Apri qui una panoramica sul bacino di Gera-Fellaria - CARTA DEL PERCORSO -

Carta del percorso


Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rif. Bignami-Val Poschiavina-Passi Canciano e Campagneda- Alpi Campagneda e Prabello-Rif. Cristina
6 h
600
E
SINTESI. Imbocchiamo il largo sentiero che dal rifugio Bignami scende verso il muraglione del grande lago creato dalla diga di Gera. Raggiunto il camminamento che percorre la sommità del grande muraglione della diga (m. 2175), ci portiamo sul lato opposto. Percorriamo la carozzabile che dal lato orientale della sommità del muraglione della diga ne segue il lato orientale. Dopo un breve percorso giungeremo ad un bel terrazzo, in corrispondenza del quale la strada, presidiata ai lati da alcuni grandi massi, piega a destra per salire in val Poschiavina. Ignorato il sentiero che se ne stacca sulla sinistra, saliamo alle soglie dell'alpe Poschiavina (m. 2230). Rimanendo sempre a sinistra del torrente, ci approssimiamo ad una larga porta delimitata da due grandi formazioni rocciose, porta che ci introduce ad un secondo grande ripiano, dove la valle termina. Procediamo verso sud-est e, raggiunto il limite orientale della valle, saliamo al crinale fra alcune roccette, prestando attenzione ai triangoli gialli ed ignorando i segnavia bianco-rosso-bianchi che indicano il sentiero che, alla nostra sinistra, volge in direzione del passo di Ur. Sul crinale troviamo cippi di confine e procediamo prendendo a destra e superando, con l’aiuto di corde fisse e scalini in metallo, una strozzatura non difficile; proseguiamo, quindi, prima verso destra, poi verso sinistra, fino a trovarci a sinistra del laghet di Svìzer. Poco oltre un cartello c segnala il Passo da Canciàn (passo di Canciano), quotato 2498 metri. Proseguiamo diritti, lasciando alla nostra sinistra il torrente che scende in Val di Canciàn. Scendiamo verso destra ad ponte in legno che ci permette di superare il torrente che scende dalla vedretta dello Scalino, alla nostra sinistra. Oltrepassato il ponte, effettuiamo una diagonale a sinistra ed una successiva a destra, fino ad pianoro superiore, occupato da 4 microlaghetti, in altrettante conche moreniche. La traccia segnalata volge ora decisamente a sinistra, lasciando sulla destra i laghetti e percorrendo per un tratto il filo di un dosso morenico, per poi lasciarlo e scendere sulla destra ad un avvallamento e tornare a salire verso destra, fino al pianoro del passo di Campagneda (m. 2626). Una volta guadagnato il pianoro del passo, ci dirigiamo decisamente a destra, fino a portarci alle spalle di un grande ometto già visibile dai laghetti. Procedendo verso ovest fino al limite del pianoro, troviamo la porta dalla quale il sentiero inizia a scendere. Nel primo tratto percorriamo un ampio corridoio di sfasciumi, da destra verso sinistra, poi ci immettiamo in un più ripido canalone, superando un punto un po’ ostico con l’ausilio di corda fissa e scalini in metallo e passando a sinistra del più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490). Pieghiamo poi a sinistra, allontanandoci dal lago e passando a sinistra di un panettone roccioso e vicino ad un microlaghetto. Scendendo, superiamo un terzo microlaghetto, prima di vedere, in basso alla nostra destra, il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339). Scendiamo ancora, fino al la parte alta dei pascoli dell’ampia alpe di Campagneda, dove troviamo subito un bivio, dove seguiamo il sentiero di sinistra (segnavia gialli dell’alta via), che porta all’alpe Prabello ed al rifugio Cristina. Procediamo verso sud-ovest, tagliando i pascoli (rari segnavia), al centro di un ampio corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che superiamo valicando una facile porta, oltre la quale pieghiamo a sinistra (sud). Prestando attenzione a non seguire un'invitante e marcata traccia che piega a sinistra, proseguiamo, incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori erbosi. Dopo il dosso quotato 2327 m. pieghiamo a destra (sud-est) e, percorsa l'ultima spianata, giungiamo all'alpe Prabello ed al rifugio Cristina (m. 2287).

Nella settima tappa ci porteremo decisamente sul limite nord-orientale della Valmalenco, percorrendone anche per un tratto la linea di confine con il territorio svizzero della Valle di Poschiavo.
Imbocchiamo dunque il largo sentiero che dal rifugio Bignami scende verso il muraglione del grande lago creato dalla diga di Gera (dighe de la Gère). Il sentiero taglia un versante dirocce e pascoli denominato "còsto granda", poi percorre il fianco orientale del Sasso Moro e non presenta alcuna difficoltà, ma va percorso con attenzione perché il versante montuoso può scaricare a valle, soprattutto ad inizio stagione, dei massi. Raggiunto il camminamento che percorre la sommità del grande muraglione della diga (m. 2175), ci portiamo sul lato opposto, dal quale possiamo godere di un eccellente panorama sulla parte orientale della testata della Valmalenco. Al centro dello scenario si colloca ora la grande mole del Sasso Rosso (m. 3481), dietro il quale si intravede il passo di Sassi Rossi (m. 3510) che introduce all'altopiano di Fellaria. Appena visibile, fra la vedretta di Fellaria e la vedretta di Fellaria orientale, si scorge il più orientale dei colossi del gruppo del Bernina, il piz Palü (m. 3905).


Bacino di Gera

Imponente lo sbarramento, che ha un volume di 1.800.000 di calcestruzzo e raggiunge un'altezza di 110 metri. Il serbatoio può contenere 65 milioni di metri cubi d'acqua, ed è alimentato dal torrente Còrmor, che scende dalla vedretta di Fellaria, e dallo Scerscen, che scorre nel vallone più ad ovest, ma viene deviato, poco sotto il cimitero degli Alpini, nel vallone di Scerscen, mediante una galleria di 4 km scavata nella roccia, che porta le sue acque a gettarsi nella diga. Questo imponente manufatto è stato costruito fra il 1960 ed il 1965 dall'Impresa Italstrade per la società idroelettrica Vizzola, prima, per l'ENEL, poi.


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Dal lato orientale della sommità del muraglione della diga parte una carrozzabile che ne percorre il lato est: imbocchiamola, dopo aver gettato un'occhiata alla sottostante e più piccola diga di Campomoro (dighe de cammòor, m. 1990), alle cui spalle è ben riconoscibile il profilo del monte Disgrazia. Attraversiamo anche una piccola galleria, all'uscita dalla quale riusciamo ad individuare facilmente, a sinistra del Sasso Rosso, il piz Argient ed il piz Zupò (che significa “nascosto”, da “zuper”, nascondere), che mostrano solo la loro cima.
Dopo un breve percorso giungeremo ad un bel terrazzo, in corrispondenza del quale la strada, presidiata ai lati da alcuni grandi massi, piega a destra per salire in val Poschiavina. La salita conduce ben presto ad un ponte sul torrente della valle, al quale scende un sentiero che si stacca sulla sinistra dalla strada: si tratta del percorso necessario per effettuare il giro del lago di Gera.


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A questo punto della tappa si può però giungere anche percorrendo una variante interessante, che, semplicemente, aggira il lago con un semicerchio simmetrico, seguendone quindi il lato nord-orientale. Torniamo quindi al rifugio Bignami ed imbocchiamo un sentierino che parte, segnalato da segnavia rosso-bianco-rossi, alle sue spalle, scendendo deciso in un vallone che confluisce nel grande anfiteatro terminale della val Lanterna, occupato da una quantità enorme di materiale detritico e delimitato dal gradino roccioso dal quale scendono le cascate di Fellaria. Il sentiero scende inizialmente verso nord est, poi piega più a destra e, attraversato il vallone su un primo ponte, si dirige verso la parte alta dell'antiteatro, percorsa da un gran numero di torrentelli che si diramano da tre grandi cascate. Si tratta del cosiddetto "sentiero dei ponti", perché sono proprio sette comodi ponticelli a permetterci di superare questi torrentelli, che possono assumere una portata non indifferente.
Nella traversata verso il lato orientale dell'anfiteatro abbiamo modo di ammirare le tre grandi cascate che scendono fragorosamente da un alto salto roccioso. Si tratta del cosiddetto "sentiero dei ponti", perché sono proprio sette comodi ponticelli a permetterci di superare questi torrentelli, che possono assumere una portata non indifferente. Nella traversata verso il lato orientale dell'anfiteatro abbiamo modo di ammirare le tre grandi cascate che scendono fragorosamente da un alto salto roccioso.


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Siamo dunque alle baite dell'alpe Poschiavina (m. 2230), che suscita un senso di ordine, apertura e luminosità. Dobbiamo ora risalire interamente la valle, fino al suo limite orientale. Si tratta di un percorso facile e rilassante, segnato, se la giornata è buona, dallo splendore delle tonalità di un verde che conferisce alla valle un'impronta di vita anche quando non vi si trovano ancora (o non ci sono più) mucche e pastori. Rimanendo sempre a sinistra del torrente, ci approssimiamo ad una larga porta delimitata da due grandi formazioni rocciose, porta che ci introduce ad un secondo grande ripiano, dove la valle termina. Nel tranquillo percorso che ci avvicina alla fascia di rocce che la delimitano ad est possiamo gustare la bellezza del luogo.
Alla nostra sinistra grandi dossi erbosi salgono verso il crinale, dove si può individuare quel passo di Ur (m. 2520) al quale sale un sentiero che si stacca a sinistra dall'alta via.Alla nostra destra, sul fianco meridionale, accidentato e sassoso, della valle, il torrentello che scende dalla vedretta dello Scalino precipita fragorosamente da un salto roccioso. Raggiunto il limite orientale della valle, dobbiamo salire fra alcune roccette, prestando attenzione ai triangoli gialli ed ignorando i segnavia bianco-rosso-bianchi che indicano il sentiero che, alla nostra sinistra, volge in direzione del passo di Ur.
Raggiunto il crinale, fermiamoci a gettare un'occhiata sulla valle percorsa, che ci apparirà in tutta la sua serena bellezza, impreziosita da una cornice di tutto rispetto, perché sullo sfondo, inaspettatamente, compariranno ai nostri occhi le imponenti cime del gruppo del Bernina: ecco infatti di nuovo, da sinistra, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio), Scerscen e (appena intuibile) Bernina, poi, in primo piano, la coppia Argient-Zupò, alla cui destra, arretrato, si scorge anche il piz Palü. Curiosamente, la settima tappa è l'unica a regalarci angoli visuali ravvicinati dai quali tutte le grandi cime del gruppo (quelle che superano i 3900 metri, intendo) siano visibili contemporaneamente. Sul crinale troviamo anche alcuni cippi di confine, che risalgono al 1930 e che, con le lettere "I" ed "S", puntualizzano dove il territorio italiano e quello svizzero si incontrano (preferisco dir così, piuttosto che "terminano").
Salendo, dobbiamo superare, con l’aiuto di corde fisse e scalini in metallo, una strozzatura non difficile; proseguiamo, quindi, prima verso destra, poi verso sinistra, fino a trovarci a sinistra di un delizioso laghetto, che precede di poco il pianoro del passo.


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Questo laghetto veniva chiamato laghét di Svìzzer, perché qui si ritrovavano pastori degli alpeggi svizzeri e pastori degli alpeggi di val Poschiavina e di Campagneda, per procedere, in un clima di cordialità, allo scambio di qualche chiacchiera e di qualche prodotto, sotto l’occhio sempre vigile delle guardie di confine. Già, perché questo fu, in passato (soprattutto dagli anni 30 agli anni 50 del secolo scorso), uno dei passi più battuti dai contrabbandieri, che, in squadre di 10-12 persone, nella buona stagione ma anche in quella invernale, effettuavano i loro viaggi al di là ed al di qua del confine, alternandosi, nel tracciare la via fra la neve spesso alta, a 7-8 passi ciascuno, perché lo sforzo del battipista è assai maggiore di quello di chi segue. Procedevano, possiamo immaginarli, con il prezioso carico, 25-30 kg circa a spalla (tabacco e sale portato dalla Svizzera, ma anche formaggi, burro, salumi, riso e lana d’angora dall’Italia alla Svizzera), pronti a nasconderlo in un luogo sicuro al primo sentore di un possibile incontro-scontro con gli avversari di sempre, i finanzieri. L’eco di questi avventurosi viaggi e di questi incontri gioviali fra alpigiani pare ormai perso; rimane, ora, solamente il fragore delle acque che scendono dalla vedretta dello Scalino e del Canciano; rimane, anche, una gara di sky-race da Lanzada a Poschiavo, che si tiene alla metà di giugno e passa proprio di qui.
Non con passo da sky-runner, ma con il lento incedere dell’escursionista, procediamo, trovando, poco oltre, un cartello che segnala il Passo da Cancian (passo di Canciano), quotato 2498 metri (sulla carta IGM è, invece, quotato 2646 metri), ed indica, nella direzione dalla quale proveniamo, il passo d’Ur a 20 minuti e l’alpe d’Ur ad un’ora ed un quarto, mentre nella direzione in cui procediamo Campomoro è dato a 2 ore. Poco distante, vediamo un cippo di confine, con le indicazioni I ed S, posato nel 1930.
Proseguendo per breve tratto, vediamo, sulla sinistra, un sentiero che scende ad un ponte e prosegue nella discesa, lungo la val Cancian,  in Valle di Poschiavo. È, ovviamente, possibile seguirlo, se poi si è in condizione di tornare a Campomoro sfruttando servizi pubblici e/o privati. Esso passa per Palü Granda (m. 2290) e l’alpe Cancian (m. 2132), dove confluisce in una strada sterrata che, superato un ponticello, prosegue nella discesa immergendosi nel Bosc da Caral. La sterrata intercetta che da Selva sale a Quadrada e che, percorsa in discesa, porta, appunto, a Selva (m. 1450). Da qui, infine, una strada porta al fondovalle, nei pressi della frazione di Annunziata (m. 975), a valle di Poschiavo.
Ma torniamo al nostro anello. Invece di scendere al ponte, dal passo proseguiamo diritti, lasciando alla nostra sinistra il torrente che scende in Val di Canciàn. Salendo su terreno morenico, giungiamo in vista di un masso che reca scritto, in caratteri gialli, “Pont”, ed una freccia che ci invita a piegare a destra. Prendendo gradualmente a destra, infatti, possiamo scendere ad un nuovo ponte in legno che ci permette di superare senza problemi il torrente che scende dalla vedretta dello Scalino, che vediamo alla nostra sinistra. Oltrepassato il ponte, effettuiamo una diagonale a sinistra ed una successiva a destra, che ci consentono di guadagnare un pianoro superiore, occupato da 4 microlaghetti, in altrettante conche moreniche.
La traccia segnalata volge ora decisamente a sinistra, lasciando sulla destra i laghetti e percorrendo per un tratto il filo di un dosso morenico, per poi lasciarlo e scendere sulla destra ad un avvallamento e tornare a salire verso destra, fino al pianoro del passo di Campagneda. Possiamo anche scegliere una via più breve, che punta ad un ometto ben visibile sulla sommità di un ampio dosso erboso che ci sta davanti, oltre i laghetti. La scelta dipende anche dalle condizioni di questi: se è difficile guadarli, prendiamo la prima via, facendo però attenzione, una volta guadagnato il pianoro del passo, a volgere decisamente a destra, fino a portarci alle spalle dell’ometto che abbiamo visto dai laghetti. Se scegliamo la seconda via, raggiunta la sommità del dosso, dove troviamo l’ometto ma anche un arco, dobbiamo procedere diritti, scendendo leggermente.
Il passo di Campagneda è un po’ diverso da come uno si immagina i valichi alpini: non un intaglio, più o meno stretto, su un crinale, ma semplicemente il punto, segnalato da un cartello, nel quale, a quota 2626 metri, dal pianoro un canalone scende verso l’alpe Campagneda. Nel primo tratto percorriamo un ampio corridoio di sfasciumi, da destra verso sinistra, poi ci immettiamo in un più ripido canalone, superando un punto un po’ ostico con l’ausilio di corda fissa e scalini in metallo e passando a sinistra del più alto dei laghetti di Campagneda (m. 2490), le cui scure acque ci negano anche solo un barlume di sorriso; a stento le luminose (sul far del tramonto) rocce che lo chiudono verso monte riescono a specchiarsi.
Pieghiamo, allora, a sinistra, allontanandoci dallo scorbutico lago, passando a sinistra di un panettone roccioso e vicino ad un microlaghetto. Scendendo, superiamo un terzo microlaghetto, prima di vedere, in basso alla nostra destra, il più grande dei laghetti di Campagneda (m. 2339), anche lui perennemente imbronciato. Lui, però, qualche ragione ce l’ha, dal momento che si è visto affibbiare il nome di lach brüt cioè lago brutto (ma viene chiamato anche “lach negru”, lago nero), cosa che non gli avrà fatto propriamente piacere. Ma l’avranno chiamato così per la sua faccia scura, o ha la faccia scura perché l’hanno chiamato così?
Mentre riflettiamo sull’amletico dilemma, continuiamo a scendere, gettando magari un’occhiata, sulla sinistra, in alto, al pizzo Scalino, vero signore di questi luoghi, che da qui mostra un profilo insolito.
E' il momento giusto per dedicare a questo monte, una delle icone della Valmalenco, l'attenzione che merita. Lo facciamo ascoltando una leggenda che ci viene raccontata da Ermanno Sagliani (da "Tutto Valmalenco", Edizioni Press, Milano): "
A Caspoggio lo sanno bene che il Pizzo Scalino non è una montagna; lo sanno da sempre e sanno pure qual è il momento esatto in cui si manifesta nella sua vera essenza. Alla mezzanotte, allorché il plenilunio imbianca lo spettrale ghiac­ciaio, una campana nascosta sulla vetta suona i pesanti rintocchi: in quel momento la montagna diviene un grande castello che sulla cima del suo torrione inalbera una croce sfolgorante nella notte. Esso si illumina e si anima mentre sul ghiacciaio passano saettanti cavalli montati da fantastici cavalieri, i cui neri mantelli svolazzano attorno alle spettrali figure. Soltanto quando la luna arriva a toccare il profilo del castello tutto ritorna lentamente nell'ombra e nel silenzio.
Ma gli abitanti di Caspoggio e soprattutto i mandriani di Prabello o di Campagneda hanno visto ben di peggio. Nelle terribili notti in cui infuria la tempesta i cavalieri morti corrono sui loro scheletrici cavalli in corsa pazza sulle creste spazzate dal vento, urlando spaventosamente, scontrandosi tra loro in furibonde battaglie, illuminate dal bagliore dei fulmini. Meglio è allora chiudere bene le porte della baita e ritirarsi al letto pregando fervidamente Iddio."


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Riprendiamo la discesa e raggiungiamo la parte alta dei pascoli dell’ampia alpe di Campagneda (capagnéda), dove troviamo subito un bivio. Il sentiero che prosegue verso sinistra (segnavia gialli dell’alta via) porta all’alpe Prabello ed al rifugio Cristina; quello di destra (scritta gialla “Zoia”, semicancellata, su un masso), invece, scende alle baite dell’alpe Campagneda.
Una sosta nel racconto del cammino si impone: siamo ad uno dei più begli alpeggi di Valtellina. In passato venne assegnata (1544) alle quadre di Caspoggio, Scarpatetti e Ponchiera, ma comprendeva anche gli attuali alpeggi di Prabello, Campascio e Palù. Fino agli anni cinquanta del secolo scorso veniva caricato da alpeggiatori di Ponchiera e Ronchi, frazioni di Sondrio. Poi venne acquistato (1957) dal comune di Lanzada, dalla società Vizzola, che ne ebbe in cambio le alpi di Campomoro e Gera, dove poi costruì gli invasi omonimi. Da allora l'alpeggio viene caricato da alpeggiatori di Lanzada. E' costituito da tre nuclei di baite, poste a poco più di cento metri di distanza: Ca' di Burdùn e Ca' di Scherìn, il nucleo più basso, in prossimità della casera; Ca' di Muréi e Ca' di Fuianìn, poco sopra; Ca' di Runcaasch, dove è stato aperto l'omonimo rifugio.
Prendiamo a sinistra, seguendo i triangoli gialli dell'alta via, non senza aver gettato un’ultima occhiata alla formazione rocciosa a valle della conca del lach brüt, denominata “sas di panàu” (toponimo che si applica anche ad altre formazioni rocciose nel territorio del comune di Lanzada: ce n’è una anche in alta val Poschiavina, a 2400 metri circa, sul lato destro della valle, per chi sale, quindi non lontana dal passo di Canciano). L’interesse di tale roccia è che, come quelle dello stesso nome, veniva utilizzata dai finanzieri per gli appostamenti che avevano lo scopo di sorprendere gli spalloni che scendevano dal passo di Campagneda con la bricolla piena di merce di contrabbando. Non si sa esattamente cosa significhi “panàu”: probabilmente è il nome di un uccello rapace ormai scomparso dalla Valmalenco.


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Raggiunta l'ampia e verde spianata dell'alpe Campagneda superiore, poco al di sotto del terzo ed ultimo laghetto (senza contare qualche secchio d'acqua minore), pieghiamo a sinistra, verso sud, iniziando una sorta di traversata nel deserto. Si tratta, beninteso, di un deserto verde, ma l'impressione è proprio questa, perché per un buon tratto non vediamo altro che prati e piccoli dossi occupati da formazioni rocciose, e ci chiediamo dove siano baite ed alpeggi. Nella traversata i segnavia ci assistono poco, perché li si trova solo ogni tanto, su qualche sasso. Dobbiamo quindi prestare un po' di attenzione, evitando la tentazione di piegare a destra e di scendere a vista. Teniamoci dunque nella parte centrale del largo corridoio verde, puntando ad una prima fascia di roccette che superiamo valicando una facile porta. Sulla nostra sinistra il pizzo Scalino perde gradualmente il suo profilo slanciato ed elegante, assumendone uno più tozzo e massiccio.
Prestando attenzione a non seguire un'invitante e marcata traccia che piega a sinistra, raggiungendo il piede del fianco montuoso e salendo al Cornetto (è la traccia seguita da coloro che vogliono scalare il pizzo Scalino), proseguiamo, incontrando altri piccoli dossi ed alcuni pianori erbosi veramente incantevoli.
Alla fine, percorsa l'ultima spianata, giungiamo in vista della meta. Si tratta dell'alpe Prabello che, nelle giornate limpide, si mostra veramente all'altezza della denominazione. Le sue baite, infatti, riposano in uno scenario bucolico, dove regna un senso di profonda pace.

Alpe Prabello

L’alpeggio, modellato dall’antico ghiacciato Bernina-Scalino e separato da quello più ampio di Campagneda dallo sperone roccioso del “déent”, è chiamato, localmente, “prabèl” ed è costituito da un gruppo di baite, la cùurt, dal rifugio Cristina e da una chiesetta. Il rifugio, chiamato “la cristìna”, venne costruito nel 1922, a quota 2287 metri, nella splendida cornice del pizzo Scalino, da Ersilio Bricalli, di Caspoggio, e fu intitolato alla moglie. La chiesetta (gesa de prabèl) fu costruita prima, nel 1919, subito dopo la fine della Prima Guerra Mondiale, dal parroco di Caspoggio, don Giovanni Gatti, e dedicata a Maria SS Regina della Pace, per celebrare, appunto, la pace riconquistata dopo il sanguinoso conflitto. Si trova in posizione leggermente elevata, ad ovest del gruppo di baite, con materiale trasportato interamente a spalla da Caspoggio (che dista da qui circa 15 km), con un dislivello di quasi 1200 metri!
Dopo aver superato in salita circa 600 metri in 5-6 ore di cammino, eccoci, dunque, al rifugio Cristina (m. 2287), dove, nella splendida cornice del pizzo Scalino, possiamo pernottare. Qualora avessimo pensato, all'inizio di questa tappa, che ormai l'alta via non avrebbe più avuto molto da riservarci, dobbiamo ora interamente ricrederci: queste sei ore di cammino tranquillo sono, in una bella giornata, pura gioia per gli occhi.

CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

Mappa del percorso - da un particolare della carta tavola elaborata da Regione Lombardia e CAI (copyright 2006) e disponibile per il download dal sito di CHARTA ITINERUM - Alpi senza frontiere

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