ALTRE ESCURSIONI A PEDESINA

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Parcheggio di San Giovanni sopra Gerola-Ponte della Val di Pai-Casera di Stavello-Casera di Combana-Casera di Stavello-Parcheggio di San Giovanni
5 h e 30 min
1010
EE


Clicca qui per aprire una panoramica dalla bocchetta dell'Uschiolo, con il monte Stavello in primo piano, a sinistra

A monte di Pedesina, in Val Gerola, si aprono valli solitarie e suggestive, che consentono diversi itinerari escursionistici di sicuro interesse. Fra questi ecco descritto un elegante anello che porta dalla Val di Pai alla Val Combana, con ritorno per la media Val di Pai.
Oltrepassata Pedesina, raggiungiamo Gerola Alta (m. 1053) ed imbocchiamo, all’uscita dal paese, appena oltre il piccolo cimitero, la strada che si stacca, sulla destra, dalla provinciale e sale alle frazioni alte. Tocchiamo, così, la Foppa (“la fòpa”),  e Castello (“castèl”); non ci portiamo, però, alle case di Castello, ma, al tornante destrorso che precede la località, proseguiamo nella salita, ignorando la successiva deviazione sulla destra per la località Case di Sopra (“li cà zzuri”); dopo il successivo tornante sinistrorso, passiamo, a monte del bell’oratorio di S. Rocco (“san ròch”, m. 1395); dopo il tornante destrorso, proseguiamo fino al successivo ed ultimo tornante sinistrorso, in corrispondenza del quale si stacca, sulla destra, una pista secondaria che porta alla località di S. Giovanni.
La strada asfaltata termina alla frazione di Laveggiòlo (“lavegiöl”, m. 1470); noi, però, la lasciamo prima, all’ultimo tornante sx, prendendo a destra e parcheggiando l’automobile nell’ampio spiazzo dal quale parte una pista sterrata (un cartello di divieto di transito ci induce a lasciare qui l’automobile). Incamminiamoci, dunque, seguendo la pista sterrata che passa a monte della chiesetta di San Giovanni (“san giuàn”, m. 1420). Dopo un breve tratto in leggera discesa, proseguiamo in moderata salita, fino ad incontrare, ad una piazzola, una sbarra che impedisce l’accesso a qualsivoglia veicolo. Oltrepassata la sbarra, continuiamo il cammino nella splendida cornice di un bosco di larici di rara bellezza. Poi la pista piega a sinistra e noi la lasciamo, imboccando, a quota 1490 metri, un sentiero (che nel primo tratto è assai largo) che effettua un lungo traverso sul selvaggio e scosceso del fianco meridionale della Valle di Pai (“val dè pài”, che scende dalla bocchetta di Stavello e segna il confine fra il comune di Gerola, a sud, e quello di Pedesina, a nord; la denominazione deriva, probabilmente, da un cognome, come Fai, Nai e simili).
Il sentiero procede con qualche saliscendi, all’ombra di un bosco, su un versante quasi sempre umido (attenzione, soprattutto di prima mattina, ai sassi scivolosi). Ad un certo punto un pannello ci informa che questa zona rientra in un Sito di Interesse Comunitario per la presenza di habitat e specie animali e vegetali pregevoli. Poi usciamo ad una radura e vediamo, alla nostra destra, una deviazione: un sentierino, segnalato da segnavia bianco-rossi, lascia quello che procede in piano e scende sul fondovalle, dove sentiamo scrosciare il torrente. La breve discesa, su traccia piuttosto stretta ed insidiata dalla bassa vegetazione, porta ad un ponte in legno che ci permette di attraversare il torrente (“ul bit de la val de pài”; “bit” è termine generico che significa “torrente”), a quota 1497.
Oltrepassando il ponte passiamo dal territorio di Gerola a quello di Pedesina, e troviamo tre cartelli: il primo (sentiero 130) segnala che, percorrendo il sentiero appena menzionato, si scende a Ravizze in 50 minuti; il secondo segnala che, nella direzione dalla quale proveniamo, si raggiunge Laveggiolo in 30 minuti, alla Casera di Trona in 2 ore e 50 minuti ed il lago di Trona in 3 ore; il terzo, infine, segnala che, nella direzione in cui procediamo, ci si porta all’alpe Stavello in un’ora, all’alpe Combana in un’ora e mezza ed all’alpe Culino in 2 ore e mezza. Una scritta sbiadita sugli ultimi due cartelli ci informa che la direttrice alpe Culino-lago di Trona si inserisce nella Gran Via delle Orobie (G.V.O.). Riprendiamo, dunque, il cammino sul sentierino che riguadagna rapidamente quota sul ripido fianco settentrionale della valle. Dopo qualche tornantino, ci raggiunge, da sinistra, un sentierino pianeggiante. Qui prendiamo a destra e ci allontaniamo dal torrente della valle, avvicinandoci ad una vallecola minore; abbiamo l’impressione di doverla attraversare, ma di nuovo il sentiero piega a sinistra e se ne allontana. Ogni tanto, su qualche sasso, troviamo segnavia bianco-rossi e la sigla GVO. Pieghiamo di nuovo a destra e, con qualche serpentina, raggiungiamo un primo gruppo di ruderi di baita, mentre sulla destra vediamo di nuovo la vallecola minore; un po’ più avanti, a quota 1590, troviamo il rudere di una baita più grande, con la scritta 130/GVO, a significare che il tratto che percorriamo è parte del sentiero 130 e della Gran Via delle Orobie. La salita non dà tregua: il sentiero procede con tornantini in una rada macchia di larici, poi approda ad una nuova radura e di nuovo troviamo, a quota 1690 metri, un rudere di baita, passando alla sua sinistra.
Superata un’altra macchia, raggiungiamo, a quota 1790 metri, il limite di una più ampia radura, che il sentiero attraversa stando per un tratto sul lato sinistro, poi tenendo il centro; all’inizio ed alla fine della traversata su due grandi massi sono segnati altrettanti segnavia con la solita sigla GVO. Stiamo attraversando luoghi di profonda solitudine, nel cuore della Valle di Pai che non si mostra, qui, oscuro e selvaggio, ma luminoso e gentile. Il sentiero si fa, ora, decisamente più marcato (ma, stranamente, non è segnalato sulla carta IGM) e riprende a salire verso destra, superando anche cinque grandi larici, che ci colpiscono per il loro portamento. Poco dopo il sentiero volge a sinistra ed effettua un secondo traverso, proponendo poi una sequenza di tornanti dx-sx-dx-sx-dx, prima di congiungersi, a quota 1870, con un sentiero pianeggiante che proviene, sulla sinistra, dall’alpe Svanollino (“sguanulìgn”; si tratta della “stràda de sguanulìgn”).
Dopo aver gettato uno sguardo in questa direzione, che ci permette di distinguere, sulla testata della Val di Pai,  la bocchetta di Stavello, che dovremo raggiungere, prendiamo a destra, salendo su una larga mulattiera che ben presto diventa esposta sul lato destro (c’è un salto sicuramente mortale); per questo sul lato sinistro, chiuso da una parete rocciosa, è stata posta, per un buon tratto, una corda fissa di protezione, anche se la sede della mulattiera è tanto larga da consentirci di salire in sicurezza. Probabilmente il pericolo maggiore non sta alla nostra destra, ma alla nostra sinistra, visto che una scarica di sassi o una microfrana è evento assai raro, ma non impossibile. Meglio, dunque, non indugiare. La mulattiera termina, dopo una semicurva a sinistra, alla parte bassa dei prati dominati dal baitone e dalla casera di Stavello (“baitùn” e “casera de stavél”, m. 1944, nella parte bassa dell’alpe omonima; il termine deriva dal termine dialettale “stabiéll”, stalla, e si trova anche in altri luoghi della Valtellina, cioè in Val Lesina, in Val Grosina, sopra Tirano e Lovero).
Dalla casera, come segnalano alcuni cartelli, partono due sentieri: quello di destra, prosecuzione della Gran Via delle Orobie, si porta all’alpe Combana, dopo aver aggirato un dosso boscoso (l’alpe Combana è data a 30 minuti, l’alpe Culino ad un’ora e 20 minuti e l’alpe Piazza a 3 ore e 20 minuti); quello di sinistra, invece, ritorna verso la Val di Pai, portandoci al suo grandioso anfiteatro superiore (sentiero 115: la bocchetta di Stavello è data ad un’ora e 10 minuti, il monte Rotondo a 2 ore e 20 minuti).
Noi prendiamo, dunque, a destra (all'inizio la traccia è poco marcata) e cominciamo una graduale discesa che, guadato il torrentello che scende dalla parte settentrionale dell'alpe Stavello, ci porta ad un bel bosco di larici. Nel bosco proseguiamo la discesa, accompagnati da qualche segnavia rosso-bianco-rosso; dopo un breve tratto pianeggiante, usciamo in vista della casera di Combana ("casèra de cumbàna"), all'alpe omonima, che raggiungiamo con un ultimo tratto in discesa (m. 1810).
Dobbiamo ora salire in Val Combana ("val cumbàna"), regno della più profonda solitudine, che deve il suo nome, forse, alla forma regolare che assume nella sua parte alta, simile a quella di uno scafo ("cumba", in latino).
Innanzitutto dobbiamo superare il gradino di soglia della valle, dal quale scende, sul lato sinistro (per noi) una bella cascata. Per trovare il sentiero, portiamoci sul lato destro del muretto del grande recinto del bestiame appena a monte della casera e risaliamolo fino al suo vertice alto. Procedendo diritti, vediamo la partenza di una traccia di sentiero (purtroppo nella sua parte bassa non è molto visibile), che sale, quasi diritto, sul crinale di pascoli e macereti. Se fatichiamo a trovarlo, prendiamo come punto di riferimento il rudere di baita che vediamo un po' più in alto, più o meno sulla nostra verticale (o un po' a sinistra), e procediamo in quella direzione. Il sentiero, che qui è ben visibile, passa, infatti, alla sua sinistra e, con alcuni tornantini ed un traverso finale in una macchia di larici, si porta sul lato sinistro del gradino di soglia. Alla fine quella che è ormai diventata una marcata mulattiera approda, a 1795 metri, all'alta Val Combana. È interessante notare che sul versante per il quale siamo saliti si trova anche una sorgente denominata “Acqua di san Carlo” (“acqua de san carlo”): non è l’unica, in Valtellina (ce n’è una nella vicina Gerola, una seconda all’Aprica ed una terza in Valfurva) e, come le altre, è legata alla leggenda del grande santo della Controriforma che, passando in Valtellina, operò in più luoghi il miracolo di far scaturire dalla roccia nuove fonti o di rendere limpide le acque di fonti d’acqua torbida.
Ora dobbiamo procedere a vista, prendendo come riferimento il ramo di sinistra (per noi) del torrente che scende dalla valle. Possiamo scegliere di seguirne il corso, oppure di stare più al centro della valle. In questo secondo caso incontreremo, salendo, due delle tre corti (baite d'alpeggio) complessivamente indicate, sulla carta IGM, come Alpe Piazzi di Fuori, toponimo che, però, non ha riscontro nell'uso locale. Vediamo la prima baita su un dosso erboso, alla nostra destra: si tratta della “prüma curt”, la più bassa, a 2031 metri. Passando alla sua sinistra, saliamo, poi, alla seconda corte (“segùnda curt”, dove si trova anche un rudere di baita, a 2110 metri). In breve siamo, quindi, al pianoro più ampio, che si stende ai piedi della testata della valle; sul suo fondo, verso destra, si trova la terza corte (la “tèrza curt”, o “tèrza curt del làach”, chiamata così perché vi si trova un microlaghetto non sempre visibile, “ul làach”).
Diamo un'occhiata alla testata: il lato
destro (per noi), cioè settentrionale, è occupato dal crinale che la separa dall'alpe Combanina, chiamato "ul pizz
öl"; sull'angolo di destra (nord) essa culmina nella cima denominata, sulla carta IGM, monte Rosetta (m. 2360), ma che è localmente nota come "ul bianchèt". Al centro, cioè ad ovest, si nota la depressione quotata 2305 metri, che si affaccia sull'aspro versante della Val Lésina (comune di Rogolo), chiamato "pegurèr di mezzàna". Sulla sinistra, nell'angolo di sud-ovest, il crinale culmina della cima del monte Stavello (scima de stavél, m. 2416) che da qui appare poco marcata. Procedendo verso sinistra, notiamo, infine, a sud, il lungo crinale che divide l'alta Val Combana dal bacino di Stavello, in alta Val di Pai, anch'esso chiamato "ul pizzöl"; su questo crinale, dopo una lunga fascia di roccette, vediamo una depressione poco marcata, che costituisce il passaggio naturale fra le due valli: è la bocchetta dell’Uschiòlo, sul crinale omonimo (“buchéta de l’üs-ciöl”), a 2341 metri di quota (sulla carta IGM è quotata, ma non nominata). Di qui passeremo per scendere poi in Val di Pai.


Val Combana

Vediamo, ora, come procedere. Invece di tagliare il pianoro, prendiamo a sinistra, salendo, per la via più agevole, il crinale occupato da sfasciumi e puntando ad un roccione sotto il quale si vede una piccola nicchia, una sorta di ricovero. C'è anche una debolissima traccia di sentiero che sale al roccione; qui intuiamo una traccia un po' più marcata.
Dal roccione-ricovero, prendiamo a sinistra e descriviamo un ampio semicerchio procedendo verso la sezione più facile del crinale, sulla quale è posta la bocchetta dell'Uschiolo (m. 2341). Ora dobbiamo, con attenzione e pazienza, guardare sul versante opposto (erboso ed assai ripido) per cercare il sentiero, marcato, che proviene dall'alta Val di Pai. Dopo averlo trovato, con attenzione scendiamo di qualche metro per intercettarlo e lo seguiamo nella successiva graduale discesa verso destra che taglia il ripido fianco della valle (con esposizione a sinistra: attenzione, quindi). Davanti a noi, in basso, vediamo un incantevole pianoro, con un delizioso microlaghetto, dominato, sulla testata della valle, dal monte Rotondo (m. 2496).



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Guardiamo, ora, sempre in basso, ma più a sinistra: non appena ci troviamo sulla verticale di un rudere di baita (il ricovero della "malpensàda"), invece di proseguire sul sentiero, tagliamo a sinistra, scendendo, diritti, per il ripido ma accessibile versante erboso. Raggiunto il rudere (m. 2665), prendiamo ancora a sinistra, superando una fascia di massi e scendendo sul lato destro i un largo canalone, in direzione di due grandi ometti, fino a giungere in vista della baita quotata 2178 metri (“bàita del pegurèr”), che resta più in basso, alla nostra destra, su un bellissimo terrazzo che ospita dal quale il colpo d’occhio sul gruppo del Masino e sulla testata della Valmalenco è molto buono. Proseguiamo nella discesa, tenendo il lato destro del canalone, e passando a sinistra del piccolo crinale che separa la sezione settentrionale da quella meridionale dell'alpe Stavello. Alla fine, senza particolari problemi, ci ritroviamo al baitone ed alla casera di Stavello, per i quali siamo già passati salendo. Scendendo leggermente a destra, ritroviamo anche la larga mulattiera con le corde fisse, e la imbocchiamo, tornando, per la medesima via di salita, a S. Giovanni.

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