In morte di bimbi


Tramonto sulla testata della Valmalenco

Angeli: creature spirituali, fedeli o ribelli a Dio (i demoni), custodi dell’uomo, messaggeri (dalla voce greca “angellos”, che significa, appunto, messaggero) ed intermediari fra Dio e gli uomini, eterni cantori della gloria divina, esecutori, talora, degli interventi di Dio nella storia umana. Questo, dal più al meno, potrebbe essere il succo di un discorso teologico sugli angeli. Nella cultura contadina del passato, però, angelo passa a significare anche una realtà diversa: così, infatti, veniva chiamato un piccolo che moriva nella prima infanzia, nella convinzione che, non avendo potuto conoscere il male, fosse accolto direttamente in paradiso e che lì gli fosse riservato un posto privilegiato, accanto, appunto, agli angeli veri e propri. In buona parte dei dialetti valtellinesi voci quali "àngiul", "angiulìn", "angiulèt" significano "bambino morto in tenera età".
Glicerio Longa, nella sua bella ricerca su “Usi e costumi del Bormiese”, 1912 (terza edizione, della Casa Editrice Alpinia, nel 1998)”, scrive:
In morte dei bimbi.
Quando muore un bambino si dice: «L'é mòrt un àngel, è morto un angelo». Le campane suonano a festa. La cassa è infiorata e inghirlandata dalla madrina e dalle comari. Il padrino deve invece portare la cassa del morticino sulle braccia fino al camposanto. Se è superiore ai due anni circa, deve pagare i ragazzi che lo sostituiscano. Spettano al padrino anche le piccole spese pel funerale e per le candele al sacerdote.
Gli uomini non portano il mantello di lutto; le donne indossano lo scialle bianco, al panét biànk; i bambini che accompagnano il piccolo defunto al cimitero sono essi pure ornati di fiori e di nastrini colorati ed hanno in regalo biscotti e confetti.”
In Valdidentro, alla morte di un bimbo, si diceva: "Esa che l'é mòrt, m'arè un altro angelìn in cèl", cioè "ora che è morto, avremo un altro piccolo angelo in cielo".

Lina Rini Lombardini, nel volumetto “In Valtellina - Colori di leggende e tradizioni”, (Sondrio, Ramponi, 1950), così descrive i funerali dei piccoli “inocent”:
Un senso di serenità aleggia intorno alle infiorate casse degli “inocent”. Già l’annuncio del funerale è dato con lievi tocchi di argento: sunà d’angel. Non è un funerale, ma un volo dall’umana tristizia al grande Eterno; e noza era chiamato in Cepina il modesto convito che si offriva, dopo le esequie, ai parenti venuti da fuori. Un senso di misteriosa pace si diffondeva nonostante il dolore della madre, dal funeralino dei neonati. Già il richiamo dalla Chiesa, “sunà d’angel”, ha un suono chiaro, a lievi rintocchi argentini. L’Innocente è accompagnato in Montagna da ininterrotti alti canti che ripetono sempre la stessa parola, “immacolato”. Non è, per gli infanti, la morte un trapasso penoso. Ali avevano una volta i bimbi del corteo; ali sembrano ancor oggi i veli delle bimbe accompagnatrici delle piccole bare. Ma non è una bara, è un cespo di fiori. Sotto i fiori si vedono appena le sue quattro esili stanghe; le manine che le portano sono calde di vita. In un nebbioso pomeriggio d’agosto uno di questi cespi, a mezzo d'un bianco corteo, e formato solo da boccioli di rosa appena schiusi e freschissimi, apparendo a un tratto in una strada di Bormio fermò come in un incantesimo la gente finché scomparve; era il simbolo, l'annunzio, la certezza, d'un volo immediato, dalla caligine della terra all'eterna aurora.”

La riflessione sull’impatto emotivo ed esistenziale delle morti di piccoli può farci, forse, misurare il solco profondo che ci separa da quella civiltà. Potremmo, oggi, immaginare una situazione di strazio maggiore dell’accompagnare nell’ultimo viaggio un piccolo defunto? Potremmo immaginare queste note di festa altrimenti che come stridenti in un contesto di così lancinante dolore?
Certo, la morte dei piccoli ha sempre suscitato la più profonda commozione, che Alfredo Martinelli ha espresso in uno dei suoi racconti (L’angiolo della Reit) della raccolta "Terra e anima della mia gente" Racconti valtellinesi  (1973), ispirato ad una vicenda realmente accaduta:
“Il giorno del solstizio di giugno del 1911, si perse e morì sul Monte Reit di Bormio il bambino Santelli Giuseppe di anni cinque. Fu ritrovato dopo tre giorni. Stringeva ancora in una manina alcune ciliege. Le nonne d'oggi ricordano alle spose, alle figliole, la misteriosa tragica fine del bimbo perdutosi lassù al Pian delle Scandole dove una croce ricorda il fatto.
Quando il vento soffia tra i mughi del bosco del Mago, e poi si smorza tra gemiti e singulti, pare la voce del «marcin» che invoca...
Nel piano di Bormio, a nord del borgo, si erge la Reit: una bella montagna isolata che protegge il paese e, dall'alto, contempla i pascoli e le pendici boscose che la circondano.
La sua cresta, aguzza e frastagliata, è visibile da molto lontano e gli abitanti del luogo, ogni mattino, quando si alzano, volgono gli occhi verso di essa, perché la Reit, grave e maestosa, preannuncia la pioggia ed il bel tempo. Se i suoi pinnacoli acuti, come i campanili di San Gervasio e di San Gallo, sono avviluppati nelle nuvole minacciose, si avvicina la pioggia; se invece i suoi crestoni sono nitidi e i profili azzurrini si stagliano nell'aria tersa, si manterrà il bel tempo e nel tardo pomeriggio la cresta rocciosa s'imporporerà di luce color di rosa, mentre il bosco sottostante si riempirà di pulviscolo d'oro. La Reit si erge come un bastione, come una fortezza, a protezione del borgo e delle valli i cui abitanti sanno per certo che la Reit non è così sola con se stessa, abbandonata come sembra, ma che un angiolo circondato da servi e da scudieri dorme nell'interno della montagna.”
Il piccolo, sceso con i genitori da Oga a Bormio per la festa patronale di S. Gervasio, vide che alla S. Messa tutti portavano un sacco sulle spalle. Pensò si trattasse di una penitenza cui ogni buon fedele dovesse sottostare, e sgattaiolò fuori dalla chiesa con l'intento di correre a casa per procurarsi il suo bel sacco. Non conoscendo, però, il paese prese una via sbagliata, che lo portò nei boschi alle falde della Reit. Li scambiò per i boschi sotto Oga e, credendo di procedere nella giusta direzione, cominciò a salire. Alla fine si rese conto di essersi perso, fu sorpreso dalle tenebre all’addiaccio e morì di sfinimento.
“Raggiunto il Pian delle Calude, Pinin si cacciò sotto la sporgenza di una roccia in un piccolo buco dove pensava di mettere al riparo la sua estrema debolezza. In alto le stelle cominciarono a brillare, videro il bimbo piangere e subito scesero vicino, vicino a lui poggiandosi ovunque sugli arboscelli, sulle pietre a fargli luce, a fargli men atroce l'angoscia dell'ora e la sua agonia...



La Reit e Bormio

Nell'agonia, Pinin sognò un gran re che lo prendeva per mano e, sotto la scorta dei suoi ufficiali, lo accompagnava per il sentiero e gli sorrideva. Sognò che gli asciugava il sangue e lo nettava dalla polvere con la falda della sua cintura d'oro. Sognò che gli diceva di non temere che avrebbe ritrovato la sua mamma. Sognò che soffriva per le ferite, ma gli parve anche di riacquistare lentamente la forza dei movimenti e il suo piccolo cuore si gonfiava sempre di più e batteva forte. Poi vide il suo Angelo Custode prenderlo per mano, baciargli la testolina, togliendoli i bruscoli e gli aghi dei pini dai capelli. Poi improvvisamente il suo cuoricino scoppiò e, nello stesso istante, anche la Reit si scosse e con gran boato, s'aprì nelle sue profondità mostrando nel proprio cuore di pietra una grande sala tutta azzurra come il cielo. Nel centro del cuore della Reit stava un trono candidíssimo e sul trono il sole tutto d'oro che brillava. Pinin fatto Angiolo gli corse incontro gridando: Mamma, mamma...”
Ugualmente pietosa è la vicenda di Dorotea, una bimba di Taronno (cfr. Tommaso Cattani, "Al paese verde", Bemporad, Firenze, 1897, pp. 15-16), che, accadeva quasi tutti i giorni, era stata mandata nei prati a curare le pecore, perché non sconfinassero. Sul finire del pomeriggio fu raggiunta dai genitori, che dovevano sistemare alcune cose nel campo. Le dissero, quindi, di tornare a casa e cominciare ad apparecchiare la tavola, aspettando il loro ritorno: la minestra stava già cuocendo sulla pigna, non serviva altro. La bambina si incamminò; i genitori tardarono un poco, poi presero anche loro la strada di casa. Ma a casa non la trovarono. Chiamarono invano, cercarono invano: nessuna traccia. Immaginate la loro disperazione. Era autunno inoltrato; passò l'autunno, passò l'inverno, venne la primavera, senza che della bambina alcuno potesse dare la benché minima notizia. Ad aprile la neve comincò a sciogliersi e sul "Mot de nonn", un'altura a monte di Sondalo, un contadino che saliva per verificare in che condizioni fosse il maggese, vide, in un prato, il piccolo cadavere della bambina. Era lì, stesa, con una mano sotto il capo leggermente reclinato. pareva dormisse.
Profonda commozione, dunque. Ma commozione non è strazio. Forse un tempo la morte dei piccoli non suscitava il lacerante strazio che possiamo immaginare per un evento del genere oggi. Per diversi motivi. Perché questo genere di morte non era infrequente, e perché qualche volta, pare duro dirlo, poteva anche rappresentare un elemento di attenuazione delle preoccupazioni economiche di una famiglia: una bocca in meno da sfamare.

Istruttiva è, in tal senso, la voce “angèl” del vocabolario dei dialetti della Val Tartano di Giovanni Bianchini. Vi si legge che “angel”, oltre che angelo, significa anche bambino morto, perché si credeva che i bambini morti in tenerissima età diventassero angeli. Nelle famiglie numerose, aggiunge il Bianchini, queste morti non era viste come una disgrazia, perché significavano, nel contesto di un'economia di stentata sussistenza, una bocca in meno da sfamare. Così, il complimento fatto ad una donna con prole già numerosa, ed al suo bambino, nato da poco e tenuto fra le sue braccia: “che bèl facii de àngel” ("che bel faccino d'angelo"), era, implicitamente, un augurio che potesse morire presto.
Ancora più duro Ercole Bassi, che, nell’opera “La Valtellina (Provincia di Sondrio)”, (Milano, Tipografia degli Operai, 1890), scrive: “Per aumentare poi il numero di questi ragazzi disgraziati si aggiunge la pochissima cura nell'allevarli. Sono per lo più affidati alle nonne o a bambini più grandicelli; poppano un latte affannato e stanco, e rimangono non di rado abbandonati e piangenti per delle ore, sotto la sferza del sole, o esposti al vento e al freddo, o rinchiusi in stalle o tuguri, d'ogni luce muti, ove l'aria è corrotta, ove è trascurata ogni più elementare regola d'igiene. Qual meraviglia se in siffatte condizioni di cose la Valtellina abbia relativamente molti cretini, cretinosi e gozzuti... Del resto, nei rapporti di famiglia regna un grande fatalismo. Parlando dei loro figli, essi esclamano con quasi indifferenza: “Se càmpen, i lévum” (Se campano, li alleveremo), e in generale sentono più dispiacere della perdita di una vacca, di un cavallo o di altra simile disgrazia, che della morte diun figlio, della moglie, di un genitore.
Tempi terribili, spesso troppo superficialmente idealizzati.
Tutto questo non deve però suscitare la convinzione che fosse problema grave solo l'abbondanza di figli: non averne era decisamente peggio, veniva vissuto come punizione divina, come se Dio avesse decretato che una famiglia non doveva lasciare discendenza.
In alta Valtellina il pellegrinaggio alla chiesetta di San Colombano, sospesa, fra Valdisotto e Valdidentro, sulla sella del passo omonimo, a 2484 metri di altezza (la più alta dell'intera Valle dell'Adda), fu per secoli praticato da donne (ma anche uomini) che imploravano la grazia dei figli.


San Colombano

Nel bel volume di L. Fumagalli, M. Gasperi e M. Canclini "Valdidentro - Storia, paesi, gente", edito da Alpinia Editrice, si legge: "La fecondità era ritenuta una grazia della "provvidenza", mentre al contrario la sterilità era simbolo di punizione. Emblematico il commento maligno della gente del villaggio di Semogo, a proposito di una donna che non dava alla luce dei figli: "Al vòl dir che al Signor al vòl gnènca laghér la raza". Significa che Dio non vuole che di quella famiglia si formi discendenza. In senso spregiativo, una donna che non aveva figli era definita sc'tèrla, ossia sterile, mentre l'uomo era marchiato col termine sc'terluch. L'impossibilità di avere figli veniva combattuta anche con la preghiera e la devozione a san Colombano. Le coppie che avevano difficoltà a procreare si recavano in pellegrinaggio fino alla sperduta chiesetta in cima alla montagna, dedicata al santo monaco irlandese.
Si racconta che un abitante di Premadio, per avere figli, si recò pregando a piedi scalzi dal suo villaggio alla soglia di quella chiesa e il suo desiderio fu talmente esaudito che sua moglie in seguito portò alla luce ben sei pargoli. Tra le molte anche una coppia di Isolaccia che non aveva figli si spinse, sempre a piedi scalzi, dal piccolo paesino della Valdidentro fino a San Colombano per chiedere la grazia. Un'altra donna di Isolaccia, dopo essersi recata fino alla chiesa partendo a piedi scalzi da Sughét (frazione tra Premadio e Isolaccia), ricevette la grazia riuscendo a partorire otto figli. Questa diceva scherzosamente in giro che era pronta a ripartire verso la cima della montagna per chiedere una seconda grazia, quella che fosse interrotta la magnanimità di San Colombano."

Ai bambini piccoli, proprio perché innocenti e quindi più vicini a Dio, si attribuivano, poi, capacità straordinarie, prima fra tutte quella di poter scorgere gli spiriti dei defunti, che talora rimangono presso le persone care, per aiutarle. Ce ne parla, di nuovo, la Lombardini: “Oh, i bambini più piccoli che il nostro popolo chiama “inocent”, hanno talora un terribile privilegio: vedono le cose tristi da venire, vedono tornare i Morti. La ragione dice che questa credenza è assurda, ma il cuore ascolta gli “esempi” che vengono da questo o quel luogo, e quanti. Ecco, dalla bassa valle: nel primo anniversario della morte d'una giovane madre, la bimba che, nascendo, l'aveva stroncata, rompe a un tratto la mestizia dei familiari con un grido esultante: “E quella Signora che ride? e quella Signora che ride?” e segna un punto della parete dove lei sola vede Qualcuno. E ancora (nei dintorni di Tirano) un “inocent” dice alla madre vedova, che rimesta con insolita facilità la polenta per la numerosa famiglia: “Lo vedi il Pà che ti aiuta?”. Un'altra vedova, non lontana da Oga, rimasta sola in povertà, con quattro “inocent”, non riusciva un giorno a smuovere una caldaia colma d'acqua. Disse ai figliolini: “Voi che credete di vedere sempre il Pà, ditegli che mi dia una mano.” E la Mano dall'ombra, si mosse; la caldaia fu sollevata con gran facilità. Ma quando la donna la ripose, altrove, in terra, sentì un gemito.
Ecco un'altra storia che attesta questa credenza, tratta da "Bellezze e leggende della terra di Bormio", di Lina Rini Lombardini (Bonazzi, Tirano, 1926, pg. 20). Due mucche trainavano un carro lungo un sentiero del Bormiese, che si addentrava in luoghi tristemente famosi per le tregende ed i sabba notturni che si diceva vi si tenessero. Le conducevano alcuni contadini, accompagnati da un bimbo, un "inocent", che proceveda, vispo e spensierato, appena dietro di loro. Di colpo, senza preavviso alcuno, le mucche si fermarono e non ci fu verso di farle proseguire. Davano segni di nervosismo e di insofferenza, a nulla servivano gli incitamenti dei contadini. Il bambino, che aveva assistito alla scena da dietro, si portò davanti al carro, fermandosi, poi, spaventato. Indicava qualcosa sul sentiero, davanti a lui, sembrava spaventato. Aveva visto uno stregone che se ne stava proprio nel mezzo del sentiero, con lo sguardo torvo e le braccia allargate in segno di minaccia e maleficio. Il bambino piangeva, balbettava, ed i contadini capirono che, con i suoi occhi di "inocent", aveva visto quello che gli adulti non possono vedere. Uno di loro, allora, fece un segno di croce sopra le corna delle bestie, che subito si tranquillizzarono. Si tranquillizzò anche il bambino, che ripeteva, sorridente: "non c'è più, non c'è più...". Il carro riprese il suo cammino, e null'altro turbò il tragitto dei contadini e del bambino. Streghe e stregoni possono fare del male, infatti, solo se non si avverte la loro presenza; altrimenti bastano scongiuri e preghiere per annullarne la potenza malefica e farli allontanare.
I fanciulli vedevano gli spiriti maligni, invisibili agli altri, ma nel contempo ne erano, spesso, le vittime più indifese. Questo accadeva soprattutto nei confronti delle streghe, che si credeva che provocassero nei bambini, con il solo sguardo torvo e sbieco, malattie e disturbi di diversa natura. Vittorio Spinetti, nell’operetta “Le streghe in Valtellina” (Sondrio, 1903), riporta convinzioni assai radicate nei secoli scorsi, e desunte da un vero e proprio trattato sulle streghe, il “De strigis” di frate Bernardo Rategno: “E il frate inquisitore spiega la malia fatta ai fanciulli appoggiandosi all'autorità del Beato Tomaso dicendo che quella è un'infezione che procede dagli occhi infetti por la malizia dell'anima, coll’aiuto del demonio e col permesso di Dio, e che ciò avviene specialmente nelle vecchie, nelle quali per una certa malizia contratta coll'amicizia e col patto dei demoni si forma un rivolgimento nocivo e velenoso attraverso le vene sino agli occhi di quelle, e dagli occhi alla cosa guardata attraverso uno spazio determinato, e così lo sguardo di esse velenoso e nocivo corrompe e guasta i fanciulli che hanno corpo tenero e facilmente impressionabile e in tal modo infermano e vomitano il cibo.”
Ma, come si suol dire, ogni medaglia ha due facce. Ed anche il volto dei bambini, nell'immaginario popolare, si sfigurava, perdendo i tratti del candore e dell'innocenza ed assumendo quelli sinistri di piccoli servi del male. Parrà incredibile, ma anche ai bambini, per quanto molto marginalmente, si estese la secolare paranoia che provocò la tragica caccia alle streghe.
Una leggenda, innanzitutto, quella della "strìa de la Scala", in Val di Rezzalo (Sondalo). L’alpeggio della Scala, sopra Frontale, aveva fama sinistra per via di una cupa storia di streghe. Si racconta che un giorno una bambina, che se ne in un prato con il padre intento a falciarlo, gli disse, forse per noia, forse per desiderio di suscitare la sua ammirazione: “Vuoi vedere che so far piovere?” Il padre dapprima la prese sul ridere, poi, vista la sua insistenza, la seguì alla vicina fontana, dove quella tracciò con il dito alcuni cerchi nell’acqua. Era una di quelle giornate in cui non si vede in cielo una nuvola, ma all’improvviso il cielo si rabbuiò, densi nuvolosi venuti fuori da chissà dove si addensarono in tutta la valle e scoppiò un violentissimo temporale. Il padre trascinò via la figlia nella loro baita, e le chiese, esterrefatto: “Ma chi ti ha insegnato questo?” La bimba, tutta orgogliosa, rispose: “La mamma”. Il contadino comprese allora di aver sposato una strega, ed averne generato un’altra. Aspettò che tornasse il sole e che la campagna si asciugasse, poi, con un pretesto, portò nei prati moglie e figlia, le legò entrambe, le avvolse in un covone e diede loro fuoco. Una leggenda agghiacciante.
Ma ancor più agganciante è quanto racconta la storia, che attesta isolati casi di presunte streghe bambine. la comunità di Grosio avanzò, nel Seicento, richiesta di processo a bambine accusate di stregoneria presso le autorità di Coira, ma non abbiamo alcuna notizia che la cosa sia andata avanzi. Massimo Bormetti, nella sua bella monografia “Al tempo delle streghe” (Bissoni, Sondrio, 1963 I), riporta un caso di condanna a morte di bambine accusate di stregoneria:
"
Nei Grigioni la stregoneria infierì più che altrove, probabilmente per il fatto che quella popolazione era in parte cattolica e in parte protestante. L'interferenza fra le due religioni dovette avere il suo peso.
Fra le tante condannate vi furono due bambine di Savognino: una, Maria Barbara, di undici anni e l'altra, Caterina Ceriora, di dieci anni. La prima era accusata di aver insegnato l'arte della strega alla seconda.
Quella volta il tribunale non se la sentì di condannarle al rogo. Sarebbe stato troppo. Dispose invece la consegna delle due bambine ai loro genitori con l'atroce incarico di farle morire.
La relativa scena ci è tramandata da frate Flaminio, sacerdote di Savognino, il quale scrive:
«Entrambe, con sentenza definitiva, furono condannate a morte. Però per riguardo alla loro età i giudici concessero che non abbiano a morire per mano del carnefice e diedero ai genitori la scelta: sia di condurre dette figlie fuori del territorio, recando al loro ritorno l'attestazione officiale che siano morte, sia di privarle o di farle privare di vita in patria somministrando del veleno. I genitori si appigliarono al secondo spediente, e quindi una delle ragazze, cioè l'anzidetta Maria Barbara è morta di veleno, però in ottima disposizione d'animo e confortata nel Divino volere. Ci furono bensì certe persone, cheavrebbero voluto negar loro la sepoltura ecclesiastica, ma non ottennero l'intento.

L’altra ragazza morì pure di veleno. È però fatto assai rimarchevole che visse due mesi circa dopo aver preso il veleno e ciò senza alcun cibo, solo con qualche poca bevanda. Ella in sì lunga e penosissima infirmità fu pazientissima e mai sempre rassegnata nella volontà di Dio».
Il 24 dicembre 1711 morì Maria Barbara, il 22 febbraio 1712 Caterina Ceriora. Frate Flaminio ebbe poi a dichiarare che egli aveva fatto tutto il possibile per salvare le due bambine, ma che non vi riuscì."



Tramonto sul monte Caldenno

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