Aprica, luogo aperto e luminoso, come suggerisce il nome. Oggi, località si soggiorno invernale ed estivo fra le più conosciute in Lombardia, nella piana del passo omonimo (m. 1172), il corridoio naturale che consente il passaggio più agevole fra la media Valtellina e l’alta Valcamonica. Un tempo, villaggio che viveva della magra economia agro-pastorale, quando dei fasti delle attività connesse con in turismo non si aveva ancora sentore. In questo tempo si radicano alcune leggende, che conservano il gusto di un passato in cui l’incanto, lo stupore ed il timore si ritagliavano uno spazio più importante nei cuori della gente.
Il primo posto va doverosamente riservato alla leggenda connessa con il nome stesso del paese, leggenda che Alfredo Martinelli ha sviluppato in racconto nella raccolta "L'erba della memoria - Leggende e tradizioni valtellinesi" (Bissoni, Sondrio, 1964). Aprìca era, in un tempo antichissimo, una gentile fanciulla, di rara bellezza, figlia di uno dei più ricchi contadini del villaggio, il Renzìn del Palabione. Il padre aveva molti progetti matrimoniali su di lei, desiderava vederla sposa di qualche buon partito, che gli avrebbe consentito di accrescere le sue ricchezze. Ma lei non pareva guardare alcun giovane del paese: nel suo cuore, infatti, coltivava il sogno di poter incontrare un tal giovane della montagna, una figura quasi leggendaria di cui aveva sentito parlare fin da piccola. Ma del giovane della montagna, essere fiero, forte e leale, nessuno aveva più visto traccia da anni, e si diceva che se ne fosse andato in qualche paese lontano. Aprica, però, non si dava per vinta, e si consumava nel suo sogno d’amore.
Venne, allora, portata su una malga del Palabione, perché guarisse dal male d’amore. Qui accadde il prodigio. Nella notte dell’equinozio d’autunno il giovane della montagna udì le sue preghiere, venne e la portò via, nella sua dimora, fra le nevi ed i ghiacci perenni, nel castello della Regina delle Nevi. La Regina era un essere freddo ed altero: il suo cuore pareva inaccessibile ai sentimenti. Eppure, alla vista di un tanto grande amore, si commosse e, per la prima volta, si sciolse in un pianto. Le sue lacrime si trasformarono in petali, che caddero sui versanti del pizzo Palabione. La Regina volle lasciare un altro segno della sua commozione: da allora, ogni inverno, regalò generosamente alla piana del passo l’elemento che era sotto il suo dominio, la neve, appunto, quella neve che ammanta abbondante questi luoghi. E da allora il villaggio, in ricordo della fanciulla che aveva creduto fino in fondo ad un amore giudicato da tutti impossibile, venne denominata Aprica.
La neve ed il Palabione sono protagonisti di una seconda storia, narrata, come la prima, nel libro “L’erba della memoria”, di Alfredo Martinelli (Bissoni, Sondrio, 1964). La cornice della storia è un inverno segnato da nevicate eccezionalmente abbondanti. A febbraio nevicava ancora, e le falde del Palabione erano cariche di un’enorme massa di neve. La sopravvivenza, per gli animali che popolano quei monti, era diventata assai difficile. In particolare, un capriolo, ferito da un lastrone di ghiaccio, stava per soccombere, stremato, quando venne trovato da un guardacaccia, Carletto, che se l’era caricato spalle e se l’era portato nella stalla di casa propria, perché si riprendesse. Poco a poco il capriolo aveva riguadagnato le forze, si era rimesso in piedi, per la gioia del guardacaccia e di suo figlio Mario, che amava moltissimo il disegno e passava molto tempo a ritrarre la bestiola in mille pose.
Il ragazzo si era affezionato moltissimo al capriolo, desiderava tenerlo sempre con sé. Ma le leggi della natura volevano altrimenti, e, all’inizio della primavera, il capriolo cominciò a sentire il richiamo di quei monti che erano la sua casa. Carletto comprese che togliergli la libertà significata togliergli la vita, e, non appena la neve aveva lasciato spazio sufficiente ai pascoli, lo lasciò libero. Mario pianse, ma non si oppose. Passarono i mesi, venne l’estate, la stagione delle lunghe passeggiate nei boschi, passeggiare nelle quali il ragazzo amava accompagnare il padre, sbizzarrendosi però anche in certe sue esplorazioni solitarie fra macchie e boschi che lo affascinavano con il gusto dell’avventura. E fu proprio in una di queste che, vinto dalla stanchezza, nel cuore di un pomeriggio afoso, si addormentò in una radura, fra piante di mirtilli. Carletto, preoccupato per la sua prolungata assenza, lo cercò a lungo, ed alla fine lo trovò, ancora immerso nel sonno. A pochi metri da lui vide, con spavento, una serpe, immobile. Si avvicinò per ucciderla, ma subito vide che era già morta, calpestata, in più punti, da qualcosa, forse zoccoli d’animale. Non seppe mai cos’era accaduto. Lo sapeva, però, il capriolo, che aveva salvato la vita del ragazzo, ignaro, ed ora assisteva, commosso, alla scena, nascosto nella macchia.
La commozione è anche il tema di una terza storia, che però, a differenza delle precedenti, ha un fondamento storico, il passaggio all’Aprica di San Carlo Borromeo, uno dei campioni della Controriforma, instancabile difensore della fede cattolica contro gli assalti delle confessioni riformate. In uno dei suoi viaggi pastorali San Carlo passò proprio per il passo dell’Aprica, salendo dalla valle dell’Ogliolo, cioè dall’alta Valcamonica, per scendere in Valtellina, terra nella quale la fede cattolica era insidiata dal dominio dei Grigioni, protestanti. Passò il 27 agosto del 1580, sul dorso di un cavallo. Faceva caldo, quel giorno, ed il santo ebbe sete. Oggi non avrebbe che l’imbarazzo della scelta, visto il gran numero di esercizi che si trovano nel paese. Ma a quel tempo trovare dell’acqua non era così semplice.
Volse lo sguardo intorno, e vide una fontana, dalla quale, però, non usciva una goccia d’acqua. Chiese, allora, ad un contadino che passava di lì il motivo di ciò. Questi rispose che da quella fontana non usciva più acqua da tempo immemorabile: era impossibile dissetarsi lì! Impossibile agli uomini, ma non a Dio, pensò il santo. Memore di quel passo evangelico, nel quale si dice che tutto ciò che viene chiesto a Dio Padre con fede autentica, viene da lui concesso, egli rivolse, allora, al cielo una fervente preghiera. E fu subito miracolo, il miracolo dell’acqua che zampillò di nuovo dalla fontana. Una seconda versione racconta che il santo fece addirittura sgorgare direttamente l’acqua dal terreno, ad un tocco del bastone che teneva nella mano. Egli, poi, bevve, con semplicità e naturalezza: per un uomo della sua fede, era naturale che Dio avesse accolto una preghiera profonda e sincera. Ma, non appena si sparse la voce di quanto era accaduto, accorse la gente, stupefatta per l’evento soprannaturale. Vide nell’austero uomo di chiesa i chiari segni della santità, e volle lasciare un segno che ricordasse per sempre il suo passaggio ed il suo miracolo. Là dove era sgorgata la nuova sorgente d’acqua freschissima venne costruita una fontanella, che recava incisa la data del miracolo. Più tardi, quando già Carlo Borromeo era stato dichiarato santo, sorse, a fianco della fontanella, anche una cappelletta, dedicata a lui, dove un dipinto lo ritrae nell’atto di far sgorgare l’acqua dal terreno.
Esiste, però, anche una seconda versione della leggenda, più poetica e suggestiva. Questa vuole che la sorgente non sia sgorgata al tocco del bastone del santo, per dissetarlo, ma da una sua lacrima, una lacrima di commozione. Le cose sarebbero andate così. Raggiunta la sella del passo, Carlo avrebbe udito una melodia celestiale, un coro d’angeli. Si sarebbe fermato, stupefatto, volgendo lo sguardo intorno. Non avrebbe visto angeli, ma il superbo spettacolo che lo circondava da ogni lato. In fondo, ad oriente, le sette maestose cime del gruppo dell’Adamello, mentre sulla destra, verso sud, le più modeste ma pur sempre belle cime del Palabione, del pizzo della Nona e del dosso Pasò. Alle spalle, verso sud-ovest, le eleganti cime dei monti Torena e Lavazza. Verso nord-est, infine, la dolce cime del monte Padrio, raggiunta dai pascoli alti. Uno spettacolo che parla della gloria di Dio Creatore, della sua saggezza e bontà. Rapito da tanta bellezza, stupito e commosso, il santo non avrebbe saputo trattenere un pianto commosso, e la prima lacrima caduta sul terreno sarebbe stata all’origine della sorgente di acqua che ancora oggi rampolla dal cuore della terra, per conservare la memoria di un pianto suscitato non dalla tristezza, ma dalla gioia più profonda.
Comunque siano andate le cose, la fontanella e la cappelletta, restaurate di recente (giugno 2004), sono ancora là, a ricordare che l’acqua che da lì sgorga conserva il sapore del miracolo. Per visitarle, scendiamo di un paio di chilometri, verso la Val Camonica, oltre il passo. Oltrepassati, sulla sinistra, lo svincolo per Trivigno, e, sulla destra, il Camping Aprica, troviamo uno svincolo sulla destra, con un cartello che segnala la Taverna Abete. Poco dopo aver impegnato lo svincolo, svoltiamo ancora a destra, imboccando una stradina che risale verso il centro dell’Aprica. Sulla destra, alcune centinaia di metri prima del Baradello, troveremo la cappelletta e la fontanella.
Allontaniamoci, ora, dal centro dell’Aprica, per raggiungere l’imbocco della Val Belviso, sfruttando (se scendiamo verso la Valtellina) la strada che si stacca, sulla sinistra, dalla strada statale 39, e raggiunge il ponte di Ganda, presso la località omonima. Questa località è legata ad una leggenda che ci cala in un’atmosfera più fosca, e che viene raccontata da Leila Basci nel ciclostile della IV B della scuola elementare di Chiuro “Storie e leggende dei nostri paese”, curata dall’insegnante Armida Bombardieri, nel 1974.
Un tempo lontano la località che ora si chiama Ganda (dal termine dialettale che significa ammasso di sassi, corpo franoso) ed è piuttosto desolata e solitaria era invece luogo di ritrovo per tutti coloro che amavano darsi alla bella vita e frequentavano una casa nella quale vi era una sala da ballo. Qui si tenevano feste e banchetti.
Durante uno di questi, bussò, un giorno, alla porta della casa un umile pellegrino, vestito di povere vesti, stanco ed affamato; gli aprì la domestica, e questi le chiese di poter avere, per carità, un poco da mangiare. La donna, che era donna di buon cuore, stava cucinando succulente vivande per i convitati, e pensò che fosse giusto che anche quel pover’uomo potesse godere di tutto quel ben di Dio. Ma non poteva decidere di ciò che non era suo, e quindi chiese alla padrona di potergli dare parte dei cibi che stava cucinando. Ma la padrona era di pasta diversa, non era tipo da farsi commuovere per la misera sorte altrui: per questo ordinò alla domestica di rispondere al pellegrino che in casa non c’era nulla di pronto. La domestica fu addolorata dalla risposta, e di nascosto diede al supplice, che era rimasto ad attendere alla porta, una ciotola di brodo di pollo ed un po’ di pane.
Questi rimase in silenzio, per qualche istante, poi pronunciò, con tono fermo e solenne, queste parole: “Chi si dà a balli, canti e gozzoviglie rimanendo indifferente alla sofferenza altrui, merita il più severo dei castighi. Ma tu, che ti sei commossa per la mia sorte, non lo meriti. Prepara, dunque, tutte le tue cose, per fuggir via. Ma prima servi il pollo in tavola. Sentirai, allora, tre chicchirichì: al secondo, non esitare e vieni via, senza voltarti indietro, qualunque cosa tu senta.” Era un tono che non ammetteva repliche. La donna confusa e tremante, ubbidì. Raccolse le sue cose in un fardello, terminò di cucinare il pollo e lo servì ai commensali che, interamente presi dal clima spensierato della festa, non si erano accorti di nulla. Non credeva possibile che un pollo già cucinato potesse fare davvero chicchirichì, ma era sicura che qualcosa di terribile stava per accadere. Quando sentì che dal pollo fumante veniva proprio il chicchiricchì che le era stato annunciato, non ebbe più dubbi: lasciò precipitosamente la sala del banchetto, raccolse le sue cose e scappò dalla casa.
Appena in tempo: dopo qualche istante, infatti, udì un fragore terribile. Non resistette alla tentazione, e si volse un attimo per vedere. Un pezzo di montagna stava venendo giù, con massi enormi, che seppellirono la casa dei gaudenti. Scossa per quanto accaduto, e temendo di essere punita per essersi voltata disobbedendo all’ordine di quel pellegrino che, ormai ne era certa, era il Signore o un suo angelo, la donna donò i terreni che aveva nella piana dell’Aprica alla parrocchia. Giunse, quindi, serenamente alla fine dei suoi giorni, ma non mancò mai di lasciarne passare alcuno senza narrare a tutti coloro che incontrava quanto accaduto, perché imparassero quali punizioni attira dal cielo l’avidità di chi rimane insensibile di fronte alle sofferenze altrui.
Queste sono solo alcune delle leggende che si narrano in quel dell’Aprica. Di molti altri prodigi si racconta, in questo luogo di incanto e suggestione, dove anche malefici e sortilegi hanno una lievità unica, e gli spiritelli, a quanto si dice, si limitano ad annodare in fitte trecce il crine dei cavalli.

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