CARTA DEL PERCORSO - ALTRE ESCURSIONI A BERBENNO DI VALTELLINA - ALTRE ESCURSIONI A BUGLIO - GALLERIA DI IMMAGINI

APPROFONDIMENTO: LA BATTAGLIA DI BUGLIO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA RESISTENZA IN BASSA VALTELLINA


Apri qui una panoramica verso ovest dal nucleo della Maroggia

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Ere-Sentiero per Buglio in Monte-Mulino di Val Primaverta-Strada provinciale-Ere
3 h e 30 min. (a piedi)
350
E
SINTESI. Stacchiamoci dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza dello svincolo di Ardenno, che troviamo, sulla sinistra (per chi procede in direzione di Sondrio), dopo il ponte degli Archi sul torrente Masino ed il successivo svincolo della Val Masino. Un lungo tirone ci porta ad Ardenno dove alla prima rotonda prendiamo a destra. Non saliamo poi a sinistra verso il centro del paese, ma proseguiamo diritti sulla strada provinciale Valeriana orientale, che dopo un tratto rettilineo affronta una salitella che la porta ad una rotonda alla quale proseguiamo diritti. La strada raggiunge Villapinta, dove, ad una nuova rotonda, andiamo ancora diritti. Dopo una discesa troviamo una terza rotonda ed anche qui proseguiamo diritti, passando per il cimitero di Villapinta e la frazione Ronco. Superata anche Ronco, prestiamo attenzione al cartello sul lato sinistro della strada che indica la deviazione per la frazione Ere. Imbocchiamo quindi la stradina che sale verso nord, portando alle case di Ere. Salendo diritti alla parte alta del nucleo, raggiungiamo un bivio, parcheggiando al primo slargo utile (m. 340). Tornati al bivio, andiamo a destra, seguendo le indicazioni per Maroggia e Monastero di Berbenno. Dopo una curva dx vediamo sulla sinistra partire una stradella con fondo acciottolato, la via Vignone, con una cappelletta sul lato sinistro. Dopo una visita al nucleo della Maroggia (lo raggiungiamo seguendo la carrozzabile), ridiscendiamo qui e saliamo lungo la via Vignone, per un buon tratto, fino a trovare sulla destra un cartello rosso con la scritta Buglio. Il sentiero, non molto largo, ma ben marcato, nel primo tratto propone qualche passaggio un po' esposto richiede attenzione (se siamo su due ruote procediamo scendendo di sella). Terminata la salita dopo un tratto in piano il sentiero confluisce in una pista sterrata che corre a monte di una ridente fascia di prati in dolce pendenza e termina in località Campasc' (m. 630), presso la struttura utilizzata dal Gruppo degli Alpini di Buglio per le proprie feste ed i momenti conviviali. Ci immettiamo ora nella carrozzabile che sale ai maggenghi del Prà, del Calèk e di Sessa, in corrispondenza di un tornante sx. La seguiamo in leggera discesa, proseguendo diritti verso ovest, per un buon tratto. fino ad una curva a destra. Dopo breve tratto la lasciamo prendendo a sinistra e scendendo per l'antica stradina acciottolata. Superiamo il torrente Primaverta su un antico ponte e dopo pochi tornanti raggiungiamo il Mulino di Val Primaverta. Stiamo percorrendo un tratto del Sentiero della Memoria, e troviamo una targa che ricorda i partigiani fucilati il 16 giugno 1944. Un breve tratto ancora e l'antica strada confluisce nella nuova strada provinciale che dal fondovalle sale a Buglio in Monte. Scendiamo verso sinistra, seguendo per un tratto la strada provinciale. Dopo una curva a sinistra la strada lascia l'ombra della selva ed esce all'aperto, scendendo diritta verso est. Al termine della discesa curva a destra. Appena prima della curva la lasciamo imboccando una stradina che se ne stacca sulla destra, ma poi volge subito a sinistra e passa proprio sotto la provinciale, proseguendo verso est-sud-est. La stradina taglia una splendida fascia di vigneti e nella parte terminale passa a sinistra della chiesetta di San Sisto. Poco più in basso torniamo al bivio alla parte alta di Ere, presso il quale abbiamo lasciato l'automobile.


La frazione di Ere

Dall’autunno alla primavera una felice idea per una rilassante camminata fra suggestioni della stoia ed emozioni del paesaggio è quella di percorrere un anello che dalla frazione Ere, al limite occidentale di Berbenno di Valtellina, traversa alle porte di Buglio per poi ridiscendere alle Ere.
Un anello ricco di significati storici, legati in particolare alla figura di San Benigno de’ Medici, popolarmente San Bello, ed al caratteristico nucleo della Maroggia. Un anello che si articola nella parte bassa di due valli, quella della Maroggia (o della Làresa) e quella di Primaverta. Un anello, infine, quasi interamente ciclabile. Vediamo come procedere.


I prati della Maroggia

Stacchiamoci dalla ss 38 dello Stelvio all’altezza dello svincolo di Ardenno, che troviamo, sulla sinistra (per chi procede in direzione di Sondrio), dopo il ponte degli Archi sul torrente Masino ed il successivo svincolo della Val Masino. Un lungo tirone ci porta ad Ardenno dove alla prima rotonda prendiamo a destra. Non saliamo poi a sinistra verso il centro del paese, ma proseguiamo diritti sulla strada provinciale Valeriana orientale, che dopo un tratto rettilineo affronta una salitella che la porta ad una rotonda alla quale proseguiamo diritti. La strada raggiunge Villapinta, dove, ad una nuova rotonda, andiamo ancora diritti. Dopo una discesa troviamo una terza rotonda ed anche qui proseguiamo diritti, passando per il cimitero di Villapinta e la frazione Ronco. Superata anche Ronco, prestiamo attenzione al cartello sul lato sinistro della strada che indica la deviazione per la frazione Ere. Imbocchiamo quindi la stradina che sale verso nord, portando alle case di Ere. Salendo diritti alla parte alta del nucleo, raggiungiamo un bivio, parcheggiando al primo slargo utile (m. 340).


Panorama dalla strada Maroggia-Monastero

Tornati al bivio, andiamo a destra, seguendo le indicazioni per Maroggia e Monastero di Berbenno. Ci inoltriamo così, sempre salendo verso nord, nella valle della Maroggia (la parte bassa della valle della Laresa), fra i prati, circondati dall’ampio dosso del Verdel (Buglio in Monte) alla nostra sinistra e dalla caratteristica collina morenica della Maroggia alla nostra destra (Berbenno di Valtellina). La strada corre fra i prati, anzi, quasi affossata rispetto ai prati, che sono qualche metro più alti. Un effetto curioso, ma anche un segno dell’intraprendenza del torrente Maroggia (nel nome qualcuno vuol sentire “mala roggia”, torrente nefasto) nello scaricare con periodica furia detriti alluvionali.


La Maroggia

Dopo una curva dx vediamo sulla sinistra partire una stradella con fondo acciottolato, la via Vignone, con una cappelletta sul lato sinistro. Ora dobbiamo scegliere se traversare direttamente a Buglio o allungare un po’ l’anello visitando il nucleo della Maroggia. Nel primo caso lasciamo la carrozzabile e saliamo lungo la via Vignone, per un buon tratto, fino a trovare sulla destra un cartello rosso con la scritta Buglio: da qui parte il sentiero che imbocchiamo per la traversata. In caso contrario raggiungeremo questo sentiero più tardi: per ora proseguiamo sulla carrozzabile che, superato il torrente Maroggia su un ponte, raggiunge dopo un paio di tornanti la Maroggia (m. 528), in un punto nel quale la strada sembra dover entrare direttamente nella secentesca chiesetta di Santa Margherita. Andando a destra per una stradella siamo alle antiche baite del nucleo, uno dei più caratteristici del medio versante retico del Terziere di Mezzo.


Apri qui una panoramica sul nucleo della Maroggia

Qui, sul fianco orientale di un grande dosso morenico, stanno, raccolte e quasi strette in una fratellanza antica, alcune baite, che, nel loro insieme, ci regalano uno degli scorci più caratteristici, dal punto di vista degli insediamenti rurali, dell'intera Valtellina.
Questo nucleo ha origini assai antiche, che risalgono probabilmente al secolo XI, quando i primi contadini cominciarono a terrazzare il dosso introducendo la coltura della vite. Il dosso rappresenta una delle zone vinicole più pregiate della Valtellina, ed il vino che vi si produce ha ottenuto, per questo, il marchio D.O.C.G.
Si tratta di un dosso di origine morenica, separato dal resto del versante retico dal solco della valle della Làresa, ad ovest, e da quello più modesto della Val d’Orta, ad ovest. Nel nucleo di case a ridosso della strada si trova la chiesetta di S. Margherita, edificata fra il 1685 ed il 1698 e consacrata nel 1703.
In pessime condizioni è, invece, la casa della famiglia De’ Lupi, che nel 1404 ospitò per la prima volta san Benigno De’ Medici, che poi scelse questa zona come residenza fino alla morte, avvenuta nel 1472. Si tratta del popolarissimo san Bello, cui è dedicata, nella vicina Monastero, una delle più famose sagre di Valtellina, il 12 febbraio. Un santo che qui molto visse e molto operò.
Scrive, al proposito, Romerio del Ponte, nella sua Quattrocentesca “Vita di San Benigno de Medici detto Bello”, tradotta dal latino da Vincenzo Guarinoni e pubblicata nei numeri 80-81 del 2002 dei Quaderni Valtellinesi: “Il beato Benigno detto Bello de Medici… si portò nella Valtellina con frate Modestino Mileto, suo compagno e nella pieve di Berbenno appresso la chiesa di Sant Bernardo, al presente dedicata al glorioso suo nome Sant Benigno Bello; in un monastero già abitato da padri Benedettini, dipendente dalla Badia di Santa Maria in Dona nel contado di Chiavenna, fissò il suo domicilio, in cui doppo quattordici anni, in età d’anni novantanove, fu chiamato da Dio al premio delle sue virtuose fatiche li 12 febbraio 1472”.
San Bello nacque il 19 luglio 1372 a Volterra, dall’illustre casata de Medici, e si addottorò in teologia, a Parigi, nel 1399. Entrato nell’ordine degli Umiliati, scelse una interamente dedita alla predicazione, alla fondazione di sempre nuovi monasteri ed all’esercizio dell’umiltà.
Era di bell’aspetto (per cui ben presto gli venne assegnato il soprannome di Bello, con il quale è più conosciuto: "per integrità di vita così santa ed illustre...meritò il nome di Benigno e per l'ottima perfezione e bellezza del suo corpo...fu cognominato il Bello"), di solidissima cultura teologica; aveva una grande eloquenza ed una voce straordinariamente suadente, ma soprattutto una fede profondissima, che lo portava ad umiliarsi quotidianamente indossando, sotto le vesti spesso ben curate, il cilicio, e conducendo sempre un tenore di vita modestissimo (“dormiva in terra vestito di panno di canape e lana”). La sua vocazione lo portò a peregrinare fra Italia (fu a Milano, Livorno, Reggio calabria, Messina e Palermo), Francia (fu a Marsiglia, Tolosa e Lione), Spagna (fu a Barcellona e Monserrat, nell’allora Regno d’Aragona), Svizzera (fu nel Vallese, a Zurigo e Coira). Da Coira passò quindi a Bormio, e di qui scese la Valtellina fino a Sondrio.
Ecco come padre Romerio racconta la prosecuzione del suo viaggio: “Giunti a Sondrio e vedendo che per il piano, stanti le innondazioni repentine delle acque (per le grandi piogge), non si poteva passare, fu accordata una guida per renderli sicuri per strade montuose sin alla riva del lago di Como, e però passando da Sondrio a Triasso, Castiglione (Castione), Postalesio, Polaggia e Berbenno, giunsero alla Maroggia su l’imbrunire della sera, dove gli convenne fermarsi la notte in casa d’un certo ricco contadino della famiglia de Lupi… La mattina dopo piacque a Dio il donare la serenità richiestali la sera precedente e tale fu che pareva mai fosse piovuto. Si partì e passando per Buglio si arrivò in Ardenno a disnare, dove… si partirono passando per il Masino, Datio, Caspano, Cino, Mello, la valle di Monforte castello dei Vicedomini, Cercino, Cino, Posterla e Dubino e Monastero sino a Promezio, ivi lasciando la Torre di Velaunio (Olonio) dalla parte sinistra, traghettando il laghetto giunsero a Dazzo (Dascio) a cena ben tardi”. Tutto questo accadeva nel 1404. Qualche decennio più tardi San Bello tornò alla Maroggia ed a Monastero e qui trascorse l'ultima stagione della sua vita.


La Maroggia

Proviamo ora, a qualche secolo di distanza, a percorrere un tratto dell'itinerario che il santo intraprese per portarsi da Monastero alla bassa Valtellina, l'itinerario dalla Maroggia alle porte di Buglio, seguendo un sentiero oggi poco noto e frequentato, un tempo invece importante via di transito che evitava le insidie del fondovalle.
Per farlo ridiscendiamo sulla strada verso Ere, fino all'imbocco della già citata via Vignone, con la cappelletta sul lato sinistro. Saliamo ora lungo la stradina acciottolata fino a trovare il cartello con la scritta "Buglio", che segnala il punto di partenza del sentiero che traversa in direzione ovest, appunto, verso Buglio.


La partenza della via Vignone

Il sentiero sale sul versante boscoso, verso ovest, attraversando una valletta ed affacciandosi ad un ampio ripiano, sulla parte alta del dosso del Verdel, sul limite orientale del territorio di Buglio in Monte. Si tratta di un sentiero non molto largo, ma ben marcato. Nel primo tratto qualche passaggio un po' esposto richiede attenzione (se siamo su due ruote procediamo scendendo di sella). Certo oggi si fa fatica ad immaginare che questa fosse nei secoli passati la via più frequentata e sicura per passare da Monastero a Buglio. Ma possiamo essere certi che fu proprio questa la via che i piedi di San Bello calcarono lasciando l'amata Monastero.


I prati della Meroggia visti dal sentiero perr Buglio

Terminata la salita dopo un tratto in piano il sentiero confluisce in una pista sterrata che corre a monte di una ridente fascia di prati in dolce pendenza. La selva a tratti si apre regalando godibilissimi scorci panoramici, soprattutto verso ovest. Si distinguono, alle spalle del Culmine di Dazio, il caratteristico corno del monte Legnone, che chiude ad ovest la carena orobica, ed alla sua sinistra un segmento del versante occidentale della Val Gerola. La pista termina in località Campasc' (m. 630), presso la struttura utilizzata dal Gruppo degli Alpini di Buglio per le proprie feste ed i momenti conviviali.


Prati sul limite orientale di Buglio in Monte

Ci immettiamo ora nella carrozzabile che sale ai maggenghi del Prà, del Calèk e di Sessa, in corrispondenza di un tornante sx. La seguiamo in leggera discesa, proseguendo diritti verso ovest, per un buon tratto, Passiamo così a destra del "Gisöö de San Roc", detto anche "del Bau" perché è rappresentato, sul lato sinistro, San Michele che schiaccia diavolo ("bau", con voce dialettale). Poco più avanti la pista piega a destra e si dirige verso il solco della Val Primaverta. Dopo breve tratto la lasciamo prendendo a sinistra e scendendo per l'antica stradina acciottolata. Superiamo il torrente Primaverta su un antico ponte e dopo pochi tornanti raggiungiamo il Mulino di Val Primaverta, ancora in buono stato di conservazione. Qui erano attive due macine, una per la farina da polenta ed una seconda per la farina da pane. Il mulino serviva l'intero paese e forse vi venivanio macinate anche granaglie portate da fuori.


Mulino di Val Primaverta

Stiamo percorrendo un tratto del Sentiero della Memoria, ed una targa poco più in basso ne spiega il significato. Si tratta di una targa del Comune di Buglio in Monte che ricorda i partigiani fucilati il 16 giugno 1944, dopo la battaglia di Buglio, nel punto in cui avvenne l'esecuzione. Si tratta di Valeni Clemente, Reda Pierino, Pasina Gustavo, Niconcelli Vinicio, Bianchi Virgilio, Bollina Sergio, Vecchiantini Luciano, Zamboni Ferruccio e Cabellini Luciano.


Targa che commemora i partigiani fucilari il 16 giugno 1945 (clicca qui per ingrandire)

Il sentiero rievoca i risvolti tragici della Battaglia di Buglio. Su un vicino pannello si legge: “Il “Sentiero della Memoria” ripercorre i luoghi teatro degli eventi tragici legati alla Seconda Guerra Mondiale (’43-’45) che hanno riservato al paese di Buglio in Monte un ruolo non marginale e purtroppo doloroso. Quegli avvenimenti ci hanno consegnato il bene prezioso della libertà e della democrazia che oggi siamo tutti tenuti a preservare nel rispetto reciproco”.  


Buglio in Monte

La battaglia di Buglio (cfr. approfondimento) ebbe come premessa l’evento che diede una svolta alla Seconda Guerra Mondiale, lo sbarco in Normandia. Per tenere il più possibile impegnate le forze Naziste in Europa venne data a tutti i gruppi partigiani la direttiva di pianificare offensive ed ingaggiare conflitti a fuoco. Ciò portò ad un duro confronto fra le due anime della Resistenza (quella comunista, incarnata da “Nicola” e determinata ad un rispetto senza tentennamenti di questa linea tattica e quella cattolica, incarnata da “Camillo” (il medico Giuseppe Giumelli), molto più riluttante per il pericolo di coinvolgimento della popolazione civile).
I Partigiani entrarono in azione occupando Buglio in Monte l’11 giugno 1944. La reazione dei Repubblichini e dei Tedeschi non si fece attendere e portò al bombardamento e mitragliamento di Buglio, che fu rioccupata il 16 giugno. Ciò ebbe come conseguenza non solo la fucilazione di 9 Partigiani coinvolti, ma anche la morte di due bambini in fuga, Tarcisio Travaini, 12 anni, e la sorellina Gemma, di 2 anni, che stava portando sulle spalle, ed inoltre di Caterina Franzina, Pietro Iemoli, Maria Pedroli, Fedele Salvetti, Giovanni e Giacomo Sciani. Una vicenda che ha segnato profondamente il paese, una ferita che stenta a rimarginarsi.


Buglio in Monte

Così la riassunse “Camillo”: “Un colpo di mortaio … diede il via all’attacco. Le case di Buglio bruciarono quasi subito. La lotta apparve impari: contro migliaia di nazifascisti armati c’erano 50 partigiani e 150 giovani con nelle mani solo dei sassi… Il Reda, un fornaretto di Ardenno, diciassettenne, fu ferito ad una coscia. Medicato, tornò a combattere ma lo presero ed un soldato tedesco lo finì con la rivoltella. Il Pasina, un altro ragazzo di 17 anni di Talamona, fu trovato irriconoscibile qualche giorno dopo: i fascisti lo avevano cosparso di benzina e gli avevano dato fuoco. Quel giorno a Buglio arsero 36 case. La sera dopo ci ritrovammo tutti all’alpe del Masino. Ebbi con Nicola un aspro scontro verbale al termine del quale decisi di andarmene seguito da due, tre partigiani.”


Clicca qui per aprire una panorama dalla strada provinciale per Buglio

Alla figura del mite San Bello si sono sostituite le tragiche ombre di un passato ben più recente. Un breve tratto ancora e l'antica strada confluisce nella nuova strada provinciale che dal fondovalle sale a Buglio in Monte. Qui le strade si separano: lasciamo san Bello procedere verso destra, in direzione di Buglio, e scendiamo verso sinistra, seguendo per un tratto la strada provinciale. Dopo una curva a sinistra la strada lascia l'ombra della selva ed esce all'aperto, scendendo diritta verso est. Sul suo lato destro, in posizione straordinariamente panoramica, vediamo una cappelletta, mentre a sinistra una pista sterrata sale verso la fascia di prati di cui abbiamo visto la parte alta traversando al Campasc'.


Panorama occidentale dalla stradina che scende ad Ere

Al termine della discesa la strada provinciale curva a destra. Appena prima della curva la lasciamo imboccando una stradina che se ne stacca sulla destra, ma poi volge subito a sinistra e passa proprio sotto la provinciale, proseguendo verso est-sud-est. Una stradina apparentemente insignificante, che però per un paio di giorni, dopo l'alluvione del 18 luglio 1987, fu l'unica via percorribile per passare da Ardenno a Berbenno (e quindi per procedere dalla bassa Valtellina a Sondrio), essendo la piana di Ardenno interamente allagata dall'esondazione del fiume Adda.
La stradina taglia una splendida fascia di vigneti e nella parte terminale passa a sinistra della chiesetta di San Sisto. Poco più in basso torniamo al bivio alla parte alta di Ere, presso il quale abbiamo lasciato l'automobile.


La chiesetta di San Sisto

Carta del percorso - sulla base della Carta Tecnica Regionale della Regione Lombardia

APPROFONDIMENTO: LA BATTAGLIA DI BUGLIO NEL CONTESTO DELLA STORIA DELLA RESISTENZA IN BASSA VALTELLINA

La Valtellina, dopo l’8 settembre 1943 e la costituzione della Repubblica di Salò, di fatto controllata dai Tedeschi, diventò molto importante per i Fascisti. Infatti i suoi impianti idroelettrici erano fondamentali per alimentare le industrie del milanese, e non ci si poteva permettere che subissero danni ad opera dei Partigiani. Nel 1944, dopo lo sbarco in Normandia, era ormai chiaro a tutti i Fascisti che la guerra sarebbe stata persa, anche se nessuno poteva dirlo, perché sarebbe stato accusato di essere disfattista.
Uno dei gerarchi Fascisti, Pavolini, ideò allora il piano di fortificare la Valtellina e di farne un “ridotto”, cioè un luogo di resistenza ad oltranza nel caso in cui gli Alleati, che stavano risalendo la penisola, avessero sfondato la “linea gotica” tedesca e quindi conquistato la Pianura Padana. L’idea Pavolini era di ritirarsi in Valtellina, dove ci si poteva difendere, data la natura del territorio, per lungo tempo. Lo scopo era, probabilmente, quello di costringere gli Alleati a trattare una resa onorevole, minacciando in caso contrario di sabotare le centrali idroelettriche. Nel caso peggiore si poteva poi fuggire nella neutrale Svizzera e sfuggire così ai possibili processi.
Nell’articolo “1945: il Ridotto Valtellinese”, di Carlo Alfredo Clerici ed Enrico E. Clerici (pubblicato nel Bollettino della Società Storica valtellinese del 1997) ci sono alcuni interessanti documenti che spiegano il significato di questo progetto. Il primo è una lettera di Mussolini a Pavolini scritta intorno alla metà di settembre del 1944:
"Vi affido con la presente l'incarico formule di presiedere e dirigere i lavori della Commissione che si chiamerà "Ridotto Alpino Repubblicano" (RAR) intendendo per tale denominazione la zona prescelta per organizzarvi la più lunga resistenza possibile all'invasore. Tale resistenza deve essere organicamente preparata, tempestivamente e in ogni campo....Mi terrete informato dello sviluppo dei vostri lavori".
Il secondo documento è il progetto che il federale di Milano Vincenzo Costa espose a Mussolini, giunto in visita alla federazione fascista di Milano nel dicembre del 1944, con queste parole:
Non intendiamo lasciarci sorprendere da un altro 25 luglio, non vogliamo lasciarci sorprendere nell'impossibilità di difenderci, dobbiamo essere preparati ad affrontare la situazione con eroismo. Ecco perché il fascismo milanese, interpretando il pensiero di tutti i fedeli al nostro Ideale e a voi nostro duce, intendo attuare il progetto del "quadrato della Valtellina.
Le difese della vecchia "Linea Cadorna", le difese naturali offerte da quei monti che chiudono la valle sono la base di un concentramento di forze fasciste, che bene distribuite in posizioni di difesa possono tenere a distanza il nemico.
Nella valle ci sono le più importanti centrali elettriche che alimentano l'energia della Lombardia e se minacciassimo di farle saltare daremmo all'avversario un motivo di apprensione.
In Valtellina, a qualche chilometro dal suo imbocco, nel comune di Rogolo, abbiamo ammassato ingenti quantità di viveri e di munizioni. Una compagnia di fucilieri della Resega già provvede al controllo degli accessi alla valle e dopo che le forze fasciste vi saranno affluite provvederà a far saltare i ponti sul Mera, sull'Adda e a minare il passo di Piana. La batteria d'artiglieria della Resega ha appostato i suoi cannoni tra la punta di Fuentes e Piana. In Valtellina, duce, potrete eventualmente "trattare" con il nemico. La Svizzera è immediatamente vicina e corre parallela a tutta la profondità della valle, per cui si potrà anche entrarvi in forze: in tal caso la confederazione elvetica disarmerà e farà prigioniere le forze fasciste. Il quadrato della Valtellina dovrebbe attuarsi come segue:
a) All'ora X. e come da ordini precedentemente dati al comandante militare di ogni provincia, le forze fasciste raggiungeranno la Valtellina portando con loro viveri per almeno 30 giorni per tutti.
b) Un comandante generale, designato dal duce, assumerà il comando del concentramento delle forze fasciste in Valtellina e disporrà la loro assegnazione nelle posizioni di difesa prestabilite.
c) Settore Chiavenna. Le forze della provincia di Como sbarreranno i passi del confine con la Svizzera, si sistemeranno in posizione di difesa da Chiavenna a Montemezzo, sopra l'imbocco della Valtellina.
d)  Settore Fuentes. Le forze fasciste della provincia di Milano, costituite dalla brigata nera Resega e dalla legione Muti e GNR, bloccheranno, con il battaglione Perugia, la Valsassina da Premana a Dervio, l'accesso alla valle del passo di Piana e le strade che provengono da Sorico e si collegano con punta Fuentes.
e) Settore Val Bretnbana. Le forze fasciste della provincia di Bergamo bloccheranno gli accessi in alta valle occupando i capisaldi dominanti e mantenendo i collegamenti con le forze bresciane del settore della Val Canonica e quelle del settore Puentev
f) Settore Val Canonica. Tutte le forze fasciste della provincia di Brescia raggiungeranno il passo dell'Apriva percorrendo la strada che parte da Edolo in stretto contatto con le forze fasciste del settore della Val Brembana e con esse poi ripiegheranno in Valtellina. Tutte le altre forze fasciste in ritirata a mano a mano che arriveranno si uniranno alle forze dei vari settori indicati o si concentreranno nelle località indicate dal comando unico che avrà sede a Sondrio.
Questo è il progetto del ridotto della Valtellina, un progetto che, se attuato, all'ora X imporrà all'avversario il rispetto delle nostre famiglie, delle nostre case perché altrimenti potremmo compiere "rappresaglie" i cui obiettivi potrebbero essere costituiti dalle centrali elettriche, dagli ostaggi, dai prigionieri. Duce, perdonateci se abbiamo preso un'iniziative, che non ci compete, ma ci è stata imposta dalla situazione. Se dobbiamo vivere vorremmo farlo all'ombra della bandiera della repubblica sociale italiana: vorremmo vivere con voi. Se dovessimo morire vorremmo essere impiccati all'asta della bandiera tricolore della repubblica sociale italiana dopo aver fatto quadrato attorno a voi, nostro duce".
Il piano poteva riuscire ad una condizione: “bonificare” la Valtellina dalle formazioni partigiane che, dai monti, potevano costituire una pericolosa insidia e mandare in fumo il progetto. Questo spiega come mai nella bassa e media Valtellina l’azione delle forze nazifasciste contro le formazioni partigiane, soprattutto dall’estate del 1944, fu particolarmente intensa.
In alta Valtellina, invece, le formazioni partigiane ebbero vita più facile e non si ebbero scontri di rilievo. I partigiani, in Valtellina, erano, come nel resto d’Italia, divisi in due fazioni ideologicamente diverse: le formazioni garibaldine, di orientamento comunista, e quelle “bianche”, di orientamento cattolico e liberale. Fra le due fazioni vi furono momenti di tensione e si giunse in qualche caso ad un passo dallo scontro.
Il periodo più duro per la resistenza in bassa Valtellina fu senza dubbio quello che parte dall’estate del 1944. Il 6 giugno avvenne lo sbarco in Normandia e le formazioni partigiane in tutta Europa ricevettero la direttiva di impegnare in battaglia le forze nazi-fasciste per evitare che queste venissero trasportate sul fronte della Normandia, dove si svolgeva una battaglia cruciale (se gli Alleati avessero vinto, la guerra avrebbe avuto una svolta decisiva in loro favore, mentre se fossero stati ributtati in mare, si profilava uno stallo che avrebbe probabilmente conservato ad Hitler buona parte dell’Europa continentale).
Il comandante della divisione Garibaldi, Dionisio Gambaruto, “Nicola”, decise di obbedire a questa direttiva e di conquistare un paese tenendolo il più possibile. La scelta cadde su Buglio (ai confini del mandamento di Morbegno).
Ecco come egli stesso descrive quel che avvenne: “Giugno segnò… il via in grande stile delle operazioni partigiane: 1'1 ci fu l'assalto, con gli uomini di «Al», alla caserma di Ballabio; il 10 l'attacco improvviso al treno Milano-Sondrio; 1'11 giugno l'occupazione di Buglio in Monte, un piccolo paese di mezza montagna della Valtellina. I partigiani presero possesso del paese, venne destituito il podestà fascista, nominato il sindaco e, per una settimana, si tennero « consigli comunali » di tipo democratico. Tutta la popolazione ebbe diritto di parola; tutte le sere si svolsero assemblee di popolo nei locali pubblici, nelle osterie, in ogni punto ove ci fosse una sala capace di contenere più di dieci persone. Venne deciso di distribuire alla popolazione i generi alimentari che i fascisti avevano ordinato di consegnare all'ammasso, lana di pecora, grassi, latte, altro. É evidente che la presa di Buglio in Monte era stata una sfida aperta al regime fascista. Il 6 giugno gli alleati erano sbarcati in Normandia e noi della Resistenza avevamo ricevuto l'ordine di entrate in azione dappertutto per allargare quanto più possibile il conflitto e per disturbare la marcia delle truppe fasciste e tedesche. Per questo occupammo Buglio, che divenne il primo comune libero di tutta la Valtellina…. I fascisti del resto avevano annunciato un rastrellamento sulle colonne del «Popolo Valtellinese». L'attacco a Buglio fu portato in massa. Era il 16 giugno. C'erano tedeschi, polacchi, mongoli utilizzati dai nazisti nella controguerriglia, militi della GNR, brigatisti neri, in tutto circa un migliaio di uomini. Una decina di cannoni erano piazzati ai due lati della cascina. Era l'alba quando udimmo i primi colpi di artiglieria. Cominciarono a crollare le case, i cascinali, i fienili. Decidemmo la ritirata mentre « Ennio il Rosso » con una mitragliatrice rispondeva al fuoco nemico fino a che non fu colpito da un attacco alle spalle. Gli studenti milanesi, senza armi, contribuivano gettando sassi. Chi fu catturato venne fucilato sul posto. Per noi quella scelta rappresentò una sconfitta; forse non avremmo dovuto rimanere troppo arroccati nella zona anche se non era un nostro obiettivo trasformare quella striscia di terra in una Repubblica. Nostra intenzione era di restare a Buglio solo qualche giorno, portare in alto i nostri magazzini e poi andarcene. Eravamo cioè ben convinti di dover evitare una battaglia frontale ma i nemici furono più rapidi di noi.” (Testo tratto da “La resistenza più lunga”, di Marco Fini e Franco Giannantoni, Milano, SurgarCo, 2008).
Il comandante partigiano ammette che vi furono degli errori di valutazione. Il bilancio della battaglia di Buglio fu tragico, perché morirono non solo partigiani, ma anche alcuni civili, colpiti dal mitragliamento delle forze nazi-fasciste. Per questo il ricordo di questa tragedia è ancora vivo in paese, non se ne parla volentieri. A lato della strada che sale a Buglio, poco sotto il paese, è stata posta una targa che commemora i partigiani caduti nella battaglia di Buglio. Si legge: “Caduti per la libertà. 16 giugno 1944. Valeni Clemente, 1908. Reda Pierino, 1924. Pasina Gustavo, 1927. Nicocelli Vinicio, 1926. Bianchi Virgilio, 1926. Bollina Sergio, 1926. Vecchiantini Luciano, 1920. Zamboni Ferruccio, 1923. Gabellino Luciano. Comune di Buglio in Monte”.
Su un pannello vicino si legge: “Il “sentiero della Memoria” ripercorre i luoghi teatro degli eventi tragici legati alla Seconda Guerra Mondiale (’43-’45) che hanno riservato al paese di Buglio in Monte un ruolo non marginale e purtroppo doloroso. Quegli avvenimenti ci hanno consegnato il bene prezioso della libertà e della democrazia che oggi siamo tutti tenuti a preservare nel rispetto reciproco.”
Dante Sosio, nel suo volume “Buglio in Monte” (Sondrio, 2000), scrive, in proposito: “I colpi di mitraglia raggiunsero due bambini in fuga: Tarcisio Travaini, 12 anni, stava portando in salvo, sulle spalle, la sorellina Gemma di 2 anni. Caddero uno sopra l’altro come altri civili, Caterina Franzina, Pietro Iemoli, Maria Pedroli, Fedele Salvetti, Giovanni e Giacomo Sciani…. L’impari lotta nel ricordo di Giuseppe Giumelli, Camillo, medico delle formazioni partigiane in Valtellina, … in una testimonianza di qualche anno fa, prima della sua scomparsa: “Un colpo di mortaio, raccontò, diede il via all’attacco. Le case di Buglio bruciarono quasi subito. La lotta apparve impari: contro migliaia di nazifascisti armati c’erano 50 partigiani e 150 giovani con nelle mani solo dei sassi… Il Reda, un fornaretto di Ardenno, diciassettenne, fu ferito ad una coscia. Medicato, tornò a combattere ma lo presero ed un soldato tedesco lo finì con la rivoltella. Il Pasina, un altro ragazzo di 17 anni di Talamona, fu trovato irriconoscibile qualche giorno dopo: i fascisti lo avevano cosparso di benzina e gli avevano dato fuoco. Quel giorno a Buglio arsero 36 case. La sera dopo ci ritrovammo tutti all’alpe del Masino. Ebbi con Nicola un aspro scontro verbale al termine del quale decisi di andarmene seguito da due, tre partigiani.”
Inoltre proprio a Buglio, a causa di quello che era accaduto, furono portati, dopo la fine della guerra (esattamente il 15 maggio 1954), alcuni esponenti e simpatizzanti del regime fascista e vennero fucilati presso il cimitero del paese. Nel medesimo volume si trovano i loro nomi: Mossini Nelda e il fratello Guido di Ardenno, Sante Vaccaio di Pavia, avvocato, Parmeggiani Rodolfo di Sondrio, ragioniere, Tam Angelica di Villa di Chiavenna, professoressa, Lantieri Carlo di Tirano, ufficiale maggiore degli Alpini, Forzoni Giovanni di Firenze, giornalista, Fattori Marino di San Marino, colonnello, Bertoli Giovanni di Sondrio, Barra Cesare di Magenta, commerciante, Poletti Gustavo di Sondrio, direttore de “Il Popolo d’Italia”, Muttoni Emilio di Sondrio e Zoppis Cesare di Sondrio, impiegato.
In conseguenza della battaglia di Buglio si ebbe, come visto sopra, una prima frattura fra i due leader della resistenza in bassa Valtellina, “Nicola” e “Camillo”. Quest’ultimo ricorda: “Durante l'estate, riesplosero fra me e « Nicola » motivi di dissenso in relazione ad imprese che lasciavano spazio a forti critiche. Seppi che i partiti avevano lanciato un attacco politico notevole e che le azioni recavano un po' quel marchio. Giunsero fra di noi opuscoli di propaganda e arrivarono da Milano persone del tutto ignare di tecnica di guerriglia. Gente che nulla aveva a che fare coi partigiani.
Avvennero rapine ed omicidi ingiustificati e fra la popolazione valtellinese si creò del malumore che segnò anche i rapporti fra partigiani locali e quelli venuti da fuori nell'estate. La tensione aumentava visibilmente e fra me e «Nicola» si creò ancora uno stato di assoluta incomunicabilità…
I miei rapporti con «Nicola» si inasprirono ancor di più. Anche gli uomini protestarono mentre i valligiani di Mello insorsero vedendo portar via il formaggio e il bestiame. L'entusiasmo di un tempo stava spegnendosi e si incrinava l'antica solidarietà. La popolazione era stanca di pagare e di non essere difesa… La linea intransigente di «Nicola» non si fermò. In quei giorni trovò a Roncaglia due uomini ai quali chiese per chi parteggiassero, se per Giumelli o per lui. Alla risposta, gli uomini di «Nicola» presero quei miei partigiani, li seviziarono e poi li fucilarono.
Quando fui informato dell'episodio dichiarai che non potevamo accettare supinamente, che avremmo vendicato i caduti. Giunsi alle spalle di « Nicola » ma poi ebbe in me sopravvento la ragione. Trascorse poco tempo, e dopo aver ricevuto altre pressioni tese a strumentalizzarmi, mettendomi ancor più contro «Nicola» e la Resistenza, accettai, per le insistenze continue, di incontrarmi con il comandante garibaldino a tu per tu a Cataeggio. Ci vedemmo su un prato, con cinque uomini armati da una parte e cinque dall'altra. Io avevo una Colt e « Nicola » una bomba a mano. Con me c'era «Athos» e le rispettive bande erano in attesa nei boschi. Si discusse a lungo, poi per buona pace di tutti si accettò di ricostruire la formazione nel nome dell'unità. Ottenni il comando dei miei uomini; Giulio Spini mi seguì come commissario politico. Era la fine ottobre 1944.” (Da “La resistenza più lunga”, op. cit.)
Il famoso Alfondo Vinci (grande scalatore e studioso, attualmente sepolto nel cimitero di Pilasco frazione di Ardenno) racconta così quelle vicende: “La fuga di Giumelli non mi sorprese: conoscevo bene l'uomo, i suoi atteggiamenti, il suo attaccamento alle tradizioni. Chiesi a «Nicola» il permesso di poter andare a parlargli. «Nicola» inizialmente si oppose, poi accettò. Partii solo, armato della pistola a tamburo e di quattro bombe a mano. A Cevo, dopo un po' di cammino, la sorpresa: un partigiano di nome «Biancaneve», con altri uomini, mi intercettò, dopo avermi riconosciuto come partigiano di Nicola. Fui disarmato dopo che avevo spiegato lo scopo del mio viaggio. Furono attimi di terrore, in cui emerse il profondo contrasto fra i due gruppi. Alla fine, affidato a due partigiani, mi fu permesso di proseguire. Intanto, senza che io lo sapessi, « Nicola » con una decina di uomini mi aveva seguito. Trovò sulla strada «Biancaneve», scoprì nelle sue mani ed in quelle di altri due partigiani le mie armi e fucilò seduta stante i tre. Trovai Giumelli. Mi disse che era in netto disaccordo con i «milanesi» e che non approvava i loro metodi”.
Ecco, infine, la versione dell’altro antagonista, “Nicola”: “Subito dopo questa battaglia esplose il «caso» del medico Giumelli, responsabile del nostro servizio sanitario. La sua condotta produsse una scissione che mirò da una parte a sfasciare la divisione e dall'altra ad eliminare tutti i comandanti, compreso il sottoscritto, creando una formazione sotto il controllo di « G.L. ». Giumelli in questa iniziativa fu seguito da altri uomini, tutti valtellinesi come lui. Andò così: fummo informati che alcuni nostri compagni si erano impadroniti del deposito viveri e che «Bill» (Alfonso Vinci), nostro capo di Stato Maggiore, era stato disarmato dagli scissionisti. Dopo questa mossa Giumelli prese contatto con il CLN ed immediatamente dopo si avviarono trattative fra il CLN, i nostri Comandi e le altre divisioni.”
Si nota che Camillo e Nicola partivano da convinzioni diverse: per quest’ultimo la strategia della guerra era al primo posto, mentre il primo era molto attento anche alle conseguenze che certe azioni potevano avere sulla popolazione civile e sui contadini. Ma dietro questa divergenza c’erano motivi più profondi. La contrapposizione fra la fazione comunista e quella cattolico-liberale della resistenza non si verificò solo in Valtellina e non fu dovuta solo ad una contrapposizione di figure, ma era legata ad una visione ideologica diversa. Per i “rossi” la resistenza era solo il punto di partenza per instaurare nell’Italia liberata dai nazi-fascisti di un regime di socialismo reale, come quello dell’URSS, regime concepito da loro come il regime della vera libertà e democrazia. Per cattolici e liberali, invece, il comunismo era un pericolo contro il quale bisognava vigilare: per loro dopo la fine della guerra l’Italia sarebbe dovuta diventare una democrazia con lo stesso assetto istituzionale di Inghilterra, Francia e Stati Uniti.
Tornando alle vicende della resistenza e spostandoci un po’ più ad ovest, consideriamo Ardenno. Qui non si ebbero veri e propri scontri, ma sui maggenghi a monte del paese furono bruciate alcune baite dove i partigiani avevano punti di appoggio (prati di Lotto, estate 1944). Una cosa analoga avvenne in Val Masino, dalla quale, per il passo di Zocca, si poteva espatriare in Svizzera: molte baite ed anche i rifugi alpini vennero dati alle fiamme. 
La battaglia di Buglio era solo l’inizio della controffensiva nazifascista: i Repubblichini ed i Tedeschi decisero, nell’autunno del 1944, di farla finita con la resistenza, approfittando del fatto che l’avanzata degli Alleati da sud procedeva più lentamente di quanto previsto. Durante l’inverno, infatti, questi si fermarono sul fronte appenninico, in attesa della primavera. Il generale Alexander emanò un famoso proclama nel quale invitava i Partigiani a sospendere le operazioni ed a tornare a casa in attesa della primavera, stagione nella quale si sarebbe scatenata l’offensiva decisiva. Ovviamente questo proclama venne sentito un po’ come una beffa, perché i partigiani non potevano certo tornarsene alle proprie case.
Procedendo da Ardenno verso ovest troviamo la grande Costiera dei Cech, il solare versante retico che si estende da Campivico a Dubino. Qui il 1 ottobre 1944 si scatenò una seconda importante battaglia, quella di Mello o battaglia di S. Antonio. I reparti fascisti, per disperdere le formazioni partigiane che formavano la Prima Divisione Garibaldi, appostate nella zona di Mello, decisero un'azione militare, che scattò alle otto di mattina della domenica del primo ottobre 1944: un'ottantina di uomini da Morbegno, attraversato il ponte di Ganda passando per S. Croce, salirono verso Mello, con il probabile intento di raggiungere Poira, sede del Comando di Brigata. I partigiani non furono colti di sorpresa, avendo avuto notizia dell'azione grazie ad una soffiata (un drappo colorato apposto ad una finestra a Morbegno), e tentarono di bloccare la colonna operando un'imboscata prima che raggiungesse il paese, senza però riuscirci. La colonna, giunta a Mello, diede fuoco a diverse case; alcuni militi piazzarono una mitragliatrice sul campanile della chiesa di S. Giovanni di Bioggio, per tenere sotto tiro i reparti partigiani. Altri 140 fascisti si aggiunsero agli 80 salendo da Cino e Cercino, ed aggirarono i reparti partigiani salendo ai prati di Aragno. Verso mezzogiorno la battaglia divampò in tutti i settori. I reparti partigiani erano sempre più inferiori per numero di uomini ed armi, dal momento che nuove forze fasciste affluivano dal fondovalle, e cercavano di resistere dividendosi in gruppetti di 10-15 unità e sfruttando la tattica della mobilità. Gli scontri, che ebbero come baricentro il tempietto di S. Antonio, sull'attuale pista che congiunge Mello a S. Giovanni di Bioggio, investirono anche dell'abitato di Mello. Alle 20 i fascisti decisero di ritirarsi, dopo aver comunque portato a termine la distruzione e l'incendio di molte case. I partigiani, lasciati i morti nel cimitero di Mello ripiegarono verso Poira. Si chiuse così la tragica giornata della battaglia di Mello, alla quale parteciparono, tra gli altri, i partigiani Giulio Spini della XL Brigata Matteotti, Renzo Cariboni (Tarzan), Giuseppe Giumelli (Camillo); Ortensio Camero, Rinaldo Soldati, Lino Pellegatta, Giacomo Camero, Angelo Barcaiolo, Felice Pedranzini, Angelo Bigiolli, Renzo carboni. I partigiani caduti durante la battaglia (nella quale morirono anche più di 40 militi fascisti) sono commemorati in una lapide presso la Chiesetta di S. Antonio (sulla pista che congiunge il centro di Mello al poggio della chiesa di S. Giovanni di Bioggio): Grandi Enrico (Orfeo), Ronconi Renato (Nato), Iori Enrico (Nino), Ortolani Arcangelo (Iazio), Fornè Annuzio (Guerra), Croce Pierino (Rino), Alberti Rocco, Braccesco Vittorio, Contessa Lorenzo, Scamoni Achille, Salivari Ventura, Baraiolo Abbondio, Ghislanzoni Franco (Athos), Pedranzini Felice, Salvetti Isidoro (Carnera), Panera Pietro, Masotta Bruno, Della Nave Igino, Tarabini Dino e Gaggini Tersilio. A fine novembre un secondo rastrellamento delle forze fasciste costrinse, però, i partigiani a lasciare anche il presidio di Poira ed a varcare il confine per rifugiarsi in territorio Svizzero.
La controffensiva nazifascista dell’autunno del 1944 fu la causa di un altro celebre episodio, la lunga ed epica traversata della 55sima Brigata Fratelli Rosselli, raccontata nel volumetto “Sui Sentieri della Guerra Partigiana in Valsassina – Il percorso della 55° Brigata F.lli Rosselli”, a cura di G. Fontana, E. Pirovano e M. Ripamonti, (2006, A.N.P.I. di Lecco). Racconta, appunto, il ripiegamento della brigata, nel novembre 1944, per sfuggire al rastrellamento nazi-fascista, dalla Valsassina alla Val Bregaglia (Svizzera), passando per la Val Gerola, la Costiera dei Cech, la Valle dei Ratti e la Val Codera.
Nell’ottobre del 1944 le forze nazifasciste organizzano un rastrellamento in grande stile che interessa la Valsassina. Gli elementi della brigata partigiana 55sima Rosselli, per sfuggire all’accerchiamento, decisero di ripiegare in Svizzera, lasciando solo alcune unità sul territorio della valle orobica, nell’intento di non perdere il contatto con la popolazione locale. Il grosso della brigata salì, quindi, in Val Troggia e, valicata la bocchetta di Trona ("buchéta de Truna"), si affacciò sulla Val Gerola, di cui attraversò l’intero fianco occidentale, passando per gli alpeggi di alta quota, al fine di evitare il presidio di SS italiane che staziona a Pedesina.
Dalla Corte scese sul fondovalle, varcando, in punti diversi, con il favore delle tenebre, il fiume Adda, il 3 novembre. Gran parte degli elementi, risalito il versante orientale della Costiera dei Cech, si ritrovarono alla piana di Poira, sopra Civo, già sede, per alcuni mesi, del comando della 40sima Matteotti. Seguì una pericolosa traversata alta per la Valle dei Ratti (a monte di Verceia) fino alla Val Codera (a monte di Novate Mezzola). Fra il 28 ed il 29 novembre venne raggiunto il paesino di Codera. Restava, però, l’ultima e più drammatica parte della traversata, la salita alla bocchetta della Teggiola, sulla testata della valle, e la discesa, ripida ed insidiosissima, sull’opposto versante della Val Bregaglia, che si conclude a Bondo, in Svizzera, nella giornata del primo dicembre. Diversi partigiani morirono nella traversata: i superstiti furono internati in Svizzera.
Nella Costiera dei Cech rimasero, però, alcune strutture di appoggio presidiate da Partigiani. Di una restano ancora i ruderi, a circa 2000 metri: si tratta della cosiddetta “Barac(h)ia di partigiàn”, a monte di Cino, in una zona difficile da raggiungere.
La storia degli ultimi tremendi due anni di guerra in bassa Valtellina non comprende, però, solo scontri armati, ma anche vicende che hanno dell’incredibile, come quella della bambina Regina Zimet Levy, ebrea che, con la sua famiglia, passò, verso la fine del 1943, dalla bergamasca in Valtellina per sfuggire ai rastrellamenti di ebrei che diventavano sempre più sistematici. Lo scopo della sua famiglia era di raggiungere Tirano, per espatriare sugli antichi sentieri dei contrabbandieri in Svizzera. Venne però avvertita che i Fascisti perquisivano a tappeto i treni ed indirizzata ad una famiglia di S. Bello, piccola frazione sopra il Ponte di Ganda, nel comune di Morbegno. Qui la famiglia Della Nave ospitò i quattro nella propria casa, presentandoli come parenti lontani e nascondendoli in cantina durante i rastrellamenti. La famiglia rimase dunque qui per quasi un anno e mezzo, fino alla liberazione nell’aprile del 1945. La piccola Regina raccontò poi la sua vicenda in un libro che ha avuto risonanza nella nostra provincia, curato dalle prof.sse Fausta Messa e Paola Rovagnati, “Al di là del ponte” (Città di Morbegno, 2008). Nel libro ricostruisce molto efficacemente il clima di quei lunghissimi quattordici mesi, passati nel timore costante che qualcuno potesse tradire la famiglia Della Nave e quindi far arrestare gli Ebrei che sarebbero finiti in un campo di sterminio in Germania.
Uno degli aspetti più toccanti di questa specie di diario è constatare come persone di cultura diversissima e di religione diversa abbiano potuto essere legate da un profondo sentimento di umanità. Regina sentì sempre, terminata la guerra e tornata la sua famiglia a Gerusalemme, il bisogno di tornare a trovare la famiglia che l’aveva ospitata con tanto coraggio.

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