Su YouTube: Alta Via della Valmalenco 7: Rif. Bignami-Rif. Cristina

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Marinelli-Bocchetta di Caspoggio-Alpe Fellaria-
Rif. Bignami
4 h
350
EE
SINTESI. Scendiamo dal rifugio Marinelli-Bombardieri al Bernina fino ai piedi dello sperone roccioso dove, invece di proseguire a destra, verso la bocchetta delle Forbici, seguiamo la deviazione segnalata a sinistra (sud-est), in direzione del limite inferiore di sinistra della vedretta di Caspoggio. Risalita una ganda, tocchiamo un nevaietto a valle rispetto alle roccette che chiudono il ghiacciaio a sinistra. Messo piede sul ghiacciaio, seguiamo le tracce di coloro che sono già transitati ad indicarci la via di risalita: pur essendo il ghiacciaio, nel suo lato nord-orientale (di sinistra) poco crepacciato, non lo si deve mai prendere sottogamba. Descriviamo così un arco (sud-est) verso destra, in direzione della ben visibile bocchetta di Caspoggio (m. 2983). Una corda fissa aiuta a superare un liscio piano inclinato roccioso. Poi, toccata la prima neve, descriviamo un arco di cerchio sulla destra, fino a raggiungere i primi massi di un largo vallone detritico. La traccia, raggiunto il limite di una sorta di ampio balcone, comincia a scendere più decisamente, serpeggiando fra i massi di un ampio vallone (direzione est). Pieghiamo poi leggermente a destra, ed ancora a sinistra, allontanandoci dal centro del vallone. Scendiamo così all'ampio ripiano dell'alpe di Fellaria (m. 2400), che raggiungiamo dopo aver piegato a destra ed attraversato un torrentello. Pieghiamo poi a sinistra ed in breve siamo al rifugio Bignami (m. 2380).
Nella settima tappa ci porteremo decisamente sul limite nord-orientale della Valmalenco, percorrendone anche per un tratto la linea di confine con il territorio svizzero della Val Poschiavina.
Imbocchiamo dunque il largo sentiero che dal rifugio Bignami scende verso il muraglione del grande lago creato dalla diga di Gera.
Il sentiero percorre il fianco orientale del Sasso Moro e non presenta alcuna difficoltà, ma va percorso con attenzione perché il versante montuoso può scaricare a valle, soprattutto ad inizio stagione, dei massi.
Raggiunto il camminamento che percorre la sommità del grande muraglione della diga, ci portiamo sul lato opposto, dal quale possiamo godere di un eccellente panorama sulla parte orientale della testata della Valmalenco. Al centro dello scenario si colloca ora la grande mole del Sasso Rosso (m. 3481), dietro il quale si intravede il passo di Sassi Rossi (m. 3510) che introduce all'altopiano di Fellaria.
Appena visibile, fra la vedretta di Fellaria e la vedretta di Fellaria orientale, si scorge il più orientale dei colossi del gruppo del Bernina, il piz Palü (m. 3905).
Dal lato orientale della sommità del muraglione della diga (m. 2060) parte una carrozzabile che ne percorre il lato est: imbocchiamola, dopo aver gettato un'occhiata alla sottostante e più piccola diga di Campomoro (m. 1990), alle cui spalle è ben riconoscibile il profilo del monte Disgrazia.
Attraversiamo anche una piccola galleria, all'uscita dalla quale riusciamo ad individuare facilmente, a sinistra del Sasso Rosso, il piz Argient ed il piz Zupò, che mostrano solo la loro cima.

Dopo un breve percorso giungeremo ad un bel terrazzo, in corrispondenza del quale la strada, presidiata ai lati da alcuni grandi massi, piega a destra per salire in val Poschiavina.
La salita conduce ben presto ad un ponte sul torrente della valle, al quale scende un sentiero che si stacca sulla sinistra dalla strada: si tratta del percorso necessario per effettuare il giro del lago di Gera.
A questo punto della tappa si può però giungere anche percorrendo una variante interessante, che, semplicemente, aggira il lago con un semicerchio simmetrico, seguendone quindi il lato nord-orientale. Torniamo quindi al rifugio Bignami ed imbocchiamo un sentierino che parte, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, alle sue spalle, scendendo deciso in un vallone che confluisce nel grande anfiteatro terminale della val Lanterna, occupato da una quantità enorme di materiale detritico e delimitato dal gradino roccioso dal quale scendono le cascate di Fellaria.




Il sentiero scende inizialmente verso nord est, poi piega più a destra e, attraversato il vallone su un primo ponte, si dirige verso la parte alta dell'antiteatro, percorsa da un gran numero di torrentelli che si diramano da tre grandi cascate.

 

 


 


Si tratta del cosiddetto "sentiero dei ponti", perché sono proprio sette comodi ponticelli a permetterci di superare questi torrentelli, che possono assumere una portata non indifferente.
Nella traversata verso il lato orientale dell'anfiteatro abbiamo modo di ammirare le tre grandi cascate che scendono fragorosamente da un alto salto roccioso.

Attraversato il circo detritico, saliamo alla verde conca che ospita l'alpe Gembrè (m. 2224) e, dopo averne raggiunto il limite meridionale, dove troviamo un'evidente croce, ci incamminiamo su un tratturo che fiancheggia, rialzato, il lato orientale della diga di Gera.
Il tratturo è scavato nella roccia e giungeremo ad un punto nel quale questa sembra proprio incombere sopra la nostra testa.
Poi, dopo un buon tratto, pieghiamo a sinistra, seguendo il sentiero che sale, con ripidi tornanti, su un dosso che ci permette di addentrarci nella val Poschiavina, raggiungendone il primo pianoro, dal limite del quale, volgendo a sinistra, scendiamo al ponte sul torrente sopra menzionato.

Siamo dunque alle baite dell'alpe Poschiavina (m. 2230), che suscita un senso di ordine, apertura e luminosità.
Dobbiamo ora risalire interamente la valle, fino al suo limite orientale.
Si tratta di un percorso facile e rilassante, segnato, se la giornata è buona, dallo splendore delle tonalità di un verde che conferisce alla valle un'impronta di vita anche quando non vi si trovano ancora (o non ci sono più) mucche e pastori.

Rimanendo sempre a sinistra del torrente, ci approssimiamo ad una larga porta delimitata da due grandi formazioni rocciose (vedi foto a sinistra), porta che ci introduce ad un secondo grande ripiano, dove la valle termina.
Nel tranquillo percorso che ci avvicina alla fascia di rocce che la delimitano ad est possiamo gustare la bellezza del luogo. Alla nostra sinistra grandi dossi erbosi salgono verso il crinale, dove si può individuare quel passo di Ur (m. 2520) al quale sale un sentiero che si stacca a sinistra dall'alta via. Alla nostra destra, sul fianco meridionale, accidentato e sassoso, della valle, il torrentello che scende dalla vedretta dello Scalino precipita fragorosamente da un salto roccioso.
 

Raggiunto il limite orientale della valle, dobbiamo salire fra alcune roccette, prestando attenzione ai triangoli gialli ed ignorando i segnavia bianco-rosso-bianchi che indicano il sentiero che, alla nostra sinistra, volge in direzione del passo di Ur.
Raggiunto il crinale, fermiamoci a gettare un'occhiata sulla valle percorsa, che ci apparirà in tutta la sua serena bellezza, impreziosita da una cornice di tutto rispetto, perché sullo sfondo, inaspettatamente, compariranno ai nostri occhi le imponenti cime del gruppo del Bernina: ecco infatti di nuovo, da sinistra, i pizzi Roseg, Scerscen e (appena intuibile) Bernina, poi, in primo piano, la coppia Argient-Zupò, alla cui destra, arretrato, si scorge anche il piz Palü. Curiosamente, la settima tappa è l'unica a regalarci angoli visuali ravvicinati dai quali tutte le grandi cime del gruppo (quelle che superano i 3900 metri, intendo) siano visibili contemporaneamente.





Sul crinale troviamo anche alcuni cippi di confine, che risalgono al 1930 e che, con le lettere "I" ed "S", puntualizzano dove il territorio italiano e quello svizzero si incontrano (preferisco dir così, piuttosto che "terminano").


 


 




Potremo così permetterci il gioco di starcene tranquillamente con una scarpa qui e l'altra là, in una beata sospensione che gode della bellezza nascosta di questo angolo forse poco conosciuto della catena retica.

Seguiamo poi i segnavia che ci accompagnano nella tranquilla traversata di queste terre di confine, verso quel passo di Canciano (o di Cancian, m. 2464) che un cartello ci segnala in corrispondenza di un pianoro dal quale parte l'omonima valle svizzera, laterale di destra della Val Poschiavina (dal pianoro si scorge, sul lato destro della val Canciano, un grande masso che sembra curiosamente sospeso in equilibrio precario, quasi fosse lì lì per cadere).
Nel nostro tranquillo camminare incontreremo anche una vera e propria perla, un piccolo specchio d'acqua nel quale si riflettono i giganti del gruppo del Bernina.





Il percorso comincia poi a volgere verso destra e ci conduce ad attraversare il torrente che scende dalla vedretta del pizzo Scalino e che, più in basso, precipita nella cascata citata.

 

 

Oltre il torrente saliamo ad un nuovo pianoro dove ci attende una nuova sorpresa, un sistema costituito da cinque laghetti, ai piedi di un gradone roccioso sopra il quale è ben visibile la vedretta del pizzo Scalino (vedi foto sotto, a destra). Oltrepassato il primo laghetto ci troviamo ai piedi di un grande dosso erboso, sovrastato da un ometto ben visibile: potremmo facilmente risalirlo, seguendo una traccia di sentiero, per poi scendere verso sinistra al pianoro sottostante. L'alta via descrive però un percorso un po' più lungo.

Se prestiamo attenzione ai triangoli gialli, infatti, questi ci guidano fino ai piedi di un pronunciato dosso morenico, del quale percorriamo per un buon tratto il filo, per poi deviare verso destra, scendere ad un valloncello e risalire sul lato opposto, raggiungendo il limite di un ampio pianoro, occupato da grandi massi.
Si tratta dello stesso pianoro al quale possiamo scendere dal dosso erboso se optiamo per la prima soluzione. In ogni caso dobbiamo però prestare attenzione, perché l'alta via effettua qui una decisa svolta a destra, attraversando il pianoro in diagonale e raggiungendo il limite superiore di un grande vallone, che scende verso l'alpe Campagneda.

Ed è proprio al limite superiore di questo vallone che troviamo il cartello che segnala il secondo passo valicato da questa settima tappa, il passo di Campagneda (m. 2626).
Inizia così una lunga discesa sul lato sinistro del grande vallone.
Non si tratta però, come accade spesso nelle discese su terreno accidentato, di un noioso tributo pagato all'itinerario escursionistico, perché altre piacevoli sorprese accompagnano i nostri passi.


Nella discesa, infatti, incontriamo, alla nostra destra, il bel sistema dei laghetti di Campagneda, su ripiani successivi di roccia, in una disposizione detta "a rosario".
Certo, si dirà, si tratta di una sorpresa per modo di dire, perché, carte alla mano, sappiamo che i laghetti ci sono e che l'alta via ci passa molto vicina.






Eppure il successivo mostrarsi di questi specchi d'acqua, che dal passo non si vedono, suscita comunque un piacevole stupore.



   

L'emozione estetica legata a questa discesa è arricchita, sulla nostra sinistra, dalla bella ed inusuale prospettiva dalla quale il pizzo Scalino ci appare (finalmente, perché nella prima parte della tappa ne abbiamo visto solo la vedretta, chiusa ad est dal pizzo Canciano).
Possiamo facilmente riconoscere anche la sella a ridosso del Cornetto, alla quale sale il sentiero percorso da chi sale al pizzo per la via più frequentata.

Raggiunto l'ampia e verde spianata dell'alpe Campagneda superiore, poco al di sotto del terzo ed ultimo laghetto (senza contare qualche secchio d'acqua minore), pieghiamo a sinistra, verso sud, iniziando una sorta di traversata nel deserto.
Si tratta, beninteso, di un deserto verde, ma l'impressione è proprio questa, perché per un buon tratto non vediamo altro che prati e piccoli dossi occupati da formazioni rocciose, e ci chiediamo dove siano baite ed alpeggi.
Nella traversata i segnavia ci assistono poco, perché li si trova solo ogni tanto, su qualche sasso.
Dobbiamo quindi prestare un po' di attenzione, evitando la tentazione di piegare a destra e di scendere a vista.
Teniamoci dunque nella parte centrale del largo corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che superiamo valicando una facile porta.
Sulla nostra sinistra il pizzo Scalino perde gradualmente il suo profilo slanciato ed elegante, assumendone uno più tozzo e massiccio.


Prestando attenzione a non seguire un'invitante e marcata traccia che piega a sinistra, raggiungendo il piede del fianco montuoso e salendo al Cornetto (è la traccia seguita da coloro che vogliono scalare il pizzo Scalino), proseguiamo, incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori erbosi veramente incantevoli.
Alla fine, percorsa l'ultima spianata, giungiamo in vista della meta.

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