Il Sasso Manduino dal crinale che sale al monte Bassetta

Il Sasso Manduino (m. 2888) annuncia nel modo più eloquente le montagne di Valchiavenna. La pallida e perentoria pala della sua parete sud si impone allo sguardo di quanti salgono lungo la ss 36 dello Spluga e si approssimano al Pian di Spagna ed al lago di Mezzola. Presenza costante e perentoria che ha acceso la fantasia delle genti della bassa Valtellina e della bassa Valchiavenna. Qualcuno, senza ambizioni alpinistiche, si è avvicinato alla sua cima, magari salendo il vallone di Revelaso, ed ha visto un segno inequivocabile, uno spuntone al quale venne ancorata l’Arca di Noè quando, al rifluire delle acque del diluvio, fu spinto proprio qui dalle correnti e scelse questa splendida montagna per posare di nuovo piede sulla terraferma, a cavaliere fra Val Codera e Valle dei Ratti. Una leggenda? Forse. Ma anche una significativa testimonianza dell’aura di regale mistero legata a questa cima. Una cima per alpinisti. Gli escursionisti possono consolarsi disegnandovi attorno uno splendido e difficile anello, che tocca luoghi selvaggi, appannaggio di grandi ed esperti camminatori. Grazie ai bivacchi Casorate-Sempione, nell’alto circo della Val Ladrogno, e Primalpia, in Valle dei Ratti, in tre giorni l’anello può essere percorso, con partenza ed arrivo a Novate Mezzola. L’anello passa per luoghi eccezionalmente solitari e selvaggi, come i valichi della Porta e della bocchetta di Spassato, ma anche per borghi di antichissima civiltà e suggestione, come Codera e San Giorgio di Cola. Eccone il racconto.


Sasso Manduino dall'alpe Talamucca in Val dei Ratti

PRIMO GIORNO: DA NOVATE MEZZOLA (O CODERA) AL BIVACCO CASORATE-SEMPIONE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Mezzolpiano-Codera-Mottala-In cima al Bosco-Alpe Ladrogno-Bivacco Casorate-Sempione
6 h e 30 min.
1850
EE
SINTESI. Seguendo la ss 36 dello Spluga raggiungiamo l'imbocco della Valchiavenna e, dopo 2 gallerie, Novate Mezzola. Giunti in vista della chiesa della SS. Trinità, prendiamo a destra e saliamo alla parte alta del paese, parcheggiando al termine della strada, in località Mezzolpiano (m. 316). Qui parte (abbondanti segnalazioni del Sentiero Roma e del Sentiero Italia) una mulattiera ben scalinata, che sale al nucleo di Avedée (m. 790) e si addentra sul fianco occidentale della Val Codera, perdendo quota in un paio di punti, in corrispondenza di altrettante gallerie paramassi. Un'ultima salita porta al cimitero di Codera ed a Codera (m. 825), dove si trovano i rifugi Risorgimento ed Osteria Alpina. Passiamo in mezzo alle antiche baite e ad una serie di cartelli lasciamo il Sentiero Roma per scendere a destra al ponte sul torrente Codera. Sul lato opposto rvoaimo un sentiero che prende a destra ed in breve porta al ponte sul torrente Ladrogno. Subito dopo siamo ad un bivio, al quale prendiamo a sinistra (indicazooni per il bivacco Casorate-Sempione). Saliamo così alle baite di Piana Cii. Riprendiamo a salire ed a quota 920 tagliamo il tracciato in piano del celebre Tracciolino.  Continuiamo a salire uscendo ai prati delle baite di Mottala (m. 1125). Il sentiero rientra subito nel bosco e sale diretto verso sud-sud-est e poi sud-est. uscendo a prati dell’alpe in Cima al Bosco, presidiata da una baita solitaria (m. 1268), sul crinale che separa l’ampia e selvaggia Val Ladrogno, alla nostra sinistra, dalla minore (a dispetto del nome) Val Grande, alla nostra destra. Il sentiero prosegue lasciando verso sinistra il crinale e piega leggermente a sinistra (est), tagliando il ripido versante meridionale della Val Ladrogno, poco sotto le incombenti pareti rocciose che lo delimitano. Procediamo alternando lunghi tratti quasi in piano a brevi strappi e ci affacciamo, dopo una coppia di tornantini, ad un marcato vallone laterale, la Val Duméniga, Tagliamo la fascia deii Ruèrs, ricca di vegetazione in estate (attenzione a segnavia ed ometti). Superiamo, sempre procedendo verso nord-est, una bella cascata ed alcune placche levigate attraversate da un torrentello (attenzione!). Superati tre rami del torrente Ladrogno, sempre da destra a sinistra, con un breve traverso quasi in piano a sinistra usciamo dal bosco al poggio erboso dell’alpe Ladrogno (m. 1700), con una baita ben tenuta, circondata da una staccionata in legno. Procediamo salendo diretti verso nord-est, in un bosco di larici, rododendri e lamponi, via via più rado. Dobbiamo stare molto attenti perché la traccia è debole e discontinua, per cui è tassativo non perdere d’occhio segnavia ed ometti. Superata una sorgente a quota 1760 metri, usciamo di nuovo all’aperto, passando a lato di un tronco che sembra protendersi sul sentiero, e raggiungiamo il Doss Bèl, che deve il suo nome alla posizione panoramica, più che alla gentilezza dei luoghi. Saliamo ancora verso nord-est e piegando a destra superiamo verso destra un ramo del torrente Ladrogno. Proseguiamo fra pietraie, macereti e magri pascoli, fino ad un bivio segnalato, presso un grande masso (m. 1949): qui lasciamo a sinistra la traccia segnalata per il rifugio Brasca e scendiamo a destra per pochi metri superando un secondo ramo del torrente Ladrogno. Il bivacco sembra ormai a portata di mano, ma non lo raggiungiamo puntandolo direttamente, ma piegando a sinistra e descrivendo un largo giro in senso antiorario fra ripidi pascoli e blocchi (est e nord-nord-est). Eccoci infine al bivacco Casorate-Sempione (m. 2090), a ridosso di un grande masso erratico che, visto dal basso sembra un enorme ferro da stiro.



Apri qui una fotomappa della Val Ladrogno

Protagonista della prima giornata dell'anello (giornata che può essere divisa in due facendo tappa a Codera) è l'affascinante Val Ladrogno, che, dopo Vallone di Revelaso e Val Grande, è la terza laterale orientale della Val Codera. Si tratta di una valle densa di suggestione e mistero, legata a leggende di spiriti ed eremiti. Quasi inaccessibile allo sguardo di chi percorra il sentiero di fondovalle, è meta di pochi escursionisti o alpinisti che si portano al bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) per poi scalare le pareti delle cime della sua testata, la punta Redescala (il Redescàl, m. 2304), il famoso Sasso Manduino (m. 2888), la punta Como (m. 2846), le cime di Gaiazzo (m. 2920), la punta Bresciadega (m. 2666), la cima di Lavinia (m. 2307). Pochi escursionisti, si è detto, perché la salita al circo terminale della valle è lunga (soprattutto se si parte da Novate Mezzola, mentre più semplice è far tappa a Codera) e non priva di problemi di orientamento, dal momento che il sentiero a monte dell’alpe Ladrogno è poco evidente, anche se segnalato da segnavia bianco-rossi ed ometti. È necessaria quindi esperienza escursionistica, buone condizioni di terreno ed allenamento per affrontare un’escursione che ripaga per gli scenari di selvaggi e solitari che si aprono nella parte superiore della valle.


Val Ladrogno dal sentiero per Codera

Staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga all'altezza di Via Ligoncio (Farmacia), la percorriamo interamente in salita fino al suo termine, cioè al parcheggio di Mezzolpiano (m. 326), frazione di Novate Mezzola, dove parte una mulattiera comoda e ben curata, che si inerpica sull’impressionante fianco sinistro (per chi sale) della forra della Val Codera. Questo sentiero è, insieme con quello gemello sul lato opposto della valle, l’unico accesso a questa importante valle, il che la rende pressoché unica fra le grandi valli della provincia di Sondrio. Il primo centro abitato che si incontra salendo è quello di Avedèe, a 790 metri. Poco oltre, la valle comincia a mostrarsi all’escursionista: appare anche Codera, il suo centro principale. Per raggiungere il paese bisogna però scendere di qualche decina di metri, lambendo, quasi, il fianco granitico della montagna e sfruttando anche due preziosissime gallerie paramassi (i massi sono, infatti, su tracciati come questo la più grande minaccia). Si risale, infine, ad una cappelletta che annuncia il paese, preceduto dal suo cimitero, posto quasi di fronte alla laterale val Ladrogno.


Codera

Codera (m. 850) ci accoglie con la chiesa, dal caratteristico campanile. Sul sagrato un possibile prezioso punto di appoggio, il rifugio La Locanda, che ci consente di spezzare in due questa tappa, stemperandone la fatica.
Sul lato opposto del paese, abitato tutto l’anno, si può raggiungere un secondo prezioso punto di ristoro, l’Osteria Alpina. Torniamo, ora, indietro: poco oltre l'Osteria Alpina, proseguendo sulla destra, troviamo un bivio: prendendo a destra (segnalazioni per San Giorgio ed il Sentiero Life delle Alpi Retiche) scendiamo, con pochi tornanti, al ponte sul torrente Codera, piccolo capolavoro d’ingegneria, sospeso su quaranta metri di vuoto.
Poco oltre raggiungiamo un secondo ponte, sospeso sulla paurosa forra terminale della Val Ladrogno, caratterizzato da una cappelletta sul suo lato sinistro.


Ponte sulla Val Ladrogno

Subito dopo superiamo una scalinata e troviamo un bivio, segnalato da due cartelli: il sentiero principale porta al Tracciolino ed a San Giorgio, passando per Cii, mentre quello che se ne stacca a sinistra porta al bivacco Casorate-Sempione. Lasciamo dunque il sentiero per Cii, prendiamo a sinistra ed iniziamo a salire nel castagneto, verso sud-est, con rapide serpentine, guadagnando rapidamente quota, in un ambiente di irreale silenzio, rotto solo dal canto di qualche uccello. Ci fanno compagnia i rassicuranti segnavia bianco-rossi e dopo una decina di minuti il bosco si apre ad una radura con le baite di Piana Cii. Qui ci raggiunge da destra il sentiero che traversa da Cii.
Riprendiamo a salire ed a quota 920 tagliamo il tracciato in piano del celebre Tracciolino, la lunga strisci della ferrovia a scartamento ridotto tracciata fra le due guerre mondiali del secolo scorso per collegare la diga di Moledana, in Val dei Ratti, all’invaso di Saline, in Val Codera. Continuiamo a salire, in un bosco nel quale betulle e rododendri hanno soppiantato i castagni e ci raggiunge, sempre da destra, un secondo sentiero, che proviene da Cola. Dopo una decina di minuti circa e dopo un più ampio tornante usciamo di nuovo ai prati delle baite di Mottala (m. 1125).


Scalinata prima del bivio per il bivacco Casorate Sempione

Il sentiero rientra subito nel bosco di betulle ed alni (che ha colonizzato gli abbandonati prati da sfalcio) e sale diretto verso sud-sud-est e poi sud-est. Ci raggiunge da destra un terzo sentiero, che traversa fin qui da Cola. Passiamo poi per una panoramicissima radura, ai piedi di un roccione: da qui il colpo d’occhio sul lago di Novate Mezzola e sull’alto Lario fino a Menaggio è suggestivo. Poco oltre raggiungiamo i prati dell’alpe in Cima al Bosco, presidiata da una baita solitaria (m. 1268), sul crinale che separa l’ampia e selvaggia Val Ladrogno, alla nostra sinistra, dalla minore (a dispetto del nome) Val Grande, alla nostra destra. Dall’alpe possiamo cominciare ad intravvedere gli spalti di granito delle cime che coronano la val Ladrogno, vale a dire, procedendo da sud (destra) in senso antiorario, la punta Redescala (il Redescàl, m. 2304), il Sasso Manduino (m. 2888), la punta Como (m. 2846), le cime di Gaiazzo (m. 2920), la punta Bresciadega (m. 2666), la cima di Lavrinia (m. 2307) e il Mot Luvrè (m. 2047), a nord.


Alpe Ladrogno

Panorama dall'alpe Ladrogno

Cascata

Sentiero

Cascata

Larice sul sentiero

Il sentiero prosegue lasciando verso sinistra il crinale e piega leggermente a sinistra (est), tagliando il ripido versante meridionale della Val Ladrogno, poco sotto le incombenti pareti rocciose che lo delimitano. All'inizio della lunga traversata, fra silenziosi abeti e larici, dobbiamo prestare attenzione ad un grande masso a lato del sentiero, chiamato scapüsc’ (voce dialettale che significa “inciampo”). La ragione del nome curioso è legata ad una radicata tradizione: bisogna lasciare un’offerta simbolica sulla cima del masso, un sasso o una manciata d’erba, per evitare, nel prosieguo della salita, di inciampare (e in diversi punti un inciampo può costare caro!).
Procediamo alternando lunghi tratti quasi in piano a brevi strappi e ci affacciamo, dopo una coppia di tornantini, ad un marcato vallone laterale, la Val Duméniga, il primo di una serie di valloni e valloncelli che, con una portata d’acqua sempre discreta (attenzione quindi dopo abbondanti precipitazioni) fanno da corteggio al solco principale della valle. Dopo una breve discesa attraversiamo la val Duméniga, nella suggestiva cornice di molteplici rivoli che scendono da accigliati roccioni.


Traversata

Traversata del Doss Bel

Verso il bivacco Casorate-Sempione

Quando si parla di escursioni l’aggettivo “selvaggio” tende ad essere un po’inflazionato, ma qui va recuperato in tutta la sua forza: passo dopo passo aumenta l’impressione di addentrarci in un ambiente aspro ed arcigno, dove le slavine la fanno da padrone e solo i fedeli segnavia bianco-rossi, contrappuntati da qualche ometto, sembrano restituirci l’impressione di una presenza amica. I torrentelli si sono scavati con giovanile prepotenza il solco fra la viva roccia, e solo gli ontani sembrano potersi adattare al meglio alla furia delle nevi in primavera. Stiamo attraversando uno dei tratti più caratteristici della Val Ladrogno, i Ruèrs, e fatica a farsi strada nella ricca vegetazione estiva. Superiamo così, sempre procedendo verso nord-est, una bella cascata ed alcune placche levigate attraversate da un torrentello (attenzione!).


Verso il bivacco Casorate-Sempione

In vista del bivacco

Bivacco Casorate-Sempione

Superati tre rami del torrente Ladrogno, sempre da destra a sinistra, con un breve traverso quasi in piano a sinistra usciamo dal bosco al poggio erboso dell’alpe Ladrogno (m. 1700), con una baita ben tenuta, circondata da una staccionata in legno. Qui la presenza umana nella stagione estiva ci rassicura, mentre una vicina fontanella ci rallegra. Dall’alpe lo sguardo a sud-ovest raggiunge il monte Legnone, il lago di Novate Mezzola e l’alto Lario, mentre ad ovest ottimo è il colpo d’occhio sul versante occidentale della bassa Val Codera.
Non senza rimpianti lasciamo l’alpe e procediamo salendo diretti verso nord-est, in un bosco di larici, rododendri e lamponi, via via più rado. Dobbiamo stare molto attenti perché la traccia è debole e discontinua, per cui è tassativo non perdere d’occhio segnavia ed ometti. Superata una sorgente a quota 1760 metri, usciamo di nuovo all’aperto, passando a lato di un tronco che sembra protendersi sul sentiero, e raggiungiamo il Doss Bèl, che deve il suo nome alla posizione panoramica, più che alla gentilezza dei luoghi.

Saliamo ancora verso nord-est e piegando a destra superiamo verso destra un ramo del torrente Ladrogno. Passiamo sotto un'elegante cima dalla forma conica (m. 2597), avamposto occidentale delle cime di Gaiazzo. Più a destra il Sasso Manduino si mostra nella veste di uno slanciato cono che termina ad una punta affilata. Proseguiamo fra pietraie, macereti e magri pascoli, fino ad un bivio segnalato, presso un grande masso (m. 1949): qui lasciamo a sinistra la traccia segnalata per il rifugio Brasca e scendiamo a destra per pochi metri superando un secondo ramo del torrente Ladrogno. Il bivacco sembra ormai a portata di mano, ma non lo raggiungiamo puntandolo direttamente, ma piegando a sinistra e descrivendo un largo giro in senso antiorario fra ripidi pascoli e blocchi (est e nord-nord-est).


Interno del bivacco

Bivacco Casorate-Sempione

Bivacco Casorate-Sempione

Il bivacco sembra ormai a portata di mano, ma non lo raggiungiamo puntandolo direttamente, ma da destra, dopo con un largo giro fra placche e blocchi. Eccoci infine al bivacco Casorate-Sempione (m. 2090), a ridosso del grande masso erratico. Il panorama si apre, anche da qui, soprattutto a sud-ovest, sull’alto Lario, ma appaiono anche, ad ovest, le cime del versante occidentale della Valchiavenna. In primo piano il pizzo di Prata, o Pizzasc’, sul versante occidentale della Val Codera. Il bivacco, per iniziativa di Gino Buscaini e della sottosezione CAI Casorate Sempione, venne inaugurato il 23 settembre 1979, come struttura di appoggio alle ascensioni di uno dei più selvaggi nodi orografici, fra Val Codera e Val dei Ratti.

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SECONDO GIORNO: DAL BIVACCO CASORATE-SEMPIONE AL BIVACCO PRIMALPIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Casorate-Sempione-La Porta-Bocchetta di Spassato-Rif. Volta-Bivacco Primalpia
7-8 h
850
EE
SINTESI. Lasciamo il bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) riprendendo la salita verso nord est. Dopo un breve tratto di salita scendiamo leggermente verso sinistra, cioè verso il centro dell’ampio vallone che stiamo risalendo e superiamo da destra a sinistra un ramo del torrente Ladrogno, portandoci sul lato opposto. Lasciamo alle spalle gli ultimi larici solitari e seguendo i segnavia ed una debole traccia riprendiamo la salita seguendo la linea di massima pendenza ed allontanandoci dal centro del vallone. Intorno i 2500 metri gli ultimi lembi di pascolo ci lasciano e procediamo fra pietrame e lastroni. Un ripido strappo ci porta a ridosso di una parete strapiombante della costiera che separa la Val Ladrogno dalla Valle d'Arnasca. Qui, superato un grosso masso, pieghiamo a destra e ci riportiamo poi verso il centro del vallone, aggirando una cestina. Intanto diritta sopra il nostro naso appare, a destra della costiera che delimita il vallone sul suo lato sinistro, il crinale al quale termina l’alta Val Ladrogno. La depressione più marcata costituisce La Porta, nostra meta. Superato un gradino, approdiamo ad un’ampia conca, la tagliamo al centro e proseguiamo diritti salendo fra pietrame minuto e passando in mezzo ad alcune roccette. La pendenza ora è sempre marcata, ma meno severa rispetto al primo tratto. Pieghiamo poi leggermente a sinistra, restando più o meno al centro del largo scivolo di sfasciumi. Procediamo ora diritti puntando ad un intaglio sul crinale che vediamo sulla nostra verticale, passando a destra di un modesto picco alla cui destra si apre una spaccatura nella quale sta incastrato un masso, con un singolare quanto regolare parallelepipedo roccioso che lo sostiene a destra. La monotonia e la fatica della salita sono stemperata dal panorama che si apre alla nostra sinistra: appaiono a nord i pizzi Badile e Cengalo, fra le più note cime del gruppo del Masino. Salendo verso est-sud-est tagliamo i nevaietti che spesso si trovano anche a stagione avanzata e siamo infine alla sella della Porta (m. 2750). Alla nostra sinistra vediamo il punto terminale di una crestina che più in basso di allarga: si tratta della propaggine della costiera che separa l’alta Val Ladrogno dalla più ampia Valle d’Arnasca. Sul limite della crestina leggiamo CS, accanto alla freccia che segnala la direzione dalla quale proveniamo (ovviamente sta per Casorate-Sempione); vicino alla freccia che segnala la direzione che scende alla nostra sinistra, invece, leggiamo “Valli”: la discesa infatti porta in Valle d’Arnasca ed al suo centro si trova il bivacco Valli. Noi, invece, traversiamo alla vicina bocchetta di Spassato, posta più ad est. Dalla Porta proseguiamo quindi in leggera salita, verso destra, attraversando un piccolo corridoio. In breve giungiamo in vista di una rampa di sfasciumi che porta ad una sella serrata fra due imponenti pareti rocciose (essenziali i ramponi in presenza di neve gelata!). La riconosciamo anche da due gendarmi che da una certa distanza sembrano escursionisti fermi ad ammirare lo scenario dell’alta Val dei Ratti. Alla loro destra sembra ce ne sia un terzo, seduto. Seguiamo con attenzione i segnavia che ci aiutano nella scorbutica traversata fra pietrame e roccette. Senza particolari problemi raggiungiamo così la bocchetta di Spassato (m. 2820), che si apre fra le cime di Gaiazzo e ci apre un mondo nuovo, l’alta Val dei Ratti. Dobbiamo ora scendere lungo un ripido canalino, stando sul suo lato destro. Con un po’ di attenzione superiamo blocchi e roccette e tocchiamo la parte terminale dell’alto circo della Val dei Ratti, che deve il suo nome alla nobile famiglia comasca che in passato ne possedeva gli alpeggi. Scendiamo ora verso sud, sempre guidati dai segnavia, passando per lastroni di granito e strisce di pascolo. In condizioni buone di visibilità vediamo subito la meta intermedia, il rifugio Volta, che si trova più in basso, quasi sulla nostra verticale. Il pascolo guadagna spazio e rende più riposante la discesa, mentre alla nostra destra il Sasso Manduino torna a mostrarsi il signore di questa landa, anche se la più alta cima della valle si trova alla nostra sinistra (si tratta del pizzo Ligoncio, un po’ tozzo ma unico over tremila, con i suoi 3032 metri). Raggiungiamo infine senza problemi il rifugio Volta (m. 2212), che non è gestito, per cui probabilmente lo troveremo chiuso. Puntiamo quindi al bivacco Primalpia, posto più in basso e sul lato opposto della valle. Per raggiungerlo dal rifugio seguiamo il sentiero segnalato che traversa verso sinistra, cioè est. Procedendo in leggera discesa, verso sud-est, passiamo per le baite dell’alpe Talamucca. Scendendo più decisamente verso sud raggiungiamo il poggio del Mot (m. 2074). Il sentiero, abbastanza marcato, prosegue diritto e scende a tagliare un avvallamento. Perde quota con diverse svolte verso sud e ci porta ad un bivio segnalato: procedendo verso destra ci portiamo di nuovo al centro della valle e scendiamo all’alpe Camera e di qui a Frasnedo. Prendendo a sinistra iniziamo invece a salire lungo il vallone che culmina al passo di Primalpia. Andiamo a sinistra e saliamo per un buon tratto verso sud-est, fino a trovare a destra la deviazione segnalata per il bivacco Primalpia. La seguiamo lasciando il sentiero principale e salendo lungo un canalino esposto ed attrezzato da corde fisse (attenzione!). la breve salita termina ad un terrazzo erboso che ci introduce all’amplissimo circo dell’alpe Primalpia. Seguendo i segnavia imbocchiamo il marcato sentiero che passa dalla casera dell’alpe e prosegue con qualche saliscendi verso sud, fino al simpatico bivacco in muratura, già ben visibile fin dall’inizio della traversata. Al bivacco Primalpia (m. 1980) termina la seconda giornata dell’anello. Da qui il Sasso Manduino mostra forse il suo lato più bello, ed appare come un affilato picco che presidia il lato sinistro della testata della valle.

La parte terminale del vallone sotto La Porta

Il curioso masso incastrato presso La Porta

La seconda giornata è non meno suggestiva della prima, perché tocca due bocchette alte (La Porta e la bocchetta di Spassato) che, per la loro posizione eccentrica rispetto ai sentieri più noti, sono assai poco battute, pur regalando scenari superbi. Conviene però portarsi a questi luoghi a stagione avanzata, perché i nevai possono costituire un’insidia da non sottovalutare, in quanto la neve vi si può trovare ghiacciata. Altra condizione facilitante è la buona visibilità, anche se i problemi di orientamento possono presentarsi solo nella discesa dell’ampia Val dei Ratti.
Lasciamo il bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) riprendendo la salita verso nord est.


La Val Ladrogno

Dopo un breve tratto di salita scendiamo leggermente verso sinistra, cioè verso il centro dell’ampio vallone che stiamo risalendo e superiamo da destra a sinistra un ramo del torrente Ladrogno, portandoci sul lato opposto. Lasciamo alle spalle gli ultimi larici solitari e seguendo i segnavia ed una debole traccia riprendiamo la salita seguendo la linea di massima pendenza ed allontanandoci dal centro del vallone. Intorno i 2500 metri gli ultimi lembi di pascolo ci lasciano e procediamo fra pietrame e lastroni. Un ripido strappo ci porta a ridosso di una parete strapiombante della costiera che separa la Val Ladrogno dalla Valle d'Arnasca. Qui, superato un grosso masso, pieghiamo a destra e ci riportiamo poi verso il centro del vallone, aggirando una cestina. Intanto diritta sopra il nostro naso appare, a destra della costiera che delimita il vallone sul suo lato sinistro, il crinale al quale termina l’alta Val Ladrogno.


La Porta

Traversata alla bocchetta di Spassato

Superato un gradino, approdiamo ad un’ampia conca, la tagliamo al centro e proseguiamo diritti salendo fra pietrame minuto e passando in mezzo ad alcune roccette. La pendenza ora è sempre marcata, ma meno severa rispetto al primo tratto. Pieghiamo poi leggermente a sinistra, restando più o meno al centro del largo scivolo di sfasciumi. Procediamo ora diritti puntando ad un intaglio sul crinale che vediamo sulla nostra verticale, passando a destra di un modesto picco alla cui destra si apre una spaccatura nella quale sta incastrato un masso, con un singolare quanto regolare parallelepipedo roccioso che lo sostiene a destra. La monotonia e la fatica della salita sono stemperata dal panorama che si apre alla nostra sinistra: appaiono a nord i pizzi Badile e Cengalo, fra le più note cime del gruppo del Masino, mentre alle nostre spalle si propone in primo piano il pizzo di Prata, alle ci spalle fanno capolino la più alte cime del versante occidentale della Valle Spluga.


Salita alla bocchetta di Spassato

Alta Val dei Ratti dalla bocchetta di Spassato

Salendo verso est-sud-est tagliamo i nevaietti che spesso si trovano anche a stagione avanzata e siamo infine alla sella della Porta (m. 2750). Alla nostra sinistra vediamo il punto terminale di una crestina che più in basso di allarga: si tratta della propaggine della costiera che separa l’alta Val Ladrogno dalla più ampia Valle d’Arnasca. Sul limite della crestina leggiamo CS, accanto alla freccia che segnala la direzione dalla quale proveniamo (ovviamente sta per Casorate-Sempione); vicino alla freccia che segnala la direzione che scende alla nostra sinistra, invece, leggiamo “Valli”: la discesa infatti porta in Valle d’Arnasca ed al suo centro si trova il bivacco Valli.


Dalla Porta alla bocchetta di Spassato

Chi fosse tentato da questa discesa tenga conto che non è priva di pericoli: nella prima parte sfrutta infatti un sistema di cenge erbose esposte e di saltini fra rocce. Il percorso è solo parzialmente protetto da corde fisse, ed è sconsigliabilissimo in presenza di neve, placche di ghiaccio, rocce bagnate, ma anche ad escursionisti senza grande esperienza o impressionabili.


Dalla Porta alla Bocchetta di Spassato

Più tranquilla, invece, la nostra traversata, che non perde quota ma traversa alla vicina bocchetta di Spassato, posta più ad est. Dalla Porta proseguiamo quindi in leggera salita, verso destra, attraversando un piccolo corridoio. In breve giungiamo in vista di una rampa di sfasciumi che porta ad una sella serrata fra due imponenti pareti rocciose. La riconosciamo anche da due gendarmi che da una certa distanza sembrano escursionisti fermi ad ammirare lo scenario dell’alta Val dei Ratti. Alla loro destra sembra ce ne sia un terzo, seduto. Seguiamo con attenzione i segnavia che ci aiutano nella scorbutica traversata fra pietrame e roccette. La salita non comporta problemi se non in presenza di neve ghiacciata: in tal caso i ramponi ci assicurano contro pericolosissime scivolate su un versante che precipita sull'alto circo della Val Arnasca.


Discesa in Val dei Ratti dalla bocchetta di Spassato

Discesa dalla bocchetta di Spassato

Senza particolari problemi raggiungiamo così la bocchetta di Spassato (m. 2820; anch'essa viene spesso identificata con la denominazione de "La Porta"), che si apre fra le cime di Gaiazzo e costituisce, eccezion fatta per la decauville del Tracciolino, l'unica via segnalata per traversare dalla Val Codera alla Val dei Ratti. La bocchetta ci apre un mondo nuovo, l’alta Val dei Ratti, con un colpo d’occhio che a sud raggiunge la sezione centrale della catena orobica. Sul lato destro della valle vediamo in primo piano le pareti quasi verticali della punta Magnaghi e della punta Como, che nascondono il Sasso Manduino. Un cerchio bianco con bordo rosso segnala che si tratta di un passo impegnativo, ma si riferisce alla discesa in Valle d'Arnasca, che, come detto, propone insidie notevoli, soprattutto con rocce bagnate e neve o, peggio ancora, ghiaccio. Più tranquilla la situazione sul versante della Val dei Ratti.


Apri qui una fotomappa della discesa dalla bocchetta di Spassato all'alpe Talamucca

Dobbiamo ora scendere in questa valle lungo un ripido canalino, stando sul suo lato destro. Con un po’ di attenzione (sopratutto per evitare di far rotolare sassi mobili) superiamo blocchi e roccette e tocchiamo la parte terminale dell’alto circo della Val dei Ratti, che deve il suo nome alla nobile famiglia comasca che in passato ne possedeva gli alpeggi. Scendiamo ora verso sud, sempre guidati dai segnavia, passando per lastroni di granito e strisce di pascolo. In condizioni buone di visibilità vediamo subito la meta intermedia, il rifugio Volta, che si trova più in basso, quasi sulla nostra verticale. Il pascolo guadagna spazio e rende più riposante la discesa, mentre alla nostra destra il Sasso Manduino torna a mostrarsi il signore di questa landa, anche se la più alta cima della valle si trova alla nostra sinistra (si tratta del pizzo Ligoncio, un po’ tozzo ma unico over tremila, con i suoi 3032 metri). Raggiungiamo infine senza problemi il rifugio Volta (m. 2212), che non è gestito, per cui probabilmente lo troveremo chiuso. Puntiamo quindi al bivacco Primalpia, posto più in basso e sul lato opposto della valle.


Rifugio Volta e Sasso Manduino (a sinistra)

Per raggiungerlo dal rifugio seguiamo il sentiero segnalato che traversa verso sinistra, cioè est. Procedendo in leggera discesa, verso sud-est, passiamo per le baite dell’alpe Talamucca. Scendendo più decisamente verso sud raggiungiamo il poggio del Mot (m. 2074). Il sentiero, abbastanza marcato, prosegue diritto e scende a tagliare un avvallamento. Perde quota con diverse svolte verso sud e ci porta ad un bivio segnalato: procedendo verso destra ci portiamo di nuovo al centro della valle e scendiamo all’alpe Camera e di qui a Frasnedo. Prendendo a sinistra iniziamo invece a salire lungo il vallone che culmina al passo di Primalpia. Andiamo a sinistra e saliamo per un buon tratto verso sud-est, fino a trovare a destra la deviazione segnalata per il bivacco Primalpia. La seguiamo lasciando il sentiero principale e salendo lungo un canalino esposto ed attrezzato da corde fisse (attenzione!).


Apri qui una videomappa del versante orientale dell'alta Val dei Ratti

La breve salita termina ad un terrazzo erboso che ci introduce all’amplissimo circo dell’alpe Primalpia. Seguendo i segnavia imbocchiamo il marcato sentiero che passa dalla casera dell’alpe e prosegue con qualche saliscendi verso sud, fino al simpatico bivacco in muratura, già ben visibile fin dall’inizio della traversata. Al bivacco Primalpia (m. 1980) termina la seconda giornata dell’anello. Da qui il Sasso Manduino mostra forse il suo lato più bello, ed appare come un affilato picco che presidia il lato sinistro della testata della valle.


Bivacco Primalpia

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TERZO GIORNO: DAL BIVACCO PRIMALPIA A NOVATE MEZZOLA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Primalkpia-Frasnedo-Forcella di Frasnedo-San Giorgio di Cola-Mezzolpiano (Novate Mezzola)
7-8 h
560
EE
SINTESI. Lasciamo il bivacco Primalpia (m. 1980) seguendo le indicazioni per Tabiate (cioè le indicazioni del sentiero LIFE delle Alpi Retiche; attenzione a non seguire invece il sentiero Bonatti). Scendiamo gradualmente fra i pascoli verso sud-ovest. A quota 1850 m. incontriamo un bivio, con un cartello che segnala a sinistra il sentiero per l’alpe Nave. Lo ignoriamo a stiamo a destra, scendendo per un buon tratto verso ovest, fino ai prati dell’alpe Primalpia inferiore (m. 1650), dove troviamo un grande larice solitario. Lo prendiamo come punto di riferimento e scendiamo diritti sulla sua verticale, piegando solo leggermente a destra, fino al limite del bosco. Qui ritroviamo il marcato sentiero che scende nel lariceto, con alcuni tratti scalinati in legno e poche svolte. Attraversata una valletta da destra a sinistra, scendiamo fino all’ultima svolta a destra ed alla diagonale che ci porta ad uscire dal bosco alla parte alta di una fascia di prati sul fondovalle. Qui passiamo accanto ad un baitone e ci portiamo ad un ponte sul torrente della Valle dei Ratti, portandoci sul suo versante settentrionale. Una breve salita ci porta ad intercettare il marcato sentiero che da Frasnedo risale l’intero versante settentrionale della valle, fino all’alpe Camera. Sempre seguendo le indicazioni del Sentiero LIFE lo percorriamo verso sinistra (ovest), cioè verso Frasnedo. Scendiamo così gradualmente uscendo ai prati di Tabiate (m. 1253) e passando accanto ad una cappelletta. Il sentiero piega leggermente a sinistra (sud-ovest) e prosegue della discesa uscendo di nuovo ai prati del maggengo di Corveggia, dove troviamo un bivio. Lasciamo alla nostra sinistra il sentiero che scende verso il torrente (indicazioni per Moledana) e proseguiamo verso destra, scendendo ad attraversare una valletta. Sul lato opposto il sentiero si immette in una carrareccia che seguiamo in leggera salita, passando a sinistra del rifugio Frasnedo (anch'esso possibile punto di appoggio), fino ad uscire in vista di Frasnedo (m. 1287), il nucleo principale della Val dei Ratti, nella stagione estiva centro assai animato dalle famiglie di Verceia che qui si godono una villeggiatura che è un ritorno alle radici del passato. Saliamo al sagrato della bella chiesetta della Madonna della Neve, proseguendo lungo le baite del paese. Quasi subito deviamo a destra, seguendo le indicazioni per la Forcella di Frasnedo ed imboccando il marcato sentiero che si lascia alle spalle le baite più alte ed inizia a salire in diagonale verso sinistra (nord-ovest). Entriamo in uno splendido lariceto. Dopo una coppia di tornanti dx-sx, il sentiero raggiunge il crinale che separa la media Val dei Ratti dal selvaggio Vallone di Revelaso. Qui pieghiamo a destra ed usciamo all’aperto seguendo un sentierino che corre poco sotto il crinale erboso, tagliando il ripido versando che guarda a Frasnedo, fino al piccolo intaglio della Forcella di Frasnedo (m. 1662), dove troviamo un ennesimo cartello del Sentiero LIFE. Scendiamo ora verso nord-nord-est, lungo il ripido e boscoso versante meridionale del Vallone di Revelaso. Prestiamo attenzione ai segnavia, perché l’erba in diversi tratti nasconde la traccia. Con serrate serpentine perdiamo rapidamente quota restando più o meno al centro di un dosso. Piegando leggermente a sinistra attraversiamo una radura con una coppia di baite. Poco più in basso il sentiero attraversa un vallone dirupato: alcuni passaggi sono agevolati da corde fisse. Scendiamo ancora verso nord-est, attraversando un secondo vallone e passando per la baita solitaria in località Alla Valle (m. 1051). Superiamo un valloncello e, attraversata una macchia di betulle, intercettiamo il Tracciolino, la splendida decauville che procede in piano ad una quota di circa 910 metri, dalla diga di Moledana in Val dei Ratti a quella delle Saline in Val Codera. La seguiamo per un buon tratto verso sinistra, cioè verso est, fino a trovare la deviazione segnalata per San Giorgio di Cola. Lasciamo qui la decauville per imboccare un sentiero che scende a destra e dopo poche svolta raggiunge la piana di San Giorgio di Cola (m. 748). Scendiamo verso la chiesetta e proseguiamo passando sul lato settentrionale del paese (sulla destra, per chi scende), trovando la partenza della mulattiera che aggira, sulla destra, la cima dello sperone roccioso su cui poggia il paese, si porta sul lato opposto e scende sul suo fianco aspro e selvaggio, con una serie di 19 tornanti dx-sx. Anche qui la montagna incombe sul viandante, senza però farsi mai veramente minacciosa. Superato un ultimo tratto in un rado bosco, si giunge al termine della mulattiera, e si scende, per una strada sterrata, ad intercettare la via asfaltata che, percorsa verso destra, conduce al ponte sul torrente Codera, oltre il quale confluisce, in breve, nella via Castello; salendo verso destra, siamo, infine, al parcheggio di Mezzolpiano.


Apri qui una fotomappa della media Val dei Ratti

L’ultima giornata dell’anello del Sasso Manduino prevede la discesa dal bivacco Primalpia a Frasnedo, la salita alla Forcella di Frasnedo, la nuova discesa per il vallone di Revelaso al Tracciolino e a San Giorgio di Cola e l’ultima discesa da qui al fondovalle, con ritorno al parcheggio di Mezzolpiano. Una tappa molto interessante per la varietà degli scenari proposti: l’ambiente selvaggio lascia spazio a scorci più gentili, dove la presenza dell’uomo parla di una storia antica ed ancora ben radicata.
Lasciamo il bivacco Primalpia (m. 1980) seguendo le indicazioni per Tabiate (cioè le indicazioni del sentiero LIFE delle Alpi Retiche; attenzione a non seguire invece il sentiero Bonatti). Scendiamo gradualmente fra i pascoli verso sud-ovest. A quota 1850 m. incontriamo un bivio, con un cartello che segnala a sinistra il sentiero per l’alpe Nave. Lo ignoriamo a stiamo a destra, scendendo per un buon tratto verso ovest, fino ai prati dell’alpe Primalpia inferiore (m. 1650), dove troviamo un grande larice solitario. Lo prendiamo come punto di riferimento e scendiamo diritti sulla sua verticale, piegando solo leggermente a destra, fino al limite del bosco.


Prato Tabiate

Qui ritroviamo il marcato sentiero che scende nel lariceto, con alcuni tratti scalinati in legno e poche svolte. Attraversata una valletta da destra a sinistra, scendiamo fino all’ultima svolta a destra ed alla diagonale che ci porta ad uscire dal bosco alla parte alta di una fascia di prati sul fondovalle. Qui passiamo accanto ad un baitone e ci portiamo ad un ponte sul torrente della Valle dei Ratti, portandoci sul suo versante settentrionale. Una breve salita ci porta ad intercettare il marcato sentiero che da Frasnedo risale l’intero versante settentrionale della valle, fino all’alpe Camera. Sempre seguendo le indicazioni del Sentiero LIFE lo percorriamo verso sinistra (ovest), cioè verso Frasnedo.


Il rifugio Frasnedo

Scendiamo così gradualmente uscendo ai prati di Tabiate (m. 1253) e passando accanto ad una cappelletta. Il sentiero piega leggermente a sinistra (sud-ovest) e prosegue della discesa uscendo di nuovo ai prati del maggengo di Corveggia, dove troviamo un bivio. Lasciamo alla nostra sinistra il sentiero che scende verso il torrente (indicazioni per Moledana) e proseguiamo verso destra, scendendo ad attraversare una valletta. Sul lato opposto il sentiero si immette in una carrareccia che seguiamo in leggera salita, passando a sinistra del rifugio Frasnedo (anch'esso possibile punto di appoggio), fino ad uscire in vista di Frasnedo (m. 1287), il nucleo principale della Val dei Ratti, il paese dei molti frassini (questo è il significato etimologico del nome). Nella stagione estiva il centro è assai animato dalle famiglie di Verceia che qui si godono una villeggiatura che è un ritorno alle radici del passato.


Frasnedo

Le baite, ben curate e ristrutturate, regalano qualche dettaglio che ne testimonia l’antichità, come uno stipite in legno datato 1721. Attraversiamo il primo e più consistente nucleo di baite, notando anche una piccola targa in legno che invoca sulla valle la protezione di Santa Barbara. Se abbiamo un po’ di spirito di osservazione, noteremo anche che alcune di queste baite sfruttano la presenza di una vicina piccola roggia, che serve a fornire acqua fresca per conservare alimenti e bevande nella parte più calda della stagione. Paese simpatico davvero, Frasnedo, che si anima di vita nella stagione estiva, nonostante i villeggianti debbano salire fin quassù da Verceia con un’ora e mezza buona di cammino, in quanto la strada carrozzabile non accede alla valle, ma si ferma ad una quota approssimativa di 600 metri. È questo, come già detto, il motivo principale che ha conservato alla valle un volto antico, pressoché intatto: per giungere fin qui occorrono circa un’ora e tre quarti di cammino.


Frasnedo

D’estate non patiremo certamente la malinconia: la vivace e cordiale presenza della gente di Verceia riempirà di suoni, umori e colori la vita del paese. Ecco quel che scrive, al proposito, Giuseppe Miotti in “A piedi in Valtellina” (Istituto geografico De Agostani, 1991):
Il villaggio sorge a 1287 metri, poco sotto il selvaggio crestone che separa la Val dei Ratti dal Vallone di Revelaso. Come Codera anche Frasnedo fino a pochi anni or sono era abitato tutto l’anno; oggi i suoi paesani vengono quassù solo d’estate, alcuni per passarvi le ferie, altri per falciare il fieno e portarvi le mucche. È gente rustica quella di Frasnedo, gente che mi par vada fiera del fatto che la valle sia rimasta immune dal progresso e dal clamore. Una strada che da Verceia conducesse al paese sarebbe molto comoda, ma quelli con cui ho parlato sembrano poco propensi… Finora i rifornimenti giungono al paese tramite la teleferica, che è gestita da un consorzio formato dagli stessi abitanti di Frasnedo e della quale tutti sono giustamente fieri. Nel mese di agosto il piccolo villaggio è animato da numerose feste e vale certo la pena di passare una giornata in loco per dividere con gli abitanti la gioia e le sensazioni antiche che questi “riti” evocano. Forse la festa più importante è quella della seconda domenica del mese: quella della Madonna delle Nevi. Dalla piccola e graziosa chiesa, dedicata appunto alla Vergine, parte la processione che esce dal paese addentrandosi per un breve tratto nella valle e facendo ritorno dalla parte opposta di quella donde si è mossa. Mentre la processione si allontana e per tutta la sua durata, le campane vengono suonate a martello da due esperti percussionisti locali. Tutto il villaggio è parato a festa e, soprattutto la sera, l’allegria si scatena con mangiate, bevute e fuochi d’artificio.”


Frasnedo

Portiamoci al sagrato della chiesetta della Madonna delle Nevi (m. 1287), dedicata anche a S. Anna, sulla cui facciata, fra i santi Rocco ed Antonio, si legge una dedicazione in latino, dalla quale ricaviamo che il popolo di Frasnedo la fece erigere nel 1686 a perpetua memoria dell’apparizione di fiori fra le nevi (il campanile, però, venne eretto più tardi, nel 1844). Ci regala la sua preziosa ombra un grande olmo montano, fiero di essere stato inserito fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (censimento del 1999) per il suo portamento, la sua eleganza ed anche la sua rarità botanica (a questa quota): la circonferenza del suo tronco misura 270 cm ed è alto 10 metri. Ma se glielo chiedete, sicuramente vi fornirà dati approssimati per eccesso. La vanità non è solo animale. La chiesetta è posta in posizione rialzata, rispetto al corpo centrale del paese. La sua collocazione ci permette di vivere la sensazione di una curiosa sospensione: guardando oltre la soglia della bassa valle scorgiamo uno spicchio del lago di Mezzola, mentre volgendo lo sguardo alla testata della valle vediamo il monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967), dove si incontrano Valle di Ratti, Valle dell’Oro e Valle di Spluga. Noi siamo in una sorta di dimensione intermedia fra le placide sponde lacustri ed i contrafforti graniti delle cime del gruppo del Masino, di cui scorgiamo, da qui, il monte Spluga o cima del Calvo. Una dimensione intrisa di suggestione ma anche di mistero. In questo, come in tanti altri luoghi remoti della montagna alpina, sono fiorite le leggende, perlopiù a fondo oscuro.


Frasnedo

La più famosa ha come cornice una delle fredde e brevi giornate invernali a Frasnedo, quando il paesino era ancora abitato per l’intero arco dell’anno: una sera un umile contadino di Verceia, rimasto a Frasnedo per custodire il gregge di capre, udì bussare alla sua porta, e, colmo di stupore, come ebbe aperto si ritrovò di fronte questo elegante signore. Gli venne spontaneo chiedere cosa facesse lì ad un’ora così tarda, e se non si fosse perso. La risposta fu enigmatica: da cinquecento anni dimoro in questa valle, disse l’uomo misterioso, che poi si sedette su una panca, vicino al focolare, togliendosi le scarpe per scaldarsi i piedi. Fu allora che il contadino ebbe modo di comprendere di chi si trattasse: al posto dei piedi, infatti, comparvero due zampe caprine. Gli si raggelò il sangue nelle vene, perché non ci voleva molto a capire che si trattava del diavolo in persona. Fu, però, in quell’occasione almeno, un buon diavolo, perché non fece alcun male al contadino, ma si limitò a riscaldarsi, a ringraziare e ad andarsene. Il contadino, nondimeno, non perse tempo, e, congedato l’ospite inquietante, scese precipitosamente alla casa di Verceia. Lo spavento fu tanto che cadde anche in una lunga malattia. Non sappiamo se si riebbe; noi, sperimentato il balsamo di questo luogo magico, dalle fatiche per salire fin qui ci sentiamo interamente ristorati.

Vediamo ora come proseguire. Dal sagrato della bella chiesetta della Madonna della Neve, imbocchiamo il viottolo fra le baite del paese. Quasi subito deviamo a destra, seguendo le indicazioni per la Forcella di Frasnedo ed imboccando il marcato sentiero che si lascia alle spalle le baite più alte ed inizia a slaire in diagonale verso sinistra (nord-ovest). Entriamo in uno splendido lariceto. Dopo una coppia di tornanti dx-sx, il sentiero raggiunge il crinale che separa la media Val dei Ratti dal selvaggio Vallone di Revelaso. Qui pieghiamo a destra ed usciamo all’aperto seguendo un sentierino che corre poco sotto il crinale erboso, tagliando il ripido versando che guarda a Frasnedo, fino al piccolo intaglio della Forcella di Frasnedo (m. 1662), dove troviamo un ennesimo cartello del Sentiero LIFE.


Apri qui una fotomappa di Frasnedo e della Forca o Forcella di Frasnedo

Scendiamo ora verso nord-nord-est, lungo il ripido e boscoso versante meridionale del Vallone di Revelaso, l'ombrosa valle che scende proprio dalla luminosa parete meridionale del Sasso Manduino. Prestiamo attenzione ai segnavia, perché l’erba in diversi tratti nasconde la traccia. Con serrate serpentine perdiamo rapidamente quota restando più o meno al centro di un dosso. Piegando leggermente a sinistra attraversiamo una radura con una coppia di baite. Poco più in basso il sentiero attraversa un vallone dirupato: alcuni passaggi sono agevolati da corde fisse. Scendiamo ancora verso nord-est, attraversando un secondo vallone e passando per la baita solitaria in località Alla Valle (m. 1051).
Superiamo un valloncello e, attraversata una macchia di betulle, intercettiamo il Tracciolino, la splendida decauville che procede in piano ad una quota di circa 910 metri, dalla diga di Moledana in Val dei Ratti a quella delle Saline in Val Codera. La seguiamo per un buon tratto verso sinistra, cioè verso est, fino a trovare la deviazione segnalata per San Giorgio di Cola.
Lasciamo qui la decauville per imboccare un sentiero che scende a destra e dopo poche svolta passa a sinistra dello splendido cimitero di San Giorgio, ricavato sotto un enorme roccione. Passiamo anche a destra di un bellissimo masso-avello, prima di scendere all’ampio ripiano che ospita uno dei più suggestivi nuclei della Val Chiavenna, San Giorgio di Cola (m. 748) paese di cavatori di granito, gentile e sorprendente isola bucolica in un mare di forre e precipizi.


San Giorgio di Cola

Dal belvedere ottima è la vista sul lago di Mezzola. Questi luoghi, come testimonia un avello celtico nei pressi del cimitero, hanno visto da tempo assai antico la mano operosa dell’uomo. Una leggenda vuole che questo avello, insieme ad un altro simile, abbia ospitato la salma di un comandante spagnolo, in servizio al Forte di Fuentes (edificato nel 1603), morti per la malaria che infestava il Pian di Spagna (la leggenda è riportata nel volume di Giambattista Gianoli "Dizionario storico delle valli dell'Adda e del Mera", Tipografia Commerciale Valtellinese, Sondrio, 1945, pg. 59). Un'altra leggende è legata alla denominazione del paese, che si dovrebbe, nientemeno, che ad una reale presenza di San Giorgio, il grande santo che sconfisse un terribile drago e che negli ultimi anni scelse di vivere proprio qui, con il suo fidatissimo cavallo. Lo proverebbe, fra l'altro, l'orma impressa da quest'ultimo su un masso, quando spiccò, con il santo in sella, un prodigioso balzo fin sul versante opposto della valle, ad Avedée, dove si fermò per abbeverarsi. Una variante vuole che il santo, subito dopo la faticosa uccisione del drago, sia venuto a dissetarsi all'acqua di uno dei due avelli di origine forse celtica che sono uno dei motivi che rendono famoso questo borgo. Dopo la sua morte, sarebbe, quindi, stato sepolto nel cimitero del borgo, luogo davvero unico, il cui spazio è ricavato sotto un enorme blocco di granito.


San Giorgio di Cola

Ma torniamo a dare una direzione ai nostri passi. Se si sale alle spalle del paese e si supera il cimitero ci si ricongiunge, seguendo le indicazioni, al Tracciolino. Per chiudere l’anello, però, bisogna procedere in direzione opposta, passando sul lato settentrionale del paese (sulla destra, per chi scende), ed imboccando un’ardita mulattiera che aggira, sulla destra, la cima dello sperone roccioso su cui poggia il paese, si porta sul lato opposto e scende sul suo fianco aspro e selvaggio, con una serie di 19 tornanti dx-sx. Anche qui la montagna incombe sul viandante, senza però farsi mai veramente minacciosa. Superato un ultimo tratto in un rado bosco, si giunge al termine della mulattiera, e si scende, per una strada sterrata, ad intercettare la via asfaltata che, percorsa verso destra, conduce al ponte sul torrente Codera, oltre il quale confluisce, in breve, nella via Castello; salendo verso destra, siamo, infine, al parcheggio di Mezzolpiano, dove termina questa straordinaria tre-giorni attorno al Sasso Manduino.


San Giorgio di Cola

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LEGGENDE DELLA VAL LADROGNO: GLI SPIRITI DELL'ALPE LADROGNO, IL "PENTI'" DEL GAIAZZO E L'APPRODO DI NOE'

Sulla Val Ladrogno sono fiorite alcune leggende, legate alla suggestione del nome, che, con facile ipotesi, si vorrebbe ricondurre a “ladro”. Ipotesi quasi sicuramene errata, ma l’immaginazione popolare non si cura delle sottigliezze etimologiche. Ecco allora due storie legate a furti ed inganni. L’inganno, innanzitutto, sarebbe quello operato da abitanti di Campo di Novate ai danni di quelli di Codera. La posta in gioco sarebbero stati gli alpeggi di Ladrogno, un tempo assai più ampi di quanto oggi appaia (la fascia di prati era assai più estesa e comprendeva baite poste a diversa altezza), acquisiti dai primi con mezzi non del tutto leciti, a danno dei secondi. Il sentire umano e la giustizia divina sono però assai severi con coloro che operano con mezzi illeciti. Lo sdegno popolare creò il nome, “Ladrogno”, appunto, che significa “ruberia”. La punizione celeste popolò gli alpeggi di sinistre ed umbratili presenze, fantasmi, spiriti malevoli che turbavano le fatiche degli alpigiani e minacciavano l’integrità delle bestie.


Alpe Ladrogno

Verso l'alpe Ladrogno

Verso l'alpe Ladrogno

Una volta, si racconta, all’alpe Ladrogno era rimasta temporaneamente una sola ragazza. Nel silenzio della notte, il suo sonno, già leggero ed inquieto per quelle voci sentite fin da bambina sui fantasmi dell’alpe, fu bruscamente interrotto dal forte muggito delle mucche, che si mischiava ad un tumultuoso scampanio. Le ci volle un attimo ad affacciarsi alla finestra: le mucche erano il bene più prezioso, perderne anche solo una era danno importante. Vide l’intera mandria dirigersi come impazzita verso il sentée di Camusc’, stretto ed impervio. La paura degli spiriti la frenò solo per un attimo, ma subito fu vinta dal pensiero di quel che sarebbe accaduto. Realizzò in un istante che se non fosse riuscita a fermarle sarebbero tutte precipitate lungo i ripidi versanti della valle. Una disgrazia! Una catastrofe! Si precipitò fuori alla luce incerta della luna e si mise a correre inseguendo la mandria, guidata più dal suono che dalle malcerte ombre. Ma quel suono di campanacci sembrava impazzito: risuonava, taceva, tornava a risuonare in una diversa direzione, poi in una terza ancora. La ragazza correva, si fermava, tornava indietro, si rimetteva a correre, confusa, incerta e disperata. Si fermò piangendo per lo sconforto.
Tutto tacque. Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato, prima che si accorgesse di quel silenzio irreale. La tragedia si era consumata? Tutto era perso? Così, all’improvviso? Tornò sui suoi passi. Ogni tanto si arrestava, ma non sentiva altro che il suo respiro, ancora affannato, ed in gola il battere tumultuoso del cuore. Tornò ai prati. Uno sguardo alla luna, lontana e fredda testimone di quel mistero, poi la sorpresa: davanti alla stalla ombre indistinte. Bastò guardare con un po’ più di attenzione per riconoscere le mucche. Se ne stavano tranquille, ruminando, come se nulla fosse accaduto. E forse non era accaduto proprio nulla. La ragazza non capiva. Un sogno? Un’allucinazione? Solo a distanza di tempo comprese quel che era accaduto: gli spiriti dell’alpe non avrebbero più permesso a nessuno di poter vivere tranquillamente la sua vita d’alpeggio.


Alta Val Ladrogno

Una seconda leggenda ha come scenario Traona, al centro della Costiera dei Cech, non distante, in linea d’aria, dalla Val Ladrogno. Anche qui un furto, questa volta però finito tragicamente. Il ladro aveva infatti sorpreso su un sentiero a monte del paese un contadino che tornava alla sua baita dopo aver venduto i suoi formaggi alla fiera paesana. Lo aveva aggredito colpendolo con violenza e, senza neppure badare alle sue condizioni, gli aveva strappato la borsa con i soldi fuggendo via. Il pover’uomo era morto, ma il ladro non pensava già più a lui quando era tornato sull’uscio di casa. Stava per inserire la chiave nella toppa quando si accorse del sangue sulle sue mani. Entrato in casa, si lavò. Ma le mani erano ancora macchiate. Le strofinò con maggior forza, con sapone, spazzola, sabbia, senza risultato. Fu preso non da pentimento, ma da terrore: il sangue indelebile avrebbe tradito il suo crimine. Prese due sacchi di tela e se li avvolse attorno alle mani.
Quella notte non chiuse occhio. Il giorno dopo fu raggiunto dal clamore, dall’incredibile voce: un pover’uomo assassinato senza pietà! Decise così di lasciare il paese. Attese la notte, gettò nel fiume Adda il bottino e fuggì su per i monti, raggiunse il crinale della Costiera dei Cech, traversò in Val dei Ratti e di qui in Val Codera e cercò rifugio nella più nascosta fra le valli. La risalì, fino al solitario e selvaggio circo terminale. Qui scorse una grotta e la scelse come dimora. Soffriva per i morsi della fame ma ancor più per quelli della coscienza. La solitudine gli aveva permesso di rientrare in se stesso e di comprendere l’enormità del suo gesto. Assassino: quella parola risuonava insistente nella sua testa. Sei un assassino.


La Val Ladrogno

In questa penosa condizione rimase tre mesi, poi, quando la neve cominciò a ricoprire bacche e radici di cui si nutriva, capì che doveva tornare al paese. Con enorme fatica ritrovò i sentieri che lo condussero, nel cuore della notte, a monte di Traona. Le campane suonavano a distesa, la gente si affettava a raggiungere la chiesa di S. Alessandro. Era tornato proprio la notte di Natale. Fu colto da una specie di ispirazione. Non andò a casa, ma entrò in chiesa, nascondendo le mani, sempre avvolte nei sacchetti. Si celebrava la solenne messa di mezzanotte. Lo prese una forte commozione. Capì che quella parola che lo aveva torturato più del freddo e della fame non era una condanna senza appello. Dopo la messa chiese di essere confessato. Nei giorni seguenti vendette ogni cosa e fece in modo che la famiglia della sua vittima ricevesse tutto il ricavato. Poi percorse di nuovo, ma stavolta con animo ben più leggero, i sentieri che portano alla valle remota. Vi tornò e vi rimase come eremita. Pian piano la sua storia si diffuse. Per questo la valle remota fu chiamata “Ladrogno”, e la sua cima più alta, ai cui piedi l’eremita condusse una severa vita di penitenze, “Gaiazzo”, a memoria della gioia che non lo abbandonò più.
La storia potrebbe finire qui, ma così non è: qualche anno dopo l’eremita del Gaiazzo, ormai assai noto in bassa Valtellina con il nome di “pentì”, ridiscese al piano ed entrò per alcuni anni nel monastero di S. Pietro in Vallate, dove gli venne dato il nome di Fra’ Paolo di Traona. Ricevuta l’ordinazione sacerdotale, lasciò la comunità monastica per tornare a Traona e fondare un cenobio, cioè una piccola comunità di monaci che condividevano la vita di lavoro, preghiera e contemplazione, in una modesta abitazione presso la cappella di S. Nicolao. Intorno a padre Paolo, priore del cenobio di S. Nicolao, si raccolsero, infatti, alcuni giovani che desideravano seguire l’esempio della sua vita santa, scandita dall’aurea massima benedettina dell’ “ora et labora”. (cfr. di don Domenico Songini “Storie di Traona. Terra buona”, vol. II, Sondrio, 2004).


Il Sasso Manduino (visto dalla Foppaccia)

Una nota biblica conclusiva serve a riscattare la Val Ladrogno da quel legame con il furto che il suo nome reca con sé. Qui non si parla più di furti, ma di restituzioni. La restituzione della vita e della speranza, per l’umanità intera. Spostiamoci in alto, sul vertice sud-orientale della valle, presidiato dal famoso Sasso Manduino (m. 2888), massiccio ed ardito, soprattutto nella sua luminosa parete meridionale, ben nota a chi guarda in direzione nord dal Pian di Spagna. Ora, si racconta da secoli, fra i contadini di San Giorgio di Cola e di Cola, che ai tempi del diluvio universale, quando Valtellina e Valchiavenna erano interamente sommerse dalle acque da cui emergevano solo le cime più alte, giunse fin qui l'Arca di Noè. Il Patriarca, constatato che la pioggia era cessata ed il livello delle acque cominciava a scemare, scelse di ancorare la sua Arca proprio al poderoso fianco del Sasso Manduino. Vi infisse un anello, a cui la legò. Ebbene, i contadini giurano che l'anello sia ancora là, inaccessibile ormai, ma solidissima prova del singolare privilegio concesso dal Patriarca a questi luoghi.

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo (CNS, come quelle sopra riportate), che ne detiene il Copyright.
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