciamola, per salire al paese sull'antichissima mulattiera che un tempo era l'arteria che lo congiungeva al fondovalle. Si tratta della mulattiera di San Carlo, che troviamo, dopo il ponte, scendendo un po’ a destra, sul primo troncone della strada nuova, fino a trovare, sulla sinistra, poco prima della galleria, la partenza, scalinata, del sentiero che, dopo un tratto ripido, porta ad essa. Salendo, troveremo anche i ruderi dell’antichissima cappelletta dedicata a San Carlo, risalente ai secoli XII o XIII.

BIBLIOGRAFIA

Cosi, Marco, "La frana in roccia di Bema (Valtellina, Italia)" Padova, Società Cooperativa Tipografica, 1989; estr. da: "Memorie di scienze geologiche: già Memorie degli Istituti di geologia e mineralogia dell'Università di Padova"

Savonitto, Andrea, "Le Valli del Bitto - Escursionismo, arrampicata e cultura alpina nel Parco delle Orobie Valtellinesi", CDA Vivalda, Torino, 2000

Fallati, Renzo, "Una traccia del rinascimento lombardo a Bema: considerazioni su alcuni aspetti della pittura del XVII secolo in Bassa Valtellina: gli affreschi della chiesetta di S. Rocco", in "Contract: periodico di immagine, arredamento e cultura", I semestre 2000

Gusmeroli, Elisa, "Il monastero della Presentazione: donne, vergini, monache nella Valtellina del Sei-Settecento", Morbegno, Labos, 2003

AA. VV. (a cura di Guido Combi), "Alpi Orobie Valtellinesi, montagne da conoscere", Fondazione Luigi Bombardieri, Bonazzi, Sondrio, 2011

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