Variante in cinque giorni:

La ben nota, codificata, segnalata ed illustrata da varie pubblicazioni Alta Via della Valmalenco rimane, nelle sue otto splendide tappe, l'alta via regina della valle che si stende ai piedi del Bernina. Se però non si avessero otto giorni a disposizione, oppure si fosse innamorati dell'angolo occidentale della valle, l'alta Valmalenco propriamente detta, si può programmare una traversata alta in quattro o cinque giorni che, con partenza ed arrivo a Chiesa in Valmalenco ed interamente nel territorio di questo comune, ne tocca i luoghi più spettacolari ed affascinanti, passando per le valli Ventina, Sassersa e del Muretto, per il lago Palù e per i rifugi Lagazzuolo, Ventina, Gerli Porro, Del Grande-Camerini, Longoni, Alpe Palù, Motta e Ponte. Niente di ufficiale, dunque, niente di codificato, ma solo una proposta che qualche escursionista potrà apprezzare, anche perché la traversata non propone difficoltà tecniche, ma richiede solo un buon allenamento e buone condizioni atmosferiche e di visibilità. Solo in parte questa alta via dell'Alta Valmalenco coincide con tappe dell'alta via della Valmalenco, segnalata dai caratteristici triangoli gialli, ma l'intero percorso è ben segnalato da segnavia bianco-rossi.
La suddivisione in quattro giorni comporta che la terza e la quarta tappa siano molto lunghe e faticose. La quarta tappa può, tuttavia, essere spezzata in due giorni, di cui il secondo può essere sfruttato per ridurre la quinta. In tal caso avremmo cinque tappe, di cui la terza e la quarta corrisponderebbero esattamente alla quarta ed alla quinta dell'alta via della Valmalenco, secondo la seguente scansione: 1. Chiesa Valmalenco-Rif. Lagazzuolo; 2. Rif. Lagazzuolo-Rifugi Gerli-Porro o Ventina; 3. Rifugi Gerli-Porro o Ventina-Chiareggio; 4. Chiareggio-Rifugio lago Palù; 5. Rifugio lago Palù-Chiesa Valmalenco.

Quadro d'insieme delle quattro tappe dell'alta via dell'Alta Valmalenco (sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright)

TERZA TAPPA: RIFUGI VENTINA O GERLI-PORRO-RIFUGIO LONGONI

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi Ventina o Gerli-Porro-Alpe Forbesina-Val Sissone-Rifugio Del Grande Camerini-Alpe Vazzeda Superiore-Alpe dell'Oro-Alpe Fora-Rifugio Longoni
10 h
1650
E
SINTESI. Dai rifugi Gerli-Porro o Ventina si scende verso Chiareggio lungo il tratturo che ben presto propone una coppia di tornanti sx-dx, in corrispondenza della quale lo si lascia imboccando sulla sinistra il segnalato sentiero che scende diretto al fondovalle. Qui troviamo il ponte sul torrente Ventina, oltrepassato il quale ci portiamo a sinistra (ovest), ai ponti sui rami del Mallero che scende dalla Val Sissone, giungendo all'alpe Forbesina, dove intercettiamo il sentiero che proviene dal ponte sul Mallero del Muretto. Prendiamo a sinistra (sud-ovest), seguendo i triangoli gialli, in direzione della Val Sissone e raggiungiamo le baite dell'alpe Laresìn (m. 1710). Ignorata anche la deviazione che sale a destra nel bosco alla volta dell'alpe Sissone (sisùm de fò), proseguiamo verso sud-ovest, su un sentiero spesso faticoso perché disseminato di massi, che si addentra nella valle, lasciandosi alle spalle gli ultimi radi larici. Passiamo a valle di una pronunciata gola rocciosa, ben visibile alla nostra destra. ad un certo punto il tracciato devia a destra e risale il fianco della valle, seguendo una traccia molto incerta fra magri pascoli. Raggiungiamo così un piccolo pianoro e ci troviamo di fronte ad una cascata di portata limitata ma dal salto considerevole. Attraversato il torrentello, riprendiamo la salita, che si fa più ripida. Ora la traccia piega a destra, descrivendo un ampio arco, salendo gradualmente e superando un grosso e caratteristico masso biancastro. Procediamo ora in direzione nord-ovest. Oltrepassati alcuni valloncelli, puntiamo in direzione del crinale roccioso che scende dal fianco sud-orientale della cima di Vazzeda. Il sentiero raggiunge una ben visibile spaccatura nella roccia: si tratta del Passo della Corna di Sissone di dentro (m. 2438), che permette di passare dall'alpe Sissone di dentro all'alpe Sissone. La discesa all'alpe è facile e sfrutta, nel primo tratto, un bel sentiero scalinato. Segue una nuova traversata sostanzialmente pianeggiante, finché giungiamo al punto (m. 2290) in cui l'Alta Via intercetta il sentiero che sale direttamente dall'alpe Laresin all'alpe Sissone (segnavia rosso-bianco-rossi). Ora il sentiero piega a sinistra (nord-nord-ovest e nord), salendo ripido alla costiera ("i curnèli") che separa l'alpe Sissone dall'ampio terrazzo che si trova sotto la piccola vedretta di Vazzeda. Raggiunta la base del crinale roccioso, dobbiamo superarlo con qualche semplice passo di arrampicata (tratto attrezzato al buchelìgn). Dopo un'ultima breve salita siamo quindi al rifugio Del Grande-Camerini (m. 2580). Seguendo le indicazioni poste su un grande masso poco sotto il rifugio, seguiamo nel primo tratto la direzione che punta direttamente al fondovalle (est-nord-est), per poi piegare a sinistra (nord), iniziando una lunga diagonale che, superati alcuni valloncelli, conduce al limite superiore di un bel bosco di larici, dove il sentiero piega a destra (est). L'ulteriore discesa nel bosco (est-sud-est) ci permette di raggiunge il limite superiore dell'alpe Vazzeda superiore. Qui lasciamo l'Alta Via della Valmalenco: un'indicazione su un grande masso ed un cartello del sentiero 326 (che dà l'alpe Monterosso inferiore a 40 minuti, l'alpe dell'Oro ad un'ora e 10 minuti ed il passo del Forno a 3 ore), infatti, ci informano che ci dobbiamo staccare (deviazione a sinistra) dal sentiero scende i prati dell'alpe, imboccandone quello che punta a nord (segnavia bianco-blu-bianco). Dopo un breve tratto nella pecceta, su una baita diroccata di quota 2060 troviamo segnalata (scritta "Alpe Oro" sulla baita) la deviazione, sulla destra, che ci interessa e che discende il fianco sud-occidentale della valle del Muretto. Qui lasciamo il sentiero che sale in Val Bona al passo del Forno e prendiamo a destra, seguendo un sentierino che scende verso nord-est lungo il selvaggio fianco occidentale della bassa Valle de Muretto. Il sentierino, non sempre evidente, inizia a scendere nel bosco, propone una sequenza di tornanti dx-sx e prosegue nella discesa fino a giungere al punto nel quale attraversa una valletta. Nella successiva discesa verso nord-est ci immergiamo in una fastidiosa fascia di ontani verdi, avvicinandoci gradualmente al solco della bassa Val Bona. Giunti presso la valle, scendiamo ancora restando per breve tratto alla destra del suo solco, poi pieghiamo a sinistra e su un ponticello ci portiamo sul lato sinistro, scavalcando il torrente Valbona che più in alto esce impetuoso da una gola. La successiva discesa per un tratto si tiene per breve tratto a lato del torrente di Val Bona, poi se ne allontana traversando verso sinistra e portandosi alle baite dell'alpe Monterosso inferiore (m. 2033). Il sentiero scarta quindi bruscamente a destra e scende ad un ponte sul torrente Mallero del Muretto (m. 1925). Sul lato opposto prosegue in drezione sud-est, quasi in piano, fra pascoli e radi alberi. Poi entra in una pecceta ed inizia a salire con pendenza decisamente più ripida, tagliando il versante orientale della bassa Valle del Muretto. L'ultimo tratto, molto ripido, va affrontato con un po' di attenzione, e ci porta ad intercettare la strada del Muretto, che da Chiareggio sale fino al passo omonimo. Siamo appena sotto l'alpe dell'Oro, e la raggiungiamo salendo verso sinistra. Attraversiamo i prati dell'alpe passando a valle delle baite a ridosso della pietraia ed imbocchiamo la pista che traversa verso est, entrando in una bella pineta e salendo ad una prima radura. Attraversata la parte bassa dei prati, la pista riprende a salire in pineta ed attraversa un corpo franoso, per poi uscire alla parte bassa dei prati di Cian Làzzer (m. 1883). Qui la pista piega a sinistra e sale ripida per terminare allo splendido terrazzo di prati del piano dell'Oro. Noi, però, la lasciamo seguendo il sentiero segnalato che se ne stacca sulla destra, procedendo in piano in una pineta. Superata una valletta, proseguiamo in piano nella rada boscaglia, sempre verso est. Tagliata una fascia di prati ed una valletta, rientriamo nella pineta ed in leggera discesa passiamo a valle della balconata rocciosa che sostiene il piano dell'Oro. Superata una nuova valletta ed una rada boscaglia, usciamo ad una ripida fascia di prati, che tagliamo in leggera discesa, per rientrare poi nella boscaglia. Attraversate in piano due vallette, proseguiamo sempre diritti in pineta, per poi uscirne ed attraversare un ripido vallone erboso. Rientrati in pineta, ci affacciamo all'ampio solco della Val Nevasco, che tragliamo procedendo in piano fra radure e brevi macchie. Ci portiamo così ai piedi di uno speroncino di roccette quotato 2170 metri, e, sempre in piano e nella boscaglia, tagliamo il dosso che ci separa dall'ampio anfiteatro della Val Forasca. Usciamo al bordo alto di un ampio terrazzo di prati. Poco sotto, le baite dell'alpe Fora (m. 2053), alle quali scendiamo facilmente, procedendo su debole traccia, in leggera discesa, intercettando poco più avanti il più marcato sentiero che da Chiareggio sale al rifugio Longoni (si tratta del primo tratto della quarta tappa dell'Alta Via della Valmalenco, di cui abbiamo percorso una variante). Seguiamo l'Alta Via della Valmalenco (triangoli gialli) salendo verso sinistra, su una ripida china ed infilandoci nel vallone del torrente Forasco, che resta alla nostra destra, fino al cartello che dà il rifugio Longoni a 30 minuti. Pieghiamo a destra, superiamo su un ponte il torrente Forasco e ci affacciamo agli splendidi piani di Fora, delimitati a monte da cascate, passando a sinistra del baitello quotato 2283 metri ed a lato di un piano torboso di quota 2300 metri. Più avanti passiamo a sinistra del piccolo Lach di Ciazz. Proseguiamo verso sud-est, superando il torrente Foraschetto ed iniziando a salire su una fascia rocce rotte, prima di raggiungere un trivio, al quale proseguiamo diritti, raggiungendo, dopo pochi minuti, la bandiera italiana, che precede di poco il rifugio Longoni (m. 2450).

Monte Disgrazia dal rifugio Del Grande-Camerini

La terza tappa dell'alta via dell'Alta Valmalenco è molto lunga e fisicamente (ma non tecnicamente) impegnativa. Chi la ritenesse troppo dura può dividerla in due giornate, percorrendo nella prima la terza tappa dell'Alta Via della Valmalenco, dai rifugi Gerli-Porro o Ventina a Chiareggio (cfr. la variante breve in appendice a questa relazione).
Partiamo dai rifugi Gerli-Porro e Ventina (o, se abbiamo preferito scendere in paese, da Chiareggio). Scendendo dai rifugi, troviamo, dopo un breve tratto, un tornante sinistrorso, seguito subito da uno destrorso. Fra i due tornanti è facilmente individuabile un sentiero che si stacca sulla sinistra dal tratturo. Una scritta su un masso ci indica che si tratta del sentiero che porta all'alpe Forbesina (o Forbicina). Il sentiero scende verso il fondovalle e ne percorre il lato destro. Ad un certo punto si può seguire una deviazione a sinistra, che varca il torrente Ventina e si addentra nel primo tratto del lato sud-orientale della Val Sissone (val de sisùm), fino ad un ponte sul ramo del torrente Màllero che scende dalla valle, ponte che ci permette di passare sul lato opposto, proseguendo nel percorso dell'alta via. E' però preferibile ignorare la deviazione e proseguire fino all'alpe Forbesina (m. 1640), che si raggiunge valicato il Màllero, per poi dirigersi a sinistra, verso l'interno della valle, sul suo lato nord-occidentale. Ignorata la deviazione a destra per il rifugio Tartaglione-Crispo (sentiero che permette anche, per una via più breve rispetto all'alta via, di raggiungere il rifugio Del Grande-Camerini), raggiungiamo così la bucolica alpe Laresin (m. 1710).


Alpe Laresin e Val Sissone

Lasciate alle spalle le baite dell'alpe, ignoriamo anche la deviazione che sale a destra nel bosco alla volta dell'alpe Sissone (sisùm de fò). Potrebbe costituire una significativa abbreviazione del percorso (un'ora almeno) ma, a causa di una frana, in alcuni tratti è decisamente malagevole. Proseguiamo scendendo leggermente ed affacciandoci al selvaggio scenario della piana della media Val Sissone, che reca i segni della ricorrente violenza dei torrenti che ha disseminato ovunque terreno alluvionale. Seguiamo quindi, rimanendo sul fondovalle, gli ormai famigliari triangoli gialli, il cui tracciato, su un terreno spesso faticoso perché disseminato di massi, si addentra nella valle, alternando brevi salite a tratti in piano, fra radi larici, che intuiamo essere sopravvissuti alle slavine che hanno interessato quello che un tempo deve essere stato un bucolico lariceto. Superiamo poi una pronunciata gola rocciosa, ben visibile alla nostra destra.
Diritte davanti ai nostri occhi sono invece facilmente riconoscibili le tre cime di Chiareggio, e precisamente, da sinistra, la cima meridionale (m. 3093, immediatamente a destra del passo di Mello (buchèl de san martìn - o martìgn -), fra val Sissone e val Cameraccio), la cima centrale (m. 3107) e la cima settentrionale (m. 3203). Quest'ultima, conosciuta anche come punta Baroni, non è soltanto la più elevata, ma anche senz'altro la più elegante, con il suo vertice conico dalle forme possenti ed armoniose e con il singolare e pronunciato spigolo orientale. La cima è dedicata alla memoria della guida alpina bergamasca Antonio Baroni, che proprio su queste montagne, alla fine dell'ottocento, ebbe modo di dimostrare tutto il suo valore.


Torrentello sul percorso dell'Alta Via in Val Sissone

Ma non distraiamoci: non dobbiamo, infatti, perdere d'occhio i segnavia, perché la traccia va perdendosi. Attraversiamo una serie di torrentelli che possono talora avere una portata che crea qualche difficoltà. Raggiunta un'ampia spianata, dopo un centinaio di metri il percorso devia decisamente a destra, iniziando a descrivere un arco molto ampio, e risale il fianco settentrionale della valle (precisamente il pendio della morena laterale sinistra della Val Sissone), seguendo una traccia molto incerta fra magri pascoli. Raggiungiamo così un piccolo pianoro, l'alpe Sissone di Dentro, con il suo malinconico casello, e ci troviamo di fronte ad una cascata di portata limitata ma dal salto considerevole. Attraversato il torrentello verso destra, riprendiamo la salita, che si fa sempre più ripida (la traccia qui latita e dobbiamo seguire i segnavia), mettendo a dura prova muscoli e polmoni. Ci infiliamo così in un valloncello, che percorriamo per metà, per poi uscirne sulla sinistra. Guadagnato un secondo ripiano (o meglio, il più dolce declivio terminale del fianco della valle), ci troviamo di fronte ad uno spettacolo che ci ripaga ampiamente della fatica: le cime di Rosso (m. 3366, a sinistra nella foto sopra) e di Vazzeda (m. 3301) chiudono, con la loro muraglia rocciosa, il lato nord-occidentale della valle. Si tratta di cime che si pongono sul limite orientale del gruppo Masino-Bregaglia.


Apri qui una fotomappa della Val Sissone

Il colore più chiaro della cima di Vazzeda è dovuto alla sua situazione singolare per cui (caso unico nel gruppo montuoso) alle rocce granitiche si sono sovrapposte rocce sedimentarie. Non è questo, peraltro, l'unico motivo di interesse mineralogico della val Sissone, che è una sorta di Eldorado per gli appassionati di mineralogia, che hanno potuto trovarvi, in decenni di ricerche fra la massa sterminata dei sassi, reperti mineralogici rari e pregiati. Se poi volgiamo lo sguardo a sinistra, vediamo che a nord-ovest della punta Baroni è apparso allo sguardo il monte Sissone (corgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3330), dietro un lungo crinale morenico che ricorda quello della valle di Preda Rossa.


Tramonto sul monte Disgrazia dall'imbocco della Val Sissone

Ma lo spettacolo destinato ad imprimecrsi con maggior forza nella memoria è senza dubbio quello che ci riserva il fianco meridionale della valle, dove si dispiega di fronte ai nostri occhi i tormentato e selvaggio scenario della vedretta settentrionale del monte Disgrazia (m. 3678: védrècia de la desgràcia, o vedrèscia de la desgràia), segnata da grandi seracchi e crepacci. Quando i primi alpinisti inglesi vennero per conquistare la montagna da questo lato, si sentirono dire, dalla gente del posto, dopo la caduta fragorosa di qualche seracco a valle: desgiàscia, cioè si scioglie; questa è la più probabile spiegazione dell'origine del nome del monte, visto che la storia della sua conquista non è segnata da particolari eventi luttuosi.


Apri qui una fotomappa della Val Sissone

Ma è tempo di riprendere il cammino: ora la traccia piega a destra, salendo gradualmente e superando un grosso e caratteristico masso biancastro.
Oltrepassati alcuni valloncelli, fra i quali quello scavato dal torrente che scende dal ghiacciaio della Cima di Rosso con una portata che in qualche caso crea problemi, puntiamo in direzione del crinale roccioso che scende dal fianco sud-orientale della cima di Vazzeda. Il sentiero raggiunge una ben visibile spaccatura nella roccia: si tratta del Passo della Corna di Sissone di dentro (m. 2438), che permette di passare dall'alpe Sissone di dentro all'alpe Sissone.
Attraverso lo stretto intaglio della porta possiamo intravedere alcune delle grandi cime della testata della Valmalenco, e precisamente il Sasso d’Entova (sasa d’éntua, m. 3329), il pizzo Malenco (m. 3438) ed il pizzo delle Tre Mogge (piz di tremögi, m. 3441; le tre vette, nel loro insieme, erano chiamate, localmente, “tremögi”; la denominazione distinta deriva da un interesse alpinistico). Lo sguardo si apre quindi all'ampio circo terminale dell'alpe Sissone, dominato ancora, a sinistra, dalla cima di Vazzeda.
La discesa in direzione dell'alpe è facile e sfrutta, nel primo tratto, un bel sentiero scalinato, che serviva per agevolare il transito delle mandrie. Poi ci tocca una nuova traversata sostanzialmente pianeggiante, finché giungiamo al punto (m. 2290) in cui l'alta via intercetta il già citato sentiero che sale direttamente dall'alpe Laresin all'alpe Sissone (segnavia rosso-bianco-rossi). Ora il sentiero piega a sinistra, salendo ripido alla costiera ("i curnèli") che separa l'alpe Sissone dall'ampio terrazzo che si trova sotto la piccola vedretta di Vazzeda. Raggiunta la base del crinale roccioso, dobbiamo superarlo con qualche semplice passo di arrampicata.


Apri qui una fotomappa della discesa dal rifugio Del Grande-Camerini a Chiareggio

L'ultimo passaggio (chiamato "buchèlìgn" o bocchetta del Piattè di Vazzeda) richiede per la verità molta cautela e concentrazione, soprattutto se la roccia è bagnata: per fortuna è stato recentemente attrezzato con corde fisse. Sormontate le roccette del crinale, appare a sinistra la bandiera italiana, che preannuncia la presenza di un rifugio. Dobbiamo risalire per qualche decina di metri prima di raggiungerlo: si tratta del rifugio Del Grande-Camerini (m. 2580), che, lasciato per diverso tempo in condizioni di abbandono, è stato di recente riaperto, grazie all'iniziativa del CAI di Sovico (www.caisovico.it; tel.: 0342 556010).
Dal rifugio si domina l'alta Valmalenco, da San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp) a Chiareggio. Lo sguardo, a sinistra, è attirato dalla bella piramide del monte del Forno (m. 3214), alla cui sinistra è collocata la sella del Forno (m. 2775; “buchèl bas”, in passato, “la buchèta”, “buchèta del fùren” o “buchèta del fórn”, più recentemente), che permette di scendere, sul versante svizzero, alla Vedretta del Forno, raggiungendo, in breve, il rifugio del Forno, del Club Alpino Svizzero.

L'ultimo tratto di questa terza tappa è interamente in discesa: seguendo infatti le indicazioni poste su un grande masso poco sotto il rifugio, seguiamo nel primo tratto la direzione che punta direttamente al fondovalle, per poi piegare a sinistra e, ignorata la deviazione a destra che scende direttamente al rifugio Tartaglione-Crispo (segnavia bianco-rossi; attenzione a seguirli per non perdersi nel bosco), iniziare una lunga diagonale che, superati alcuni valloncelli, conduce al limite superiore di un bel bosco di larici, dove il sentiero piega a destra (est). L'ulteriore discesa nel bosco ci permette di raggiunge il limite superiore dell'alpe Vazzeda superiore (alp vazzéda òlta, m. 2033, con dieci baite - erano 14 nel 1816).


L'alpe di Vazzeda Superiore

Qui, in corrispondenza di una baita, le strade dell'Alta Via della Valmalenco e del sentiero per la bocchetta del Forno si dividono: un'indicazione su un grande masso ed il cartello del sentiero 326 (che dà l'alpe Monterosso inferiore a 40 minuti, l'alpe dell'Oro ad un'ora e 10 minuti ed il passo del Forno a 3 ore), infatti, ci informano che ci dobbiamo staccare (deviazione a sinistra) dal sentiero che scende lungo i prati dell'alpe, imboccandone uno che, al cospetto della severa parete nord del monte Disgrazia, punta deciso verso la fascia boschiva, cioè in direzione nord. Entriamo, così, in una bella macchia di radi larici, mentre alle nostre spalle è facilmente riconoscibile, sul versante orientale della val Ventina (val de la venténa), il Bocchel del Cane, fra il monte Senevedo (m. 2561), a sinistra, e la punta Rosalba (m. 2808), a destra.
Presso una baita diroccata di quota 2060, poi, troviamo segnalata (scritta "Alpe Oro" sulla baita) la deviazione, sulla destra, che ci interessa e che discende il fianco sud-occidentale della valle del Muretto, tocca il fondovalle e risale sul fianco opposto, intercettando il sentiero Chiareggio-
passo del Muretto e raggiungendo l'alpe dell'Oro. Qui lasciamo dunque il sentiero che sale in Val Bona al passo del Forno e prendiamo a destra, seguendo un sentierino che scende verso nord-est, lungo il selvaggio fianco occidentale della bassa Valle de Muretto.


Bivio alla baita diroccata di quota 2060

Il sentierino, non sempre evidente, inizia a scendere nel bosco, propone una sequenza di tornanti dx-sx e prosegue nella discesa fino a giungere al punto nel quale attraversa una valletta. Nella successiva discesa verso nord-est ci immergiamo in una fastidiosa fascia di ontani verdi, avvicinandoci gradualmente al solco della bassa Val Bona. Giunti presso la valle, scendiamo ancora restando per breve tratto alla destra del suo solco, poi pieghiamo a sinistra e su un ponticello ci portiamo sul lato sinistro, scavalcando il torrente Valbona che più in alto esce impetuoso da una gola. La successiva discesa per un tratto si tiene per breve tratto a lato del torrente di Val Bona, poi se ne allontana traversando verso sinistra e portandosi alle baite dell'alpe Monterosso inferiore (m. 2033). Il sentiero scarta quindi bruscamente a destra e scende ad un ponte sul torrente Mallero del Muretto (m. 1925). Sul lato opposto prosegue in direzione sud-est, quasi in piano, fra pascoli e radi alberi. Poi entra in una pecceta ed inizia a salire con pendenza decisamente più ripida, tagliando il versante orientale della bassa Valle del Muretto. L'ultimo tratto, molto ripido, va affrontato con un po' di attenzione, e ci porta ad intercettare la strada del Muretto, che da Chiareggio sale fino al passo omonimo. Siamo appena sotto l'alpe dell'Oro: seguendo la pista in salita verso sinistra ci affacciamo subito ai prati di questo panoramicissimo alpeggio (m. 2010).


Alpe dell'Oro

Le sue baite raggiungono il limite di un versante franoso ai piedi del massiccio versante meridionale del Monte dell'Oro. L'alpe, chiamata localmente alp de l'oor, curt de l’òor o munt de l'oor, è attestata in un documento del 1544, con la denominazione Alpis de loro. In una mappa del 1816 risultava costituita da 22 baite
Il toponimo "Oro", in genere, deriva non dalla del prezioso metallo, ma dalla radice "or", che significa "bordo", "ciglio". Ma in questo caso le cose forse stanno diversamente. Il Romegialli scrive ne "Storia della Valtellina e delle già contee di Bormio e Chiavenna" (Sondrio, 1834): "Vi è la pirite marziale con molto oro in Valle Malenco"; effettivamente in valle del Muretto, al monte dell'Oro ed ai laghetti di Chiesa (Valmalenco), secondo quanto riferisce Ercole Bassi, l'oro, almeno nell'ottocento, veniva estratto. E sempre il Bassi riporta il racconto popolare che parla di un tale svizzero, il quale, nella seconda metà dell'ottocento, venne per tre o quattro estati a fare scavi in un luogo molto elevato e quasi sempre coperto da neve del monte dell'Oro, valicando, al ritorno, il passo del Muretto carico d'oro. Quando la cosa si riseppe, vi fu una piccola caccia all'oro, ma nessuno altro riuscì mai a trovare tracce del prezioso metallo. Venne bensì trovato un buco, ad una quota superiore ai 2400 metri, ma, appunto, senza traccia dell'oro favoleggiato. Ed allora, riflettendo su queste notizie in apparenza contraddittorie, capisci che quando c'è di mezzo l'oro occorre procedere... con i piedi di piombo.


Baita all'alpe dell'Oro

E' doveroso aggiungere che la fama del Monte dell'Oro è legata anche ad una leggenda che lo vuole popolato da pericolosi cunfinàa, anime che dopo la morte vengono respinte da cielo ma sono anche poco gradite all'inferno, tanto da essere condannate a vagare in eterno fra desolate pietraie, passando le notti a frantumare massi a colpi di mazza. Il fianco destro (per chi sale, cioè nord-orientale) della valle del Muretto, occupato dall'impressionante versante orientale del monte dell'Oro (m. 3154), sarebbe luogo di espiazione eterna per tre confinati, che talora scagliano sui viandanti che salgono al Muretto i massi che hanno frantumato. Per fortuna il versante meridionale del monte non pare sia di loro competenza, per cui chi vi transita non dovrebbe correre pericolo alcuno.


Alpe dell'Oro

Quel che è certo è che l'alpe dell'Oro costituisce un eccellente belvedere dal quale ammirare la parete nord del monte Disgrazia, con il severo e tormentato ghiacciaio. Non è questa, però, l'unica cima degna di essere osservata con attenzione: alla sua sinistra si distinguono, oltre al citato pizzo Cassandra, il pizzo Ventina ("piz de la venténa", immediatamente a destra dell'omonimo passo) ed il pizzo Rachele; alla sua destra, invece, sono ben visibili le cime di Vazzeda (m. 3301) e di Val Bona (m. 3033), che delimitano il piccolo ghiacciaio di Vazzeda, e l'elegante monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214), a destra dell'omonimo valico.


La parete nord del monte Disgrazia vista dall'alpe dell'Oro

Attraversiamo i prati dell'alpe passando a valle delle baite a ridosso della pietraia ed imbocchiamo la pista che traversa verso est, entrando in una bella pineta e salendo ad una prima radura. Attraversata la parte bassa dei prati, la pista riprende a salire in pineta ed attraversa un corpo franoso, per poi uscire alla parte bassa di una fascia di prati compresa nel sistema di alpeggi complessivamente denominati "monte dell'Oro". Qui la pista piega a sinistra e sale ripida per terminare allo splendido terrazzo di prati del piano dell'Oro. Noi, però, la lasciamo seguendo il sentiero segnalato che se ne stacca sulla destra, procedendo in piano in una pineta. Superata una valletta, proseguiamo in piano nella rada boscaglia, sempre verso est. Tagliata una fascia di prati ed una valletta, rientriamo nella pineta ed in leggera discesa passiamo a valle della balconata rocciosa che sostiene il piano dell'Oro. Superata una nuova valletta ed una rada boscaglia, usciamo ad una ripida fascia di prati, che tagliamo in leggera discesa, per rientrare poi nella boscaglia.


Apri qui una fotomappa della traversata alpe dell'Oro-alpe Fora

Attraversate in piano due vallette, proseguiamo sempre diritti in pineta, per poi uscirne ed attraversare un ripido vallone erboso. Rientrati in pineta, ci affacciamo all'ampio solco della Val Nevasco, che tragliamo procedendo in piano fra radure e brevi macchie. Ci portiamo così ai piedi di uno speroncino di roccette quotato 2170 metri, e, sempre in piano e nella boscaglia, tagliamo il dosso che ci separa dall'ampio anfiteatro della Val Forasca. Usciamo al bordo alto di un ampio terrazzo di prati. Poco sotto, le baite dell'alpe Fora (Alp de Fura de dint, m. 2053, che, insieme a l'Alp de Fura de fò comprendeva, nel 1816, ben 27 baite), alle quali scendiamo facilmente, procedendo su debole traccia, in leggera discesa, intercettando poco oltre il più marcato sentiero che da Chiareggio sale al rifugio Longoni (si tratta del primo tratto della quarta tappa dell'Alta Via della Valmalenco, di cui abbiamo percorso una variante).


Lago di Ciaz

Seguendo l'Alta Via prendiamo a sinistra e saliamo su una ripida china, al termine della quale ci affacciamo al vallone del torrente Forasco, che scorre alla nostra destra. Lo tagliamo in leggera salitafino al cartello che segnala a sinistra la deviazione per il passo di Tremoggia,dato a 2 ore e 20. La ignoriamo e seguiamo il cartello che dà il rifugio Longoni a 30 minuti. Superato su un ponte in legno il torrente Forasco, ci affacciamo ai Piani di Fora (Ciaz de Fura de sot), splendido ed ampio terrazzo, delimitato a nord da enormi blocchi e da belle cascate, ai piedi degli occhieggianti pizzi Tremoggie a Malenco. Pieghiamo a destra e passiamo a sinistra del baitello quotato 2283 metri ed a lato di un piano torboso di quota 2300 metri. Più avanti passiamo a sinistra del laghetto chiamato localmente "laghèt" o "làch (lèch) di ciàz"; invece della corretta trasposizione in italiano di "lago dei Piazzi" (o meglio ancora "Lago dei Piani"), si trova in alcuni testi, lago Rosso o lago di Zocca. Fa piacere, in questo luogo gentile, sostare per passare in rassegna le cime che abbiamo incontrato più da vicino durante la terza tappa. L'alpe è chiusa, a monte, da alcune cascate, che scendono dagli scuri gradoni rocciosi.


Il Lach di Ciàz

L'alta via prosegue verso sud-est: attraversato il torrente Foraschetto, dobbiamo superare, con una salita non severa, una fascia di rocce rotte, prima di raggiungere un trivio: i cartelli ci indicano che scendendo a destra raggiungiamo la strada per San Giuseppe (san giüsèf o giüsèp), salendo a sinistra ci dirigiamo verso il passo di Tremoggia. Noi, però, proseguiamo diritti, raggiungendo, dopo pochi minuti, la bandiera italiana, che precede di poco il rifugio Longoni.


Il rifugio Longoni

Il panoramicissimo rifugio è' collocato su un cengione della fascia rocciosa terminale sulla cresta che scende a sud-ovest dalla sassa d'Entova, a cavallo fra Val Forasca, ad ovest, e valle d'Entova, ad est. Di proprietà del CAI di Seregno, è dedicato alla memoria dei fratelli Elia ed Antonio Longoni, medaglia d'argento, caduti nella prima guerra mondiale. Dispone di una comoda sala da pranzo e di due dormitori con 18 cuccette. Qui termina la terza tappa dell'alta via dell'Alta Valmalenco.

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TERZA TAPPA (VARIANTE BREVE): DAI RIFUGI GERLI-PORRO O VENTINA A CHIAREGGIO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugi Gerli-Porro e Ventina-Alpe Forbesina-Alpe Laresin-Val Sissone-Passo della Corna di Sissone di Dentro-Rifugio Del Grande-Camerini-Alpi Vazzeda superiore ed inferiore-Chiareggio
7 h
1020
EE
SINTESI. Dai rifugi Gerli-Porro o Ventina si scende verso Chiareggio lungo il tratturo che ben presto propone una coppia di tornanti sx-dx, in corrispondenza della quale lo si lascia imboccando sulla sinistra il segnalato sentiero che scende diretto al fondovalle. Qui troviamo il ponte sul torrente Ventina, oltrepassato il quale ci portiamo a sinistra (ovest), ai ponti sui rami del Mallero che scende dalla Val Sissone, giungendo all'alpe Forbesina, dove intercettiamo il sentiero che proviene dal ponte sul Mallero del Muretto. Prendiamo a sinistra (sud-ovest), seguendo i triangoli gialli, in direzione della Val Sissone e raggiungiamo le baite dell'alpe Laresìn (m. 1710). Ignorata anche la deviazione che sale a destra nel bosco alla volta dell'alpe Sissone (sisùm de fò), proseguiamo verso sud-ovest, su un sentiero spesso faticoso perché disseminato di massi, che si addentra nella valle, lasciandosi alle spalle gli ultimi radi larici. Passiamo a valle di una pronunciata gola rocciosa, ben visibile alla nostra destra. ad un certo punto il tracciato devia a destra e risale il fianco della valle, seguendo una traccia molto incerta fra magri pascoli. Raggiungiamo così un piccolo pianoro e ci troviamo di fronte ad una cascata di portata limitata ma dal salto considerevole. Attraversato il torrentello, riprendiamo la salita, che si fa più ripida. Ora la traccia piega a destra, descrivendo un ampio arco, salendo gradualmente e superando un grosso e caratteristico masso biancastro. Procediamo ora in direzione nord-ovest. Oltrepassati alcuni valloncelli, puntiamo in direzione del crinale roccioso che scende dal fianco sud-orientale della cima di Vazzeda. Il sentiero raggiunge una ben visibile spaccatura nella roccia: si tratta del Passo della Corna di Sissone di dentro (m. 2438), che permette di passare dall'alpe Sissone di dentro all'alpe Sissone. La discesa all'alpe è facile e sfrutta, nel primo tratto, un bel sentiero scalinato. Segue una nuova traversata sostanzialmente pianeggiante, finché giungiamo al punto (m. 2290) in cui l'Alta Via intercetta il sentiero che sale direttamente dall'alpe Laresin all'alpe Sissone (segnavia rosso-bianco-rossi). Ora il sentiero piega a sinistra (nord-nord-ovest e nord), salendo ripido alla costiera ("i curnèli") che separa l'alpe Sissone dall'ampio terrazzo che si trova sotto la piccola vedretta di Vazzeda. Raggiunta la base del crinale roccioso, dobbiamo superarlo con qualche semplice passo di arrampicata (tratto attrezzato al buchelìgn). Dopo un'ultima breve salita siamo quindi al rifugio Del Grande-Camerini (m. 2580). Seguendo le indicazioni poste su un grande masso poco sotto il rifugio, seguiamo nel primo tratto la direzione che punta direttamente al fondovalle (est-nord-est), per poi piegare a sinistra (nord), iniziando una lunga diagonale che, superati alcuni valloncelli, conduce al limite superiore di un bel bosco di larici, dove il sentiero piega a destra (est). L'ulteriore discesa nel bosco (est-sud-est) ci permette di raggiunge il limite superiore dell'alpe Vazzeda superiore, dove ci raggiunge da sinistra il sentiero che scende dalla sella del Forno (segnavia bianco-azzurri). Attraversata l'alpe e raggiunto il suo limite inferiore, scendiamo attraverso un largo corridoio, in direzione (sud-est) dell'alpe Vazzeda inferiore. Attraversata anche quest'alpe, riprendiamo il sentiero che, nel suo limite inferiore, riparte tagliando decisamente a destra e raggiungendo in breve un torrentello, superato il quale troviamo ad un bivio segnalato. Proseguendo a destra raggiungiamo il rifugio Tartaglione-Crispo, dove possiamo pernottare. Scendendo invece a sinistra ci ritroviamo al ponte sul Màllero, varcato il quale percorriamo la bella pineta del Pian del Lupo, su una comoda strada sterrata che ci porta al grande parcheggio di Chiareggio.

La variante breve della terza tappa coincide con quella lunga fino all'alpe di Vazzeda superiore. Qui scesi dal rifugio Del Grande-Camerini, invece di lasciare il sentiero dell'Alta Via della Valmalenco per prendere a sinistra, proseguiamo sull'Alta Via scendendo diritti.
Attraversata l'alpe e raggiunto il suo limite inferiore, scendiamo attraverso un passaggio su roccia ed un largo corridoio, in direzione all'alpe Vazzeda inferiore (alp vazzéda bàsa, la più grande dell'alta Valmalenco - nel 1816 aveva 26 baite, 36 con l'alpe superiore - m. 1832).
Attraversata anche quest'alpe, riprendiamo il sentiero che, nel suo limite inferiore, riparte tagliando decisamente a destra e raggiungendo in breve un torrentello, superato il quale su un ponticello di troviamo ad un bivio. Proseguendo a destra raggiungiamo il rifugio Tartaglione-Crispo, dove possiamo pernottare. Scendendo invece a sinistra ci ritroviamo al ponte sul Màllero, varcato il quale percorriamo la bella pineta del Pian del Lupo (cattiva trasposizione in italiano di cià lla lòp, o ciàn de la lòp, vale a dire il piano della loppa, o lolla, materiale di scarto derivato dalla cottura del ferro: niente a che fare con i lupi, dunque!), su una comoda strada sterrata che ci porta al grande parcheggio di Chiareggio.
E proprio da Chiareggio (cirècc, cirécc o ciarécc; in un documento del 1544 “gieregio”; in una mappa del 1816 risultava costituito dalla chiesetta di S. Anna, dall’Osteria del Bosco, dal baitone di fronte alla chiesa e da sei piccole costruzioni lungo il Mallero -màler-), dove possiamo pernottare, gettiamo un'ultima occhiata alle cime che abbiamo potuto ammirare da vicino, cioè la parete nord del Disgrazia, le cime di Chiareggio, il monte Sissone e le cime di Rosso e di Vazzeda.


Pian del Lupo

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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