Punta della Sginge e pizzo Ligoncio (al centro) visti dalla Valle d'Arnasca

Il pizzo Ligoncio, con i suoi 3032 metri, è il più meridionale dei “tremila” del gruppo del Masino. Si trova al punto di incontro delle tre grandi valli del gruppo, la Valle dell’Oro o Val Ligoncio (Val Masino), la Valle d’Arnasca (Val Codera) e la Valle dei Ratti. Si trova anche al centro di una corona di cime non molto note, ma interessanti, il nodo del Ligoncio.
È, infine, una cima che mostra volti molto diversi. Vista dalla Valle dei Ratti è una cupola poco marcata, quasi insignificante. Dalla Valle d’Arnasca, invece, ha un aspetto del tutto diverso: un’impressionante parete verticale di granito, liscia, quasi repulsiva se osservata con l’occhio dell’alpinista che vi legge una sfida sempre aperta. Media questi due volti distantissimi il pizzo che si offre allo sguardo sul versante della Val Masino, un poderoso torrione un po’ tozzo e tondeggiante che si eleva a sinistra della caratteristica punta della Sfinge.


Punta della Sfinge e pizzo Ligoncio visti dalla Valle d'Arnasca

Una cima relativamente facile da salire dalla Valle dei Ratti, non troppo difficile dalla Valle dell’Oro, di impegno alpinistico elevato dalla Valle d’Arnasca. Ma si può anche scegliere di girarci attorno, con un giro abbastanza ampio da raccogliere il meglio o gran parte del meglio delle suggestioni e degli scenari spesso solitari e selvaggi offerti dalle tre valli. Ed allora in quattro giorni possiamo chiudere uno splendido anello del pizzo Ligoncio, che in parte si sovrappone, combinandoli, ad itinerari ben noti (Sentiero Roma, Sentiero LIFE delle Alpi Retiche e Sentiero Dario di Paolo settentrionale e meridionale), ma sfrutta anche sentieri quasi sconosciuti, come quello che valica la bocchetta di Spassato e scende per la misteriosa Val Ladrogno. Punto di partenza ed arrivo il parcheggio di Mezzolpiano a Novate Mezzola.
La prima giornata coincide con la prima giornata del Sentiero Roma, e termina al rifugio Brasca (ma può essere allungata con la salita al bivacco Valli). La seconda giornata sfrutta il sentiero Dario di Paolo nord e, passando per il bivacco Valli in Valle d’Arnasca, traversa alla Valle dell’Oro per il passo Ligoncio e termina al rifugio Omio. La terza sfrutta invece il Sentiero Dario di Paolo sud e quindi traversa alla Valle dei Ratti per il passo della Vadretta meridionale, con una duplice successiva opzione: la discesa per il pernottamento al bivacco Primalpia o la traversata, per la bocchetta di Spassato, al bivacco Casorate-Sempione in alta Val Ladrogno. La quarta ed ultima giornata riporta a Novate Mezzola passando per Frasnedo, la Forcola di Frasnedo e San Giorgio di Cola, se abbiamo pernottato al bivacco Primalpia, oppure la Val Ladrogno e Codera, se abbiamo pernottato al bivacco Casorate-Sempione.


Pizzo Ligoncio e punta della Sfinge visti dalla Valle dell'Oro

L’anello non propone difficoltà alpinistiche, ma richiede sicura esperienza escursionistica, buone condizioni di allenamento e dotazione di ramponi (utili in alcuni tratti in presenza di neve ghiacciata) e di strumenti di assicurazione alle corde fisse (essenziali nella discesa dal passo della Vedretta meridionale all’alta Valle dei Ratti). Anche le cattive condizioni meteorologiche costituiscono un’insidia che deve dissuadere dal percorrere questo anello che, per la natura delle difficoltà proposte, può essere paragonato al più celebre Sentiero Roma.
Quanto all’orientamento, in genere non ci sono problemi, ma in alcuni tratti ci vuole molta attenzione (il sentiero che scende dal bivacco Casorate-Sempione lungo la Val Ladrogno in diversi tratti è poco visibile per l’erba alta, per cui bisogna prestare attenzione costante ai segnavia).


Il pizzo Ligoncio visto dalla Valle d'Arnasca

PRIMO GIORNO: DA NOVATE MEZZOLA AL RIFUGIO BRASCA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Mezzolpiano-Codera-Rif. Brasca
4 h e 30 min.
1100
E
SINTESI. Seguendo la ss 36 dello Spluga raggiungiamo l'imbocco della Valchiavenna e, dopo 2 gallerie, Novate Mezzola. Giunti in vista della chiesa della SS. Trinità, prendiamo a destra e saliamo alla parte alta del paese, parcheggiando al termine della strada, in località Mezzolpiano (m. 316). Qui parte (abbondanti segnalazioni del Sentiero Roma e del Sentiero Italia) una mulattiera ben scalinata, che sale al nucleo di Avedée (m. 790) e si addentra sul fianco occidentale della Val Codera, perdendo quota in un paio di punti, in corrispondenza di altrettante gallerie paramassi. Un'ultima salita porta al cimitero di Codera ed a Codera (m. 825), dove si trovano i rifugi Risorgimento ed Osteria Alpina. A Codera passiamo in mezzo alle antiche baite e ad una serie di cartelli seguiamo le indicazioni del Sentiero Roma: ignorata quindi la deviazione a destra (Sentiero Italia, Tracciolino), proseguiamo diritti,uscendo dal paese. La mulattiera, dopo una cappelletta, porta al nucleo della Corte (m. 845), con una seconda cappelletta dedicata a San Rocco. Dopo la Centralina degli Scout, la mulattiera confluisce in una pista sterrata che congiunge Codera a Coeder. Superate la sorgente del Funtanìn e la località Tiuné (m. 945), guadiamo il torrentello della Val di Càsar e ritroviamo l’antica mulattiera (segnavia bianco-rossi) che lascia, sulla sinistra, la pista in corrispondenza della cappelletta del Sabiùn (m. 1040). Il sentiero sale, verso sinistra, tagliando il conoide formato dal materiale scaricato dalla Val Beleniga. Per attraversare il torrente omonimo prendiamo a destra e passiamo su un ponte che ci porta ai casolari della località Beleniga (belénich, m. 1037). Il sentiero prende per breve tratto a sinistra, poi piega a destra e passa fra le baite alte del maggengo di Saline (m. 1085), per poi raggiungere le baite della località Piazzo (m. 1120) con la quarta cappelletta, dedicata a S. Guglielmo. Proseguendo confluiamo per la seconda volta nella pista sterrata, che non lasceremo più fino alla meta. Oltrepassati due ponticelli (il secondo scavalca il torrente Codera, portandoci alla sua destra), raggiungiamo Stoppadura e, dopo un tratto in pineta, l'ampia spianata di Brescadega (m. 1214), dove si trova il rifugio omonimo. Tagliamo diritti i prati e rientriamo in pineta, scavalcando su un ponticello il torrente Arnasca, per uscirne all'ampia radura in fondo alla quale vediamo il rifugio Brasca (m. 1304).


La prima giornata dell'anello del Pizzo Ligoncio coincide con la prima tappa del Sentiero Roma. Si parte da Novate Mezzola (nuàa), paese posto all'imbocco della Val Chiavenna, e precisamente dai 316 metri del parcheggio della località "Il Castello" (castèl) della frazione di Mezzolpiano (mezalpiàn; lo raggiungiamo staccandoci dalla ss. 36 dello Spluga in corrispondenza di una farmacia e proseguendo diritti nella salita del conoide alluvionale della valle, cioè seguendo le indicazioni per la Val Codera, che ci portano alla parte alta del paese, sulla sinistra). Qui, anticamente (e ciò giustifica la denominazione del luogo) sorgeva una fortificazione che dominava lo sbocco della Valchiavenna, e che fu definitivamente smantellata nel 1639.
Non lontanto, alla nostra destra, corre il torrente Codera, il cui alveo è contenuto da un alto argine in pietra; una vicina fontanella ci invita al rifornimento di acqua: sarà bene accogliere l'invito, se ne siamo sprovvisti, dal momento che non se ne trova più fino a Codera. Alla nostra sinistra, infine, segnalata da alcuni cartelli (relativi ai rifugio Osteria Alpina, Bresciadega e Brasca, ed al Sentiero Italia - Lombardia 3 settore nord), oltre che da un segnavia rosso-bianco-rosso, parte, introdotta da pochi scalini in cemento, una bellissima mulattiera (codificata con A6), larga un paio di metri, spesso scalinata ed incisa nel granito, che sale, nel primo tratto, con diversi tornanti, in un bosco di castagni. Se vogliamo concentrare la mente in un compito che possa distrarci dalla fatica, secondo i principi della meditazione orientale, potremmo dedicarci a contare gli scalini: pare che siano 2600, uno più, uno meno, e giustificano la denominazione di Mulattiera delle Scale. Oppure potremmo rivolgere il nostro pensiero alla valle che non si è ancora rivelata al nostro sguardo. La Val Codera è l'unica fra le valli maggiori della provincia di Sondrio a non essere accessibile alle automobili: questo le conferisce un fascino per molti aspetti unico, anche se il suo nome deriva da "cotaria" e quindi da "cote", cioè masso; racconta una leggenda, poco generosa nei confronti della valle, che a Dio, dopo aver creato il mondo, avanzò un certo numero di massi, con i quali, messi un po' alla rinfusa, essa sarebbe stata creata. Le solite malelingue, verrebbe da dire.
Le fatiche iniziali impongono qualche sosta, anche perché il fiato non è ancora rotto. In particolare, ad una prima cappelletta, in località Söra i Sasèi (m. 445), ci si può volgere alle spalle per ammirare l’ottimo colpo d’occhio sul Pian di Spagna e sul lago di Novate Mezzola, cui fanno da cornice, sul fondo, a sinistra, il massiccio corno del monte Legnone, estrema propaggine occidentale della catena orobica e, a destra, il monte Beleniga, all'imbocco della Val Chiavenna. Ignorato, alla nostra sinistra, il sentierino che sale alle baite di Montagnola, passiamo accanto ad un cartello avverte del pericolo di caduta sassi e che ci induce ad affrettare il passo. Poi alla cornice di un gentile bosco di castagni si sostituisce quella più severa della nuda roccia, il granito, signore del Sentiero Roma. Un granito che, però, in questa zona l’uomo ha piegato al suo servizio: si tratta, infatti, del San Fedelino, qualità pregiata che ha dato determinato l’apertura di numerose cave. Il sentiero è qui scavato proprio nel granito, e solo così può scavalcare la forra terminale della valle, che precipita, selvaggia, per circa 300 metri, sul fondo del torrente Codera. Effettuando un traverso che corre sul ciglio di un impressionante salto, superiamo due cave (nei pressi della seconda si vede un curiosissimo escavatore, i cui pezzi sono giunti fin quassù grazie alla teleferica e sono stati rimontati sul posto).
Più avanti iniziamo a trovare, sulla destra, la protezione di un corrimano ed incontriamo, a quota 714, una seconda cappelletta, chiamata di Suradöo, nella quale è raffigurata una Madonna incoronata con Bambino (dipinto però in buona parte rovinato), al culmine dello sperone roccioso che veglia il fianco settentrionale della bassa Val Codera; sul lato opposto della mulattiera, cioè sul ciglio del precipizio, una croce di ferro ricorda la tragedia di una persona precipitata a valle. Lasciamo, ora, alle spalle il gentile scenario del lago di Mezzola, ed entriamo effettivamente nella valle e ci tocca una prima discesa, appena accennata, all’ombra di un rado bosco di betulle, olmi e castagni, che regala ampi scorci verso nord (alla nostra destra), dove appaiono, in primo piano, la punta Redescala (m. 2304) e, alla sua destra, il profondo vallone di Revelaso (revelàas), che scende a sud della celebre cima del Sasso Manduino (m. 2888). Passata una cava abbandonata e superato un valloncello, riprendiamo a salire, fino all'abitato di Avedée, posto a 790 metri, sul lungo dosso che scende verso nord-est dal monte omonimo (m. 1405). Dalle sue baite solitarie si vede bene Codera, il centro principale della valle, per cui verrebbe da pensare che il nome del maggengo derivi da "a vedé", cioè "a vedere". In realtà l'etimo più probabile, comune alla località di Avedo in Val Grosina, è da "avéd", abete; meno probabile la derivazione dall'aggettivo "labidus" (da "labes"), cioè "scosceso". Ad Avedée troviamo anche una graziosa chiesetta (l'oratorio di S. Antonio), ma nessuna fontanella. Il piccolo nucleo ci regala, infine, anche uno spunto di riflessione, offerto dalle parola di Luca, scritte il 20 luglio 1995 ed incise su una targa di bronzo che lo ricorda: "Per me strada ha significato e significa soprattutto confrontarsi con gli altri, col mondo, cercare di sfruttare al massimo le esperienze che ti capitano ed evitare che le cose ti scorrano addosso. Questo è l'unico modo per non avere rimpianti dopo."
Dopo un breve tratto nel quale ci fanno da scorta gentili betulle, ci affacciamo al tratto più caratteristico della mulattiera, nel quale ci attende una discesa, elegantemente scalinata, con qualche tornante, che ci fa perdere complessivamente un centinaio di metri circa. Da qui la vediamo interamente, ed ottimo è il colpo d'occhio su Codera e sulle cime del Sas Becchè (m. 2728) e del monte Grüf (m. 2935), che la incorniciano. Impressiona, invece, la grande colata di sfasciumi di color bianco che riempie buona parte del versante a valle della mulattiera. Nella discesa superiamo due valloni dirupati, che ci impongono poi diversi saliscendi, ed anche l’attraversamento di due gallerie paramassi. Prima della seconda, superiamo un breve tratto nel quale la montagna sembra incombere proprio sul nostro capo: un grande roccione si ripiega sopra la nostra testa, come una bocca pronta a richiudersi. Niente paura: l'ora del giudizio non è ancora arrivata per cui si continua a sudare nel faticoso al di qua. Sudare in un ulteriore traverso intagliato nella roccia (la Taiàda, appunto), dalla quale colano diversi rivoli d'acqua, e protetto da una seconda galleria paramassi. Volgendo lo sguardo a destra, cioè al versante opposto della valle, vediamo l'ampio versante boscoso dal quale fanno capolino le baite di Cii (m. 851), sormontate, a destra, dalla punta Redescala, mentre a sinistra si impone il solco della selvaggia val Ladrogno coronata, da sinistra, dalle austere cime di Gaiazzo (m. 2920), dalla punta Magnaghi (m. 2871) e dal Sasso Manduino (m. 2888).

Attraversata la seconda galleria (non senza volgere lo sguardo alle spalle per osservare lo scenario da brivido dell'impressionante forra terminale della Val Codera), torniamo a salire, incontriamo una terza cappelletta con dipinto di Madonna con Bambino (m. 777) che ci rivolge uno sguardo accigliato, quasi di rimprovero, e raggiungiamo, poco più avanti, il piccolo cimitero di Codera (cudéra), incorniciato dal selvaggio profilo del Mut Luvrè (cima di lavrina, m. 2307), sul fianco settentrionale della Val Ladrogno. Una scritta sulla parete della posta al suo ingresso e dedicata alla Vergine delle Grazie ci invita a meditare sulla fragilità della condizione umana: “Ciò che noi fummo un dì voi siete adesso, chi si scorda di noi scorda se stesso”. No, non ci vogliamo scordare di chi riposa qui. Delle generazioni che qui, in questa valle aspra ed insieme dolce, hanno visto dipanarsi l’intero filo dell’esistenza, un’esistenza quieta, severa, anche misera, difficilmente immaginabile. L’esistenza di chi ha dovuto strappare alla valle di che sopravvivere, mentre noi, ora, strappiamo scampoli di emozioni profonde. Dentro la cappelletta, la Madonna della visione dell’Apocalisse, coronata di stelle, nell’atto di schiacciare il dragone-serpente, simbolo del male. Il suo volto è decisamente più dolce rispetto a quella del dipinto della cappelletta precedente. Ai suoi lati, San Giuseppe (alla nostra sinistra) e San Giovanni Battista (a destra). Proseguiamo, incontrando un’altra cappelletta, dedicata alla Madonna della Misericordia, con Bambino, che rivolge un sorriso amabile alle due bambine di Vhò e di Lirone (Val San Giacomo) alle quali apparve il 10 ottobre 1492 (a questa apparizione è dedicato il celebre santuario di Gallivaggio, all'imbocco della Val San Giacomo, sopra Chiavenna).
Siamo di nuovo in cammino: un ultimo breve tratto in una rada selva, ed ecco, infine, apparire l'imponente campanile della chiesa di Codera, dedicata, dal 1764, a S. Giovanni Battista (m. 825), staccato dal corpo della chiesa; la chiesa, eretta probabilmente nel XVI secolo, venne originariamente dedicata a S. Martino.
All’ingresso del paese troviamo un cartello di benvenuto, che esplicita però anche le regole cui debbono attenersi gli escursionisti: “Tranne i principali sentieri di accesso e l'alveo del torrenti, tutta la valle è di proprietà consortile o privata; non accendete fuochi; non disturbate e non attirate a voi il bestiame al pascolo; tenete i cani al guinzaglio; non entrate nei prati da sfalcio; non campeggiate senza il previo accordo del proprietario del fondo; la raccolta delle castagne è consentita dietro autorizzazione dei proprietari delle piante. Questo si legge nelle righe. Fra le righe si intravedono dissapori passati fra la popolazione locale, gelosa, come avviene per chi da generazioni vive abbarbicato ad una rude montagna, della propria terra, ed un certo turismo caratterizzato da un approccio troppo disinvolto.
Siamo, dunque, nel piazzale antistante la chiesetta dedicata a San Giovanni Battista. Alla nostra destra, il rifugio-locanda “Risorgimento”; una targa reca scritto: “Sorto come scuola di Codera, tratto nel 1987 da ventennale abbandono e destinato a “Casa di valle” per concordia d’intenti, valligiani, autorità e Associazione Amici Val Codera a ricordo e conferma della perenne vitalità di questo paese. Codera, venti anni dopo, 4.5.2008”.
Un cartello ci offre importanti elementi di conoscenza sull’habitat di questa straordinaria valle. Vi si legge, fra l’altro: “Salendo da Mezzolpiano, con lo sfondo del Lario e del Pian di Spagna, attraverserete in un paio d'ore habitat diversissimi tra loro: lembi di macchia submediterranea a cisto (un arbusto dalla foglie simili alla salvia) e ad erica arborea, castagneti, pendici rocciose, boschetti pensili. Oltre i terrazzamenti di Avedee ecco fresche vallette con boschi di castagno, frassino, tiglio ed acero. Qui compaiono alcuni esemplari di tasso e, nelle esposizioni settentrionali, anche le prime piante di rododendro ferrugineo. La profonda e fresca forra del torrente Codera che si intravede dal sentiero, costituisce uno dei migliori esempi lombardi di un habitat considerato raro e prioritario dall'Unione Europea: i valloni ad acero-tilieto, abitati anche dal gufo reale. Di fronte a noi una rigogliosa foresta di latifoglie si estende verso gli abitati di Cii e Cola, composta da tigli, aceri, roveri e castagni, in alcune zone da betulle; nell'ambito del progetto Life Reticnet ha subito interventi di diradamento selettivo che hanno anche permesso di migliorare Ia vista di un curioso fenomeno di erosione su deposito glaciale, una grossa piramide di terra ornata da un pesante cappello di granito, posta alto sbocco di Val Ladrogno, di fronte a Codera. Più in alto entriamo nella regione dei lariceti e dei ripidi pascoli, sovrastati dai potenti contrafforti del Sasso Manduino. Luoghi remoti, dove si possono osservare ancora i grandi rapaci e la coturnice. Sulle scoscese pendici della Salubiasca, popolate da camosci, si conservano nuclei di raro pino uncinato e gli ultimi lembi delle antiche cembrete che hanno fornito, fino al recente passato, legname prezioso per la mobilia delle case della valle.”
Oggi solo pochissimi (una decina di persone circa) restano nel paese tutto l'anno, ma in passato il nucleo era di grande importanza, tanto che vi si registrarono, nella visita pastorale del vescovo di Como del 1668, 38 nuclei famigliari e 400 anime, cifra del tutto considerevole per quei tempi, che si spiega anche tenendo presente che la terribile epidemia di peste del 1630-31, la quale aveva più che dimezzato la popolazione di Valtellina e Valchiavenna, si era fermata alle soglie della valle ed aveva risparmiato il borgo. Le dure condizioni di vita della montagna erano ripagate da importanti vantaggi: il relativo l'isolamento rispetto al fondovalle preservò la popolazione di Codera non solo dalla peste, ma anche dagli effetti nefasti dei passaggi di eserciti e dei saccheggi di cui fu costellata la storia di Valchiavenna e Valtellina dalla seconda metà dei quattorcento alla prima metà del seicento. Si sviluppò, così, un microcosmo contadino autosufficiente, con un'economia legata alla coltivazione di patate, orzo, segale, granoturco, castagne ed ortaggi, all'allevamento delle capre (ben ambientate fra le aspre balze della valle) ed alla caccia.
Prima di proseguire nel racconto della risalita della valle, è importante ricordare che da Codera partono due interessantissimi itinerari: la traversata allo splendido nucleo di San Giorgio di Cola, con il ritorno a Novate sulla splendida mulattiera di San Giorgio (seconda via di accesso alla valle) e la traversata alla Val dei Ratti sul Tracciolino, la decauville che unisce i bacini di Codera e Moledana.
Rimettiamoci in cammino per il rifugio Brasca. Passiamo, così, davanti all’edificio dell’ex-oratorio, dove una targa ricorda i caduti di Codera per la patria, cioè Penone Ido, Penone Edoardo, Penone Filippo, Pisnoli Renzo, Pisnoli Gino, Del Prà Bruno, Colzada Giosia e Domenighini Carlo. Troviamo, poi, un gruppo di cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna: nella direzione in cui stiamo procedendo il percorso A6 dà il rifugio Brasca a 2 ore e quello A7 dà il bivacco Castrate Sempione a 3 ore e 45 minuti. Poco oltre, i due itinerari si separano: per proseguire seguendo quest’ultimo, infatti, bisogna lasciare il sentiero principale e scendere a destra, ad una deviazione segnalata, sul sentiero che si porta all’ardito ponte sul torrente Codera e prosegue, sul lato opposto della valle, verso Cii (un’ulteriore deviazione prima di Cii consente di salire alle baite di In Cima al Bosco e di qui proseguire in Val Ladrogno, sulla cui testata è posto il bivacco).
Noi, però, andiamo diritti, sul sentiero che attraversa la parte bassa del paese e, dopo una fontana, ne lascia alle spalle le ultime baite, passando a sinistra del punto di arrivo della teleferica, passando accanto ad una cappelletta ed attraversando una breve macchia. Ben presto siamo alla Corte, dove il sentiero si snoda fra due muretti in sasso. Sul lato di sinistra una cappelletta dedicata a S. Rocco (m. 845), su cui è scritto: “Infierendo nell’anno 1779 un morbo mortifero il sacerdote Gottardo… col popolo fece voto di fare quivi la processione di… per intercessione del quale fu libero e cessò. Fatta fabbricare nel 1780.” La Val Codera, per la sua posizione appartata ed il difficile accesso, fu spesso risparmiata dalle epidemie che flagellarono Valtellina e Valchiavenna nei secoli. In questo caso così non fu. Ma di quale morbo si tratta? Non era più tempo delle epidemie di peste, che avevano infierito crudelmente fino al Seicento, si stava affacciando il colera, che poi infierirà nella prima metà dell'Ottocento. Qui giungeva (e giunge ancora oggi), da Codera, la tradizionale processione di S. Marco (patrono di Codera), ogni 25 aprile, con la statua del santo che veniva deposta proprio di fronte alla cappelletta: in quel giorno le capre dovevano essere chiuse entro appositi recinti perché non brucassero l'erba degli orti. Oltrepassate le poche baite della Corte, incorniciate dal sasso Becchè (letteralmente, sasso "macellaio", che uccide le capre le quali precipitano dai suoi versanti, m. 2728) e dal monte Gruf (m. 2936), siamo ad una nuova macchia.
Poco più avanti, passiamo a destra di una baita isolata: si tratta della Centralina, edificio che in passato ospitò le turbine che per tutti gli anni venti del secolo scorso fornirono energia elettrica a Codera. Oggi funge da base Scout del gruppo “Aquile Randagie”. La Val Codera è anche la valle degli Scout, che da decenni ne apprezzano la dimensione appartata e selvaggia. Precursore della loro presenza fu Gaetano Fracassi che, dopo lo scioglimento dell’ASCI voluto dal regime fascista nel 1928, salì da Milano fin qui per tener viva, con il gruppo delle Aquile Randagie, un’attività clandestina che porrà le basi, nei successivi decenni, di un profondo legame fra Scout e popolazione locale (che molto deve anche alla figura di don Andrea Ghetti-Baden.
Il sentiero confluisce poi nella nuova pista sterrata che è stata tracciata da Codera all’alpe Coeder e che per buona parte del percorso rimanente dovremo seguire. La valle torna ad allargarsi e mostra il suo volto più desolato e brullo. Il torrente Codera scorre appena sotto la pista, alla sua destra; sul lato opposto vediamo  l’ex-centralina che in passato conteneva le turbine che fornivano energia elettrica a Codera, e dalla quale parte il famoso Tracciolino o Trecciolino, un percorso pianeggiante (di quota appena superiore ai 900 metri) di circa 12 chilometri scavato in molti tratti nella viva roccia per congiungere, con una ferrovia a scartamento ridotto, la centralina di Val Codera allo sbarramento artificiale di Moledana in Valle dei Ratti. Possiamo anche osservare il largo smottamento che lo interrompe poco dopo la partenza.
Passiamo quindi a destra del Funtanìn (m. 900), una sorgente la cui acqua sgorga sotto un grande masso sul quale è stata posta una targa a ricordo del sottotenente degli Alpini Ludovico Patrini, ricordato dal Gruppo Alpini di Novate Mezzola “per il generoso operato da lui svolto per il gruppo”. Sul lato opposto della pista vediamo una piccola croce in ferro infissa in un masso. La pista procede con pendenza media e cominciamo a vedere, davanti a noi, un piccolo scorcio del gruppo del Masino: si mostrano, da destre, le tre gemelle cime d’Arnasca ed il massiccio monte Porcellizzo, sulla testata della valle omonima, nella contigua Val Masino. Più a sinistra si mostra, per breve tratto e ridotta finestra, uno scorcio della testata dell'alta valle, con la Punta di Trubinasca (m. 2921) e la Punta di S. Anna, che, con i suoi 3171 metri, è la più alta dell'intera Val Codera (alle sue spalle, il pizzo Badile, che però non si eleva sul crinale della valle).
Superiamo le baite della località Tiune (tiunée, m. 945, da tiùn, pino silvestre: un tempo, infatti, qui si trovava una macchia di pini, poi disboscata per ricavarne legna). Alla nostra sinistra l’aspro e selvaggio versante occidentale della Val Codera mostra un’interessante cascata che esce da una fenditura nella parete corrugata. Proseguiamo, ritrovando, dopo il facile guado del torrentello della Val di Càsar, l’antica mulattiera (segnavia bianco-rossi) che lascia, sulla sinistra, la pista in corrispondenza di una cappelletta ombreggiata da due grandi aceri montani (cappella del Sabiùn, m. 1040), cappelletta dei cui dipinti resta ormai ben poco. Sul lato opposto della valle sono posti i casolari della località Beleniga (belénich, m. 1037). Il sentiero sale, verso sinistra, tagliando il conoide formato dal materiale scaricato dalla Val Beleniga (o Baleniga). Per attraversare il torrente omonimo passiamo su un ponte piuttosto ballerino, che va quindi attraversato lentamente, magari dedicando qualche istante ad ammirare la forra terminale della valle che si apre alla nostra sinistra (un cartello, sul lato opposto, ammonisce: “Vietato far dondolare il ponte. I trasgressori avranno quello che si meritano”).
Il sentiero prende per breve tratto a sinistra, poi piega a destra e passa fra le baite alte del maggengo di Saline (m. 1085). Niente a che vedere con il sale, bene assai raro e pregiato negli ambienti montani del tempo passato. Lo stesso toponimo si trova, peraltro, anche in Val Fontana ed in Val Grosina, e Renzo Sertoli Salis, nel suo volumetto sui toponimi Valtellinesi, lo fa risalire alle acque salate, “per quanto ne rimanga difficile la spiegazione dell’origine”. Bisogna, però ricondurre il toponimo alla radice preindoeuropea "sal"-"sel", "pietra", da cui anche l'italiano "selce": data la natura dei luoghi, l'etimo appare decisamente più convincente. Il nucleo è oggi abitato solo nella stagione estiva, ma fino al 2005 vi si poteva trovare, anche nel cuore dell’inverno, una luce accesa, quella di Romolo Penone (Romolino) paziente ed appassionato pastore delle sue capre, con il cui latte produceva un piccolo capolavoro di arte gastronomica di sua invenzione, nota come il mascarpin de la calza, una mascarpa di capra arricchita da alcune erbe e stagionata dentro un tubo di tessuto a forma di calzino. In lui viveva l’antichissima arte della preparazione di formaggi di capra per i quali la valle era famosa nei secoli passati. Possiamoanche cedere di nuovo la parola al von Weineck ("Raetia", Zurigo, 1616), che, della Val Codera, scrive: "Più addentro nella valle Codera, passata la Chiusa, s'incontrano due villaggi: l'uno chiamato Cola e l'altro Codera. Le montagne circostanti sono sparse qua e là di poveri casolari... La valle poi prosegue, addentrandosi verso la Pregaglia ed ha molte vette inaccessibili per la loro straordinaria altezza, sulle quali insieme con altra selvaggina si trovano dei camosci e degli stambecchi, sebbene questi ultimi siano molto rari."
La mulattiera prosegue fino a raggiungere le baite della località Piazzo (m. 1120): sulla soglia dei prati troviamo una quarta cappelletta dedicata a S. Guglielmo, nella quale è raffigurata una Madonna con Bambino circondata da Santi. In passato questo maggengo era meta della tradizionale processione di San Guglielmo. E forse per l'intercessione di questo santo nel novembre del 1944 le sue case furono le uiniche a non essere bruciate dalle forze nazifasciste che inseguivano i partigiani della 55sima Rosselli nella loro fuga verso la Svizzera per la bocchetta di Teggiola: per questo conservano più delle altre il loro aspetto originario. Sempre qui, infine, intorno alla metà dell'ottocento venne ucciso l'ultimo orso della Val Codera. Sul fondo della valle la finestra si allarga e, a destra delle cime d’Averta, notiamo il picco pronunciato del pizzo Barbacan; alla sua sinistra uno stretto intaglio cui sale un ripido canalone: si tratta del passo del Barbacan (m. 2598), per il quale passa la seconda tappa del Sentiero Roma, che porta dal rifugio Brasca al rifugio Gianetti in Val Porcellizzo. Vediamo anche l’estesa e bellissima pineta che ricopre la sezione mediana della valle: nel suo cuore, anche se non le vediamo, si aprono le due ampie radure di Bresciadega e di Coeder. La mulattiera torna ad immettersi nella pista, che da ora in poi seguiremo senza soluzione di continuità, passando per due ponticelli in legno. Il secondo scavalca il torrente Codera, che ora lasciamo alla nostra sinistra.
Percorriamo un tratto in discesa e poi in leggera salita arriviamo ad un ponte, poco prima del quale da destra sale la sterrata dell'altro percorso (m. 1130). Incontriamo i primi larici, che rendono la cornice sempre più suggestiva, e passiamo a destra delle baite di Stoppadura (da stopadüra, chiusura, strozzatura: qui, infatti, la valle si restringe un po'; l'etimo può, tuttavia, anche riferirsi all'operazione di colmare i buchi di un terrenno sassoso, "stupàa", appunto). Procedendo in leggera salita, raggiungiamo il cancello in legno che segna l’accesso agli alpeggi di Bresciadega e Coeder. Di questa soglia parla il già citato Gaetano Fracassi (cfr. www.scoutcodera.it): «C'è un tratto in cui il sentiero attraversa un piccolo gruppo di baite. Si chiama la Stoppadura. Dopo poche decine di metri si incontra un tronco girevole che funziona d'ingresso nella piana di Bresciadega. Si cammina nel bosco mentre da lontano compaiono le cime rocciose innevate con il torrente che scroscia impetuoso tra le rocce. lo, lì, sento vicino il Paradiso». Vicino il Paradiso, ma vicine anche (non appaia dissacrante l’accostamento) le due importanti strutture recettive che possono offrire all’escursionista provato da 4 ore di marcia una sosta ristoratrice: lo ricordano due targhe che annunciano il rifugio Bresciadega a 5 minuti (rifugio convenzionato con il CAI; tel.: 034344499 e 3358204867) ed il rifugio Brasca a 30 minuti (tel.: 3397176620).

Eccoci, infine, all’ampia spianata di Bresciàdega (o Brasciàdiga, ma anche Brisciadega o Brasciadéga, m. 1214: il citato Sertoli Salis ipotizza che derivi da una corruzione della voce lombarda “brasciadella”, che significa “braccio”, inteso come unità di misura). Si tratta di un maggengo-alpeggio (i capi qui stazionavano da maggio a novembre), capace di caricare in passato un'ottantina di capi. Ci accoglie per primo l’edificio del rifugio Bresciadega, aperto nel 1986 e ricavato da una dimessa caserma della Guardia di Finanza, la cui presenza testimonia di come anche in questa valle si praticasse, nella prima parte del secolo scorso, il contrabbando, sfruttando soprattutto la bocchetta della Teggiola, il più facile valico fra alta Val Codera e territorio elvetico. Davanti al rifugio, una cappelletta fatta edificare da Tomaso di Giovanni Dal Prà e dai suoi figli. Subito dopo, la chiesetta con una targa che esprime la gratitudine dei valligiani per il già citato mons. Andrea Ghetti (Baden).  Da qui parte anche il sentiero (segnalato da un cartello) A8, che sale alla Forcola dei Pianei (data a 2 ore e 45 minuti) ed al bivacco Casorate Sempione (dato a 3 ore e 45 minuti). Alle spalle delle baite, a sud (destra) il solco della selvaggia val Subiasca, che culmina nella punta Bresciadega (m. 2666).
Noi proseguiamo diritti, attraversando i prati della località, per poi rientrare nel fresco cuore della pineta. Passiamo anche a sinistra di una seconda struttura Scout, quella della Casera; sul prato antistante, tre alti pali per il rito mattutino dell’alzabandiera. Qui il sottobosco è davvero fiabesco. Alla nostra sinistra, ecco di nuovo il torrente Codera, il cui alveo corre nel mezzo di una larga striscia di materiale alluvionale, che qui si è fermato, perché l’andamento della valle è sostanzialmente pianeggiante. Superato un ultimo ponticello in legno, che scavalca il torrente d’Arnasca, raggiungiamo la soglia di una seconda ampia radura (Zocca Pulé), sul cui fondo, a circa mezzo chilometro, distinguiamo la sospirata meta, il rifugio Brasca. Attraversandola e guardando a destra, restiamo quasi senza fiato: improvvisa e bellissima si apre la valle d’Arnasca, con le sue cascate gemelle e l’imponente muraglia di granito che la chiude. Vi distinguiamo, da sinistra, il pizzo dell'Oro meridionale o Puncia del Laresett (m. 2695), l’ampia e piana depressione del passo Ligoncio (m. 2557), la punta della Sfinge o Lis d'Arnasca, m. 2802), che da qui però si mostra come compatta parete che impressiona per la superficie liscia, il pizzo Ligoncio (m. 3032), la punta Bonazzola (m. 2940) e le cime di Caiazzo (m. 2920).
Pochi minuti ancora, e siamo al rifugio (m. 1304), dopo 4 ore circa di cammino da Novate Mezzola (il dislivello approssimativo in salita, a motivo dei saliscendi della mulattiera per Codera, è di almeno 1100 metri, lo sviluppo di circa 13 km). Il rifugio, del CAI di Milano, è intitolato al prof. e Tenente Luigi Brasca, compilatore di una guida della Valle di S. Giacomo. Venne costruito vicino all’alpe Coeder nel 1934 e bruciato il primo dicembre del 1994, quando salirono fin qui soldati tedeschi e repubblichini per inseguire i partigiani della 55sima brigata Fratelli Rosselli che, dopo una lunga traversata dalla Val Sassina per la Val Gerola e la Valle dei Ratti, ripiegavano per espatriare in Svizzera attraverso la bocchetta della Teggiola. Uno di loro, Enrico Pomina, fu raggiunto ed ucciso proprio nei pressi dell’attuale rifugio (una targa dell'ANPI di Novate Mezzola lo ricorda). Il rifugio venne, infine, ricostruito fra il 1946 ed il 1948.

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SECONDO GIORNO: DAL RIFUGIO BRASCA AL RIFUGIO OMIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Brasca - Bivacco Valli - Passo Ligoncio - Rifugio Omio
5 h
1270
EE
SINTESI. Ci mettiamo in cammino dal rifugio Brasca attraversando i prati a sud del rifugio e passando a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile. Nel primo tratto sale gradualmente nel bosco, passa accanto ad un grande masso erratico e prosegue salendo diritto, su terreno aperto, battuto da slavine. Dopo breve discesa superiamo un ramo del torrente Arnasca da sinistra a destra, portandoci a ridosso di uno scuro roccione. Qui il sentiero, in parte scavato nella roccia, piega a sinistra, correndo fra il roccione ed un salto (la sua sede è larga, ma sono state collocate catene corrimano per maggiore sicurezza). Dopo una svolta a destra, percorriamo un tratto spesso occupato da un ramo secondario del torrente (attenzione, qui, in discesa a non perdere la svolta, proseguendo verso un ripido scivolo di roccia dal quale il torrente precipita!). Siamo poi ad un cancelletto in legno e ad una macchia di larici (attenzione a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra). Usciti dalla macchia, saliamo di nuovo diritti su terreno spazzato da valanghe. Dopo un lungo tratto ripido la pendenza si attenua e vediamo in alto a sinistra il baitello ammodernato dell’alpe Spassato (m. 1803). Il sentiero, però, prima di raggiungerlo piega a destra ed effettua una traversata quasi in piano, nella quale guadiamo tutti e tre i rami del torrente Arnasca, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca). Il sentiero non si porta fino alle baite visibili sul lato opposto della valle, ma (attenzione ai segnavia) piega a sinistra e risale la parte inferiore di un gradino di soglia, poi piega a destra e si porta ad un ripido canalino (un po' esposto) intagliato in uno speroncino roccioso. Ci portiamo così al dolce declivio che, risalito verso sinistra, ci porta al bivacco Valli (m. 1900), addossato all'enorme masso erratico chiamato Sas Carlasc'. Dal bivacco Valli procediamo salendo verso est-nord-est (indicazioni del Sentiero Dario di Paolo), fino ad aggirare uno sperone roccioso che scende dal pizzo dell'Oro meridionale, a sinistra del quale si apre un canalino. Ci portiamo ai suoi piedi superando alcne placche con l'aiuto di corde fisse e ne saliamo il fianco destro attrezzato con corde fisse, fino ad una porta che ci introduce ad una lunga cengia esposta, seguendo la quale siamo al ripiano del passo Ligoncio (m. 2575). La discesa in valle dell'Oro avviene seguendo una traccia segnalata dai segnavia, che sta sul lato sinistro dell'ampio canalone sotto il passo e piega gradualmente ancora a sinistra (dir. nord-est), passando a monte di un curioso promontorio che ricorda un guscio di tartaruga e scendendo fra balze e roccette al rifugio Omio (m. 2100).


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La seconda giornata dell'anello del Pizzo Ligoncio coincide con il Sentiero attrezzato Dario di Paolo nord, che dal rifugio Brasca traversa al rifugio Omio per il passo Ligoncio in Valle d'Arnasca.
La Valle Arnasca (o Val Spassato, o anche Val Spazza) può a buon diritto essere definita la valle delle grandi acque: il suo etimo lo manifesta (Arnasca da “arn”, voce celtica o ligure che sta per “torrente”, “Spassato” e “Spazza” da “spazzare”, con riferimento alle violente slavine che si abbattono sul suo segmento inferiore), la sua stessa natura lo rende evidente (dalla valle scende fragorosamente gran copia di torrenti). Ed un tempo era chiamata proprio così, Valle delle Acque.
L’immagine delle cascate gemelle sormontate dalle lisce pareti della Sfinge e del Ligoncio è fra le più note dell’iconografia della Val Codera, rimasta unica in Provincia di Sondrio (e fra le pochissime in Italia) ad offrire solo un accesso a piedi dal fondovalle. C’è una ragione che spiega questo: la Val Codera, per la sua posizione, riceve le correnti di aria umida che salgono dal lago di Como e che qui incontrano una corona di cime che si affaccia alla soglia dei tremila metri, il che determina abbondanza di precipitazioni anche nevose. Le grandi acque, dunque, ma anche le grandi ed impressionanti pareti di granito, fra le più famose per la loro repulsiva verticalità nel gruppo del Masino e nell’intera Provincia, quelle, appunto, della Sfinge e del pizzo Ligoncio. Proprio al centro della valle, infine, uno dei più curiosi monoliti del gruppo, il Sas Carlasc’, o Courbasc’, la cui regolare forma di parallelepipedo è ben visibile dal fondo della Val Codera. Ai suoi piedi, accucciato e timoroso, il bivacco Valli, struttura preziosissima non solo per gli arrampicatori che vogliono esercitarsi sulla poderosa testata della valle, ma anche per escursionisti che si cimentano nelle numerose traversate di cui questo segmento di Val Codera è il nodo.
La salita al bivacco avviene normalmente, in poco più di due ore, dal rifugio Brasca, all’alpe Coeder, amena radura che si apre proprio ai piedi dello sbocco della Valle d’Arnasca. Per chi, però, non potesse fermarsi al rifugio e non temesse i grandi tuor de force, raccontiamo la salita da Novate Mezzola.

A lato del rifugio Brasca troviamo diversi cartelli della Comunità Montana della Valchiavenna. Tre segnalano che procedendo verso l’alta Val Codera possiamo salire all’alpe Averta (1 ora e 50 minuti), al passo dell’Oro (3 ore e 50 minuti) o al passo Barbacan (3 ore e 50 minuti), seguendo l’itinerario A10 (seconda giornata del Sentiero Roma); oppure salire al passo o bocchetta della Seggiola (3 ore e 45 minuti), seguendo l’itinerario A15; o, infine, salire a bivacco Pedroni Dal Pra (3 ore e 30 minuti), al passo Trubinasca (4 ore e 30 minuti) o al passo Porcellizzo (5 ore), seguendo l’itinerario A12. Un quarto cartello segnala che, prendendo a destra (per chi sta con la fronte al rifugio) si raggiunge in 2 ore il bivacco Valli, in 4 il passo Ligoncio ed in 5 il rifugio Omio (itinerario A9). Guardando in direzione della Valle d’Arnasca, possiamo già da qui facilmente distinguere l’enorme monolite posto al suo centro, appena sopra l’ultimo gradino di soglia: si tratta del già citato Sas Carlasc’, alla cui base è ancorato il bivacco.
Mettiamoci, dunque, in cammino, attraversando i prati a sud del rifugio e passando a destra di alcune baite ristrutturate, fino a raggiungere il limite del bosco. Qui troviamo la partenza del sentiero per il bivacco, segnalato da segnavia bianco-rossi. Si tratta di un sentiero stretto, ma sempre visibile. Nel primo tratto sale gradualmente nel bosco, passa accanto ad un grande masso erratico e prosegue salendo diritto. Siamo, ora, su terreno aperto, battuto da slavine e disseminato da spogli tronchi di larici e betulle letteralmente piegati verso valle dalla forza della massa nevosa. Già, stiamo salendo nella valle delle grandi acque. Alla nostra destra, le cascate gemelle scendono fragorosamente dal primo gradino glaciale, con un salto di una trentina di metri.  Saliamo sempre diritti, per poi portarci sul lato sinistro del versante, ad un roccione, dal quale, con breve discesa verso destra, ci portiamo al guado di un terzo ramo del torrente, che più in alto mostra una cascata.
Lasciamo il torrente alla nostra sinistra, saliamo sul versante opposto, godendo di un bel colpo d’occhio sulla parte alta del salto del ramo orientale delle cascate gemelle. Ci portiamo, poi, ad un nuovo scuro roccione. Qui il sentiero, in parte scavato nella roccia, piega a sinistra, correndo fra il roccione ed un salto (la sua sede è larga, ma sono state collocate catene corrimano per maggiore sicurezza; in generale la salita avviene su terreno umido, soprattutto dopo abbondanti precipitazioni, ed a ciò si deve prestare attenzione). Dopo una svolta a destra, percorriamo un tratto spesso occupato da un ramo secondario del torrente (attenzione, qui, in discesa a non perdere la svolta, proseguendo verso un ripido scivolo di roccia dal quale il torrente precipita!). Alla fine, approdiamo ad una zona più tranquilla, entrando in una macchia di larici, dopo aver superato un cancelletto in legno, oltre il quale dobbiamo stare attenti a non imboccare un sentiero che si stacca sulla destra e porta, dopo un doppio guado del torrente, all'alpe Spazàa (m. 1554).
Proseguiamo, dunque, diritti, uscendo ben presto dalla macchia e raggiungendo la soglia di un nuovo versante segnato dalla furia delle slavine. Il sentiero continua, imperterrito, a salire diritto, con brevi serpentine, senza dar tregua. Se ci prende lo sconforto, ricordiamoci che fino al 1994 salivano di qui anche le mucche, perché l'alpe era, per la qualità della sua erba, la più pregiata della Val Codera e caricava fino ad 80 capi. Una sosta ristoratrice ci permetterà di guardare con maggiore attenzione il versante della Val Codera alle nostre spalle: sulla sinistra noteremo una sorta di scaglia rocciosa, nella quale non sarà facile riconoscere il pizzo di Prata (m. 2727) a chi abbia negli occhi il suo più severo aspetto che si può osservare da Chiavenna. Se a Chiavenna, per questo, viene chiamato pizzùn o pizzàsc', in Val Codera è noto come falfarìch, nome curioso che significa realtà che alternativamente si mostra e si nasconde, forse con riferimento alla frequente copertura di nubi che ne nasconde la cima. Alla sua destra, le cime gemelle del monte Grüf (m. 2936) e del monte Conco (m. 2908), al culmine di un versante massiccio e selvaggio, spaccato a metà da un ripido solco che precipita vertiginoso dal crinale al fondovalle. Chi assegnò a questo vallone la denominazione di Val Piana non mancava certo di senso dell'ironia. E' tempo di rimetterci in cammino: raggiunta la soglia del versante, che sogneremmo essere l’accesso al circo alto della valle, scopriamo invece che c’è ancora da salire, anche se la pendenza si attenua. Vediamo ora, davanti a noi, l’elegante profilo del pizzo dell’Oro meridionale, o Puncia del Laresett, appena a sinistra della depressione del passo Ligoncio. Più a destra, l’ampia parete della Sfinge ed il pizzo Ligoncio. Ai loro piedi, torniamo a rivedere il Sas Carlasc’. Sembra a due passi, ma non è propriamente così.
Ci stiamo avvicinando ad un baitello ammodernato, quello dell’alpe Spassato (m. 1803), che vediamo un po’ più in alto, alla nostra sinistra. Il sentiero, però, prima di raggiungerlo piega a destra ed effettua una traversata nella quale guadiamo tutti e tre i rami del torrente, passando anche accanto ad alcuni rudimentali ricoveri (alpe Arnasca) ricavati sfruttando la cavità di massi erratici (qui la traccia è molto debole, per cui dobbiamo prestare attenzione ai segnavia). Alla fine ci ritroviamo sotto un versante che scende proprio dal Sas Carlasc’. Le baite dell'alpe sono più avanti. Il sentiero non si dirige alle baite, ma neppure affronta direttamente il versante: dopo averne risalito la parte inferiore, piega a destra e si porta ad un ripido canalino intagliato in uno speronino roccioso. La salita del canalino impressiona un po’, anche perché un po’ esposta e non servita da catene. Ma si tratta di un minuto: eccoci, finalmente, al dolce declivio che, risalito verso sinistra, ci porta al bivacco Valli (m. 1900). Siamo in cammino da poco più di due ore ed abbiamo superato, dal rifugio Brasca, un dislivello approssimativo di 600 metri. Annotiamo che potremmo anche portarci fin qui allungando la prima giornata dell'anello del pizzo Ligoncio.
Lo troviamo accucciato ai piedi del singolarissimo ed enorme monolite, al quale è ancorato da due funi metalliche. Pare intimorito dalla furia delle grandi acque: solo l’enorme alleato lo rassicura (per apprezzare la sproporzione, dobbiamo guardarli portandoci ad una certa distanza sul lato di destra). Una targa reca scritto: “Club Alpino Italiano – Sezione di Como. Bivacco Carlo Valli, m. 1900, inaugurato nel 1946, ristrutturato integralmente nel 1998 con i contributi della regione Lombardia e della famiglia Valli di Como.” Il bivacco è intitolato al presidente del CAI di Como Carlo Valli, che morì, con N. Grandori sulla via Sollender alla Civetta il 31 luglio 1945, a causa del maltempo. La vecchia struttura, che si vede ancora in molte foto, di color  rosa smunto, è stata sostituita da una nuova, quasi identica a quella del bivacco Molteni-Valsecchi in Valle del Ferro (anch’esso del CAI di Como). All’interno, nove accoglienti brande e, sulla cassetta dei soccorsi, un biglietto (estate 2011): “1 Euro solo uso, 4 Euro pernottamento – ricordarsi dell’offerta – CAI di Como”.
Mentre riposiamo prima del ritorno al fondovalle, possiamo lasciar vagare l'immaginazione, vagheggiando magari un misterioso popolo di giganti che abbia per qualche misterioso motivo piantato il Sas Carlasc' proprio in mezzo alla valle. Ed in effetti una leggenda simile esiste, e parla di stregoni giganti. E' il contributo della scuola media di Novate Mezzola alla raccolta "C'era una volta" (curata dalla scuola media di Prata Camportaccio). La trascriviamo: "C'era la credenza che prima del Concilio di Trento, quando si scendeva dalle Alpi, il territorio veniva occupato da vari stregoni. Quando si tornava su a primavera questi, nel lasciare quello che era il loro territorio, provocavano un terribile temporale o qualcosa peggio. Capitò che caricarono l'Alpe d'Arnasca e alla sera lasciarono lì un ragazzotto solo. Tutto intorno c'erano solo le mucche. Lassù le baite sono fatte a secco, si può guardare fuori dalle fessure presenti tra le pietre. Il ragazzo, ad un certo punto, sentì un gran rumore intorno, guardò fuori e vide cinque o sei uomini di statura smisurata. Questi piantarono nel terreno due pali, poi ne misero uno per traverso al qual appesero un gran calderone. In quest'ultimo misero a bollire un mucca intera e quando fu cotta ne presero un pezzo ciascuno. Intanto il ragazzo stava a guardare. Quando ebbero finito di mangiare, misero insieme le ossa e si accorsero che mancava la coscia. Allora uno disse: "Vai sù a Negar Fur a prendere un pezzo di sanbuco". Il sambuco, che ha una specie di midollo dentro, poteva servire per sostituire la coscia. Allora uno si diresse verso Negar Fur per prendere un pezzo di sambuco. Con una scure lo tagliarono a forma di gamba, poi lo misero sotto le altre ossa che ricoprirono con la pelle. Ad un loro cenno saltò in piedi la mucca. Si dice che per diversi anni la mucca è andata in Arnasca con la gamba di legno."
Il bivacco Valli può essere base di interessanti ma impegnative traversate. Poco a monte del bivacco, sulla destra, su due grandi massi sono segnalate le diverse direttrici delle traversate: prendendo a destra si traversa al rifugio Volta o al biv CS (bivacco Castrate Sempione, appunto), mentre verso sinistra si comincia la salita al passo Ligoncio. Descriviamo quest’ultima, specificando che richiede attrezzatura adeguata (ramponi e moschettone per assicurarsi alle catene corrimano). Il passo Ligoncio, infatti, visto da lontano si presenta come un’ampia ed agevole sella, ma in realtà è costituito da un salto vertiginoso di rocce. Lo si può superare solo percorrendo una stretta cengia che approda al suo angolo settentrionale (di sinistra).


Dal bivacco Valli al passo Ligoncio

Lasciato il bivacco, prendiamo, dunque, a sinistra, seguendo i segnavia (la traversata Valli-Omio è stata infatti attrezzata sempre dal CAI di Como ed è stata intitolata “Sentiero Dario di Paolo” settentrionale. Il sentiero è dedicato alla memoria del geologo-esploratore comasco morto in un tragico incidente stradale in Equador, il 14 agosto del 1992.
Traversiamo il circo terminale della valle, verso est-nord-est, guadando un ramo del torrente. Alla nostra destra le impressionanti pareti lisce della Sfinge e del Ligoncio, come enormi lavagne che paiono dissuadere la mano umana dall’ardire di scrivervi sopra qualsivoglia traccia. Ci portiamo ai piedi del grande sperone che dal pizzo dell’Oro meridionale (o Puncia del Laresett, come viene chiamato in Val Codera) scende verso nord-ovest. Aggirato lo sperone, vediamo, alla base della parete che scende dal pizzo dell'Oro, una conca che termina ad uno stretto canalino, in buona parte occupato da un nevaio, là dove lo sperone si congiunge con la cresta spartiacque. Superando alcune placche non facili (corde fisse), ci portiamo alla base del canalino, la cui salita, scelta da molti, presenta difficoltà diverse a seconda della condizione del nevaio. Alcuni scelgono di salire il canalino: in tal caso è essenziale utilizzare, quindi, piccozza e ramponi, perché questo si presenta, nella parte terminale, piuttosto ripido. Peraltro, a stagione avanzata si può trovare il canalino quasi interamente sgombro da neve. L'indicazione, però, è quella di sfruttare il fianco dello sperone che sta alla nostra destra: alcuni tratti più delicati sono assistiti da corde fisse.


Roccette attrezzate sotto la porta che introduce alla cengia

Il canalino e a porta che introduce alla cengia

La cengia attrezzata che porta al passo Ligoncio

La salita conduce ad una marcata porta intagliata nello sperone alla nostra destra (sul suo lato destro una grande freccia bianca contornata di rosso indica la direzione che deve prendere chi scende), che introduce ad una stretta e lunga cengia tagliata nel fianco sud-occidentale del Puncia del Laresett (la si indovina già dal bivacco Valli ed è chiamata localmente Traversa del Laresett).
La cengia è stretta, molto esposta ed interamente servita da catene corrimano (ad inizio stagione si trova anche un antipaticissimo nevaietto), ma è discretamente marcata. In un punto dobbiamo piegarci per passare sotto ad una volta rocciosa che incombe sopra le nostre teste. Procedendo in graduale salita, concludiamo la traversata sul limite settentrionale del passo Ligoncio (m. 2575) e ci affacciamo alla Valle dell’Oro. La discesa in valle dell'Oro avviene seguendo una traccia segnalata dai segnavia, che sta sul lato sinistro dell'ampio canalone sotto il passo e piega gradualmente ancora a sinistra (direzione nord-est), passando a monte di un curioso promontorio che ricorda un guscio di tartaruga e scendendo fra balze e roccette al rifugio Omio (m. 2100). La traversata Valli-Omio richiede circa 3 ore (il dislivello in salita è di circa 670 metri).


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APPROFONDIMENTO: BRUNO GALLI VALERIO AL PASSO LIGONCIO

Il modo migliore per approfondire queste ampie note su Val Codera, Valle d’Arnasca e passo Ligoncio è cedere la parola a Bruno Galli Valerio, che frequentò questi luoghi nell’agosto del 1903 (B. G. Valerio, Punte e passi, ed. CAI sez. Valtellinese, 1998, pg. 157, traduzione di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci)):
Cerchiamo lungo la cresta un passaggio per raggiungere la cima del Ligoncio, che ci sovrasta ancora di un centinaio di metri, ma non ne troviamo. C'è una parete liscia a picco e un salto. Impossibile passare, non c'è modo: Bisogna rinunciare. Ridiscendiamo il canalino, attraversiamo la vedretta, tagliamo obliquamente le gande diretti al passo del Ligoncio (2556 m.), che ci porterà in Val Codera. Scavalcato un ultimo sperone di roccia, siamo al passo alle nove e venti. E' una depressione di una cinquantina di metri di lunghezza, situata fra la Sfinge e una cima quotata 2714 m. Siamo ai piedi della Sfinge e cerchiamo invano il passaggio: le pareti cadono a picco su Val d'Arnasca. Scendo da solo lungo le roccie a picco per cercare un passaggio. Guardo da tutte le parti: Dappertutto le stesse pareti verticali per parecchie centinaia di metri. Risalgo e consultiamo la carta. Il passo deve essere là, ma è impossibile trovarlo. Irritatissimi, scendiamo verso Val Masino, decisi a traversare le interminabili gande che si estendono verso il Passo dell'Oro (2526 m.). E' una traversata estenuante che bisogna fare saltando dimacigno in macigno. Finalmente ci avviciniamo a una depressione con tre bocchette in mezzo alla quale si eleva uno spuntone di roccia. Alle undici, siamo alla bocchetta di sud-ovest. Qui possiamo passare. Giù sotto di noi, verso la Val Codera, scende un ripido nevaio dove il ghiaccio affiora qua e là e, a destra, c'è una ganda con una traccia appena visibile di sentiero. In basso, in fondo, scorgiamo l'alpe dell'Averta e gli ultimi abeti di Brasciadega. Scendiamo un po' per gande, un po' per nevaio. Alla nostra destra, vediamo apparire i passi del Sabbione e di Sceroia e a mezzogiorno e un quarto, tocchiamo l'alpe dell'Averta. Un buon secchio di latte che ci viene offerto da due pastori, ci ristora e ci conforta delle gande senza fine. Raccontiamo ai pastori l'avventura del passo introvabile. - Non c'è da meravigliarsi, ci dicono; se non si sa esattamente dov'è, non si trova. E' una fenditura sotto la parete del Liss (essi chiamano così la cima di 2714 m. di cui ho parlato). Dal punto in cui voi eravate, non potevate vederla. Di là parte una cengia che taglia le pareti del Liss, poi si trova una bocchetta con un ripidissimo canale di neve, quindi una vedretta e da là si tocca l'alpe d'Arnasca. Da Brasciadega vedrete tutto il tragitto -.
A mezzogiorno e mezzo, lasciamo i nostri ospiti e un sentiero a me ben noto ci conduce a Brasciadega. Che cambiamento in alcuni anni. Il grande e splendido bosco di conifere è caduto sotto la scure del boscaiuolo. Nonrestano che pochi miseri alberi mezzi morti. Gli alpigiani vi guadagneranno probabilmente un pascolo. L'alpinista e l'artista hanno perduto uno dei punti più artistici delle nostre Alpi. Anche la valle d'Arnasca, che si apre sulla sinistra, colle sue tre grandi cascati, chiusa in fondo dalle parete a picco del Liss e del Ligoncio, non sembra più sì bella come quando lo si intravedeva fra le conifere del bosco di Brasciadega. Appena abbiamo gettato uno sguardo nella valle di Arnasca, troviamo il passo del Ligoncio. Dal piano di Brasciadega si scorge splendidamente ed è assolutamente come i due alpigiani ce l'hanno descritto. Noi eravamo all'estremità sud-ovest, il passo è all'estremità nord-est della depressione. Era impossibile trovarlo! Raggiungiamo le case di Brasciadega, dietro le quali sta ancora un ultimo bosco di larici, e per un sentiero bruciato dal sole e tutto pietre, raggiungiamo Codera alle quattro e venti. Passato il piccolo e triste cimitero, cominciamo le discese e le salite per l'interminabile sentiero, finchè una fresca brezza ci annuncia che la valle si apre: il Legnone appare e giù in basso le acque azzurre del lago di Como che contrastano con quelle verdi del lago di Mezzola. Di là il sentiero scende sempre eraggiungiamo Novate alle cinque e venti di sera.
21 agosto. Dal 18 non ho avuto altra idea che fare ilpasso del Ligoncio da Val Codera. Oggi mi decido. Prendo a Sondrio il treno delle dieci e cinquanta del mattino e all'una e quindici pomeridiane, sono sul sentiero che sale da Novate a Codera. Il sole è infuocato; fortunatamente, la brezza del lago rende meno penosa la salita.
L'ostessa di Codera mi offre un buon bicchiere di vino freschissimo che non sarebbe certo rifiutato anche dai più fanatici astinenti e che, invece di tagliarmi le gambe, come essi sostengono a torto, me le rimette a nuovo. La brava donna ricorda ancora il mio passaggio a Codera alcuni anni orsono, quando ritornavo dal Badile e dal Cengalo pel passo di Sceroia. Essa conosce un buon numero di alpinisti miei amici, che hanno pure transitato per Val Codera. Sgraziatamente, l'ostessa è sotto l'impressione di una catastrofe capitata non a degli alpinisti, ma ad un certo bariletto di vino spedito da Novate lungo il filo metallico e che, dopo aver un po' danzato in vista dell'osteria è andato a fracassarsi in fondo alla Val Codera. E dire che era vino di prima qualità.
Lascio la brava donna piangere il vino e il barile perduti e, alle tre parto per Brasciadega, dove giungo alle quattro e un quarto di sera. Nella specie di osteria che mi hanno indicato, non c'è modo di trovare da dormire. Mi rivolgo alla cortesia dei doganieri che mi accolgono con grandissima cordialità e mettono la loro casa e le loro provviste a mia completa disposizione. Sentendo che voglio fare il passo del Ligoncio, mi sconsigliano, perchè, pochi giorni prima, due dei loro colleghi hanno rischiato di ammazzarsi nel canaletto di ghiaccio. La cosa non mi stupisce, perchè il passo, senza picozza, non deve potersi varcare. Passo una bella serata sul balcone della caserma e un'eccellente notte nel letto che il buon brigadiere ha voluto assolutamente cedermi.
22 agosto. Nell'oscurità, con un cielo azzurro cupo sparso di stelle, risalgo alle quattro e mezzo del mattino la valle di Codera. Nel bosco, appena appena trovo il sentiero e il primo incontro che faccio è quello di un maiale che mi arriva fra le gambe grugnendo. Più lontano, trovo la padrona che scende dall'alpe e mi augura buon giorno e buon viaggio. Sono così invaso dal desiderio di fare il passo, che divoro il cammino. Al di là dell'Arnasca, non trovo più sentiero. Taglio nelle gande. Una piodessa mi attraversa il cammino. L'attraverso di sbieco. Trovo nuove roccie e nuove piodesse, ma alla fine, sono al di sopra dei pascoli di Arnasca. Lo sfondo della valle appare in tutta la sua imponenza: una parete a picco di parecchie centinaia di metri di altezza, su cui si rizzano le punte del Liss e del Ligoncio e sotto la quale biancheggiano le vedrette.
Nella pallida luce del mattino, quel paesaggio è pieno di tristezza. C'è un immenso silenzio; son già tutti discesi dai pascoli. Che sono io là in quello spazio immenso, davanti a quelle gigantesche pareti a picco che sembrano sfidarmi? Se avessero occhi, quelle pareti mi vedrebbero come un puntino insignificante, perduto in mezzo alla valle. Là davanti al Liss c'è una specie di spuntone di roccia, e fra i due una stretta bocchetta alla quale risale un canalino ertissimo di neve e di ghiaccio. Attraverso gande raggiungo una vedretta in leggera pendenza che posso rimontare, senza scalinarla, fino ai piedi del canalino. Questo è così erto e riempito di neve tanto dura e in alcuni punti di ghiaccio che affiora, che debbo cominciare a scalinare. Più taglio gradini e più debbo tagliarne. Salgo lentamente, ma sicuro. Butto uno sguardo indietro. Sotto di me, la neve sembra scendere a picco e finire là contro uno sperone di roccia che s'incunea nella vedretta. Sarebbe una bella scivolata alla morte. Ho tagliato circa cinquecento gradini, quando raggiungo la bocchetta alle otto antimeridiane. Alla mia destra, le roccie scendono a picco in valle di Arnasca; alla mia sinistra si elevano le liscie pareti del Liss. Su di queste si distacca una stretta cengia che sale obliquamente verso la cresta fra la Sfinge ed il Liss. Lassù, finisce in una stretta spaccatura: il passo del Ligoncio. Esso si presenta come uno dei passi i più interessanti ch'io conosca.
La cengia si percorre facilmente; basta non soffrire di vertigini. In alcuni punti, bisogna inchinarsi per passare sotto le roccie che strapiombano. Alle otto e venti, sono nella fenditura, tra le pareti del Liss e uno sperone roccioso, fenditura impossibile a vedersi stando sotto la Sfinge. Dal passo, si gode una vista splendida che va dalle Alpi orobie alle cime dell'Oberland. Compio la discesa sulla casera del Ligoncio e i Bagni di Masino e raggiungo Sondrio alle cinque e quarantacinque di sera.”


Passo Ligoncio e pizzo Ligoncio

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APPROFONDIMENTO: SAS CARLASC' E SANTO GRAAL

Il Sas Carlasc’ è un po’ come l’ombelico non solo della Valle Arnasca, ma dell’intera Val Codera, il suo baricentro, il luogo più di ogni altro impregnato di suggestione e mistero. Tale lo rendono la posizione, la visibilità, la regolarità delle forme. Più lo si guarda, dalla piana del rifugio Brasca, più ci si convince che sia così. Ed a questo masso è legato un mistero, anzi, il mistero dei misteri. Per capirlo, però, bisogna prenderla un po’ alla larga, per cui il lettore si armi di pazienza, nella speranza che alla fine sia ripagata.
Atto primo, terra di Palestina. Nostro Signore Gesù Cristo, nell’ultima Cena, invita di discepoli a bere il suo sangue dal calice della salvezza. Quello stesso calice nel quale, secondo una celeberrima leggenda, vennero raccolte, da Giuseppe di Arimatea, alcune gocce di sangue stillate dal costato di Cristo dopo la deposizione dalla croce.
Atto secondo. Uno dei più celebri miti, forse il più importante nella cultura cristiana dall’età medievale all’Ottocento, è quello del Santo Graal. La sua origine e l’oggetto cui è legato sono avvolti nel mistero. Graal da “gradalis”, voce del latino medievale che significa “vaso” o “piatto”, o dalla voce persiana  Grhal, “pietra”? Si tratta di oggetto vero e proprio, qualcosa legato al contenere, al raccogliere, o di realtà mistica? Di fatto, due interpretazioni si impongono dall’età medievale, quella, più celebre, che identifica il Graal nella coppa in cui fu raccolto il sangue di Cristo e quella che lo identifica in una pietra. In ogni caso, il Graal diventa l’oggetto più cercato nella storia, per i poteri eccezionali di cui lo si crede portatore (salute, prosperità, potere).
Atto terzo. Nel 1798 don Martino della Pietra, curato di Cola, in Val Codera, scopre un calice a tazza (scyphos) in pietra ollare lavorata a tornio.
Atto quarto. Oltre un secolo dopo, nel 1900, lo storico Pietro Bozzetti si vede consegnare da un abitante di San Giorgio di Cola il calice rinvenuto da don Martino, e ne dà comunicazione in “La Rezia chiavennasca nelle epoche preromane, romane, barbariche” (Como, Tipografia della Divina Provvidenza, 1909, pg. 42), scrivendo: “Il piedistallo, di forma conica, misura centimetri cinque di larghezza alla base e cinque pure d’altezza: su di esso si svolge la tazza propriamente detta, slabbrata nella parte superiore, alta altri centimetri cinque Nessuna decorazione e totale semplicità, congiunta nondimeno a graziosa armonia di proporzioni.” Aggiunge di essere ben lieto di donare questo prezioso reperto ad un museo cittadino, se e quando ne verrà a Chiavenna istituito uno. Nell’attesa, lo deposita presso la Biblioteca Laurenziana di Chiavenna.
Atto quinto. Nel 1939 nasce a Milano, da famiglia di origine lariana, Giovanni Galli. Trascorre la sua giovinezza sulle rive del Lario, ma frequenta anche la Val Codera, da lui stesso definita “valle magica che tante volte ha risalito nella sua giovinezza”. Sicuramente avrà potuto più volte contemplare, da distante e da vicino, il Sas Carlasc’, e forse l’avrà avvertito come magia nella magia.
Atto sesto. Giovanni Galli percorre gli impervi sentieri della scrittura. Conosce molto bene la storia lariana ed in particolare quella dell’Isola Comacina, dove, al tempo dell’invasione longobarda dell’Italia (sec. VI d. C.) i Bizantini, al comando del generale Francione, resistettero sei mesi, prima di consegnarsi ai nuovi dominatori. Un passo dello storico Paolo Diacono lo colpisce particolarmente: “Dopo sei mesi di assedio Francione consegnò l’isola ai Longobardi… Nell’isola furono trovate molte ricchezze, custodite lì per conto di diverse città.” Conosce bene anche le intense relazioni fra ambiente lariano e bassa Valchiavenna. Conosce, infine, la storia del ritrovamento del calice a Cola, intuendo che sussiste la possibilità, per quanto remota, che vi sia un nesso fra questo misterioso oggetto (di cui afferma non esservi più traccia) e gli altrettanto misteriosi tesori custoditi da Francione per conto di diverse città”. E sono proprio le possibilità più remote a scatenare il lavoro tumultuoso dell’immaginazione.
Atto settimo. Nel 1996 esce, per i tipi dell’editrice Actac di Como, il romanzo storico “L’isola. L’enigmatica storia del Santo Graal sul Lario.” Autore, Giovanni Galli.
A questo punto abbiamo tutti gli elementi per comprenderne la trama. Tornando all’atto primo ed a Giuseppe di Arimatea, dobbiamo sapere che questi, così almeno vuole la leggenda, porta il Sacro Calice con il sangue di Cristo in Britannia, dove verrà custodito nella chiesa di Aquae Salis. Diversi secoli dopo, nel 584, il sacerdote Agrippino, di fronte all’offensiva dei pagani Angli e Sassoni, decide di riportare il Graal a Roma, per consegnarlo al Papa.. Scende dalla Val Chiavenna ma, giunto al Lario, apprende dell’offensiva longobarda iniziata nel 569 e, per impedire che cada nelle mani dei barbari, si ferma sulle rive lariane, che ancora resistono. Le sorti del Graal seguono quindi le vicende dei Bizantini e del loro generale Francione, il quale, di fronte all’offensiva finale dei Longobardi, decide di asserragliarsi all’Isola Comacina. I Bizantini sono posti sotto assedio ed attribuiscono proprio al Graal l’eccezionale capacità di resistenza di fronte a forze preponderanti. Ma il momento della capitolazione è prossimo, e nel 589 il Sacro Calice viene segretamente portato a Piona, dove resta fino al 603, venerato in una cappella eretta ad hoc. Dopo la resa di Francione la notizia della preziosissima reliquia si diffonde. Teodolinda, nuova regina longobarda e cristiana, la vuole a Monza ed Agrippino, per compiacerla, nella speranza di diventare Vescovo di Como, acconsente. Ma a Piona non ne vogliono sapere e il suddiacono Còdero, uno dei custodi del Graal, decide di portarlo via per sottrarlo ai Longobardi. Raggiunta la Riva di Chiavenna, alla sommità del lago, decide di nasconderlo nell’impervia valle le cui impressionanti muraglie appaiono davanti ai suoi occhi. Sale a San Giovanni di Cola, vi resta qualche giorno ospite della gente del paesino, finché, appreso che i Longobardi sono sulle sue tracce, decide di addentrarsi da solo all’interno della valle, per trovare un luogo nel quale il Graal possa rimanere nascosto in attesa di tempi migliori. Molto bella è la descrizione della risalita della valle agli inizi di novembre, operata seguendo il percorso che scavalca due valloni minori, quello di Revelaso e quello della Val Ladrogno, ed il fondo della valle principale. Lasciamo a Giovanni Galli la parola: 
“La mattina successiva si svegliò di buon'ora; il paese sotto di lui si rianimava lentamente, il fumo usciva dai comignoli e si vedeva in giro qualche valligiano, ma di Longobardi nemmeno l'ombra. … Quindi si avviò nel bosco verso il fiume, ancora una volta in discesa. "Diavolo! - pensò - è ben strana questa valle! Di solito nelle valli si va in salita. …" Còdero scese nel bosco evitando i numerosi salti di roccia che incontrava lungo il percorso. Attraversò un fiumiciattolo, poi dovette di nuovo risalire per arrivare sul bordo di una forra nella quale scorreva il fiume; la discese con cautela e si fermò a riposare mentre cercava il passaggio più sicuro per attraversarlo. Il fiume scorreva impetuoso malgrado la stagione in un caos di massi e di pietre infide; ma non pareva un ostacolo invalicabile. Il valligiano gli aveva detto che secondo lui non conveniva costeggiare il letto del fiume lungo il quale avrebbe sicuramente incontrato cascate e altri passi difficili; era meglio risalire sull'altra riva fino al termine del bosco per poi proseguire tenendosi alto. Còdero si avviò quindi su per la costa ripida fino a quando si trovò di fronte un salto di roccia insuperabile.
Era ora di cominciare a risalire la valle, pensò; sopra di lui si ergevano infatti monti alti e scoscesi attraverso i quali nessuno sarebbe riuscito a passare. Si incamminò quindi nel bosco restando alto sul fiume ma seguendone il percorso. Ben presto superò la costa della montagna che da Cola nascondeva alla vista l'alta valle, ma questa volta fu il paese a scomparire dalla sua vista. Còdero si sentì improvvisamente solo, avvolto da una solitudine che mai aveva provato in passato sul lago dove aveva vissuto fino ad allora. Lo scrosciare delle acque del fiume rompeva un silenzio altrimenti assoluto, la natura intorno appariva immobile, con le enormi masse di roccia grigia che si alzavano da ogni lato… A poco a poco la valle prese un aspetto più normale, con il fiume in mezzo, i declivi dolci sui quali i castagni cedevano lentamente il passo alle betulle, ai pini e ai larici, vallette laterali solcate da torrenti più o meno impetuosi.
Còdero continuò a salire tenendosi ora più vicino al fiume; il sole che lo aveva ormai raggiunto fugò dal suo cuore  l'ombra della paura; insieme al sole si levò anche un vento leggero che faceva volare via dai rami le foglie morte dei castagni e delle betulle, mentre gli aghi dei larici volteggiavano come pagliuzze dorate nel cielo.
Ancora non si capiva dove andasse a finire la valle che saliva a zig-zag così che l'una o l'altra costa della montagna ne coprivano sempre il fondo, ma certo gli alti monti d'intorno lasciavano poche speranze di trovare un passaggio, erti e dirupati com’erano.
Camminò a lungo prima di arrivare a un ripiano nel quale il fiume pareva voler fare una pausa nel suo corso precipite, nella sua ansia di unirsi alle acque del lago; qui esso scorreva placido tra due sponde prative sulle quali al suo arrivo fuggirono via spaventati due camosci venuti ad abbeverarsi.
Il luogo era piacevole, quasi un'oasi in mezzo alle pietraie e ai boschi traversati finora; Còdero si sistemò vicino al fiume e, mentre sbocconcellava il formaggio che aveva portato con sé, considerò la situazione e le possibili vie d'uscita…
Mentre mangiava lasciò vagare distrattamente lo sguardo sulla corona di cime che lo circondava e notò, alto sulla valle, un enorme cubo di roccia posto proprio al termine di una ripida costa oltre la quale pareva stendersi una conca, invisibile dal basso. Il masso, probabilmente staccatosi dalla parete retrostante, appariva ben squadrato come se uno scalpellino sovrumano l'avesse cavato dalla roccia e appoggiato lì in bella vista in attesa di trasportarlo a valle. Era isolato e inconfondibile, facile da riconoscere solo che si fosse arrivati fino al prato dove ora si trovava. Più lo guardava, più Còdero si convinceva che quello era il luogo ideale per nascondere il Sacro Calice senza proseguire oltre. Ma si poteva arrivare fin lassù? Sì, si poteva arrivare, anche se la salita richiese più di tre ore durante le quali più di una volta Còdero dovette cambiare itinerario di fronte ai numerosi salti di roccia che bloccavano il passaggio.
Alla fine comunque arrivò sul bordo della conca, non lontano dal cubo di pietra che visto da vicino appariva veramente imponente… La conca sul cui bordo si trovava era … coperta da un magro prato che andava a morire ai piedi delle rocce dalle quali, chissà quanto tempo prima, era precipitato il grande cubo, rimasto miracolosamente ritto sul bordo del precipizio, come se una mano superiore l'avesse fermato prima che precipitasse a valle; a Còdero venne spontaneo pensare che sicuramente Qualcuno l'aveva messo lì per indicargli il luogo dove nascondere il Sacro Calice.”
La vicenda volge all’epilogo. Còdero nasconde l’urna con il Calice sotto un cumulo di massi, ponendone uno in posizione verticale per segnalare il luogo, poi torna a San Giorgio, dove lo attendono due soldati Bizantini che lo arrestano. Condotto da Agrippino, scopre che il papa stesso, Gregorio I Magno, intende avallare la volontà di Teodolinda, regina convertita. Di fronte all’ordine papale, Codero si dispone di buon grado, la successiva primavera, a tornare sui suoi passi in quella che ormai viene chiamata la valle di Còdero (futura Val Codera), per disseppellire il Calice. Si rimette, quindi, in cammino, con Agrippino ed una scorta, risale la valle e si riporta faticosamente al Sas Carlasc'. Una sorpresa, però, lo attende: lo scenario è profondamente mutato, al posto dei pascoli è tutta una distesa di massi, franati da una delle pareti che chiudono la valle a sud. Impossibile tirovare il punto in cui il Santo Graal è stato seppellito. La valle delle grandi acque lo vuole per sé. Ed è ancora lì, forse, vegliato dal Sas Carlasc', che ne sorveglia gelosamente il segreto.

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TERZO GIORNO (VARIANTE A): DAL RIFUGIO OMIO AL BIVACCO CASORATE SEMPIONE

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo della Vedretta Meridionale-Bocchetta di Spassato-La Porta-Biv. Casorate-Sempione
8-9 h
950
EE
SINTESI. Pochi metri a sinistra (per chi guarda a monte) del rifugio Omio (m. 2100) i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che invece comincia subito a salire alla sua destra. Dopo poche decine di metri siamo al bivio segnalato nel quale i due rami del sentiero attrezzato si dividono: il primo (settentrionale, destra) sale con più decisione, mentre il secondo (meridionale, diritto) guadagna quota più gradualmente, valicando un dosso erboso ed alcuni torrentelli. Proseguiamo fiancheggiando il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso, per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni, con andamento complessivo sud-ovest. Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone. Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio, con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi, e ad un nuovo bivio ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione a destra per salire al pizzo Ligoncio. Proseguendo diritti ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il suo profilo di larga V con alla destra una U più piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla Val dei Ratti. Ci troviamo ora davanti a tre nevai più grandi, oltre a qualcun altro più piccolo. Il primo lo lasciamo alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del passo della Vedretta meridionale sono ben presto raggiunti. La discesa sfrutta una cengia esposta sulla sinistra (corde fisse alle quali assicurarsi soprattutto in un passaggio un po' delicati). In breve tocchimo l'alto circo della Valle dei Ratti. I segnavia dettano la discesa al rifugio Volta, seguendo un percorso che si districa fra pietrame e blocchi nella parte superiore, qualche lastrone e strisce di pascolo più in basso. Seguendoli, poco sopra il rifugio intercettiamo i segnavia del percorso che scende da destra dalla bocchetta di Spassato. Per guadagnare quasi un’ora, però, se abbiamo sufficiente occhio ed esperienza possiamo restare più alti e traversare il circo alto della valle da est ad ovest, intercettando più in alto il percorso segnalato bocchetta di Spassato-rifugio Volta. In questo caso superato il tratto attrezzato ai piedi del passo della Vedretta meridionale seguiamo i segnavia perdendo un centinaio di metri di quota e, appena pietrame e blocchi si fanno meno difficoltosi, li lasciamo piegando a destra e procedendo verso ovest senza perdere ulteriore quota. Ben presto incontriamo una fascia di lastroni di granito, poco inclinati, ma molto insidiosi se bagnati o coperti di neve e ghiaccio. In condizioni ottimali possiamo procedere con cautela fin verso il centro della valle, dove, sempre con attenzione, attraversiamo un avvallamento. Sul lato opposto procediamo salendo appena, sempre fra lastroni non difficili ma neppure banali. Alla fine della traversata intercettiamo il percorso segnalato che sale alla bocchetta di Spassato. Si tratta dell’unico valico percorribile da escursionisti fra Valle dei Ratti e Val Codera. Lo si individua dal rifugio Volta guardando verso la testata della valle, leggermente a sinistra rispetto al centro. Vi si riconosce un doppio intaglio dalla forma approssimativa di una “W”. Alla sua sinistra si alza un picco, la punta Bonazzola. Appena a sinistra di questa cima si intravvede un canalone che ne solca il versante occidentale e che culmina, appunto, alla sella della bocchetta di Spassato, che si indovina appena. Procediamo dunque verso nord, raggiugendo l’imbocco del canalone che sale alla bocchetta. Seguendo i segnavia restiamo sul suo lato di sinistra, procedendo con attenzione per evitare di far cadere sassi mobili. La pendenza è abbastanza accentuata, ma non eccessiva. Alla fine raggiungiamo la coppia di gendarmi che presidia la sella di pietrame della bocchetta di Spassato, a quota 2820, serrata fra le ripide pareti della punta Bonazzola, a destra (m. 2895), e delle cime di Gaiazzo o della Porta, a sinistra (m. 2920). La bocchetta è conosciuta in Val Codera come “La Porta” (termine che però viene riferito anche ad un piccolo valico più in basso). Davanti a noi si apre lo scenario selvaggio ed ombroso della valle d’Arnasca (o Valle Spassato), verso la quale scende un ripido e pericoloso versante di sfasciumi, nevaietti e ghiaccio. Ora dobbiamo prendere a sinistra e traversare, in leggera discesa, verso ovest, restando a ridosso della parete rocciosa alla nostra sinistra. In presenza di neve ghiacciata questo passaggio può diventare delicato, per cui utilissimi si rivelano ramponi e piccozza. Dopo una breve discesa ci infialiamo in un corridoio di pietrame che in breve ci porta al punto di confluenza di Val Ladrogno e Valle d’Arnasca. Scendendo diritti raggiungiamo una singolare crestina, al punto terminale della costiera che separa le due valli, chiamato anch’esso “La Porta” (m. 2750). Ai piedi della crestina un’indicazione chiara non lascia dubbi; la freccia di sinistra è accompagnata dalla sigla “CS”, che sta per Casorate-Sempione. La freccia di destra, invece, è accompagnata dall’indicazione Biv. Valli. Andiamo a sinistra (ovest), imboccando un largo canalone di pietrame che seguiremo nella lunga discesa al bivacco Casorate-Sempione. Anche a stagione inoltrata nella parte alta troveremo neve: prestiamo attenzione in caso di neve gelata, anche se non ci sono punti esposti e la pendenza, nel primo tratto della discesa, non è eccessiva. Scendiamo, dunque, verso nord-ovest, stando più o meno al centro del canalone. Superata una strozzatura, procediamo diritti fino ad una conca, attraversata la quale pieghiamo leggermente a sinistra. Superato un gradino, passiamo a sinistra di una crestina e ci allontaniamo dal centro del canalone, che qui scende più ripido. La debole traccia ci porta a ridosso della parete rocciosa alla nostra destra, poi inizia una discesa ripida che ci porta gradualmente di nuovo verso il centro del vallone. Incontriamo i primi pascoli e vediamo più in basso, leggermente a sinistra, lo scatolone rosso del bivacco Casorate-Sempione. Procedendo fra macereti e pietrame, ci portiamo al centro del vallone, superiamo da destra a sinistra il torrentello che vi scorre e sul lato opposto, dopo una breve salita, giungiamo a ridosso del bivacco, al quale ci porta un’ultima breve discesa.


Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro

La terza tappa dell'anello del pizzo Ligoncio sfrutta nella prima parte il sentiero attrezzato Dario di Paolo sud.
Il sentiero Dario di Paolo, attrezzato dal CAI di Como e dedicato alla memoria di Dario Di Paolo, è infatti costituito da due rami: il primo congiunge il rifugio Omio al rifugio Brasca attraverso il passo Ligoncio, mentre il secondo congiunge il rifugio Omio al rifugio Volta attraverso il passo della Vedretta meridionale.
Entrambi iniziano, dunque (o terminano, a seconda del senso in cui li si percorre) alla capanna Omio (m. 2100). Pochi metri alla sua sinistra, infatti, i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che invece comincia subito a salire alla sua destra.
Dopo poche decine di metri i due rami del sentiero attrezzato si dividono: il primo (asettentrionale, destra) sale con più decisione, mentre il secondo (meridionale, diritto) guadagna quota più gradualmente, valicando un dosso erboso ed alcuni torrentelli, denominati àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt. Proseguiamo fiancheggiando il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso, per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni, con andamento complessivo sud-ovest.
Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone. Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio, con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi, ed ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione a destra per salire al pizzo Ligoncio. Durante questa parte della salita non possiamo mancare di ammirare il profilo sempre diverso offerto dalla Punta della Sfinge ed il poderoso bastione di granito sul quale essa si erge. La punta ed il bastione sono mete classiche per gli scalatori, per cui non ci dovremo stupire se sentiremo le loro voci sulla parete. Il pizzo Ligoncio appare invece molto meno affascinante, con la sua mole tozza e la sua cima defilata.
Ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il suo profilo di larga V con alla destra una U più piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla Val dei Ratti.
Ci troviamo ora davanti tre nevai più grandi, oltre a qualcun altro più piccolo. Il primo lo lasciamo alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del passo della Vedretta meridionale sono ben presto raggiunti.
Possiamo finalmente vedere il versante opposto, e si apre davanti ai nostri occhi tutto il versante centro-occidentale dell'alta Val dei Ratti, ma anche buona parte della media valle. Alle nostre spalle lasciamo un panorama superbo: abbiamo davanti agli occhi l'intero arco delle celeberrime vette del gruppo Masino-Disgrazia, dai Pizzi dell'Oro ai Corni Bruciati.


Il gruppo del Masino visto dal passo della Vedretta meridionale (clicca qui per ingrandire)

Sotto di noi, infine, si dispiega il pianoro terminale dell'alta val dei Ratti, ed è uno spettacolo sorprendente: uno spazio enorme disseminato caoticamente di massi grandi e piccoli. Basta scendere di poche decine di metri per raggiungerlo, ma, amara sorpresa, la discesa su cengia esposta alla nostra sinistra non è affatto semplice. Ci troviamo infatti subito di fronte ad un passaggio molto delicato, perchè dobbiamo superare una roccia esposta, che ci offre come appiglio uno stretto corridoio, ed un saltino che ci permette di posare i piedi sulla roccia sottostante. Ci sono le corde fisse, che assistono l'intera discesa, ma questo breve passaggio richiede assolutamente che ci assicuriamo alle corde con moschettoni e cordino. Se non disponiamo di questo equipaggiamento o della necessaria preparazione, rinunciamo alla discesa, e consideriamo la salita al passo come un'occasione rara per godere di uno spettacolo panoramico superbo, offerto da uno degli osservatori più suggestivi sul gruppo del Masino-Disgrazia.
Ma, già che ci siamo, le raccomandazioni non finiscono qui: anche la salita può riservare insidie; il terreno erboso, per esempio, cela spesso buchi inattesi, e finirci dentro ci può provocare infortuni anche seri; i sassi non sempre sono immobili come pensiamo, per cui evitiamo di farci gravare sopra l'intero peso del corpo senza previa verifica.
Poniamo comunque di essere al circo terminale dell'alta Val dei Ratti, che presenta un aspetto lunare, costellato da pietrame, blocchi e lastroni.
Toccata la parte terminale dell’alto circo della Valle dei Ratti, dobbiamo scegliere fra due possibili varianti dell’anello.
Una più tranquilla, ma anche un po’ più lunga, prevede la discesa al rifugio Volta e di qui al bivacco Primalpia, punto di appoggio per il pernottamento. Il giorno successivo dal bivacco Primalpia si scende a Frasnedo (dove si trova il rifugio Frasnedo, altro possibile punto di appoggio), la salita alla Forcella di Frasnedo e la conclusiva discesa a San Giorgio di Cola ed a Novate Mezzola.
Un po’ più avventurosa la seconda possibilità, che prevede la traversata al passo gemello della bocchetta di Spassato, la discesa in Val Ladrogno al bivacco Casorate-Sempione, punto di appoggio per il pernottamento. Il giorno successivo si prosegue la discesa lungo la medesima valle, si raggiunge Codera e di qui si ridiscende a Novate Mezzola. Vediamo questa seconda possibilità.
I segnavia dettano la discesa al rifugio Volta, seguendo un percorso che si districa fra pietrame e blocchi nella parte superiore, qualche lastrone e strisce di pascolo più in basso. Seguendoli, poco sopra il rifugio intercettiamo i segnavia del percorso che scende da destra dalla bocchetta di Spassato.


Apri qui una fotomappa della traversata dal passo della Vedretta meridionale alla bocchetta di Spassato

Per guadagnare quasi un’ora, però, se abbiamo sufficiente occhio ed esperienza possiamo restare più alti e traversare il circo alto della valle da est ad ovest, intercettando più in alto il percorso segnalato bocchetta di Spassato-rifugio Volta. In questo caso superato il tratto attrezzato ai piedi del passo della Vedretta meridionale seguiamo i segnavia perdendo un centinaio di metri di quota e, appena pietrame e blocchi si fanno meno difficoltosi, li lasciamo piegando a destra e procedendo verso ovest senza perdere ulteriore quota. Ben presto incontriamo una fascia di lastroni di granito, poco inclinati, ma molto insidiosi se bagnati o coperti di neve e ghiaccio. In condizioni ottimali possiamo procedere con cautela fin verso il centro della valle, dove, sempre con attenzione, attraversiamo un avvallamento. Sul lato opposto procediamo salendo appena, sempre fra lastroni non difficili ma neppure banali.
Alla fine della traversata intercettiamo il percorso segnalato che sale alla bocchetta di Spassato. Si tratta dell’unico valico percorribile da escursionisti fra Valle dei Ratti e Val Codera. Lo si individua dal rifugio Volta guardando verso la testata della valle, leggermente a sinistra rispetto al centro. Vi si riconosce un doppio intaglio dalla forma approssimativa di una “W”. Alla sua sinistra si alza un picco, la punta Bonazzola. Appena a sinistra di questa cima si intravvede un canalone che ne solca il versante occidentale e che culmina, appunto, alla sella della bocchetta di Spassato, che si indovina appena.


Apri qui una fotomappa della salita dal rifugio Volta alla bocchetta di Spassato

Procediamo dunque verso nord, raggiugendo l’imbocco del canalone che sale alla bocchetta. Seguendo i segnavia restiamo sul suo lato di sinistra, procedendo con attenzione per evitare di far cadere sassi mobili. La pendenza è abbastanza accentuata, ma non eccessiva. Alla fine raggiungiamo la coppia di gendarmi che presidia la sella di pietrame della bocchetta di Spassato, a quota 2820, serrata fra le ripide pareti della punta Bonazzola, a destra (m. 2895), e delle cime di Gaiazzo o della Porta, a sinistra (m. 2920). La bocchetta è conosciuta in Val Codera come “La Porta” (termine che però viene riferito anche ad un piccolo valico più in basso).


Salita alla bocchetta di Spassato

Salita alla bocchetta di Spassato

Davanti a noi si apre lo scenario selvaggio ed ombroso della valle d’Arnasca (o Valle Spassato), verso la quale scende un ripido e pericoloso versante di sfasciumi, nevaietti e ghiaccio. Riconosciamo parte del percorso della seconda giornata, dal bivacco Valli al passo Ligoncio. Alle spalle della valle, a nord, appare un bello scorcio della testata della Val Porcellizzo, con i pizzi Badile e Cengalo.


Gruppo del Masino visto dalla bocchetta di Spassato

Ora dobbiamo prendere a sinistra e traversare, in leggera discesa, verso ovest, restando a ridosso della parete rocciosa alla nostra sinistra. In presenza di neve ghiacciata questo passaggio può diventare delicato, per cui utilissimi si rivelano ramponi e piccozza. Dopo una breve discesa ci infialiamo in un corridoio di pietrame che in breve ci porta al punto di confluenza di Val Ladrogno e Valle d’Arnasca. Scendendo diritti raggiungiamo una singolare crestina, al punto terminale della costiera che separa le due valli, chiamato anch’esso “La Porta” (m. 2750).


Dalla Porta alla Bocchetta di Spassato

Ai piedi della crestina un’indicazione chiara non lascia dubbi; la freccia di sinistra è accompagnata dalla sigla “CS”, che sta per Casorate-Sempione. La freccia di destra, invece, è accompagnata dall’indicazione Biv. Valli. La discesa a destra, infatti, porta al fondo della Valle d’Arnasca ed al bivacco Valli. È però una discesa molto insidiosa, attrezzata solo in alcuni passaggi, con cenge erbose esposte e non protette, quindi sconsigliabile.


Dalla Porta alla bocchetta di Spassato

Noi invece andiamo a sinistra (ovest), imboccando un largo canalone di pietrame che seguiremo nella lunga discesa al bivacco Casorate-Sempione. Anche a stagione inoltrata nella parte alta troveremo neve: prestiamo attenzione in caso di neve gelata, anche se non ci sono punti esposti e la pendenza, nel primo tratto della discesa, non è eccessiva. Scendiamo, dunque, verso nord-ovest, stando più o meno al centro del canalone. Superata una strozzatura, procediamo diritti fino ad una conca, attraversata la quale pieghiamo leggermente a sinistra. Superato un gradino, passiamo a sinistra di una crestina e ci allontaniamo dal centro del canalone, che qui scende più ripido.


La Porta

Traversata alla bocchetta di Spassato

La debole traccia ci porta a ridosso della parete rocciosa alla nostra destra, poi inizia una discesa ripida che ci porta gradualmente di nuovo verso il centro del vallone. Incontriamo i primi pascoli e vediamo più in basso, leggermente a sinistra, lo scatolone rosso del bivacco Casorate-Sempione. Procedendo fra macereti e pietrame, ci portiamo al centro del vallone, superiamo da destra a sinistra il torrentello che vi scorre e sul lato opposto, dopo una breve salita, giungiamo a ridosso del bivacco, al quale ci porta un’ultima breve discesa.


La parte terminale del vallone sotto La Porta

Il curioso masso incastrato presso La Porta

Il bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) si trova a ridosso di un grande masso erratico. Il panorama si apre, soprattutto a sud-ovest, sull’alto Lario, ma appaiono anche, ad ovest, le cime del versante occidentale della Valchiavenna. In primo piano il pizzo di Prata, o Pizzasc’, sul versante occidentale della Val Codera. Il bivacco, per iniziativa di Gino Buscaini e della sottosezione CAI Casorate Sempione, venne inaugurato il 23 settembre 1979, come struttura di appoggio alle ascensioni di uno dei più selvaggi nodi orografici, fra Val Codera e Val dei Ratti. Qui termina il terzo giorno dell'anello del pizzo Ligoncio.


Interno del bivacco

Bivacco Casorate-Sempione

Bivacco Casorate-Sempione



Apri qui una fotomappa della Val Ladrogno

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APPROFONDIMENTO: LEGGENDE DELLA VAL LADROGNO: GLI SPIRITI DELL'ALPE LADROGNO, IL "PENTI'" DEL GAIAZZO E L'APPRODO DI NOE'

Sulla Val Ladrogno sono fiorite alcune leggende, legate alla suggestione del nome, che, con facile ipotesi, si vorrebbe ricondurre a “ladro”. Ipotesi quasi sicuramene errata, ma l’immaginazione popolare non si cura delle sottigliezze etimologiche. Ecco allora due storie legate a furti ed inganni. L’inganno, innanzitutto, sarebbe quello operato da abitanti di Campo di Novate ai danni di quelli di Codera. La posta in gioco sarebbero stati gli alpeggi di Ladrogno, un tempo assai più ampi di quanto oggi appaia (la fascia di prati era assai più estesa e comprendeva baite poste a diversa altezza), acquisiti dai primi con mezzi non del tutto leciti, a danno dei secondi. Il sentire umano e la giustizia divina sono però assai severi con coloro che operano con mezzi illeciti. Lo sdegno popolare creò il nome, “Ladrogno”, appunto, che significa “ruberia”. La punizione celeste popolò gli alpeggi di sinistre ed umbratili presenze, fantasmi, spiriti malevoli che turbavano le fatiche degli alpigiani e minacciavano l’integrità delle bestie.


Alpe Ladrogno

Verso l'alpe Ladrogno

Verso l'alpe Ladrogno

Una volta, si racconta, all’alpe Ladrogno era rimasta temporaneamente una sola ragazza. Nel silenzio della notte, il suo sonno, già leggero ed inquieto per quelle voci sentite fin da bambina sui fantasmi dell’alpe, fu bruscamente interrotto dal forte muggito delle mucche, che si mischiava ad un tumultuoso scampanio. Le ci volle un attimo ad affacciarsi alla finestra: le mucche erano il bene più prezioso, perderne anche solo una era danno importante. Vide l’intera mandria dirigersi come impazzita verso il sentée di Camusc’, stretto ed impervio. La paura degli spiriti la frenò solo per un attimo, ma subito fu vinta dal pensiero di quel che sarebbe accaduto. Realizzò in un istante che se non fosse riuscita a fermarle sarebbero tutte precipitate lungo i ripidi versanti della valle. Una disgrazia! Una catastrofe! Si precipitò fuori alla luce incerta della luna e si mise a correre inseguendo la mandria, guidata più dal suono che dalle malcerte ombre. Ma quel suono di campanacci sembrava impazzito: risuonava, taceva, tornava a risuonare in una diversa direzione, poi in una terza ancora. La ragazza correva, si fermava, tornava indietro, si rimetteva a correre, confusa, incerta e disperata. Si fermò piangendo per lo sconforto.
Tutto tacque. Non avrebbe saputo dire quanto tempo fosse passato, prima che si accorgesse di quel silenzio irreale. La tragedia si era consumata? Tutto era perso? Così, all’improvviso? Tornò sui suoi passi. Ogni tanto si arrestava, ma non sentiva altro che il suo respiro, ancora affannato, ed in gola il battere tumultuoso del cuore. Tornò ai prati. Uno sguardo alla luna, lontana e fredda testimone di quel mistero, poi la sorpresa: davanti alla stalla ombre indistinte. Bastò guardare con un po’ più di attenzione per riconoscere le mucche. Se ne stavano tranquille, ruminando, come se nulla fosse accaduto. E forse non era accaduto proprio nulla. La ragazza non capiva. Un sogno? Un’allucinazione? Solo a distanza di tempo comprese quel che era accaduto: gli spiriti dell’alpe non avrebbero più permesso a nessuno di poter vivere tranquillamente la sua vita d’alpeggio.


Alta Val Ladrogno

Una seconda leggenda ha come scenario Traona, al centro della Costiera dei Cech, non distante, in linea d’aria, dalla Val Ladrogno. Anche qui un furto, questa volta però finito tragicamente. Il ladro aveva infatti sorpreso su un sentiero a monte del paese un contadino che tornava alla sua baita dopo aver venduto i suoi formaggi alla fiera paesana. Lo aveva aggredito colpendolo con violenza e, senza neppure badare alle sue condizioni, gli aveva strappato la borsa con i soldi fuggendo via. Il pover’uomo era morto, ma il ladro non pensava già più a lui quando era tornato sull’uscio di casa. Stava per inserire la chiave nella toppa quando si accorse del sangue sulle sue mani. Entrato in casa, si lavò. Ma le mani erano ancora macchiate. Le strofinò con maggior forza, con sapone, spazzola, sabbia, senza risultato. Fu preso non da pentimento, ma da terrore: il sangue indelebile avrebbe tradito il suo crimine. Prese due sacchi di tela e se li avvolse attorno alle mani.
Quella notte non chiuse occhio. Il giorno dopo fu raggiunto dal clamore, dall’incredibile voce: un pover’uomo assassinato senza pietà! Decise così di lasciare il paese. Attese la notte, gettò nel fiume Adda il bottino e fuggì su per i monti, raggiunse il crinale della Costiera dei Cech, traversò in Val dei Ratti e di qui in Val Codera e cercò rifugio nella più nascosta fra le valli. La risalì, fino al solitario e selvaggio circo terminale. Qui scorse una grotta e la scelse come dimora. Soffriva per i morsi della fame ma ancor più per quelli della coscienza. La solitudine gli aveva permesso di rientrare in se stesso e di comprendere l’enormità del suo gesto. Assassino: quella parola risuonava insistente nella sua testa. Sei un assassino.


La Val Ladrogno

In questa penosa condizione rimase tre mesi, poi, quando la neve cominciò a ricoprire bacche e radici di cui si nutriva, capì che doveva tornare al paese. Con enorme fatica ritrovò i sentieri che lo condussero, nel cuore della notte, a monte di Traona. Le campane suonavano a distesa, la gente si affettava a raggiungere la chiesa di S. Alessandro. Era tornato proprio la notte di Natale. Fu colto da una specie di ispirazione. Non andò a casa, ma entrò in chiesa, nascondendo le mani, sempre avvolte nei sacchetti. Si celebrava la solenne messa di mezzanotte. Lo prese una forte commozione. Capì che quella parola che lo aveva torturato più del freddo e della fame non era una condanna senza appello. Dopo la messa chiese di essere confessato. Nei giorni seguenti vendette ogni cosa e fece in modo che la famiglia della sua vittima ricevesse tutto il ricavato. Poi percorse di nuovo, ma stavolta con animo ben più leggero, i sentieri che portano alla valle remota. Vi tornò e vi rimase come eremita. Pian piano la sua storia si diffuse. Per questo la valle remota fu chiamata “Ladrogno”, e la sua cima più alta, ai cui piedi l’eremita condusse una severa vita di penitenze, “Gaiazzo”, a memoria della gioia che non lo abbandonò più.
La storia potrebbe finire qui, ma così non è: qualche anno dopo l’eremita del Gaiazzo, ormai assai noto in bassa Valtellina con il nome di “pentì”, ridiscese al piano ed entrò per alcuni anni nel monastero di S. Pietro in Vallate, dove gli venne dato il nome di Fra’ Paolo di Traona. Ricevuta l’ordinazione sacerdotale, lasciò la comunità monastica per tornare a Traona e fondare un cenobio, cioè una piccola comunità di monaci che condividevano la vita di lavoro, preghiera e contemplazione, in una modesta abitazione presso la cappella di S. Nicolao. Intorno a padre Paolo, priore del cenobio di S. Nicolao, si raccolsero, infatti, alcuni giovani che desideravano seguire l’esempio della sua vita santa, scandita dall’aurea massima benedettina dell’ “ora et labora”. (cfr. di don Domenico Songini “Storie di Traona. Terra buona”, vol. II, Sondrio, 2004).


Il Sasso Manduino (visto dalla Foppaccia)

Una nota biblica conclusiva serve a riscattare la Val Ladrogno da quel legame con il furto che il suo nome reca con sé. Qui non si parla più di furti, ma di restituzioni. La restituzione della vita e della speranza, per l’umanità intera. Spostiamoci in alto, sul vertice sud-orientale della valle, presidiato dal famoso Sasso Manduino (m. 2888), massiccio ed ardito, soprattutto nella sua luminosa parete meridionale, ben nota a chi guarda in direzione nord dal Pian di Spagna. Ora, si racconta da secoli, fra i contadini di San Giorgio di Cola e di Cola, che ai tempi del diluvio universale, quando Valtellina e Valchiavenna erano interamente sommerse dalle acque da cui emergevano solo le cime più alte, giunse fin qui l'Arca di Noè. Il Patriarca, constatato che la pioggia era cessata ed il livello delle acque cominciava a scemare, scelse di ancorare la sua Arca proprio al poderoso fianco del Sasso Manduino. Vi infisse un anello, a cui la legò. Ebbene, i contadini giurano che l'anello sia ancora là, inaccessibile ormai, ma solidissima prova del singolare privilegio concesso dal Patriarca a questi luoghi.

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QUARTO GIORNO (VARIANTE A): DAL BIVACCO CASORATE-SEMPIONE A NOVATE MEZZOLA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Biv. Casorate-Sempione-Codera-Novate Mezzola
6 h
150 m
EE
SINTESI. Salutiamo il bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) scendendo dal lato opposto rispetto al vallone con il torrente Ladrogno (quello che abbiamo seguito nella giornata precedente scendendo dalla Porta.) Seguendo i segnavia fra ripide balze erbose e pochi massi, perdiamo quota su un dosso, piegando poi a destra e riportandoci al torrente Ladrogno, che superiamo da sinistra a destra. Dopo una breve risalita sul versante opposto (nord-occidentale) del vallone raggiungiamo un bivio segnalato: andando a destra ci si porta alla Forcola dei Pianei, che si affaccia sulla Val Salubiasca, per la quale si può scendere a Bresciadega, mentre andando a sinistra si scende all’alpe Ladrogno. Proseguiamo verso sinistra a più in basso attraversiamo di nuovo il torrente Ladrogno, questa volta da destra a sinistra. Scendiamo ora verso sud-ovest, più o meno al centro del Doss Bèl, il grande dosso al centro dell’alta Val Ladrogno. I larici si fanno sempre meno radi ed entriamo in un lariceto a quota 1800 metri circa, scendendo fra rododendri e lamponi e passando per un larice che si protende curiosamente verso il sentiero. Superata una sorgente a quota 1760 metri, usciamo dal bosco ai prati dell’alpe Ladrogno (m. 1700), con una baita ben tenuta, circondata da una staccionata in legno. Dalla parte bassa dei prati, sul lato sinistro, riprendiamo la discesa verso sud, su sentiero marcato, ma sempre assediato dalla vegetazione, superando un ramo del torrente Ladrogno. Pieghiamo poi a destra (ovest) e scendiamo a superare un nuovo ramo del torrente. Stiamo attraversando la Fascia di Ruèrs, cioè dei piccoli corsi d’acqua che però anche nei periodi più secchi raramente sono privi d’acqua. Superiamo così, sempre procedendo verso aud ed ovest, una bella cascata ed alcune placche levigate attraversate da un torrentello (attenzione!). La discesa ci porta al solco principale della val Duméniga, nella suggestiva cornice di molteplici rivoli che scendono da accigliati roccioni. La attraversiamo verso sinistra ed iniziamo a percorrere il lungo sentiero che taglia, in direzione ovest-sud-ovest, il fianco meridionale della media Val Ladrogno, restando alto rispetto al fondovalle. Dopo una coppia di tornantini, iniziamo la traversata, alternando brevi discese a tratti in piano e superando altre vallette laterali, in un fresco bosco di abeti e larici. Superati due marcati valloni, procediamo ancora quasi in piano nel cuore del bosco ed usciamo finalmente ai prati dell’alpe In Cima al Bosco (m. 1268), presidiato da una baita solitaria. Il sentiero, sempre ben marcato, prosegue, fra betulle ed alni, nella spedita discesa verso il solco principale della Val Codera. Scendendo verso nord-ovest passiamo per una panoramicissima radura, ai piedi di un roccione: da qui il colpo d’occhio sul lago di Novate Mezzola e sull’alto Lario fino a Menaggio è suggestivo. Poco più in basso usciamo ai prati delle baite di Mottala (m. 1125). Qui il sentiero piega a sinistra e rientra nel bosco, perdendo quota con diverse svolte ed andamento complessivo verso ovest-nord-ovest, fra betulle e rododendri. Ci raggiunge da sinistra il sentiero che traversa fin qui dal nucleo di Cola. Proseguiamo diritti ed in breve, a quota 920, tagliamo il tracciato in piano del celebre Tracciolino. Lo lasciamo subito e sul lato opposto proseguiamo la discesa verso ovest, in una selva di castagni, fino ad intercettare un sentiero che dal fondovalle sale verso il nucleo di Cii. Ignorate le indicazioni per Cii, alla nostra sinistra, lo seguiamo scendendo verso destra (nord) e raggiungendo quasi subito un ponte, sospeso sulla paurosa forra terminale della Val Ladrogno, caratterizzato da una cappelletta sul suo lato destro. Sul lato opposto della valle il sentiero prosegue scavato nella roccia e raggiunge un secondo ponte, sul torrente Codera, piccolo capolavoro d’ingegneria, sospeso su quaranta metri di vuoto. Attraversiamo così il fondo della Val Codera. Sul verdante opposto il sentiero sale con poche svolte ed in breve esce dalla selva di castagni alle baite di Codera (m. 850), terminando al sentiero principale che taglia il paese proseguendo verso la media Val Codera. Ci ritroviamo così al sentiero già percorso nella prima giornata dell’anello, e lo seguiamo verso sinistra, passando per il sagrato della chiesa di S. Giovanni Battista e lasciando alle spalle il nucleo di Codera. Ripercorriamo così la splendida mulattiera, che però ci riserva qualche scampolo di fatica con le antipatiche risalite nel tratto protetto da galleria paramassi. L’ultima salita ci porta al terrazzo panoramico di Avedée (m. 790). La mulattiera inizia ora l’ultima ed ininterrotta discesa, nel tratto elegantemente scalinato con blocchi di granito che termina al parcheggio di Mezzolpiano a Novate Mezzola.



Apri qui una fotomappa della Val Ladrogno

L’ultima giornata dell’anello del pizzo Ligoncio ci riporta dal bivacco Casorate-Sempione a Novate Mezzola. Si tratta di una lunga ed un po’ monotona discesa, che ha come scenario principale la misteriosa Val Ladrogno, una valle che ha i suoi ammiratori affezionatissimi, ma che è assai poco battuta perché è tagliata fuori dai principali circuiti escursionistici. Non ci sono difficoltà oggettive nella discesa, se non quella legata alla visibilità del sentiero, che in diversi punti si fa critica: la Val Ladrogno è una valle molto umida e ricca di acque, la vegetazione vi cresce rigogliosa e non si fa riguardo a minacciare ed invadere l’opera dell’uomo. Segnavia ed ometti vanno quindi curati con rande attenzione.


Bivacco Casorate-Sempione

Discesa dal bivacco

Discesa dal bivacco Casorate-Sempione

Salutiamo dunque il bivacco Casorate-Sempione (m. 2090) ed il grande e tozzo masso al quale sembra appoggiato, scendendo dal lato opposto rispetto al vallone con il torrente Ladrogno (quello che abbiamo seguito nella giornata precedente scendendo dalla Porta.) Seguendo i segnavia fra ripide balze erbose e pochi massi, perdiamo quota su un dosso, piegando poi a destra e riportandoci al torrente Ladrogno, che superiamo da sinistra a destra. Dopo una breve risalita sul versante opposto (nord-occidentale) del vallone raggiungiamo un bivio segnalato: andando a destra ci si porta alla Forcola dei Pianei, che si affaccia sulla Val Salubiasca, per la quale si può scendere a Bresciadega, mentre andando a sinistra si scende all’alpe Ladrogno. Proseguiamo verso sinistra a più in basso attraversiamo di nuovo il torrente Ladrogno, questa volta da destra a sinistra.
Scendiamo ora verso sud-ovest, più o meno al centro del Doss Bèl, il grande dosso al centro dell’alta Val Ladrogno. Alla nostra sinistra la cresta che scende verso ovest dalle cime di Gaiazzo ci appare come un’elegante punta di forma conica. I larici si fanno sempre meno radi ed entriamo in un lariceto a quota 1800 metri circa, scendendo fra rododendri e lamponi e passando per un larice che si protende curiosamente verso il sentiero. Superata una sorgente a quota 1760 metri, usciamo dal bosco ai prati dell’alpe Ladrogno (m. 1700), con una baita ben tenuta, circondata da una staccionata in legno. Qui la presenza umana nella stagione estiva ci rassicura, mentre una vicina fontanella ci rallegra. Dall’alpe lo sguardo a sud -pvest raggiunge il monte Legnone, il lago di Novate Mezzola e l’alto Lario, mentre ad ovest ottimo è il colpo d’occhio sul versante occidentale della bassa Val Codera.


Discesa dal bivacco Casorate-Sempione

Traversata del Doss Bel

Traversata

Dalla parte bassa dei prati, sul lato sinistro, riprendiamo la discesa verso sud, su sentiero marcato, ma sempre assediato dalla vegetazione, superando un ramo del torrente Ladrogno. Pieghiamo poi a destra (ovest) e scendiamo a superare un nuovo ramo del torrente. Stiamo attraversando la Fascia di Ruèrs, cioè dei piccoli corsi d’acqua che però anche nei periodi più secchi raramente sono privi d’acqua. Superiamo così, sempre procedendo verso aud ed ovest, una bella cascata ed alcune placche levigate attraversate da un torrentello (attenzione!).
La discesa ci porta al solco principale della val Duméniga, nella suggestiva cornice di molteplici rivoli che scendono da accigliati roccioni. La attraversiamo verso sinistra ed iniziamo a percorrere il lungo sentiero che taglia, in direzione ovest-sud-ovest, il fianco meridionale della media Val Ladrogno, restando alto rispetto al fondovalle. L’ambiente si fa un po’ meno selvaggio e caotico, ma la sensazione di percorrere luoghi ben poco abituati alla presenza umana rimane. Dopo una coppia di tornantini, iniziamo la traversata, alternando brevi discese a tratti in piano e superando altre vallette laterali, in un fresco bosco di abeti e larici.


Sentiero

Cascata

Larice sul sentiero

Alpe Ladrogno

Panorama dall'alpe Ladrogno

Cascata

Superati due marcati valloni, procediamo ancora quasi in piano nel cuore del bosco ed usciamo finalmente ai prati dell’alpe In Cima al Bosco (m. 1268), presidiato da una baita solitaria. Poco prima di raggiungerla passiamo a destra di un grande masso a lato del sentiero, chiamato scapüsc’ (voce dialettale che significa “inciampo”). La ragione del nome curioso è legata ad una radicata tradizione: bisogna lasciare un’offerta simbolica sulla cima del masso, un sasso o una manciata d’erba, per evitare, nel prosieguo della salita (o della discesa), di inciampare (e in qualche punto un inciampo può costare caro!). Ci troviamo sul crinale che separa l’ampia e selvaggia Val Ladrogno, alla nostra destra, dalla minore (a dispetto del nome) Val Grande, alla nostra sinistra. Dall’alpe possiamo cominciare ad intravvedere gli spalti di granito delle cime che coronano la val Ladrogno, vale a dire, procedendo da sud (destra) in senso antiorario, la punta Redescala (il Redescàl, m. 2304), il Sasso Manduino (m. 2888), la punta Como (m. 2846), le cime di Gaiazzo (m. 2920), la punta Bresciadega (m. 2666), la cima di Lavrinia (m. 2307) e il Mot Luvrè (m. 2047), a nord.


Ponte sulla Val Ladrogno

Il sentiero, sempre ben marcato, prosegue, fra betulle ed alni, nella spedita discesa verso il solco principale della Val Codera. Scendendo verso nord-ovest passiamo per una panoramicissima radura, ai piedi di un roccione: da qui il colpo d’occhio sul lago di Novate Mezzola e sull’alto Lario fino a Menaggio è suggestivo. Poco più in basso usciamo ai prati delle baite di Mottala (m. 1125). Qui il sentiero piega a sinistra e rientra nel bosco, perdendo quota con diverse svolte ed andamento complessivo verso ovest-nord-ovest, fra betulle e rododendri. Ci raggiunge da sinistra il sentiero che traversa fin qui dal nucleo di Cola.
Proseguiamo diritti ed in breve, a quota 920, tagliamo il tracciato in piano del celebre Tracciolino, la lunga striscia della ferrovia a scartamento ridotto tracciata fra le due guerre mondiali del secolo scorso per collegare la diga di Moledana, in Val dei Ratti, all’invaso di Saline, in Val Codera. Lo lasciamo subito e sul lato opposto proseguiamo la discesa verso ovest, in una selva di castagni, fino ad intercettare un sentiero che dal fondovalle sale verso il nucleo di Cii.


Codera

Ignorate le indicazioni per Cii, alla nostra sinistra, lo seguiamo scendendo verso destra (nord) e raggiungendo quasi subito un ponte, sospeso sulla paurosa forra terminale della Val Ladrogno, caratterizzato da una cappelletta sul suo lato destro. Sul lato opposto della valle il sentiero prosegue scavato nella roccia e raggiunge un secondo ponte, sul torrente Codera, piccolo capolavoro d’ingegneria, sospeso su quaranta metri di vuoto. Attraversiamo così il fondo della Val Codera. Sul verdante opposto il sentiero sale con poche svolte ed in breve esce dalla selva di castagni alle baite di Codera (m. 850), terminando al sentiero principale che taglia il paese proseguendo verso la media Val Codera. Ci ritroviamo così al sentiero già percorso nella prima giornata dell’anello, e lo seguiamo verso sinistra, passando per il sagrato della chiesa di S. Giovanni Battista e lasciando alle spalle il simpatico nucleo di Codera.
Ripercorriamo così la splendida mulattiera, che però ci riserva qualche scampolo di fatica con le antipatiche risalite nel tratto protetto da galleria paramassi. L’ultima salita ci porta al terrazzo panoramico di Avedée (m. 790). La mulattiera inizia ora l’ultima ed ininterrotta discesa, nel tratto elegantemente scalinato con blocchi di granito che termina al parcheggio di Mezzolpiano a Novate Mezzola, dove ritroviamo l’automobile dopo quattro giorni di cammino nel regno del pizzo Ligoncio.


Val Ladrogno dal sentiero per Codera

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TERZO GIORNO (VARIANTE B): DAL RIFUGIO OMIO AL BIVACCO PRIMALPIA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Omio-Passo della Vedretta Meridionale-Bocchetta di Spassato-La Porta-Biv. Casorate-Sempione
8-9 h
950
EE
SINTESI. Pochi metri a sinistra (per chi guarda a monte) del rifugio Omio (m. 2100) i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che invece comincia subito a salire alla sua destra. Dopo poche decine di metri siamo al bivio segnalato nel quale i due rami del sentiero attrezzato si dividono: il primo (settentrionale, destra) sale con più decisione, mentre il secondo (meridionale, diritto) guadagna quota più gradualmente, valicando un dosso erboso ed alcuni torrentelli. Proseguiamo fiancheggiando il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso, per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni, con andamento complessivo sud-ovest. Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone. Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio, con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi, e ad un nuovo bivio ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione a destra per salire al pizzo Ligoncio. Proseguendo diritti ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il suo profilo di larga V con alla destra una U più piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla Val dei Ratti. Ci troviamo ora davanti a tre nevai più grandi, oltre a qualcun altro più piccolo. Il primo lo lasciamo alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del passo della Vedretta meridionale sono ben presto raggiunti. La discesa sfrutta una cengia esposta sulla sinistra (corde fisse alle quali assicurarsi soprattutto in un passaggio un po' delicati). In breve tocchimo l'alto circo della Valle dei Ratti. I segnavia dettano la discesa al rifugio Volta, seguendo un percorso che si districa fra pietrame e blocchi nella parte superiore, qualche lastrone e strisce di pascolo più in basso. Raggiunto così senza difficoltà il rifugio Volta (m. 2212), proseguiamo per il bivacco Primalpia, posto più in basso e sul lato opposto della valle. Per raggiungerlo dal rifugio seguiamo il sentiero segnalato che traversa verso sinistra, cioè est. Procedendo in leggera discesa, verso sud-est, passiamo per le baite dell’alpe Talamucca. Scendendo più decisamente verso sud raggiungiamo il poggio del Mot (m. 2074). Il sentiero, abbastanza marcato, prosegue diritto e scende a tagliare un avvallamento. Perde quota con diverse svolte verso sud e ci porta ad un bivio segnalato: procedendo verso destra ci portiamo di nuovo al centro della valle e scendiamo all’alpe Camera e di qui a Frasnedo. Prendendo a sinistra iniziamo invece a salire lungo il vallone che culmina al passo di Primalpia. Andiamo a sinistra e saliamo per un buon tratto verso sud-est, fino a trovare a destra la deviazione segnalata per il bivacco Primalpia. La seguiamo lasciando il sentiero principale e salendo lungo un canalino esposto ed attrezzato da corde fisse (attenzione!). la breve salita termina ad un terrazzo erboso che ci introduce all’amplissimo circo dell’alpe Primalpia. Seguendo i segnavia imbocchiamo il marcato sentiero che passa dalla casera dell’alpe e prosegue con qualche saliscendi verso sud, fino al simpatico bivacco in muratura, già ben visibile fin dall’inizio della traversata. Al bivacco Primalpia (m. 1980) termina la seconda giornata dell’anello. Da qui il Sasso Manduino mostra forse il suo lato più bello, ed appare come un affilato picco che presidia il lato sinistro della testata della valle.


Apri qui una fotomappa della Valle dell'Oro

La terza tappa dell'anello del pizzo Ligoncio sfrutta nella prima parte il sentiero attrezzato Dario di Paolo sud.
Il sentiero Dario di Paolo, attrezzato dal CAI di Como e dedicato alla memoria di Dario Di Paolo, è infatti costituito da due rami: il primo congiunge il rifugio Omio al rifugio Brasca attraverso il passo Ligoncio, mentre il secondo congiunge il rifugio Omio al rifugio Volta attraverso il passo della Vedretta meridionale.
Entrambi iniziano, dunque (o terminano, a seconda del senso in cui li si percorre) alla capanna Omio (m. 2100). Pochi metri alla sua sinistra, infatti, i cartelli indicano la partenza del sentiero che porta alla valle Merdarola per la bocchetta di Medaccio (sentiero che parte con andamento pianeggiante) e del sentiero attrezzato Dario Di Paolo, che invece comincia subito a salire alla sua destra.
Dopo poche decine di metri i due rami del sentiero attrezzato si dividono: il primo (asettentrionale, destra) sale con più decisione, mentre il secondo (meridionale, diritto) guadagna quota più gradualmente, valicando un dosso erboso ed alcuni torrentelli, denominati àquè do ligùnc’, che confluiscono, più in basso, nel fiöm do ligunc’ o fiöm da caséna di lüsèrt. Proseguiamo fiancheggiando il piede di un primo promontorio di granito, per poi tagliare gli ultimi magri pascoli della val Ligoncio lasciando a distanza, sulla destra, un secondo promontorio roccioso, che scende dalla Punta della Sfinge e dal quale precipitano alcune cascatelle. Fin qui possiamo ancora seguire una traccia di sentiero; nella rimanente salita si tratterà invece di seguire gli abbondanti segnavia rosso-bianco-rossi, che disegnano il tracciato su un terreno faticoso, per lo più costellato di massi di tutte le dimensioni, con andamento complessivo sud-ovest.
Il tracciato si porta sul fianco di un terzo promontorio roccioso, risalendo poi il vallone alla sua destra, senza allontanarsi troppo dallo sperone. Superata una grande placca, pieghiamo a sinistra e sormontiamo il promontorio, con qualche semplice passo di arrampicata. Giungiamo così ad una sorta di pianoro, disseminato di una quantità enorme di massi, ed ignoriamo due indicazioni che segnalano la deviazione a destra per salire al pizzo Ligoncio. Durante questa parte della salita non possiamo mancare di ammirare il profilo sempre diverso offerto dalla Punta della Sfinge ed il poderoso bastione di granito sul quale essa si erge. La punta ed il bastione sono mete classiche per gli scalatori, per cui non ci dovremo stupire se sentiremo le loro voci sulla parete. Il pizzo Ligoncio appare invece molto meno affascinante, con la sua mole tozza e la sua cima defilata.
Ci avviciniamo poi ad un'enorme placca di granito, solcata da rivoli d'acqua, aggirandola a monte. Puntiamo quindi ad un quarto ed ultimo promontorio, che risaliamo sul fianco, con qualche ulteriore semplice passo di arrampicata, raggiungendone il piccolo pianoro sommitale. Inizia l'ultimo tratto della salita al passo, che fin dalla partenza e per gran parte del percorso rimane ben visibile ai nostri occhi, con il suo profilo di larga V con alla destra una U più piccola, sulla costiera che separa la val Ligoncio dalla Val dei Ratti.
Ci troviamo ora davanti tre nevai più grandi, oltre a qualcun altro più piccolo. Il primo lo lasciamo alla nostra destra, mentre gli altri due li dobbiamo risalire (la pendenza è peraltro abbastanza modesta). L'attraversamento del secondo avviene in linea retta, non lontano dal suo margine sinistro. Eccoci così finalmente al canalino terminale: i segnavia ci guidano nell'ultima fatica in salita, e dobbiamo anche qui compiere qualche semplice arrampicata. Un grosso masso che presidia il solco del passo ci costringe ad una leggera diversione a sinistra, ma i 2840 metri del passo della Vedretta meridionale sono ben presto raggiunti.
Possiamo finalmente vedere il versante opposto, e si apre davanti ai nostri occhi tutto il versante centro-occidentale dell'alta Val dei Ratti, ma anche buona parte della media valle. Alle nostre spalle lasciamo un panorama superbo: abbiamo davanti agli occhi l'intero arco delle celeberrime vette del gruppo Masino-Disgrazia, dai Pizzi dell'Oro ai Corni Bruciati.


Il gruppo del Masino visto dal passo della Vedretta meridionale (clicca qui per ingrandire)

Sotto di noi, infine, si dispiega il pianoro terminale dell'alta val dei Ratti, ed è uno spettacolo sorprendente: uno spazio enorme disseminato caoticamente di massi grandi e piccoli. Basta scendere di poche decine di metri per raggiungerlo, ma, amara sorpresa, la discesa su cengia esposta alla nostra sinistra non è affatto semplice. Ci troviamo infatti subito di fronte ad un passaggio molto delicato, perchè dobbiamo superare una roccia esposta, che ci offre come appiglio uno stretto corridoio, ed un saltino che ci permette di posare i piedi sulla roccia sottostante. Ci sono le corde fisse, che assistono l'intera discesa, ma questo breve passaggio richiede assolutamente che ci assicuriamo alle corde con moschettoni e cordino. Se non disponiamo di questo equipaggiamento o della necessaria preparazione, rinunciamo alla discesa, e consideriamo la salita al passo come un'occasione rara per godere di uno spettacolo panoramico superbo, offerto da uno degli osservatori più suggestivi sul gruppo del Masino-Disgrazia.
Ma, già che ci siamo, le raccomandazioni non finiscono qui: anche la salita può riservare insidie; il terreno erboso, per esempio, cela spesso buchi inattesi, e finirci dentro ci può provocare infortuni anche seri; i sassi non sempre sono immobili come pensiamo, per cui evitiamo di farci gravare sopra l'intero peso del corpo senza previa verifica.
Poniamo comunque di essere al circo terminale dell'alta Val dei Ratti, che presenta un aspetto lunare, costellato da pietrame, blocchi e lastroni.
Toccata la parte terminale dell’alto circo della Valle dei Ratti, dobbiamo scegliere fra due possibili varianti dell’anello.
Una più tranquilla, ma anche un po’ più lunga, prevede la discesa al rifugio Volta e di qui al bivacco Primalpia, punto di appoggio per il pernottamento. Il giorno successivo dal bivacco Primalpia si scende a Frasnedo (dove si trova il rifugio Frasnedo, altro possibile punto di appoggio), la salita alla Forcella di Frasnedo e la conclusiva discesa a San Giorgio di Cola ed a Novate Mezzola.
Un po’ più avventurosa la seconda possibilità, che prevede la traversata al passo gemello della bocchetta di Spassato, la discesa in Val Ladrogno al bivacco Casorate-Sempione, punto di appoggio per il pernottamento. Il giorno successivo si prosegue la discesa lungo la medesima valle, si raggiunge Codera e di qui si ridiscende a Novate Mezzola. Vediamo la prima possibilità.
I segnavia dettano la discesa al rifugio Volta, seguendo un percorso che si districa fra pietrame e blocchi nella parte superiore, qualche lastrone e strisce di pascolo più in basso.

Raggiungiamo infine senza problemi il rifugio Volta (m. 2212), che non è gestito, per cui probabilmente lo troveremo chiuso. Puntiamo quindi al bivacco Primalpia, posto più in basso e sul lato opposto della valle.


Rifugio Volta e Sasso Manduino (a sinistra)

Per raggiungerlo dal rifugio seguiamo il sentiero segnalato che traversa verso sinistra, cioè est. Procedendo in leggera discesa, verso sud-est, passiamo per le baite dell’alpe Talamucca. Scendendo più decisamente verso sud raggiungiamo il poggio del Mot (m. 2074). Il sentiero, abbastanza marcato, prosegue diritto e scende a tagliare un avvallamento. Perde quota con diverse svolte verso sud e ci porta ad un bivio segnalato: procedendo verso destra ci portiamo di nuovo al centro della valle e scendiamo all’alpe Camera e di qui a Frasnedo. Prendendo a sinistra iniziamo invece a salire lungo il vallone che culmina al passo di Primalpia. Andiamo a sinistra e saliamo per un buon tratto verso sud-est, fino a trovare a destra la deviazione segnalata per il bivacco Primalpia. La seguiamo lasciando il sentiero principale e salendo lungo un canalino esposto ed attrezzato da corde fisse (attenzione!).


Apri qui una videomappa del versante orientale dell'alta Val dei Ratti

La breve salita termina ad un terrazzo erboso che ci introduce all’amplissimo circo dell’alpe Primalpia. Seguendo i segnavia imbocchiamo il marcato sentiero che passa dalla casera dell’alpe e prosegue con qualche saliscendi verso sud, fino al simpatico bivacco in muratura, già ben visibile fin dall’inizio della traversata. Al bivacco Primalpia (m. 1980) termina la seconda giornata dell’anello. Da qui il Sasso Manduino mostra forse il suo lato più bello, ed appare come un affilato picco che presidia il lato sinistro della testata della valle.


Bivacco Primalpia

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QUARTO GIORNO (VARIANTE B) : DAL BIVACCO PRIMALPIA A NOVATE MEZZOLA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Bivacco Primalkpia-Frasnedo-Forcella di Frasnedo-San Giorgio di Cola-Mezzolpiano (Novate Mezzola)
7-8 h
560
EE
SINTESI. Lasciamo il bivacco Primalpia (m. 1980) seguendo le indicazioni per Tabiate (cioè le indicazioni del sentiero LIFE delle Alpi Retiche; attenzione a non seguire invece il sentiero Bonatti). Scendiamo gradualmente fra i pascoli verso sud-ovest. A quota 1850 m. incontriamo un bivio, con un cartello che segnala a sinistra il sentiero per l’alpe Nave. Lo ignoriamo a stiamo a destra, scendendo per un buon tratto verso ovest, fino ai prati dell’alpe Primalpia inferiore (m. 1650), dove troviamo un grande larice solitario. Lo prendiamo come punto di riferimento e scendiamo diritti sulla sua verticale, piegando solo leggermente a destra, fino al limite del bosco. Qui ritroviamo il marcato sentiero che scende nel lariceto, con alcuni tratti scalinati in legno e poche svolte. Attraversata una valletta da destra a sinistra, scendiamo fino all’ultima svolta a destra ed alla diagonale che ci porta ad uscire dal bosco alla parte alta di una fascia di prati sul fondovalle. Qui passiamo accanto ad un baitone e ci portiamo ad un ponte sul torrente della Valle dei Ratti, portandoci sul suo versante settentrionale. Una breve salita ci porta ad intercettare il marcato sentiero che da Frasnedo risale l’intero versante settentrionale della valle, fino all’alpe Camera. Sempre seguendo le indicazioni del Sentiero LIFE lo percorriamo verso sinistra (ovest), cioè verso Frasnedo. Scendiamo così gradualmente uscendo ai prati di Tabiate (m. 1253) e passando accanto ad una cappelletta. Il sentiero piega leggermente a sinistra (sud-ovest) e prosegue della discesa uscendo di nuovo ai prati del maggengo di Corveggia, dove troviamo un bivio. Lasciamo alla nostra sinistra il sentiero che scende verso il torrente (indicazioni per Moledana) e proseguiamo verso destra, scendendo ad attraversare una valletta. Sul lato opposto il sentiero si immette in una carrareccia che seguiamo in leggera salita, passando a sinistra del rifugio Frasnedo (anch'esso possibile punto di appoggio), fino ad uscire in vista di Frasnedo (m. 1287), il nucleo principale della Val dei Ratti, nella stagione estiva centro assai animato dalle famiglie di Verceia che qui si godono una villeggiatura che è un ritorno alle radici del passato. Saliamo al sagrato della bella chiesetta della Madonna della Neve, proseguendo lungo le baite del paese. Quasi subito deviamo a destra, seguendo le indicazioni per la Forcella di Frasnedo ed imboccando il marcato sentiero che si lascia alle spalle le baite più alte ed inizia a salire in diagonale verso sinistra (nord-ovest). Entriamo in uno splendido lariceto. Dopo una coppia di tornanti dx-sx, il sentiero raggiunge il crinale che separa la media Val dei Ratti dal selvaggio Vallone di Revelaso. Qui pieghiamo a destra ed usciamo all’aperto seguendo un sentierino che corre poco sotto il crinale erboso, tagliando il ripido versando che guarda a Frasnedo, fino al piccolo intaglio della Forcella di Frasnedo (m. 1662), dove troviamo un ennesimo cartello del Sentiero LIFE. Scendiamo ora verso nord-nord-est, lungo il ripido e boscoso versante meridionale del Vallone di Revelaso. Prestiamo attenzione ai segnavia, perché l’erba in diversi tratti nasconde la traccia. Con serrate serpentine perdiamo rapidamente quota restando più o meno al centro di un dosso. Piegando leggermente a sinistra attraversiamo una radura con una coppia di baite. Poco più in basso il sentiero attraversa un vallone dirupato: alcuni passaggi sono agevolati da corde fisse. Scendiamo ancora verso nord-est, attraversando un secondo vallone e passando per la baita solitaria in località Alla Valle (m. 1051). Superiamo un valloncello e, attraversata una macchia di betulle, intercettiamo il Tracciolino, la splendida decauville che procede in piano ad una quota di circa 910 metri, dalla diga di Moledana in Val dei Ratti a quella delle Saline in Val Codera. La seguiamo per un buon tratto verso sinistra, cioè verso est, fino a trovare la deviazione segnalata per San Giorgio di Cola. Lasciamo qui la decauville per imboccare un sentiero che scende a destra e dopo poche svolta raggiunge la piana di San Giorgio di Cola (m. 748). Scendiamo verso la chiesetta e proseguiamo passando sul lato settentrionale del paese (sulla destra, per chi scende), trovando la partenza della mulattiera che aggira, sulla destra, la cima dello sperone roccioso su cui poggia il paese, si porta sul lato opposto e scende sul suo fianco aspro e selvaggio, con una serie di 19 tornanti dx-sx. Anche qui la montagna incombe sul viandante, senza però farsi mai veramente minacciosa. Superato un ultimo tratto in un rado bosco, si giunge al termine della mulattiera, e si scende, per una strada sterrata, ad intercettare la via asfaltata che, percorsa verso destra, conduce al ponte sul torrente Codera, oltre il quale confluisce, in breve, nella via Castello; salendo verso destra, siamo, infine, al parcheggio di Mezzolpiano.


Apri qui una fotomappa della media Val dei Ratti

L’ultima giornata dell’anello del Sasso Manduino prevede la discesa dal bivacco Primalpia a Frasnedo, la salita alla Forcella di Frasnedo, la nuova discesa per il vallone di Revelaso al Tracciolino e a San Giorgio di Cola e l’ultima discesa da qui al fondovalle, con ritorno al parcheggio di Mezzolpiano. Una tappa molto interessante per la varietà degli scenari proposti: l’ambiente selvaggio lascia spazio a scorci più gentili, dove la presenza dell’uomo parla di una storia antica ed ancora ben radicata.
Lasciamo il bivacco Primalpia (m. 1980) seguendo le indicazioni per Tabiate (cioè le indicazioni del sentiero LIFE delle Alpi Retiche; attenzione a non seguire invece il sentiero Bonatti). Scendiamo gradualmente fra i pascoli verso sud-ovest. A quota 1850 m. incontriamo un bivio, con un cartello che segnala a sinistra il sentiero per l’alpe Nave. Lo ignoriamo a stiamo a destra, scendendo per un buon tratto verso ovest, fino ai prati dell’alpe Primalpia inferiore (m. 1650), dove troviamo un grande larice solitario. Lo prendiamo come punto di riferimento e scendiamo diritti sulla sua verticale, piegando solo leggermente a destra, fino al limite del bosco.


Prato Tabiate

Qui ritroviamo il marcato sentiero che scende nel lariceto, con alcuni tratti scalinati in legno e poche svolte. Attraversata una valletta da destra a sinistra, scendiamo fino all’ultima svolta a destra ed alla diagonale che ci porta ad uscire dal bosco alla parte alta di una fascia di prati sul fondovalle. Qui passiamo accanto ad un baitone e ci portiamo ad un ponte sul torrente della Valle dei Ratti, portandoci sul suo versante settentrionale. Una breve salita ci porta ad intercettare il marcato sentiero che da Frasnedo risale l’intero versante settentrionale della valle, fino all’alpe Camera. Sempre seguendo le indicazioni del Sentiero LIFE lo percorriamo verso sinistra (ovest), cioè verso Frasnedo.


Il rifugio Frasnedo

Scendiamo così gradualmente uscendo ai prati di Tabiate (m. 1253) e passando accanto ad una cappelletta. Il sentiero piega leggermente a sinistra (sud-ovest) e prosegue della discesa uscendo di nuovo ai prati del maggengo di Corveggia, dove troviamo un bivio. Lasciamo alla nostra sinistra il sentiero che scende verso il torrente (indicazioni per Moledana) e proseguiamo verso destra, scendendo ad attraversare una valletta. Sul lato opposto il sentiero si immette in una carrareccia che seguiamo in leggera salita, passando a sinistra del rifugio Frasnedo (anch'esso possibile punto di appoggio), fino ad uscire in vista di Frasnedo (m. 1287), il nucleo principale della Val dei Ratti, il paese dei molti frassini (questo è il significato etimologico del nome). Nella stagione estiva il centro è assai animato dalle famiglie di Verceia che qui si godono una villeggiatura che è un ritorno alle radici del passato.


Frasnedo

Le baite, ben curate e ristrutturate, regalano qualche dettaglio che ne testimonia l’antichità, come uno stipite in legno datato 1721. Attraversiamo il primo e più consistente nucleo di baite, notando anche una piccola targa in legno che invoca sulla valle la protezione di Santa Barbara. Se abbiamo un po’ di spirito di osservazione, noteremo anche che alcune di queste baite sfruttano la presenza di una vicina piccola roggia, che serve a fornire acqua fresca per conservare alimenti e bevande nella parte più calda della stagione. Paese simpatico davvero, Frasnedo, che si anima di vita nella stagione estiva, nonostante i villeggianti debbano salire fin quassù da Verceia con un’ora e mezza buona di cammino, in quanto la strada carrozzabile non accede alla valle, ma si ferma ad una quota approssimativa di 600 metri. È questo, come già detto, il motivo principale che ha conservato alla valle un volto antico, pressoché intatto: per giungere fin qui occorrono circa un’ora e tre quarti di cammino.


Frasnedo

D’estate non patiremo certamente la malinconia: la vivace e cordiale presenza della gente di Verceia riempirà di suoni, umori e colori la vita del paese. Ecco quel che scrive, al proposito, Giuseppe Miotti in “A piedi in Valtellina” (Istituto geografico De Agostani, 1991):
Il villaggio sorge a 1287 metri, poco sotto il selvaggio crestone che separa la Val dei Ratti dal Vallone di Revelaso. Come Codera anche Frasnedo fino a pochi anni or sono era abitato tutto l’anno; oggi i suoi paesani vengono quassù solo d’estate, alcuni per passarvi le ferie, altri per falciare il fieno e portarvi le mucche. È gente rustica quella di Frasnedo, gente che mi par vada fiera del fatto che la valle sia rimasta immune dal progresso e dal clamore. Una strada che da Verceia conducesse al paese sarebbe molto comoda, ma quelli con cui ho parlato sembrano poco propensi… Finora i rifornimenti giungono al paese tramite la teleferica, che è gestita da un consorzio formato dagli stessi abitanti di Frasnedo e della quale tutti sono giustamente fieri. Nel mese di agosto il piccolo villaggio è animato da numerose feste e vale certo la pena di passare una giornata in loco per dividere con gli abitanti la gioia e le sensazioni antiche che questi “riti” evocano. Forse la festa più importante è quella della seconda domenica del mese: quella della Madonna delle Nevi. Dalla piccola e graziosa chiesa, dedicata appunto alla Vergine, parte la processione che esce dal paese addentrandosi per un breve tratto nella valle e facendo ritorno dalla parte opposta di quella donde si è mossa. Mentre la processione si allontana e per tutta la sua durata, le campane vengono suonate a martello da due esperti percussionisti locali. Tutto il villaggio è parato a festa e, soprattutto la sera, l’allegria si scatena con mangiate, bevute e fuochi d’artificio.”


Frasnedo

Portiamoci al sagrato della chiesetta della Madonna delle Nevi (m. 1287), dedicata anche a S. Anna, sulla cui facciata, fra i santi Rocco ed Antonio, si legge una dedicazione in latino, dalla quale ricaviamo che il popolo di Frasnedo la fece erigere nel 1686 a perpetua memoria dell’apparizione di fiori fra le nevi (il campanile, però, venne eretto più tardi, nel 1844). Ci regala la sua preziosa ombra un grande olmo montano, fiero di essere stato inserito fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio (censimento del 1999) per il suo portamento, la sua eleganza ed anche la sua rarità botanica (a questa quota): la circonferenza del suo tronco misura 270 cm ed è alto 10 metri. Ma se glielo chiedete, sicuramente vi fornirà dati approssimati per eccesso. La vanità non è solo animale. La chiesetta è posta in posizione rialzata, rispetto al corpo centrale del paese. La sua collocazione ci permette di vivere la sensazione di una curiosa sospensione: guardando oltre la soglia della bassa valle scorgiamo uno spicchio del lago di Mezzola, mentre volgendo lo sguardo alla testata della valle vediamo il monte Spluga o cima del Calvo (m. 2967), dove si incontrano Valle di Ratti, Valle dell’Oro e Valle di Spluga. Noi siamo in una sorta di dimensione intermedia fra le placide sponde lacustri ed i contrafforti graniti delle cime del gruppo del Masino, di cui scorgiamo, da qui, il monte Spluga o cima del Calvo. Una dimensione intrisa di suggestione ma anche di mistero. In questo, come in tanti altri luoghi remoti della montagna alpina, sono fiorite le leggende, perlopiù a fondo oscuro.


Frasnedo

La più famosa ha come cornice una delle fredde e brevi giornate invernali a Frasnedo, quando il paesino era ancora abitato per l’intero arco dell’anno: una sera un umile contadino di Verceia, rimasto a Frasnedo per custodire il gregge di capre, udì bussare alla sua porta, e, colmo di stupore, come ebbe aperto si ritrovò di fronte questo elegante signore. Gli venne spontaneo chiedere cosa facesse lì ad un’ora così tarda, e se non si fosse perso. La risposta fu enigmatica: da cinquecento anni dimoro in questa valle, disse l’uomo misterioso, che poi si sedette su una panca, vicino al focolare, togliendosi le scarpe per scaldarsi i piedi. Fu allora che il contadino ebbe modo di comprendere di chi si trattasse: al posto dei piedi, infatti, comparvero due zampe caprine. Gli si raggelò il sangue nelle vene, perché non ci voleva molto a capire che si trattava del diavolo in persona. Fu, però, in quell’occasione almeno, un buon diavolo, perché non fece alcun male al contadino, ma si limitò a riscaldarsi, a ringraziare e ad andarsene. Il contadino, nondimeno, non perse tempo, e, congedato l’ospite inquietante, scese precipitosamente alla casa di Verceia. Lo spavento fu tanto che cadde anche in una lunga malattia. Non sappiamo se si riebbe; noi, sperimentato il balsamo di questo luogo magico, dalle fatiche per salire fin qui ci sentiamo interamente ristorati.

Vediamo ora come proseguire. Dal sagrato della bella chiesetta della Madonna della Neve, imbocchiamo il viottolo fra le baite del paese. Quasi subito deviamo a destra, seguendo le indicazioni per la Forcella di Frasnedo ed imboccando il marcato sentiero che si lascia alle spalle le baite più alte ed inizia a slaire in diagonale verso sinistra (nord-ovest). Entriamo in uno splendido lariceto. Dopo una coppia di tornanti dx-sx, il sentiero raggiunge il crinale che separa la media Val dei Ratti dal selvaggio Vallone di Revelaso. Qui pieghiamo a destra ed usciamo all’aperto seguendo un sentierino che corre poco sotto il crinale erboso, tagliando il ripido versando che guarda a Frasnedo, fino al piccolo intaglio della Forcella di Frasnedo (m. 1662), dove troviamo un ennesimo cartello del Sentiero LIFE.


Apri qui una fotomappa di Frasnedo e della Forca o Forcella di Frasnedo

Scendiamo ora verso nord-nord-est, lungo il ripido e boscoso versante meridionale del Vallone di Revelaso, l'ombrosa valle che scende proprio dalla luminosa parete meridionale del Sasso Manduino. Prestiamo attenzione ai segnavia, perché l’erba in diversi tratti nasconde la traccia. Con serrate serpentine perdiamo rapidamente quota restando più o meno al centro di un dosso. Piegando leggermente a sinistra attraversiamo una radura con una coppia di baite. Poco più in basso il sentiero attraversa un vallone dirupato: alcuni passaggi sono agevolati da corde fisse. Scendiamo ancora verso nord-est, attraversando un secondo vallone e passando per la baita solitaria in località Alla Valle (m. 1051).
Superiamo un valloncello e, attraversata una macchia di betulle, intercettiamo il Tracciolino, la splendida decauville che procede in piano ad una quota di circa 910 metri, dalla diga di Moledana in Val dei Ratti a quella delle Saline in Val Codera. La seguiamo per un buon tratto verso sinistra, cioè verso est, fino a trovare la deviazione segnalata per San Giorgio di Cola.
Lasciamo qui la decauville per imboccare un sentiero che scende a destra e dopo poche svolta passa a sinistra dello splendido cimitero di San Giorgio, ricavato sotto un enorme roccione. Passiamo anche a destra di un bellissimo masso-avello, prima di scendere all’ampio ripiano che ospita uno dei più suggestivi nuclei della Val Chiavenna, San Giorgio di Cola (m. 748) paese di cavatori di granito, gentile e sorprendente isola bucolica in un mare di forre e precipizi.


San Giorgio di Cola

Dal belvedere ottima è la vista sul lago di Mezzola. Questi luoghi, come testimonia un avello celtico nei pressi del cimitero, hanno visto da tempo assai antico la mano operosa dell’uomo. Una leggenda vuole che questo avello, insieme ad un altro simile, abbia ospitato la salma di un comandante spagnolo, in servizio al Forte di Fuentes (edificato nel 1603), morti per la malaria che infestava il Pian di Spagna (la leggenda è riportata nel volume di Giambattista Gianoli "Dizionario storico delle valli dell'Adda e del Mera", Tipografia Commerciale Valtellinese, Sondrio, 1945, pg. 59). Un'altra leggende è legata alla denominazione del paese, che si dovrebbe, nientemeno, che ad una reale presenza di San Giorgio, il grande santo che sconfisse un terribile drago e che negli ultimi anni scelse di vivere proprio qui, con il suo fidatissimo cavallo. Lo proverebbe, fra l'altro, l'orma impressa da quest'ultimo su un masso, quando spiccò, con il santo in sella, un prodigioso balzo fin sul versante opposto della valle, ad Avedée, dove si fermò per abbeverarsi. Una variante vuole che il santo, subito dopo la faticosa uccisione del drago, sia venuto a dissetarsi all'acqua di uno dei due avelli di origine forse celtica che sono uno dei motivi che rendono famoso questo borgo. Dopo la sua morte, sarebbe, quindi, stato sepolto nel cimitero del borgo, luogo davvero unico, il cui spazio è ricavato sotto un enorme blocco di granito.


San Giorgio di Cola

Ma torniamo a dare una direzione ai nostri passi. Se si sale alle spalle del paese e si supera il cimitero ci si ricongiunge, seguendo le indicazioni, al Tracciolino. Per chiudere l’anello, però, bisogna procedere in direzione opposta, passando sul lato settentrionale del paese (sulla destra, per chi scende), ed imboccando un’ardita mulattiera che aggira, sulla destra, la cima dello sperone roccioso su cui poggia il paese, si porta sul lato opposto e scende sul suo fianco aspro e selvaggio, con una serie di 19 tornanti dx-sx. Anche qui la montagna incombe sul viandante, senza però farsi mai veramente minacciosa. Superato un ultimo tratto in un rado bosco, si giunge al termine della mulattiera, e si scende, per una strada sterrata, ad intercettare la via asfaltata che, percorsa verso destra, conduce al ponte sul torrente Codera, oltre il quale confluisce, in breve, nella via Castello; salendo verso destra, siamo, infine, al parcheggio di Mezzolpiano, dove termina questa straordinaria quattro-giorni attorno al pizzo Ligoncio.


San Giorgio di Cola

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CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

 

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