La quinta ed ultima tappa della cinque giorni intorno al Disgrazia ci riporta in territorio italiano, per il passo di Zocca, posto sul fondo della Valle dell'Albigna. La salita al passo richiede l'attraversamento di un ghiacciaietto non pericoloso, ma sempre da affrontare con tutte le cautele e l'attrezzatura del caso. Per questo passo sendiamo ai rifugi Allievi-Bonacossa, in Valle di Zocca e proseguiamo la discesa della valle fino a toccare il fondo della Val di Mello che, percorsa verso l''imbocco, ci riporta al parcheggio dove abbiamo cinque giorni prima lasciato l'automobile. Si tratta di una tappa con limitato sviluppo in altezza. Molto maggiore è il dislivello in discesa, ripagato comunque dagli splendidi scenari di una delle più belle laterali della Val di Mello, un vero paradiso per gli scalatori nello scenario delle più belle fra le cime del gruppo del Masino. La tappa non propone particolari problemi, ma nella salita al passo di Zocca si attraversa, con tutta l'attenzione del caso, un tratto di ghiacciaio dell'Albigna.


La Capanna dell'Albigna

DALLA CAPANNA DEL'ALBIGNA AL PARCHEGGIO DI VAL DI MELLO PER IL PASSO DI ZOCCA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Capanna dell'Albigna-Passo di Zocca-Rifugi Allievi-Bonacossa-Parcheggio di Val di Mello
8 h
620 (1700 in discesa)
EEA
SINTESI. Dalla Capanna dell’Albigna (m. 2336), seguendo le indicazioni per il passo di Zocca, prendiamo il sentiero che scende verso sud. Ad un bivio lasciamo il sentiero che alla nostra sinistra si addentra nel vallone che ospita la vedretta di Cantone e stiamo a destra, procedendo nella discesa con qualche svolta, fra ripide balze. Davanti noi, sul fondo della Valle dell’Albigna, i poderosi contrafforti settentrionali dei pizzi del Ferro. Perdiamo così circa 150 metri di quota sul versante nord-occidentale della parte terminale del vallone di Cantone e ci portiamo presso la riva orientale del grande lago dell’Albigna. Ci attende il guado del torrente che scende dalla Vadretta del Cantone, un guado non banale, se la portata del torrente è cospicua. Sul lato opposto del vallone iniziamo a salire verso sud, tagliando la base del versante occidentale della Punta di Albigna. Si tratta di una traversata piuttosto tormentata, con diversi saliscendi. Il sentiero, a tratti scavato nella viva roccia, si districa fra pareti scoscese e ripidi canaloni, con passaggi attrezzati con scale metalliche e funi, che richiedono concentrazione ed esperienza escursionistica su sentieri attrezzati. Dopo l’ultima discesa di un ripido canalone con scala metallica tocchiamo un terreno più tranquillo, di nuovo presso la sponda sud-orientale del lago. Lasciamo alla nostra sinistra una nuova traccia che sale verso est in direzione della Vedretta di Castello e proseguiamo diritti, lasciando alle spalle la riva meridionale del lago dell’Albigna. Puntiamo ora alla fronte del ghiacciaio dell’Albigna che a stagione inoltrata, quando la coltre nevosa si è sciolta, resta nascosta sotto uno strato di detriti. La traccia sale sul crinale della grande morena che occupa il lato orientale dell’alta valle (quello di sinistra, per noi che saliamo) e lo segue sempre in direzione sud. Ci portiamo così alla biforcazione dell’alta valle, divisa dai poderosi contrafforti che scendono verso nord dalla Cima di Zocca: il ramo principale rimane alla nostra destra e piega verso sud-ovest, mentre noi ci addentriamo nel ramo secondario e, sempre seguendo il filo della morena, pieghiamo leggermente a sinistra (sud-sud-est). Mettiamo così piede sul ghiacciaietto che si stende ai piedi del crinale sul quale riconosciamo o stretto intaglio del Passo di Zocca dal gendarme di pietra che ne presidia il lato sinistro. Il ghiacciaietto non è particolarmente insidioso, ma richiede tutte le cautele della marcia su ghiacciaio, con assicurazione in cordata. Nel primo tratto di avvicinamento al passo procediamo quasi in piano, poi la pendenza si impenna. Una fascia di rocce sotto la verticale del passo, divise in due da un canalino centrale, vengono di solito aggirate sul lato destro (anche se c’è chi preferisce infilarsi nel canalino). Prendendo a destra passiamo così a sinistra di un primo crepaccio, poi pieghiamo decisamente a destra aggirando un secondo crepaccio. Infine un traverso verso sinistra ci porta all’intaglio del Passo di Zocca (m. 2749), oltre il quale si apre una finestra sull’alta Valle di Zocca, dalla quale distinguiamo già chiaramente i rifugi Allievi-Bonacossa. La discesa avviene sfruttando un canalone di sfasciumi, che può presentare condizioni differenti a seconda della stagione. Se è ricoperto di neve, si può procedere diritti, prestando comunque attenzione perché la pendenza è abbastanza accentuata. A stagione inoltrata la neve può essere assente, ed allora ci conviene spostarci gradualmente a sinistra, seguendo una traccia malcerta che procede zigzagando nella pietraia, fino a raggiungere le prime strisce di pascolo che consentono una discesa più tranquilla. Particolarmente insidiosa la situazione intermedia, perché le chiazze di nevaio possono coprire buchi fra i massi nei quali si può scivolare procurandosi infortuni anche seri. Alla fine la discesa, sempre in direzione sud-est, ci porta ad una pianetta poco a monte dei rifugi Allievi-Bonacossa. La traccia intercetta poco più in basso il Sentiero Roma che qui inizia la sua traversata al rifugio Ponti. Lo seguiamo in direzione contraria, cioè verso destra e siamo subito ai rifugi Allievi-Bonacossa (m. 2387). Appena ad est dei rifugi si trova un bivio, al quale lasciamo alla nostra sinistra il Sentiero Roma che traversa al rifugio Ponti e prendiamo a destra, seguendo il largo sentiero che scende al già ben visibile pianone che con la sua forma ad incavo ha dato il nome alla valle. Ci portiamo sul lato opposto di un avvallamento e piegando a destra cominciamo a scendere decisi, con diverse svolte su un aereo pendio, fra caratteristici lastroni ed irriducibili lembi di pascoli. A metà circa della discesa traversiamo a sinistra (est), poi riprendiamo a scendere con diversi tornanti verso sud, fino ad approdare ai pascoli del Pianone (Zocùn, m. 2070). I segnavia indicano il sentiero che traversa verso sud stando sul lato sinistro della  piana, fino alla sua soglia, presidiata, alla nostra destra, da un crocifisso in legno, il "crusùn", posto a memoria dell'alpinista Agostino Parravicini. Riprende la discesa, sul marcato sentiero che taglia in diagonale il ripido versante e si infila fra i primi larici, passando per un caratteristico lastrone chiamato “i punt”. La discesa procede spedita in uno splendido lariceto. Se non prestiamo attenzione non ci accorgiamo neppure di passare qualche decina di metri a destra della radura che ospita, a 1725 metri, la casera di Zocca (casèra da zòca). Proseguiamo perdendo rapidamente quota su un sentiero che è stato splendidamente scalinato e protetto da corrimano in legno, fino ad una diagonale a destra che ci porta, a quota 1500, ad un ponte in legno che scavalca l’impetuoso torrente Zocca. Ci portiamo così sul lato occidentale della valle, ma il tema non cambia: il sentiero prosegue perdendo rapidamente quota con numerosi tornanti. Il sentiero termina confluendo in quello che percorre il lato settentrionale della Val di Mello. Percorriamo il sentiero verso destra ed in breve usciamo all’ampia spianata che ospita le baite della Cascina Piana (m. 1092). Ci ricongiungiamo con il sentiero percorso all’andata: seguendo il tratturo di Val di Mello ripassiamo per la località Ca’ di Carna ed infine scendiamo al parcheggio di Val di Mello, dove il grandioso anello intorno al monte Disgrazia termina.


Traversata passo di Casnile sud-Capanna dell'Albigna-Passo di Zocca

Dalla Capanna dell’Albigna (m. 2336), seguendo le indicazioni per il passo di Zocca, prendiamo il sentiero che scende verso sud. Ad un bivio lasciamo il sentiero che alla nostra sinistra si addentra nel vallone che ospita la vedretta di Cantone e stiamo a destra, procedendo nella discesa con qualche svolta, fra ripide balze. Davanti noi, sul fondo della Valle dell’Albigna, i poderosi contrafforti settentrionali dei pizzi del Ferro. Perdiamo così circa 150 metri di quota sul versante nord-occidentale della parte terminale del vallone di Cantone e ci portiamo presso la riva orientale del grande lago dell’Albigna. Ci attende il guado del torrente che scende dalla Vadretta del Cantone, un guado non banale, se la portata del torrente è cospicua. Sul lato opposto del vallone iniziamo a salire verso sud, tagliando la base del versante occidentale della Punta di Albigna. Si tratta di una traversata piuttosto tormentata, con diversi saliscendi. Il sentiero, a tratti scavato nella viva roccia, si districa fra pareti scoscese e ripidi canaloni, con passaggi attrezzati con scale metalliche e funi, che richiedono concentrazione ed esperienza escursionistica su sentieri attrezzati. Dopo l’ultima discesa di un ripido canalone con scala metallica tocchiamo un terreno più tranquillo, di nuovo presso la sponda sud-orientale del lago. Lasciamo alla nostra sinistra una nuova traccia che sale verso est in direzione della Vedretta di Castello e proseguiamo diritti, lasciando alle spalle la riva meridionale del lago dell’Albigna.


Valle dell'Albigna

Puntiamo ora alla fronte del ghiacciaio dell’Albigna che a stagione inoltrata, quando la coltre nevosa si è sciolta, resta nascosta sotto uno strato di detriti. La traccia sale sul crinale della grande morena che occupa il lato orientale dell’alta valle (quello di sinistra, per noi che saliamo) e lo segue sempre in direzione sud. Ci portiamo così alla biforcazione dell’alta valle, divisa dai poderosi contrafforti che scendono verso nord dalla Cima di Zocca: il ramo principale rimane alla nostra destra e piega verso sud-ovest, mentre noi ci addentriamo nel ramo secondario e, sempre seguendo il filo della morena, pieghiamo leggermente a sinistra (sud-sud-est). Mettiamo così piede sul ghiacciaietto che si stende ai piedi del crinale sul quale riconosciamo o stretto intaglio del Passo di Zocca dal gendarme di pietra che ne presidia il lato sinistro. Il ghiacciaietto non è particolarmente insidioso, ma richiede tutte le cautele della marcia su ghiacciaio, con assicurazione in cordata.


Vedretta dell'Albigna

Salita al passo di Zocca

Nel primo tratto di avvicinamento al passo procediamo quasi in piano, poi la pendenza si impenna. Una fascia di rocce sotto la verticale del passo, divise in due da un canalino centrale, vengono di solito aggirate sul lato destro (anche se c’è chi preferisce infilarsi nel canalino). Prendendo a destra passiamo così a sinistra di un primo crepaccio, poi pieghiamo decisamente a destra aggirando un secondo crepaccio. Infine un traverso verso sinistra ci porta all’intaglio del Passo di Zocca (m. 2749), oltre il quale si apre una finestra sull’alta Valle di Zocca, dalla quale distinguiamo già chiaramente i rifugi Allievi-Bonacossa. Alla nostra sinistra il gendarme roccioso non pare particolarmente impressionato dalla nostra piccola impresa escursionistica. Ai suoi piedi, su un masso, è stato segnato nel 1930 con puntigliosa precisione il confine italo-elvetico.

Vedretta dell'Albigna dal passo di Zocca

La discesa avviene sfruttando un canalone di sfasciumi, che può presentare condizioni differenti a seconda della stagione. Se è ricoperto di neve, si può procedere diritti, prestando comunque attenzione perché la pendenza è abbastanza accentuata. A stagione inoltrata la neve può essere assente, ed allora ci conviene spostarci gradualmente a sinistra, seguendo una traccia malcerta che procede zigzagando nella pietraia, fino a raggiungere le prime strisce di pascolo che consentono una discesa più tranquilla. Particolarmente insidiosa la situazione intermedia, perché le chiazze di nevaio possono coprire buchi fra i massi nei quali si può scivolare procurandosi infortuni anche seri.

Sciora ed Ago di Sciora dal passo di Zocca

Alla fine la discesa, sempre in direzione sud-est, ci porta ad una pianetta poco a monte dei rifugi Allievi-Bonacossa. La traccia intercetta poco più in basso il Sentiero Roma che qui inizia la sua traversata al rifugio Ponti. Lo seguiamo in direzione contraria, cioè verso destra e siamo subito ai rifugi Allievi-Bonacossa (m. 2387). I rifugi sono fra i più frequentati delle Alpi centrali. Per un’ottima ragione. Uno dei più famosi alpinisti italiani, Walter Bonatti, ha infatti definito la Val Màsino l’università dell’alpinismo. Se così è, la Valle di Zocca ("val da zòca") è sicuramente la sua aula magna, lo spazio più prestigioso e solenne, dove si tengono le lezioni più importanti. anche perché è una delle mete più ambite degli scalatori, per le innumerevoli ed interessanti vie di ascensione, aperte ed ancora da aprire, che le sue famose cime (da ovest, cima di Zocca, m. 3174, punta Allievi, m. 3225, cima di Castello, m. 3392, punta Rasica, 3305, pizzo Torrone occidentale, m. 3351) offrono.

Discesa dal passo di Zocca

I rifugi sono anche un punto di appoggio obbligato per chi percorre il celeberrimo Sentiero Roma (senté róma). Loro antenata è la capanna Zocca, costruita nel 1897, a cura della sezione milanese del C.A.I. Rifatta nel 1905, venne successivamente distrutta da una valanga. Durante la prima guerra mondiale venne riedificata per ospitare un distaccamento di alpini per presidiare il passo di Zocca, che guarda alla Val Albigna, perché il generale Cadorna era convinto che lo stato maggiore svizzero avrebbe potuto concedere il permesso di passaggio alle truppe austro-ungariche, che avrebbero potuto quindi invadere la Valtellina dalla Valle di Poschiavo, dall'Engadina e dalla Val Bregaglia.

Discesa dal passo di Zocca

Assunse, allora, la denominazione che onora Francesco Allievi, alpinista appassionato della Valle di Zocca. Durante la seconda guerra mondiale venne usata come punto di appoggio dalle formazioni partigiane e quindi danneggiata durante il rastrellamento nazifascista del 1944. Ricostruita nel 1950, è affiancata, dal 1988, dal rifugio Bonacossa. Nell'inverno del 1999-2000 è stata seriamente danneggiato da una valanga, e successivamente ristrutturata.


Rifugio Allievi

Lo scenario che si apre ai nostri occhi, guardando a nord, è davvero incomparabile: a sinistra del passo di Zocca il poderoso Torrione di Zocca che nasconde la Cima di Zocca, mentre a destra sfilando la punta Allievi, la seminascosta cima di Castello, la punta Rasica ed il massiccio pizzo Torrone Occidentale. Inizia la lunga ed un po’ monotona discesa conclusiva che ci riporta sul fondo della Val di Mello ed al parcheggio dove abbiamo lasciato l’automobile. Appena ad est dei rifugi si trova un bivio, al quale lasciamo alla nostra sinistra il Sentiero Roma che traversa al rifugio Ponti e prendiamo a destra, seguendo il largo sentiero che scende al già ben visibile pianone che con la sua forma ad incavo ha dato il nome alla valle. Ci portiamo sul lato opposto di un avvallamento e piegando a destra cominciamo a scendere decisi, con diverse svolte su un aereo pendio, fra caratteristici lastroni ed irriducibili lembi di pascoli. A metà circa della discesa traversiamo a sinistra (est), poi riprendiamo a scendere con diversi tornanti verso sud, fino ad approdare ai pascoli del Pianone (Zocùn, m. 2070), dove un malinconico rudere di baita ci ricorda le dure condizioni di vita del passato.


Apri qui una panoramica della testata della Valle di Zocca

I segnavia indicano il sentiero che traversa verso sud stando sul lato sinistro della  piana, fino alla sua soglia, presidiata, alla nostra destra, da un crocifisso in legno, il "crusùn", posto a memoria dell'alpinista Agostino Parravicini, morto sullo spigolo sud del pizzo di Zocca nel 1935. Davanti a noi, sul lato opposto della Val di Mello, vediamo la selvaggia costiera Remoluzza-Arcanzo, dove si trova la Val Romilla che abbiamo salito nella prima giornata dell’anello intorno al Disgrazia. Riprende la discesa, su ìl marcato sentiero che passa a valle di una una grotta naturale che resta alla nostra sinistra e che veniva utilizzata dai Finanzieri negli appostamenti che servivano a sorprendere eventuali contrabbandieri che scendevano con il carico verso il fondovalle: per questo era chiamata "càmer di guèrdie". La Valle di Zocca fu, infatti, nel secolo scorso teatro di quell’interminabile partita a scacchi, fatta di appostamenti e scaltrezze, fra gli spalloni della Val Masino, che arrotondavano i proventi con il contrabbando dal territorio elvetico, ed i Finanzieri, che cercavano quantomeno di rendere loro la vita difficile.


Apri qui una panoramica sulla testata della Valle di Zocca vista dal Pianone

Il sentiero (senté da zòca) taglia in diagonale il ripido versante e si infila fra i primi larici, passando per un caratteristico lastrone chiamato “ipunt”. La discesa procede spedita in uno splendido lariceto. Se non prestiamo attenzione non ci accorgiamo neppure di passare qualche decina di metri a destra della radura che ospita, a 1725 metri, la casera di Zocca (casèra da zòca), che serve l'alpe omonima (munt da zòca), la più ricca di pecore, almeno fino a qualche decennio fa, dell'intera Val Masino. Proseguiamo perdendo rapidamente quota su un sentiero che è stato splendidamente scalinato e protetto da corrimano in legno, fino ad una diagonale a destra che ci porta, a quota 1500, ad un ponte in legno che scavalca l’impetuoso torrente Zocca, in località “Valascia”. Il ponte ha sostituito agli inizi degli anni Duemila il precedente, a sua volta chiamato "èl punt nöf", perché costruito, negli anni sessanta del secolo scorso, in sostituzione di un ponte più antico - punt véc' -, collocato più in alto.
Ci portiamo così sul lato occidentale della valle, ma il tema non cambia: il sentiero prosegue perdendo rapidamente quota con numerosi tornanti. Dopo un quarto d’ora circa possiamo notare, alla nostra destra, a monte del sentiero, un "pèsc", cioè un larice monumentale (làres), a 1240 metri di quota: è alto 29 metri, ha una circonferenza di 590 cm ed è classificato fra gli alberi monumentali della Provincia di Sondrio. Cinquecento metri ancora ed il sentiero termina confluendo in quello che percorre il lato settentrionale della Val di Mello. Alla nostra sinistra, dopo un’assenza di un paio di giorni, riappare, sul lato destro della Testata della Val Cameraccio, in monte Disgrazia. Percorriamo il sentiero verso destra ed in breve usciamo all’ampia spianata che ospita le baite della Cascina Piana (m. 1092). Ci ricongiungiamo con il sentiero percorso all’andata: seguendo il tratturo di Val di Mello ripassiamo per la località Ca’ di Carna ed infine scendiamo al parcheggio di Val di Mello, dove il grandioso anello intorno al monte Disgrazia termina.


Monte Disgrazia (a destra) visto dalla Val di Mello


Apri qui una fotomappa della Valle di Zocca

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IL PASSO DI ZOCCA, FRA STORIA E CRONACA

Il passo di Zocca è l'unico che consente un transito diretto dalla Val Masino alla Bregaglia elvetica. Si potrebbe pensare che abbia un interesse solo alpinistico, ma in realtà non è così. Correva il tragico anno 1620, per la precisione al terza decade di luglio, quanto il passo vide transitare alcuni fuggitivi che lasciavano la terra di Valtellina: erano protestanti che, per sfuggire alla caccia ed alla strage che li vedeva come vittime dopo il tristemente noto "Sacro Macello Valtellinese" (la rivolta della nobiltà cattolica valtellinese contro i protestanti e le Tre Leghe Grigie), erano saliti fin qui e vedevano nel ghiacciaio dell'Albigna la porta verso la salvezza (una porta ben più ampia e candida di quella che oggi si mostra).

Passo di Zocca

Due secoli e mezzo dopo la Guida alla Valtellina del CAI edita a cura di Fabio Besta nel 1884 così descrive il passo: "Il passo di Zocca è relativamente facile. Giunti alla sommità (2743 m.), lo sguardo può sorprendere la natura nei suoi più selvaggi e maestosi aspetti. A sud quel caos di enormi rottami che costituiscono le frastagliate cime di Val di Zocca, e in fondo gli scarsi pascoli. Al nord un'ampia conca, conterminata da vette egualmente giganti, in fondo alla quale s'adagia il ghiacciaio dell'Albigna che ricolma in dolce pendenza tutta la valle. Si può scendere in circa due ore, generalmente senza difficoltà di sorta, giacché ha pochissimi crepacci. Il Freshfield però narra di due suoi amici che si trovarono imbarazzati da una bergschrund proprio sotto il colle. Oltrepassate le magnifiche cascate dell'Albigna si giunge in breve ora a Vico-Soprano sulla Mera. Da S. Martino a Vico-Soprano si impiegano da 12 a 13 ore".

Passo di Zocca

Passano altri vent'anni, ed il 16 agosto 1905 il noto naturalista ed alpinista Bruno Galli Valerio passò di qui, descrivendo così la sua traversata dalla valle dell'Albigna alla Val di Mello:
“Nella valle, davanti a noi, il ghiacciaio dell’Albigna si biforca: uno dei rami sale alla nostra sinistra al passo di Zocca (2776 m.), l’altro, alla nostra destra, termina sotto le ripide pareti che scendono dalle cime della Bondasca. Tutt’intorno, le cime di Castello, di Zocca, del Ferro e di Sciora. Risaliamo senza fatica il ghiacciaio che non presenta crepacci. Al punto della biforcazione ammiriamo una bella morena centrale. Qui cominciano i crepacci, ma sono facili da passare o da girare. Da qui il Passo di Zocca appare come una piccola “bocchetta” incisa nella cresta e fiancheggiata da un enorme gendarme. Alla nostra sinistra si rizza una parate di ghiaccio che sale alla vedretta della Cima di Castello. Il ramo della vedretta dell’Albigna sul quale ci troviamo, dopo aver presentato una parte pianeggiante, risale ripido, da una parte fino alle rocce che scendono dal Passo di Zocca, e dall’altra, alla nostra destra, fino al passo stesso. La via naturale da seguire è quella della vedretta che sale al passo… alle undici e mezzo siamo sul passo dove troviamo un enorme ometto fatto con blocchi di granito. Verso la Bondasca si rizza la sottile piramide dell’Ago di Sciora.

Sciora e Ago di Sciora

Nella valle di Zocca, nuvole nere si accumulano. Quando si aprono, intravediamo la nuova capanna. A mezzogiorno e mezzo, cominciamo la discesa per frane di tutte le dimensioni. Il rumore delle pietre che rotolano, fa uscire da sotto un enorme masso, due doganieri, lieti di trovar qualcuno coi quali scambiare qualche parola, dopo tre giorni di completa solitudine. Raggiungiamo la capanna (2390 m.). Siamo i primi alpinisti che la visitano. E' bella e ben situata. Manca solo l'arredamento. Sulla sua destra, si rizza imponente la parete granitica e liscia della Cima di Zocca. Alcuni segni rossi sulle pietre ci indicano la strada da seguire per scendere all'Alpe di Zocca che vediamo sotto di noi, in un gran piano paludoso.

Vedretta dell'Albigna

Portandoci sulla sinistra del torrente, la raggiungiamo rapidamente per coste erbose. Povera alpe, triste, rinchiusa fra nere pareti, con una baita coperta di sassi e di una sporcizia repellente e in cui trovano ricovero almeno sette persone! Invece che in Italia, ci si direbbe fra gli esquimesi! Eppure le pietre non mancano e lo splendido esempio dato dai proprietari della Val Spluga, che hanno costruito delle belle baite in sasso su tutti i loro pascoli, dovrebbe spingere i comuni che possiedono dei pascoli in Val Masino a costruire delle abitazioni umane per il loro affittuari. Sotto i pascoli, la valle scende quasi a picco su Val di Mello. Un sentiero corre sulla sinistra, poi, sotto la "casera", un ponte ci conduce sulla destra. Qui cominciano i boschi di conifere. Il torrente precipita in numerose cascate. Alle quattro e mezzo, tocchiamo il fondo della Val di Mello, tutto verdeggiante, percorso dal fiume limpido che vi fa mille meandri. Le cengie delle pareti granitiche sono coperte da splendidi faggi. La pioggia ci accompagna fino a S. Martino, che raggiungiamo alle cinque e venti di sera, e una carretta trascinata da un mulo scuotendoci e riscuotendoci, ci conduce alla stazione di Ardenno.” (Bruno Galli Valerio, “Punte e passi”, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).

Sei anni dopo la solitaria riservatezza del passo venne clamorosamente violata: correva infatti l'anno 1911 quando Antonio Omio fu capo-gruppo alla "Patriottica Ascensione al Passo di Zocca e al Ghiacciaio dell'Albigna" patrocinata da M. Tedeschi, cui parteciparono 600 alpinisti. 600 alpinisti in un colpo solo! Più persone di quante il passo avesse mai viste probabilmente nei secoli precedenti!
Ma torniamo all'interessante riferimento del Galli Valerio ai due finanzieri appostati da tre giorni interi al riparo di un masso: il passo di Zocca fu, per decenni, nel secolo scorso, il punto di transito più agevole (ma anche il più pericoloso) per gli "spalloni" che praticavano il contrabbando con la vicina Confederazione Elvetica.
Lunga storia, quella del contrabbando in Val Masino. Lunga un secolo abbondante. Già Douglas W. Freshfield, alpinista inglese che ha legato la sua fama alle pionieristiche scalate nel gruppo del Masino, menziona, nel 1862, il contrabbando in valle, parlando del sentiero che dalla valle dell’Albigna raggiunge il passo di Zocca, sentiero “conosciuto soltanto dai contrabbandieri e dai pastori”. Del resto sappiamo che in quel medesimo periodo si era insediata a S. Martino una stazione della Guardia di Finanza (vi stanziavano, nel 1900, 15 unità, cifra che testimonia dell’entità del contrabbando in Val Masino). Dobbiamo portarci agli anni settanta del Novecento per assistere al tramonto del contrabbando, ormai non più conveniente economicamente.
Il passo di Zocca era il più valicato, in quanto decisamente più agevole rispetto al passo di Bondo, in Val Porcellizzo, o al monte Sissone, sulla testata della Val Cameraccio. Non l’unico, però, dal momento che i Finanzieri non stavano a guardare, o meglio, guardavano, sì, ma da postazioni strategiche, pronti ad intervenire ogniqualvolta avvistavano sospetti contrabbandieri scendere dal passo. In Valle di Zocca, infatti, era stata costruita, su un dosso che sovrasta, ad est, il pianone, una postazione di osservazione denominata “cà di finanziér”, dalla quale si dominava l’intero alto circo della valle.


Cima di Castello, punta di Rasica e pizzo Torrone occidentale

Più in basso, a monte del sentiero che risale la valle, fra la casera di Zocca ed il “crusùn” (la croce che precede l’ingresso al pianone), si trovava, poi, il cosiddetto “càmer di guèrdie", una grotta naturale anch’essa utilizzata per gli appostamenti dei finanzieri. In questi scenari si è, dunque, giocata più e più volte la partita di abilità, scaltrezza, coraggio e resistenza fra i “fènc” (letteralmente, i ragazzi: così venivano denominati, gergalmente, allo scopo di non farsi intendere, i finanzieri) o "burlandòt" ed i contrabbandieri, che, di ritorno dal “viac’ inch dè pòs”, portavan fuori dalla Svizzera “el mòrt” (il morto, cioè, nel gergo, la merce di contrabbando: sale, soprattutto nel periodo fra le due guerre e durante la seconda guerra mondiale, poi caffè e tabacco, nel secondo dopoguerra, scambiati in genere con riso e prodotti alimentari della valle). Quando andava bene, si poteva “mèt via èl mòrt”, “mettere via il morto”, non nel senso di celebrare un funerale, ma di riuscire a smerciare la merce contrabbandata, realizzando quel guadagno che ripagava dello sforzo durissimo della doppia traversata (effettuata in genere in 24-36 ore). Quando andava male, invece, si doveva fuggir via a gambe levate, lasciando sul posto la bricolla con la merce.

Valle di Zocca dal passo di Zocca

Una partita fra avversari, non nemici: contrabbandieri e finanzieri, infatti, senza darlo troppo a vedere, si rispettavano, ciascuno comprendendo le ragioni dell’altro, anche se fermamente decisi a non venir meno al proprio compito. Una partita che non era giocata in campo neutro, in quanto i contrabbandieri avevano dalla loro parte la popolazione locale, in genere pronta ad avvertirli del pericolo di pattugliamenti o appostamenti, anche con finti richiami alle greggi "bea, bea, ciachès"). Vi furono momenti di tensione, ma in nessun caso si giunse ad esiti tragici, che invece non mancarono in altri versanti valtellinesi interessati alla pratica del contrabbando. I finanzieri si accontentavano di requisire tutti i carichi di cui riuscivano ad impossessarsi, fingendo, per lo più, di non riconoscere i contrabbandieri fuggitivi, con i quali, poteva capitare, finivano talora per giocare qualche partita a carte, la sera, in qualche osteria. Addirittura si poteva arrivare a forme di reciproco aiuto, come accadde, stando ad un racconto riportato da Bruno Galli Valerio, alpinista e naturalista che molto amò queste montagna (cfr. Punte e Passi, a cura di L. Angelici ed A. Boscacci, Sondrio, 1998), quella volta che, sul finire dell’ottocento, due contrabbandieri sorpresi da una terribile tormenta appena sotto il passo di Zocca, sul versante svizzero, implorarono i Finanzieri di trarli d’impaccio. Poi, il progressivo esaurirsi del fenomeno, che portò alla chiusura della  caserma delle Guardie di Finanza nel 1973 (negli ultimi anni, peraltro, utilizzata soprattutto per ospitare militi convalescenti da malattie legate a cause di servizio).

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line.

PERCORSO COMPLESSIVO DELL'ANELLO DEL MONTE DISGRAZIA sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright.
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1. Novate-Brasca 2. Brasca-Gianetti 2bis. Omio-Gianetti 3. Gianetti-Allievi 4. Allievi-Ponti 5. Ponti-Chiesa Valmalenco

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CARTA DEL TERRITORIO COMUNALE sulla base della Swisstopo (CNS), che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri).
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