Il monte Verrobbio è la più alta elevazione (m. 2136) della dorsale che scende verso sud costituendo il lungo Dosso di Bema e terminando al pizzo Berro, sopra Bema, dorsale che divide le due Valli del Bitto di Gerola, ad ovest, ed Albaredo, ad est. Bema è il paese posto proprio in mezzo a queste due valli: da qui parte e qui termina un bell'anello escursionistico che cinge il monte Verrobbio e la sua dorsale, passando dall'una all'altra valle, ed unendo elementi di interesse storico al gusto di percorrere sentieri assai poco conosciuti e battuti, fra scenari silenziosi e selvaggi. Un anello, dunque, remunerativo e privo di difficoltà tecniche, anche se piuttosto faticoso per sviluppo lineare ed escursione altimetrica.

1. BEMA-RIFUGIO CA' SAN MARCO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bema-Taida-Valburga-Val Bomino-Passo di Verrobbio-Rifugio Ca' San Marco
6 h
1310
EE
SINTESI. Entrati a Morbegno dall'ingresso est, ci portiamo verso piazza S. Antonio ed appena prima della piazza svoltiamo a sinistra (indicazioni per Albaredo ed il passo di San Marco), imboccando la provinciale che sale sul versante orobico. Dopo un tornante sx al tempietto degli Alpini la lasciamo prendendo a destra (indicazioni per Bema). Percorriamo una strada che giunge al torrente Bitto e lo scavalca su un ponte. Dopo un tratto in galleria saliamo con ampi tornanti a Bema, dove parcheggiamo presso la chiesa di S. Sebastiano, incamminandoci in direzione del limite di sud-ovest del paese (verso destra, per chi volge la faccia al sagrato della chiesa), fino alla cappella di San Rocco (m. 819). Qui il cartello del sentiero 131 e ci incamminiamo sulla mulattiera segnalata (attenzione al percorso: i segnavia sono discontinui), che taglia il lungo fianco occidentale del dosso di Bema. Dopo un vallone scendiamo alle stalle Fumasi (m. 888). Superata una fascia di prati ed un secondo vallone, siamo ai fienili Vardacolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”. Oltrepassato poi la selvaggia valle degli Sprissori, con tratti scavati nella roccia, passiamo per due baite isolate ed ignoriamo due deviazioni, alla nostra sinistra (a salire) ed alla nostra destra (a scendere). Il sentiero si fa meno chiaro, qualche segnavia ci aiuta: dopo una sequenza di 7 coppie di tornantini, ci affacciamo ai prati di Taida (m. 956), dove il sentiero attraversa, su un ponticello, la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Passiamo alti sopra le baite e riprendiamo a salire nel bosco, uscendone ai prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo alle baite della Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Passiamo a destra di un baitone, poi saliamo in diagonale a sinistra fino al limite alto dei prati (cartello di divieto di caccia), rientrando nel bosco. Superato un vallone, a due successivi bivi prendiamo a destra e, nella cornice di una faggeta, ci portiamo al solco principale della Valburga (m. 1250), superando il torrentello su un ponticello in legno. Il sentiero sale ora, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Superiamo un vallone secondario e dopo saliscendi siamo ad un impressionante vallone, che la mulattiera supera con tratti scavati nella roccia. Scendiamo per breve tratto, risaliamo al filo di un dosso, attraversiamo un nuovo vallone e siamo ad un bivio segnalato da tre cartelli. Qui ignoriamo la deviazione a sinistra (sentiero che sale all'alpe Dosso Cavallo) e proseguiamo diritti, superando su un ponte il torrente Bomino e confluendo nella pista sterrata Nasoncio-Val Bomino. Prendiamo ora a sinistra, salendo in Val Bomino, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524). Qui passiamo dal lato destro al sinistro della valle, per noi che saliamo. All'ultimo tornante dx della pista la lasciamo seguendo il sentiero (segnalazione per il passo di Verrobbio) che sale in diagonale sul versante orientale (di sinistra, per noi) della valle, superando due baite isolate. Scavalcate due vallecole laterali, saliamo decisamente sul sentiero che passa per due baite isolate, verso la ben visibile depressione (in alto a sinistra) del passo di Verrobbio (m. 2026), fra la Val Bomino e la Val Mora (Val Brembana). Al passo intercettiamo la Gran Via delle Orobie che procede verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio. Seguendola verso sinistra scendiamo con rapidi tornanti sul versante di Val Brembana, per poi traversare in piano e con un'ultima leggera salita al rifugio Ca' San Marco (m. 1850).


Apri qui una fotomappa dell'alta Val Gerola orientale

La traversata da Bema a Gerola rappresenta un’escursione poco nota, ma davvero suggestiva, interessante, che non comporta un particolare impegno fisico, anche se richiede un po’ di esperienza escursionistica e di attenzione Il percorso si snoda in gran parte sul versante occidentale del lungo dosso di Bema, assai diverso da quello orientale. Mentre quest’ultimo, infatti, ospita ampi e luminosi alpeggi, che si aprono fra verdissime peccate, il primo è immerso in un’atmosfera chiaroscurale da fiaba, dove ogni ombra si anima di una vita inquietante ed i raggi di sole trapassano mormorii arcani di rami e fronde. Una larga mulattiera attraversa a mezza costa l’intero versante, scavalcando valloni che hanno ancora il potere di destare paura e toccando prati che attendono ancora, malinconici, l’impossibile ritorno delle mani operose dell’uomo.
Il periodo migliore è senza dubbio quello autunnale, ma anche d’estate la camminata riserva una sicura soddisfazione. Attenzione, invece, d’inverno all’insidia del ghiaccio, che può costituire in alcuni tratti un ostacolo insormontabile. Con due automobili a disposizione, l’avventura, dunque, si può concretizzare. Lasciata un’automobile a Valle (la frazione che precede Gerola Alta, alla quale si scende lasciano la strada statale sulla sinistra), ci portiamo con la seconda a Bema, parcheggiando appena sotto la chiesa di S. Sebastiano.
Portiamoci, quindi, proseguendo lungo la Via Panoramica verso il limite di sud-ovest del paese, al punto in cui dalla strada si stacca, sulla sinistra, la mulattiera, segnalata, da un cartello, come sentiero 131. Il cartello dà la località Taida a 50 minuti, Valburga ad un’ora e mezza e l’alpe Dosso Cavallo a 2 ore e 50 minuti. Il percorso è segnalato da segnavia bianco-rossi (poco numerosi, per la verità, ma, almeno nel primo tratto, il rischio di perdere il sentiero è davvero inesistente).
Appena prima dell’inizio della mulattiera troviamo l’oratorio di S. Rocco (m. 819), di origine quattrocentesca: un dipinto sulla sua facciata raffigura il santo protettore degli appestati, la cui devozione è sempre stata assai viva in Valtellina, probabilmente perché i tremendi scempi operati nei secoli dal morbo rimasero sempre ben presenti nella memoria delle genti contadine. Dopo essere passata a valle di un grande casolare solitario, la mulattiera prosegue nella salita verso sud. Alla nostra sinistra, il selvaggio e tormentato versante che scende verso nord-ovest dal pizzo Berro (termine che deriva da “bel-ver”, belvedere, oppure da “berr”, montone); alla nostra destra un ottimo scorcio panoramico sul versante occidentale della Val Gerola, che propone, da sinistra, il turrito pizzo di Trona ("piz di vèspui"), il Piazzo, il pizzo Mellasc, il monte Colombana e la cima di Rosetta ("scima de la rusèta"). Alle nostre spalle, infine, a destra della Costiera dei Cech si distingue un bello scorcio delle cime del Masino, che propone, da sinistra, la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Rasica ed i pizzi Torrone.
Oltrepassato un cartello che segnala il pericolo di frane, ignoriamo un sentierino che si stacca sulla sinistra dalla mulattiera. Superata una piccola porta nella roccia, dove troviamo anche il primo segnavia bianco-rosso, ci immergiamo nella parte ombrosa di un dosso, mentre, sul lato opposto della Valle del Bitto di Gerola, Rasurasorride accarezzata dal sole. In alcuni tratti la mulattiera, sempre larga, è esposta sulla nostra destra, per cui non è davvero il caso di distrarsi. Poi, dopo una breve discesa, una risalita ed una seconda porta nella roccia, ci affacciamo al primo impressionante vallone, nel quale la mulattiera si tuffa senza timore alcuno. Sarà bene, invece, che noi qualche timore lo conserviamo: il vallone, infatti, è soggetto a scariche di massi, per cui dobbiamo stare all’erta.
Raggiunti luoghi più tranquilli, ci attende una breve discesa, che ci porta a due baite, rispettivamente a monte ed a valle della mulattiera: si tratta delle Stalle di Fumasi (m. 888), presso le quali giganteggia un castagno di dimensioni davvero ragguardevoli. Superata a monte una fascia di prati con alcune baite diroccate, raggiungiamo un secondo vallone, dominato, a monte, da un impressionante corno roccioso: si tratta del vallone che scende direttamente verso nord-ovest dal pizzo Berro.
Oltrepassato il vallone, siamo ai Fienili Vardàcolo (m. 964), dove troviamo la scritta “Via XX settembre Bema per Gerola”: non stiamo, dunque, percorrendo un sentiero anonimo, ma una vera e propria via, con tanto di denominazione ufficiale! Poi la mulattiera scende nel cuore di un nuovo vallone, con un tratto sorretto da uno splendido muretto a secco: qui troviamo anche una porta ed un cartello che così recita: “Per favore chiudere la porta, rispettare la natura e non farsi rincorrere dalle capre”. Ora, sui due primi inviti siamo senza dubbio d’accordo, ma quanto al terzo, è difficile immaginare escursionisti che si mettano a fare le boccacce alle capre per poi fuggire divertiti. Sono piuttosto questi enigmatici animali a puntare, talvolta, con insistenza qualche malcapitato madido di sudore, che lascia dietro di sé una scia salina per loro irresistibile.
Ci attende, ora, il punto forse più orrido della traversata, vale a dire il superamento della selvaggia valle degli Sprissori, il cui versante settentrionale è costituito da un’imponente muraglia rocciosa. La mulattiera, però, non si arresta, ma si dipana sul versante roccioso con un paio di tornantini, che ci portano in fondo al vallone. Sopra di noi, una cascatella che scende da un salto roccioso e che giustifica, forse, la denominazione della valle, la quale rimanda allo sgorgare dell’acqua dalla roccia. Oltre il vallone, volgiamoci ad ammirare i grandi muretti a secco che sostengono il tratto della mulattiera che abbiamo appena percorso, un piccolo capolavoro di ingegneria alpina. Consoliamoci con il pensiero che questa mulattiera non subirà il destino di molte altre, semicancellate da piste carozzabili: per di qua non passerà alcuna strada. O no?
Il dubbio si fa strada, inquietante, mentre affrontiamo una leggera discesa, che ci porta ad una nuova fascia di prati ed a due baite. Incontriamo, più avanti, dopo due brevi tornantini, un sentiero secondario che ci lascia sulla sinistra, salendo lungo un dosso boscoso; ignorata la deviazione, ne troviamo una seconda, questa volta a destra, ed ignoriamo anche questa. Inizia ora un tratto impegnativo, nel senso che dobbiamo prestare attenzione per non perdere la traccia (i segnavia bianco-rossi diventano, qui, essenziali). Il sentiero comincia a guadagnare rapidamente quota con una serie di sette tornanti a destra (attenzione a non riprendere il l’andamento in piano prima dell’ultimo tornante, anche se una sorta di falsa traccia di sentiero ci può indurre a farlo: se restiamo ad una quota troppo bassa, rischiamo di trovarci sull’orlo di un grande corpo franoso). 
Ci affacciamo, infine, ai prati di Taida (m. 956): se torniamo per la medesima via dell’andata, cerchiamo di memorizzare il punto di ripartenza del sentiero dai prati. Il sentiero attraversa, quindi, su un ponticello la conduttura forzata che precipita verso il fondovalle del Bitto. Seguendo il sentiero, rimaniamo alti rispetto alle baite che sono poste nella parte medio-bassa dei prati; più avanti, superato un valloncello, intercettiamo il sentiero che sale dal limite di questo gruppo di baite, alla nostra destra. La mulattiera sale decisa per un buon tratto, al termine del quale troviamo alla nostra sinistra un cartello con l’indicazione “Bema” (ad indicare la direzione dalla quale proveniamo), ed alla nostra destra un segnavia rosso-bianco-rosso su un masso. La salita prosegue in un rado bosco, e la mulattiera è qui larga e ben visibile.
La mulattiera torna all’aperto, e taglia la parte medio-bassa dei prati della Brusada (m. 1166). Oltrepassata una fontana in cemento per la raccolta dell’acqua, superiamo un nuovo valloncello ed un baitello; ad un successivo bivio, non andiamo diritti, ma pieghiamo a sinistra e, dopo aver risalito, con diversi tornantini, un dosso boscoso, ci affacciamo all’ennesima fascia dei prati, in località Valburga (m. 1198), nella sua parte media. Davanti a noi il lungo dosso del monte Motta, riconoscibile per la croce che lo sormonta. Alla sua sinistra, il solco della Val Bomino ed il dosso che ospita l’alpe Dosso Cavallo e che culmina nella cima omonima. Attraversando i prati, raggiungiamo una grande baita, alla nostra sinistra, mentre alla nostra destra troviamo un curioso baitello.
Siamo nella fascia medio-bassa dei prati, e la modesta traccia di sentiero prosegue fino al limite del bosco. Non dobbiamo, però, seguirla, ma piegare a sinistra e salire in direzione del gruppo di baite più in alto (m. 1240), dove si trova un cartello di divieto di caccia. Qui ritroviamo il sentiero, che entra nel bosco ed attraversa un nuovo vallone, con una cascatella. Oltre il vallone, troviamo, dopo un’assenza che ci ha probabilmente inquietato, un segnavia bianco-rosso. Ad un bivio, prendiamo, poi, a destra, scendendo leggermente (segnavia blu e bianco-rosso). Siamo nel cuore di un bosco di faggi e betulle, sospeso in un’atmosfera fiabesca. Ci stiamo avvicinando al cuore della più importante fra le valli che incidono il versante occidentale del dosso di Bema, la Valburga. Ad un secondo bivio prendiamo di nuovo a destra, proseguendo con andamento pianeggiante: due segnavia blu ed uno bianco-rosso ci confortano sulla correttezza della nostra scelta. Superato un valloncello secondario, proseguiamo tagliando uno sperone roccioso: il sentiero è comunque tranquillo ed elegantemente sostenuto da muretti a secco.
Ci approssimiamo, infine, al solco principale della Valburga (m. 1250), e ne superiamo il torrentello con l’ausilio di un ponticello in legno (ma se è piovuto molto di recente, difficilmente riusciremo a conservare asciutti i piedi): sul lato opposto, la mulattiera riprende a salire, sostenuta da un muretto a secco.


Valburga

Sostando qualche istante fra le ombre arcane di questa valle, lasciamo correre il pensiero e l’immaginazione. Forse il nome della valle ci farà venire in mente l’omonima santa (Santa Valburga, o Valpurga), il cui ricordo viene celebrato il primo maggio. Ci farà venire in mente anche la notte di Santa Valburga, fra il 30 aprile ed il primo maggio, notte nella quale, secondo antichissime leggende pagane e germaniche, le forze del male si scatenato. Nel Medio-Evo cristiano la credenza popolare immaginò che fossero streghe e diavoli ad abbandonarsi in orribili ridde nei boschi proprio durante questa notte, legata ad una santa che faceva parte del gruppo di monache e monaci che aiutarono S. Bonifacio (680-755) ad evangelizzare  la Germania.
È, dunque, a causa delle ombre che gravano perennemente su questi luoghi e sembrano la dimora eletta di orribili streghe che alla valle è stato dato questo nome? L’ipotesi è suggestiva, ma non coglie nel vero. Il toponimo, infatti, riconduce sì al mondo germanico, ma non alle streghe: Valburga viene da Valle e Burg, borgo, e significa, dunque, la valle (o il torrente) del borgo, del villaggio, anche se non è affatto chiaro a quale villaggio ci si riferisse in antico. Il torrente, infatti, confluisce, poco più in basso rispetto al punto nel quale lo attraversiamo, nel torrente Bomino, e non ci sono villaggi che si affacciano al suo solco.
Di nuovo in cammino, in uno scenario che muta: il sentiero sale, ripido, a monte di un bosco di abeti alti e diritti. Dopo un tornante a sinistra ed uno a destra, un tratto pianeggiante ci porta ad un vallone secondario, che attraversiamo a quota 1300 metri. Più avanti cominciamo a scendere e, superata una piccola porta nella roccia, troviamo un tornante destrorso ed uno successivo sinistrorso. Il sentiero riprende, poi, a salire, quasi incollato alla parete di roccia alla nostra sinistra, e ci porta ad un nuovo vallone, ben più impressionante rispetto al centro della Valburga: si presenta, infatti, davanti ai nostri occhi una scura ed impressionante parete di roccia, sul lato opposto, e la prima impressione è che sia invalicabile. Mai sottovalutare, però, la tenacia delle mulattiere e di chi le tracciò, spesso scavando nella viva roccia: neppure la muraglia scura ed umida ci ferma.
Superata una franetta, scendiamo per un tratto e riprendiamo a salire, raggiungendo il filo di un dosso dove dalla mulattiera si stacca, sulla destra, un sentiero che scende, a zig-zag, seguendo proprio il dosso. Noi proseguiamo sulla mulattiera, attraversando, a quota 1280, un nuovo valloncello secondario, per poi raggiungere un bivio: su un sasso troviamo l’indicazione “Casera”, perché il sentiero che ci lascia sulla sinistra sale alla casera di quota 1352, posta in una radura sul medesimo dosso che ospita, più in alto, l’alpe Dosso Cavallo (m. 1606).
Avanzando ancora, giungiamo alla fine del sentiero, sostituito da una pista che giunge fin qui partendo dalle case della frazione Nasoncio di Gerola e staccandosi dalla pista principale per la Val Bomino. Si tratta di una pista forestale che è in corso di realizzazione nella foresta regionale della Val Gerola, a cura dell’ERSAF. Nel primo tratto, troviamo un nuovo sentiero che la lascia sulla sinistra, e sale anch’esso all’alpe Dosso Cavallo. Non ci resta, ora, che seguire fino a Nasoncio. Nel primo tratto passiamo a valle di una splendida pecceta: non possiamo non fermarci ad ammirare il suo fondo interamente coperto da aghi di abete, e la fitta trama degli alberi che sembra nascondere creature arcane e fiabesche. Poi, dopo un tratto in salita, essa ci porta al ponte in legno sul torrente Bomino (m. 1290), oltre il quale, superata una brevissima salita, intercettiamo la pista principale Nasconcio-Val Bomino, dove troviamo un cartello che dà, nella direzione dalla quale proveniamo, l’alpe Dosso Cavallo ad un’ora e 5 minuti e la baita Aguc a 2 ore; un secondo cartello indica che la pista principale della Val Bomino porta al passo di Verrobbio (“buchéta de Bumìgn”, denominata, sul versante bergamasco, “pàs de Véròbi”) in 2 ore e mezza; un terzo cartello, infine, dà Nasoncio ad un’ora.
Seguiamo la pista verso sinistra, salendo in Val Bomino.


Apri qui una fotomappa del sentiero che dal Bomino Vago, in Val Bomino, sale al passo di Verrobbio

Ci addentriamo nella valle, fino alla prima baita dell'alpe Bomino Vago (m. 1524). Qui passiamo dal lato sinistro a quello destro orografico della valle (dal destro al sinistro per chi sale). All'ultimo tornante dx della pista la lasciamo seguendo il sentiero (segnalazione per il passo di Verrobbio) che sale in diagonale sul versante orientale (di sinistra, per noi) della valle, passando per due baite isolate. Superate due vallecole laterali, saliamo decisamente verso la ben visibile depressione del passo di Verrobbio (“buchéta de Bumìgn”,denominata, sul versante bergamasco, “pàs de Véròbi”, m. 2026), che raggiungiamo dopo 3 ore e mezza di cammino da Nasoncio.
Il passo merita una sosta prolungata, perchè presenta diversi motivi di interesse storico, naturalistico ed escursionistico. Innanzitutto qui troviamo numerosi segni delle opere di fortificazione costruite durante la Prima Guerra Mondiale, quando si temeva che un eventuale sfondamento degli Austriaci sul fronte dello Stelvio o un'invasione della neutrale Svizzera avrebbe fatto del crinale orobico un fronte di importanza strategica. Perlustrando l'ampia sella del passo, troveremo i resti dei camminamenti, degli edifici fortificati ed anche di una vera e propria grotta scavata nella roccia (lato est del passo), con feritoie per scrutare la valle di Bomino. Troviamo poi nei pressi del passo un grazioso microlaghetto e poco sotto un laghetto (laghetto di Verrobbio).


Laghetto di Verrobbio

Ma l’importanza storica di questo passo ha radici molto più antiche. Fino al 1593, anno dell’apertura della celebre via Priula, il passo di Verrobbio fu forse il più importante valico orobico, perché di qui passava l’importantissima via commerciale che da Bergamo (cioè, dal 1428, dalla Serenissima Repubblica di Venezia) si portava alla Valtellina ed ai paesi di lingua germanica, al nord. Una via assai frequentata nel Medio Evo, chiamata, con nome latino, “Via Mercatorum”, via dei mercanti. Da Bergamo saliva al Averara, dove si trovava una dogana, e da Averara, per la Val Mora, al passo di Verrobbio, dal quale si scendeva a Morbegno (per questo il passo era chiamato anche passo di Morbegno). Alla fine del Cinquecento la più comoda Via Priula, che nel primo tratto si sovrapponeva alla prima ma poi in alta Val Mora se ne distaccava salendo al passo di San Marco e scendendo per la Valle del Bitto di Albaredo a Morbegno, soppiantò la Via Mercatorum, che però non ha perso il suo fascino storico.
Poco sotto il passo intercettiamo il sentiero che proviene dal passo del Forcellino e prosegue verso est, alla volta del passo di San Marco e dell'omonimo rifugio (siamo sulla Gran Via delle Orobie).
La seguiamo verso sinistra, seguendo il cartello che segnala la direzione per il Passo di San Marco. Nel primo tratto scende deciso con diversi tornanti di oltre 150 metri, per poi procedere quasi in piano fino allo storico rifugio Casa Cantoniera Ca' San Marco (m. 1830), posto oltre 150 metri più in basso rispetto al passo di San Marco (m. 1992). In un'ora circa o poco più possiamo dunque traversare dal passo di Verrobbio a quello di San Marco. Qui termina la prima giornata dell'anello del monte Verrobbio.


Fotomappa della GVO dal passo di Verrobbio al passo di San Marco

Vale però la pena di affrontare uno sforzo aggiuntivo per salire ai 1992 metri del passo di San Marco ed osservare l’ottimo panorama che da qui si gode sulle cime del gruppo del Màsino: ecco infatti, da sinistra, il pizzo Badile, il pizzo Cèngalo, i pizzi del Ferro (sciöma dò fèr), la cima di Zocca, la cima di Castello, la punta Ràsica, i pizzi Torrone ed il monte Sissone. Rimane, invece, nascosto dietro il lungo fianco orientale della valle del Bitto di Albaredo il monte Disgrazia. Teniamo presente che, seguendo la strada asfaltata che dalla Val Brembana sale al passo, incontriamo anche un secondo rifugio, il Rifugio Passo San Marco 2000 (m. 1850).
Il passo di San Marco (1992) è il valico più basso fra Valtellina e versante orobico meridionale ed è anche quello più facile e storicamente importante, da quando, con l’apertura della via Priula, fortemente voluta dalla Serenissima Repubblica di Venezia (signora dal 1432 di Bergamo e delle sue valli), divenne il punto culminante della più trafficata via commerciale dalla Pianura Padana ai paesi di lingua tedesca attraverso la Valtellina (sotto la signoria delle Tre Leghe Grigie dal 1512 al 1797). Venezia intendeva così evitare la via di transito sull'asse Valsassina-Bocchetta di Trona-Morbegno, chiamata anche Via del Bitto, che passava per i territori del ducato di Milano e quindi della rivale Spagna. Una questione politica ma anche economica, perché le tariffe doganali degli spagnoli erano parecchio esose. La nuova via soppiantò anche la Via Mercatorum che passava per il vicino passo di Verrobbio, posto poco più ad ovest e chiamato in passato anche passo di Morbegno, fino al 1593 la più importante via commerciale fra Bergamo e la Valtellina.


Il rifugio Casa Cantoniera Ca' San Marco

Fu il podestà veneto di Bergamo Alvise Priuli a caldeggiare questa nuova via ed a curarne, previo accordo con il governo delle Tre Leghe, la costruzione, nell’arco di un biennio circa (1590-92): in suo onore essa venne, dunque, battezzata “via Prìula”.
La strada, aperta nel 1592 dal capitano Zuane Quirini, fu percorsa da intensi traffici, soprattutto dopo che Venezia ebbe stretto, nel 1603, il trattato di alleanza con le Tre Leghe del settembre 1603. Sulla base di tale trattato la Serenissima concedeva, infatti, l’esenzione dai dazi sia alle merci prodotte in Italia ed esportate attraverso il passo di San Marco, sia a quelle valtellinesi e grigionesi esportate a Venezia. La strada, uscendo da Bergamo, passava per Zogno, Piazza e la Val Brembana, saliva al passo di san Marco per poi scendere a Morbegno, il che rendeva assai vantaggiosa l’utilizzazione di tale via. La strada, larga tre metri, era percorribile fino a Mezzoldo ed oltre Albaredo da “birozzi” (birocci), ovvero carri a due ruote; nel tratto intermedio, che scavalcava il valido di S. Marco, con animali da soma a pieno carico.


Il passo di San Marco (al centro dell'immagine) sul fondo della Valle del Bitto di Albaredo

Si trattava di un manufatto ben costruito e tenuto, grazie ai numerosi muri di sostegno, canali di scolo, parapetti, piazzole di sosta, fontane e siti di sosta per il riposo. Non costituiva per Venezia un’insidia, in quanto dal punto di vista militare era facile da presidiare: bastavano un centinaio di soldati disposti nei punti strategici per bloccare eventuali invasioni di eserciti nemici e proteggere i mercanti; gli otto ponti sul torrente Bitto, costruiti per servirla, inoltre, in caso di necessità potevano essere distrutti, bloccando l’avanzata dei nemici. A Mezzoldo e ad Albaredo furono edificate una dogana e una stazione di posta. Appena sotto il passo di San Marco (che proprio da allora venne dedicato al santo protettore di Venezia e che era uno dei più bassi ed agevoli sull’intero arco orobico), sul versante della bergamasca, fu eretto un rifugio a due piani, con stalle e locali di ristoro, il cui edificio è ancora oggi conservato ed adattato a rifugio (Rifugio Casa Cantoniera Ca’ San Marco); ai gestori del rifugio toccava, oltre al compito di ospitare mercanti e soldati, anche quello di tenere aperta e pulita la strada durante l'inverno. Sulla sua facciata una targa riporta la seguente scritta: “Per due secoli questa cantoniera vigilò sulle alpi Brembane i traffici e la sicurezza della Repubblica di San Marco”.


La Val Brembana vista dal passo di San Marco

L’edificio, posto in un ripiano al riparo dalle valanghe, fungeva da rifugio (uno dei più antichi d’Europa) per i viandanti ed ospitava il rottiere che aveva l’incarico di tenere pulita la strada dalla neve garantendo, con non pochi sforzi, che fosse percorribile nell’intero arco dell’anno. Vi passavano merci d'ogni genere, come leggiamo in documenti dell'epoca: "balle di lana, seta di Cambrai, pellami di ogni sorta, corame, rame, stagni, pietre ollari, formaggi e altri grassini della Valtolina, bestiame da beccaria..."
Nella “Guida alla Valtellina” del 1884, edita dal CAI di Sondrio a cura di Fabio Besta (II ed.), infine, si legge: “Una strada di recente costrutta, quasi carrozzabile, lascia Morbegno e con brevi e numerosi andirivieni, attraverso vigneti e selve, sale le falde del monte, fino a entrare nella valle del Bitto per la pendice orientale, al di sopra del profondo e dirupato burrone per cui essa trova sbocco. Poi in ripida salita, passando attraverso vari casolari, e sempre per luoghi ameni, conduce ad Albaredo (800 m.) (421 ab.). di là una strada mulattiera ben tenuta sale ancora per poco fino ai casali di Sarten e alla Madonna delle Grazie, poi, abbassandosi, raggiunge il torrente che scende dalla Valle Pedena… , quindi, attraversando con varie giravolte una stupenda foresta di abeti e larici, sale al dosso Cerico, casolare in amenissima posizione.


La Via Priula in vista del passo di San Marco

Poscia continua addentrandosi nella Val d’Orto fino al passo (1826 m. ), in prossimità del quale vi ha una cantoniera o casa di rifugio detta Ca di San Marco, dove i viaggiatori possono trovare conforto di cibo e qualche letto per riposare. Da Ca di San Marco, per la Val Mora, si scende ad Averara, e quindi a Olmo sul Brembo, e di là a Piazza, a S. Pellegrino e a Bergamo. Da Morbegno al passo occorrono circa cinque ore e mezza di cammino; dal passo a Olmo circa tre ore. La Strada di San Marco, dichiarata provinciale, è mantenuta lungo la Valle del Bitto a spese dell’intera Provincia. Essa è la migliore e la meno alta fra le varie strade che attraversano la catena Orobia. È tuttavia molto frequentata: in passato, prima della costruzione della strada carrozzabile da Lecco a Colico, era frequentatissima giacchè per essa passavano le mercanzie che da Venezia e dallo Stato Veneto si importavano nella Svizzera e Germania orientale per i valichi dello Spluga, del Septimer e del Maloja.”


Pozza al passo di San Marco

Ma a partire dal Settecento la Via Priula cominciò una lunga decadenza. Due i motivi principali: il clima (siamo nel cuore della PEG, la Piccola Età Glaciale) si faceva più rigido, con nevicate più abbondanti, e le Tre Leghe Grigie avevano scarso interesse alla manutenzione della strada, avendo chiuso accordi commerciali favorevoli con i nuovi signori di Milano, gli Asburgo d'Austria. La fine della dominazione delle Tre Leghe Grigie sulla Valtellina (1797) accentuò ulteriormente questa parabola di decadenza. Un secolo e mezzo dopo, però, la Via Priula si rianimò di nuova vita con la nuova carrozzabile, percorsa non solo da autoveicoli, ma anche da molti motociclisti e ciclisti. Il passo viene chiuso nei mesi invernali, ma è molto frequentato dalla tarda primavera all’autunno inoltrato. La realizzazione della strada venne promossa negli anni Sessanta del secolo scorso dagli amministratori della Val Brembana, e da questa valle ha per la prima volta raggiunto il passo. Negli anni successivi è stato realizzato il tracciato che sale al passo dal versante valtellinese, ed oggi il passo di San Marco è uno dei più suggestivi valichi montani, per la sua apertura, panoramicità e luminosità.


Apri qui una panoramica sul passo di San Marco (a sinistra) e la Valle del Bitto di Albaredo

2. RIFUGIO CA' SAN MARCO-BEMA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Ca' San Marco- Bocchetta del Verrobbio-Alpe Vesenda Alta-Baita di Aguc-Pizzo Berro-Bema
7-8 h
420
EE
SINTESI. Ci mettiamo dunque in cammino dal rifugio Ca' San Marco (m. 1850), seguendo le indicazioni della Gran Via delle Orobie verso ovest, cioè verso il passo di Verrobbio. Il marcato sentiero procede in leggera discesa e poi in piano, portandosi sulla verticale delle due grandi casere di Cul, che vediamo alla nostra sinistra, più in basso, a monte dello sbarramento artificiale di Val Nera. Quando il sentiero descrive una curva a destra e davanti a noi ne vediamo la seconda parte, nella quale la pendenza si impenna, lo lasciamo, prendendo a destra ed attaccando il versante che qui propone una pendenza accentuata ma non proibitiva. Saliamo così, senza alcun riferimento di segnavia, sul versante erboso, zigzagando a vista e cercando la via di minor pendenza. Nella prima parte della salita tendiamo leggermente a destra, fino a giungere in vista di una sella erbosa a sinistra del morbido cupolone erboso del monte Cimetto. Raggiunta la selletta, seguiamo il crinale, che qui è facile, verso sinistra, fino al pianoro erboso della cima del monte Cimetto (m. 2099), dal quale si domina con ottimo colpo d’occhio la Valle del Bitto di Albaredo. Seguiamo ora il sentierino del crinale verso ovest, cioè in direzione opposta rispetto al passo di San Marco, scendendo per breve tratto e risalendo ad una cima secondaria. La successiva discesa ci porta alla selletta erbosa della bocchetta del Verrobbio (m. 2090), che precede una nuova cima oltre la quale è posto il monte Verrobbio (m. 2139). Sul versante della Valle del Bitto di Albaredo vediamo un largo canalone praticabile, con un sentierino che scende a zig-zag. Lo seguiamo, rientrando in territorio valtellinese. Il sentierino perde quota, portandosi verso sinistra al centro del canalone, poi tende a perdersi. Scendiamo diritti, restando al suo centro, poi, appena possibile, pieghiamo a sinistra, tagliando un dosso di roccette e macereti. Superiamo una fascia di massi e, giunti sotto la verticale di una nuova selletta, che si apre alla nostra sinistra sulla dorsale che separa le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola (Val Bomino), e che precede il pizzo di Val Carnera, pieghiamo ancora a destra e, stando attenti a non perdere la traccia, scendiamo per un breve tratto per via più diretta. Piegando leggermente a sinistra tagliamo una fascia di macereti e ci portiamo ad un’ampia radura di pascolo, con un'alpeggio abbandonado del quale resta solo qualche calecc'. Se dovessimo perdere il sentiero che porta fin qui, possiamo anche procedere a vista (l'alpeggio è ben visibile anche dal piede del canalone sotto la bocchetta del Verrobbio), tagliando il versante sotto la dorsale stando leggermente alti. Sul limite opposto dei pascoli la traccia si fa più marcata ed attraversa una caratteristica portina nella roccia, oltre la quale passiamo accando ad una baita solitaria, posta a monte del canalone alto della Valle di Reggio. Traversiamo infine alla parte alta di un ben più alto alpeggio, la splendida Alpe di Vesenda Alta. Superati alcuni calecc', ci portiamo al centro dell’ampio pianoro sommitale, dove è posta la baita di Vesenda Alta, quotata 1850 metri, la più alta dell’alpeggio. Alla baita troviamo i cartelli che segnalano un bivio. Scendendo a destra ci si porta all’alpe di Vesenda Bassa ed al fondo della Valle del Bitto di Albaredo, mentre salendo leggermente a sinistra si traversa alla baita di Aguc (o Agucc), sul sentiero che percorre il filo del lungo dosso di Bema raggiungendo il pizzo Berro. Seguiamo questa seconda direttrice. Il sentiero, marcato se segnalato da segnavia bianco-rossi, taglia il versante alto della Valle di Reggio e, dopo un breve tratto fra radi larici, ne esce alla radura della baita di Aguc (o Agucc, m. 1876 IGM, o 1857, stando a quanto riportato sulla baita stessa), posta in una bella conca erbosa ai piedi della bocchetta di Aguc (m. 1990). Qui troviamo tre cartelli. Seguiamo la direzione per il pizzo Berro (nord, a sinistra per chi volge le spalle al monte). Procediamo su un sentiero pianeggiante, ignoriamo la deviazione a destra per l'alpe Garzino e siamo alla baita Piazzoli (m. 1824). Alla baita pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Seguiamo ora la debole traccia che segue il lungo dosso di Bema, passando per diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847). Dalla croce della vetta troviamo sulla destra (direzione nord-est) il sentiero che scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, poi siamo ai prati del Fracino (m. 1520). Passati a destra di un baitone, rientriamo nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai. Poco sotto, intercettiamo una pista sterrata e percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170). Seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, scendiamo tranquillamente alle case alte di Bema.



Fotomappa della salita dal rifugio Ca' San Marco alla bocchetta del Verrobbio

Nella seconda giornata torniamo a Bema sfruttando il fianco orientale del lungo dosso di Bema e percorrendo sentieri tanto affascinanti quanto poco noti.


Apri qui una fotomappa della traversata dalla bocchetta del Verrobbio al pizzo Berro

Ci mettiamo dunque in cammino dal rifugio Ca' San Marco (m. 1850), seguendo le indicazioni della Gran Via delle Orobie verso ovest, cioè verso il passo di Verrobbio, ripercorrendo quindi per un tratto in senso inverso il percorso della giornata precedente. Il marcato sentiero procede in leggera discesa e poi in piano, portandosi sulla verticale delle due grandi casere di Cul, che vediamo alla nostra sinistra, più in basso, a monte dello sbarramento artificiale di Val Nera.


Apri qui una panoramica della salita dal sentiero della GVO alla bocchetta del Verrobbio

Quando il sentiero descrive una curva a destra e davanti a noi ne vediamo la seconda parte, nella quale la pendenza si impenna, lo lasciamo, prendendo a destra ed attaccando il versante che qui propone una pendenza accentuata ma non proibitiva. Saliamo così, senza alcun riferimento di segnavia, sul versante erboso, zigzagando a vista e cercando la via di minor pendenza. Nella prima parte della salita tendiamo leggermente a destra, fino a giungere in vista di una sella erbosa a sinistra del morbido cupolone erboso del monte Cimetto (“scimèt”, piccola cima).


Apri qui una panoramica sul gruppo del Masino e sul monte Disgrazia visti dal monte Cimetto

Raggiunta la selletta, seguiamo il crinale, che qui è facile, verso sinistra, fino al pianoro erboso della cima del monte Cimetto (m. 2099), dal quale si domina con ottimo colpo d’occhio la Valle del Bitto di Albaredo. Seguiamo ora il sentierino del crinale verso ovest, cioè in direzione opposta rispetto al passo di San Marco, scendendo per breve tratto e risalendo ad una cima secondaria. La successiva discesa ci porta alla selletta erbosa della bocchetta del Verrobbio (m. 2090), che precede una nuova cima oltre la quale è posto il monte Verrobbio (m. 2139).
Sul versante della Valle del Bitto di Albaredo vediamo un largo canalone praticabile, con un sentierino che scende a zig-zag. Lo seguiamo, rientrando in territorio valtellinese. Il sentierino perde quota, portandosi verso sinistra al centro del canalone (che più in basso diventa marcato, ed è chiamato "Il Canale"), poi tende a perdersi.


Apri qui una fotomappa della discesa dalla bocchetta del Verrobbio

Scendiamo diritti, restando al suo centro, poi, appena possibile, pieghiamo a sinistra, tagliando un dosso di roccette e macereti. Superiamo una fascia di massi e, giunti sotto la verticale di una nuova selletta, che si apre alla nostra sinistra sulla dorsale che separa le Valli del Bitto di Albaredo e di Gerola (Val Bomino), e che precede il pizzo di Val Carnera, pieghiamo ancora a destra e, stando attenti a non perdere la traccia, scendiamo per un breve tratto per via più diretta. Piegando leggermente a sinistra tagliamo una fascia di macereti e ci portiamo ad un’ampia radura di pascolo, con un'alpeggio abbandonado del quale resta solo qualche calecc'. Se dovessimo perdere il sentiero che porta fin qui, possiamo anche procedere a vista (l'alpeggio è ben visibile anche dal piede del canalone sotto la bocchetta del Verrobbio), tagliando il versante sotto la dorsale stando leggermente alti.


Apri qui una fotomappa della traversata dal Passo di San Marco al Pizzo Berro

Sul limite opposto dei pascoli la traccia si fa più marcata ed attraversa una caratteristica portina nella roccia, oltre la quale passiamo accando ad una baita solitaria, posta a monte del canalone alto della Valle di Reggio. Traversiamo infine alla parte alta di un ben più alto alpeggio, la splendida Alpe di Vesenda Alta, luminosa ed ampia, splendido balcone panoramico sul gruppo del Masino e sul monte Disgrazia (che peraltro si mostrano generosamente a nord per buona parte della traversata).


Apri qui una fotomappa della traversata dalla bocchetta del Verrobbio all'alpe di Vesenda Alta

Da sinistra, si propongono le cime della Costiera dei Cech, seguite dal gruppo del Masino. In particolare, nel gruppo del Masino l'occhio esperto riconosce, da sinistra, la punta Torelli (m. 3137) e la punta S. Anna (m. 3171) che precedono il celeberrimo pizzo Badile (badì, m. 3308), cui fa da vassallo la punta Sertori (m. 3195). Segue il secondo signore della Val Pocellizzo, il pizzo Cengalo (cìngol, m. 3367). Alla sua destra i puntuti pizzi Gemelli (m. 3259 e 3221), il passo di Bondo (pas da bùnd, m. 3169), che dà sulla Val Bondasca, in territorio svizzero, ed i pizzi del Ferro occidentale o cima della Bondasca (m. 3267), del Ferro centrale (m. 3287), e del Ferro orientale (m. 3200). Alla loro destra spicca la poderosa cima di Zocca (m. 3175), sulla testata della valle omonima, seguita dalla punta Allievi (m. 3121), dalla cima di Castello (la più alta del gruppo del Masino, con i suoi 3392 metri), e dalla punta Rasica (rèsga, m. 3305).


Baita a Vesenda Alta

I tre poderosi pizzi Torrone (turùn, occidentale, m. 3351, centrale, m. 3290, ed orientale, m. 3333) chiudono la valle omonima, che precede l’ampia Val Cameraccio, sulla cui testata si pongono il monte Sissone (sisùn, m. 3330), la punta Baroni, o cima di Chiareggio settentrionale (m. 3203), le cime di Chiareggio centrale (m. 3107 e 3093) ed il monte Pioda (m. 3431), posto immediatamente a sinistra dell’imponente ed inconfondibile monte Disgrazia (m. 3678). Segue uno scorcio della testata della Valmalenco.


Apri qui una panoramica sul gruppo del Masino dall'alpe Vesenda

Superati alcuni calecc', ci portiamo al centro dell’ampio pianoro sommitale, dove è posta la baita di Vesenda Alta, quotata 1850 metri, la più alta dell’alpeggio. Alla baita troviamo i cartelli che segnalano un bivio. Scendendo a destra ci si porta all’alpe di Vesenda Bassa ed al fondo della Valle del Bitto di Albaredo, mentre salendo leggermente a sinistra si traversa alla baita di Aguc (o Agucc), sul sentiero che percorre il filo del lungo dosso di Bema raggiungendo il pizzo Berro. Seguiamo questa seconda direttrice.
Il sentiero, marcato se segnalato da segnavia bianco-rossi, taglia il versante alto della Valle di Reggio e, dopo un breve tratto fra radi larici, ne esce alla radura della baita di Aguc (o Agucc, m. 1876 IGM, o 1857, stando a quanto riportato sulla baita stessa), posta in una bella conca erbosa ai piedi della bocchetta di Aguc (m. 1990), che separa la Valle del Bitto di Albaredo dalla Val Valburga (Val Gerola).
Sulla baita troviamo una curiosa indicazione, che dà Bema ad 11 chilometri. Si riferisce al sentiero che percorre interamente il crinale del lungo dosso di Bema, raggiunge il pizzo Berro e scende, infine, a Bema. Gustiamo interamente la pace e la solitudine di questo luogo, prima di rimetterci in cammino proprio su questo sentiero, per far ritorno a Bema. Nel caso avessimo dei dubbi sulla direzione da prendere (quella nord, alla sinistra per chi scende dalla bocchetta di Aguc), possiamo consultare i tre cartelli che si trovano presso la baita, e che danno nella direzione dalla quale proveniamo l’alpe Dosso Cavallo a 35 minuti, il ponte di Bomino ad un’ora e 15 minuti e Nasoncio a 2 ore e 15 minuti, nella direzione di destra (sud) l’alpe Vesenda alta a 45 minuti ed infine nella direzione che ci interessa (nord) il pizzo Berro a 40 minuti.
Incamminiamoci sul sentiero che, con andamento sostanzialmente pianeggiante, ci porta alla solitaria baita Piazzoli (m. 1824). Prima della baita ignoriamo una deviazione sulla destra, segnalata su un sasso, che scende all’alpe Garzino. Raggiunta la baita, preceduta da una vasca in cemento per la raccolta dell’acqua, pieghiamo decisamente a sinistra e, salendo in diagonale, guadagniamo il crinale del dosso in corrispondenza di un’evidente sella erbosa. Molto bello il panorama che già da qui si apre: alla nostra sinistra sfilano le cime della testata e della costiera occidentale della Val Gerola, mentre a destra lo sguardo raggiunge le cime del gruppo del Masino, dal pizzo Badile al monte Disgrazia, ed alcuni dei colossi della testata della Valmalenco. Più a destra ancora, infine, uno spaccato del versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo, con in primo piano il passo di Pedena.


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Inizia ora l’entusiasmante cavalcata che ci fa rimanere sulla sella del dosso fino alla sua ultima impennata, il pizzo Berro. La traccia di sentiero, segnalata da alcuni segnavia bianco-rossi, è in buona parte tranquilla; in alcuni punti, però, il versante leggermente esposto richiede un po' di attenzione. Si tratta, dunque, di una cavalcata vera e propria, perché l’andamento della cresta e del sentierino che la segue sembra seguire il ritmo di un cavallo al galoppo, proponendo diversi saliscendi, con tratti all’aperto che si alternano a brevi macchie di larici. Tocchiamo, nella cavalcata, diverse elevazioni (quotate, rispettivamente, 1882, 1882, 1886, 1837 e 1816 metri), seguite da altrettante depressioni o sellette, prima di giungere ai piedi del pizzo Berro (m. 1847), al quale saliamo percorrendo la traccia, seminascosta fra la vegetazione, che propone un ultimo ripido strappo.


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La croce della cima erbosa del pizzo è il premio dei nostri sforzi. Il panorama dal pizzo è veramente ampio: ad ovest lo sguardo raggiunge le Alpi Lepontine, mentre a nord ovest domina la costiera dei Cech. A nord, si può ammirare, a destra della cima del Desenigo (m. 2845), la massima elevazione della Costiera dei Cech, buona parte della testata della Val Masino: si scorgono, da sinistra, i pizzi Badile (m. 3308) e Cengalo (m. 3367), sono ben visibili i pizzi del Ferro (occidentale, o cima della Bondasca, m. 3289, centrale m. 3232, orientale m. 3199), le cime di Zocca (m. 3175) e di Castello (la massima elevazione del gruppo del Masino, con i suoi 3386 metri), la punta Rasica (m. 3305), i pizzi Torrone (occidentale m. 3349, centrale m. 3290, orientale m. 3333) ed il monte Sissone (m. 3331). Chiude la testata l’imponente monte Disgrazia (m. 3678). Mancano all’appello le cime più alte della Valmalenco, ma è ben visibile il pizzo Scalino (m. 3323).


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Ad est si impongono, sul versante orientale della Valle del Bitto di Albaredo (val del bit de albarée), tre cime: il monte Lago (m. 2353), il monte Pedena (m. 2399) ed Azzarini (m. 2431). Fra questi ultimi due monti si trova l’ampia e facilmente riconoscibile sella del passo di Pedena (m. 2234), che unisce la val Budria (dal termine bergamasco “büder”, che significa “vaso fatto di scorza di abete) alla valle del Bitto di Albaredo: si tratta dell’unica porta fra quest’ultima valle e la Val Tartano. L’elegante triade di cime nasconde, però, il più ampio panorama delle Orobie centro-orientali.
Proseguiamo, quindi, nel giro di orizzonte in senso orario, puntando con lo sguardo a sud-est: riconosceremo facilmente, anche per la presenza dei tralicci che lo valicano, il più famoso passo di san Marco (m. 1992), che congiunge la Valle del Bitto di Albaredo alla Val Brembana, sul versante orobico bergamasco. A sud si domina il lungo crinale che dal pizzo Berro sale fino al pizzo di Val Carnera (m. 2216) ed al monte Verrobbio (m. 2139).
Alla sua destra si può ammirare la testata della Val Gerola, sulla quale è riconoscibile, da sinistra, il monte Ponteranica (m. 2378), alla cui destra si trova il caratteristico spuntone roccioso denominato monte Valletto (m. 2371); seguono il caratteristico uncino del torrione della Mezzaluna (m. 2373), il pizzo di Tronella (m. 2311) ed il più massiccio pizzo di Trona (m. 2510), alla cui destra si vede la bocchetta omonima (m. 2092), importante porta fra alta Val Gerola ed alta Val Varrone; alle spalle della bocchetta si scorge il pizzo Varrone (m. 2325), con il caratteristico Dente. Rimane, invece, seminascosto proprio dietro il pizzo di Trona il più famoso pizzo dei Tre Signori (m. 2554).
Verso ovest, infine, si vedono le cime del versante occidentale della Val Gerola, vale a dire, da sinistra, il pizzo Mellasc (m. 2465), il monte Colombana (m. 2385) ed il monte Rotondo (m. 2496), fra i quali si apre la bocchetta di Stavello (“buchéta de Stavèl”, m. 2210), il monte Rosetta (m. 2360), il monte Combana (m. 2327), la cima della Rosetta (m. 2142),il pizzo Olano (m. 2267) ed il pizzo dei Galli (m. 2217).
Una curiosità: sulla cima del pizzo si trovano anche alcuni mirini guardando all’interno dei quali si puntano obiettivi importanti come il monte Disgrazia, il pizzo Badile e l’alpe Granda. Presso la croce si trova anche un piccolo altare collocato nel 2002, l’anno internazionale della montagna. Non manca, infine, una cassetta che contiene un quaderno sul quale segnare il proprio passaggio.
Si tratta, ora, di scendere: il sentiero parte nei pressi della croce, sulla destra (direzione nord-est), e scende in una splendida pecceta. Dopo una serie di tornantini, incontriamo la sorgente Aser, fontana alla quale possiamo attingere acqua fresca se ne abbiamo bisogno. La successiva discesa sul sentiero principale (ignoriamo una deviazione) ci porta al limite alto dei prati della località Fracino (m. 1520), dove troviamo tre cartelli, che danno, nella direzione dalla quale proveniamo, il pizzo Berro a 50 minuti, nella direzione di destra la Costa a 15 minuti e (indicazione che ci interessa) nella direzione di discesa i Ronchi a 45 minuti.


Rifugio Ronchi sopra Bema

Scendiamo, dunque, lungo i prati, lasciano alla nostra sinistra un’elegante baita. Rientrati nel bosco, ignoriamo una deviazione a destra per prato Martino e Pegolota, e raggiungiamo la località Geai, dove si trova un grande casello dell’acqua, una simpatica fontana ed un tavolino utile per un’eventuale sosta. L’ultimo tratto della discesa ci porta ad intercettare la pista sterrata che taglia il fianco orientale del dosso di Bema.
Percorrendola verso sinistra, raggiungiamo, in breve, il rifugio Ronchi nella località omonima (m. 1170). Teniamo conto che il rifugio Ronchi, aperto da marzo a novembre (per informazioni telefonare comunque al 333 6719038), può costituire la soluzione al problema del pernottamento. Dal rifugio, seguendo la strada o tagliando per la più ripida mulattiera, possiamo tranquillamente scendere alle case alte di Bema, passando per la grande croce posta a ricordo del Convegno Eucaristico Diocesano del 1997.


Bema

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