Variante in cinque giorni:

La ben nota, codificata, segnalata ed illustrata da varie pubblicazioni Alta Via della Valmalenco rimane, nelle sue otto splendide tappe, l'alta via regina della valle che si stende ai piedi del Bernina. Se però non si avessero otto giorni a disposizione, oppure si fosse innamorati dell'angolo occidentale della valle, l'alta Valmalenco propriamente detta, si può programmare una traversata alta in quattro o cinque giorni che, con partenza ed arrivo a Chiesa in Valmalenco ed interamente nel territorio di questo comune, ne tocca i luoghi più spettacolari ed affascinanti, passando per le valli Ventina, Sassersa e del Muretto, per il lago Palù e per i rifugi Lagazzuolo, Ventina, Gerli Porro, Del Grande-Camerini, Longoni, Alpe Palù, Motta e Ponte. Niente di ufficiale, dunque, niente di codificato, ma solo una proposta che qualche escursionista potrà apprezzare, anche perché la traversata non propone difficoltà tecniche, ma richiede solo un buon allenamento e buone condizioni atmosferiche e di visibilità. Solo in parte questa alta via dell'Alta Valmalenco coincide con tappe dell'alta via della Valmalenco, segnalata dai caratteristici triangoli gialli, ma l'intero percorso è ben segnalato da segnavia bianco-rossi.
La suddivisione in quattro giorni comporta che la terza e la quarta tappa siano molto lunghe e faticose. La quarta tappa può, tuttavia, essere spezzata in due giorni, di cui il secondo può essere sfruttato per ridurre la quinta. In tal caso avremmo cinque tappe, di cui la terza e la quarta corrisponderebbero esattamente alla quarta ed alla quinta dell'alta via della Valmalenco, secondo la seguente scansione: 1. Chiesa Valmalenco-Rif. Lagazzuolo; 2. Rif. Lagazzuolo-Rifugi Gerli-Porro o Ventina; 3. Rifugi Gerli-Porro o Ventina-Chiareggio; 4. Chiareggio-Rifugio lago Palù; 5. Rifugio lago Palù-Chiesa Valmalenco.

Quadro d'insieme delle quattro tappe dell'alta via dell'Alta Valmalenco (sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright)

SECONDA TAPPA: RIFUGIO ALPE LAGAZZUOLO-RIFUGI VENTINA O GERLI-PORRO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio Lagazzuolo-Bocchel del Cane-Rifugi Ventina o Gerli-Porro
4 h
510
E
SINTESI. Dal rifugio rifugio Lagazzuolo (m. 1974) saliamo al lago di Lagazzuolo (m. 1992). Seguiamo i segnavia, che segnalano una traccia di sentiero che, lasciata alle spalle la riva di nord-ovest del laghetto (quella di destra, per chi sale), si sviluppa fra la vegetazione, sempre più rada, ed i massi di tutte le dimensioni, sempre più fitti. Nel primo tratto passiamo vicino, rimanendo alla sua sinistra, al corso d'acqua che scende fino al laghetto sottostante. Poi ce ne allontaniamo, spostandoci a sinistra e raggiungendo, dopo un breve traverso, l'imbocco del canalone che adduce alla bocchetta, la quale, finalmente, appare ai nostri occhi. Deviando leggermente a destra, iniziamo l'ultima faticosa salita, seguendo il tracciato suggerito dai segnavia, che ci porta alla sella del Bocchel del Cane, a 2551 metri. Iniziamo la discesa verso ovest-nord-ovest e per un buon tratto i segnavia ci indicano il tracciato più razionale che si districa fra nevaietti e massi di dimensioni rilevanti (attenzione). I massi, dopo il primo tratto, si fanno, poi, via via, più abbordabili, compaiono le prime lingue di timido e magro pascolo, e più in basso vediamo, alla nostra destra, il lago Pirola (m. 2283). Ad un bivio segnalato ignoriamo i segnavia che segnalano il percorso che prende a destra e traversa in direzione del lago Pirola, e proseguiamo verso sinistra (sud-ovest), seguendo un evidente ometto ed i segnavia che, al termine di un breve pianoro dove i massi ci lasciando un po' di tregua, ci fanno scendere in una conca dove li ritroviamo. Poco prima della conca, a sinistra del sentiero, è visibile, segnalato da un cartello, un esemplare di Larice millenario (m. 2160). La discesa prosegue in uno scenario suggestivo, fra radi larici, a sinistra dei bastioni del Torrione Porro (m. 2435). Superata un'ultima impegnativa fascia di grandi massi, il sentiero si tuffa in una macchia, per l'ultima, ripida, discesa verso ovest, che ci porta al pianoro della val Ventina, circa a metà strada fra i vicini rifugi Ventina, alla nostra sinistra, e Gerli-Porro (m. 1965), alla nostra destra.


Apri qui una fotomappa del bacino del lago Pirola

La seconda giornata dell'alta via dell'Alta Valmalenco prevede la traversata in Val Ventina per il Bocchel del Cane. Tappa faticosa, ma non lunga. Ci si muove spesso fra massi e pietrame, con tutta la cautela del caso.
Saliamo quindi dal rifugio Lagazzuolo al vicino e splendido lago di Lagazzuolo (m. 1992). La traversata prosegue, dettata ora non più da un evidente sentiero, ma dal susseguirsi dei segnavia rosso-bianco-rossi, che ci portano ad aggirare il laghetto sulla (nostra) destra. Non possiamo affidarci all'impressione visiva: il Bocchel del Cane, infatti, non è infatti, come invece saremmo indotti a credere, l'ampia sella ben visibile davanti ai nostri occhi, sul crinale che separa la val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra) dalla val Ventina (val de la venténa), fra la punta Rosalba, a destra, e la cima del Duca, a sinistra. Questa sella è la più alta bocchetta di Lagazzuolo (buchèl - o buchèta - del lagazzö), che guarda sempre alla val Ventina, ma è posta più in alto, a quota 2782 metri. Per fortuna non ci tocca salire fin lassù.
Seguiamo, dunque, i segnavia, che segnalano una traccia di sentiero che, lasciata alle spalle la riva di nord-ovest del laghetto (quella di destra, per chi sale), si sviluppa fra la vegetazione, sempre più rada, ed i massi di tutte le dimensioni, sempre più fitti. Nel primo tratto passiamo vicino, rimanendo alla sua sinistra, al corso d'acqua che scende fino al laghetto sottostante. Poi ce ne allontaniamo, spostandoci a sinistra e raggiungendo, dopo un breve traverso, l'imbocco del canalone che adduce alla bocchetta, la quale, finalmente, appare ai nostri occhi. Deviando leggermente a destra, iniziamo l'ultima faticosa salita, seguendo il tracciato suggerito dai segnavia. Mentre ci ossigeniamo adeguatamente per essere all'altezza degli sforzi che ci attendono, non manchiamo di gustare gli scenari che si sono aperti alle nostre spalle.
Sul fondo del vallone principale, innanzitutto, ecco, a sorpresa, un secondo e più piccolo laghetto, a quota 2256, anch'esso dalle acque di un azzurro turchese intenso: lo vediamo, volgendo le spalle al Bocchel del Cane, alla nostra destra. Il laghetto, denominato erroneamente sulla guida CAI-ITC "Lagazzuolo superiore", viene chiamato localmente "lagösc ed è dominato dai contrafforti del monte Braccia ("bràcia", m. 2909), il cui spigolo di nord-est degrada in una serie di cime minori, fra le quali si apre, a quota 2293, la bocchetta di Girosso (giròos), che pone in comunicazione l'alpe di Girosso (giròos) superiore (m. 2183) con la val Orsera (val d'ursàra o d'ursèra). Volgendo lo sguardo a sinistra, ecco la lunga dorsale che divide la Valmalenco dalla Val di Togno: vi spicca l'inconfondibile profilo del pizzo Scalino (m. 3323). Più a sinistra ancora, alle spalle della dorsale compresa fra il Sasso d'Entova (m. 3329) ed il Sasso Nero (umèt, m. 2919), occhieggiano, per un breve tratto, le più famose ed alte cime della Valmalenco, i pizzi Roseg (da “rösa” o “rosa”, massa di ghiaccio, m. 3937), Scerscen (m. 3971) e Bernina (m. 4049). C'è di che ritemprare lo spirito, se non anche le membra.

Di nuovo in cammino: la pendenza, sempre severa, e la natura del terreno, disseminato di massi fra i quali spesso ci si deve districare, non agevolano gli ultimi sforzi, che tuttavia, alla fine, ottengono il meritato premio. Dopo Circa tre ore di cammino, necessarie per superare circa 1150 metri di dislivello, la sella del Bocchel del Cane, a 2551 metri, è raggiunta. Si tratta del punto più alto della nostra escursione, dal quale si apre ai nostri occhi uno scenario che, in una giornata limpida, è davvero superbo. Si mostra, infatti, la splendida compagine delle cime che scandiscono il fianco occidentale dell'alta Valmalenco, vale a dire, partendo da nord (alla nostra destra) il monte del Forno (fùren, o fórn, ma anche munt rus, m. 3214), la cima di Val Bona (m. 3033), le cime di Vazzeda (m. 3301) e di Rosso (m. 3366), il monte Sissone (còrgn de sisùm, chiamato anche piz sisùm e, dai contrabbandieri, “el catapìz”, m. 3330), la punta Baroni (m. 32003) e le cime di Chiareggio. Scendendo, avremo, poi, modo di vedere sempre meglio, a sinistra, la severa mole del monte Disgrazia (m. 3678), che mostra il ghiacciaio della parete nord e, sul fianco orientale, l'impressionante canalone della Vergine. Ancora più a sinistra appariranno il pizzo Cassandra (piz Casàndra o Casèndra, m. 3226), il ghiacciaio ed il passo della Ventina (pas de la venténa), che unisce la valle omonima, nella quale scendiamo, alla val Sassersa (sono i luoghi più memorabili della seconda tappa dell'Alta Via della Valmalenco).
Uno scenario alpino fra i più classici, eleganti e memorabili, che ci accompagna in una discesa la quale, per la verità, non è di tutto riposo. Le discese non lo sono mai, non lo debbono essere mai, dal momento che un calo di concentrazione può essere pagato, anche a caro prezzo, con cadute e distorsioni. In questo caso la natura molto accidentata del terreno impedisce tassativamente di abbassare il livello della concentrazione. Per un buon tratto, infatti, i segnavia ci indicano il tracciato più razionale che si districa fra nevaietti e massi di dimensioni rilevanti. Non contiamo troppo sulla "fornicatio lapidum", per usare un'espressione dello scrittore romano Seneca, cioè sull'abbraccio che rinserra ciascuna pietra alle altre: non è detto che tutte le pietre su cui posiamo il piede siano stabili. L'atmosfera di questi luoghi è, comunque, unica: le rocce, dal colore rossastro, regalano un contrappunto cromatico affascinante con il blu del cielo. Alle nostre spalle, la punta Rosalba, che mostra il suo corrugato ed aspro fianco di nord-ovest, sembra degnare appena di uno sguardo scettico la presunzione degli escursionistici che osano violare luoghi riservati non ad uomini, ma ad aquile e marmotte.
I massi, dopo il primo tratto, si fanno, poi, via via, più abbordabili, compaiono le prime lingue di timido e magro pascolo, sul versante denominato "còsta del làach", la discesa si fa meno faticosa. Ben visibile, fin dal passo, è, alla nostra destra, il lago Pirola (m. 2283), creato da uno sbarramento.


Clicca qui per aprire una panoramica dal lago Pirola

Dopo un tratto quasi in piano, scorgiamo, alla nostra destra, una serie di segnavia che disegna un arco in direzione del lago, in leggera discesa. Si tratta di una delle due possibili direttrici di discesa: se la scegliamo, ci portiamo, dopo aver attraversato, non senza la rinnovata fatica dei massi caotici fra i quali districarsi, ad est del lago Pirola; piegando a sinistra, su un sentiero un po' esposto che guadagna il filo del bastione roccioso che lo delimita a nord, passiamo a monte della sua riva settentrionale, proseguendo in parallelo fino alla deviazione, a destra, che ci consente di scendere all'alpe Piròla e di qui al bosco, dove un sentiero, prima con direzione nord, poi con direzione sud, infine con direzione ovest, scende ad intercettare la pista che congiunge Chiareggio con il rifugio Gerli-Porro. Questa prima soluzione ha il vantaggio di consentirci un incontro ravvicinato con il bel lago di Pirola (m. 2283), ma taglia fuori il rifugio Gerli-Porro e richiede una buona dose di fatica per attraversare il vallone che scende dalla bocchetta di Sceresone ed affrontare la salita supplementare necessaria per guadagnare i 2336 metri dello sperone roccioso che delimita, a nord, il lago.
La seconda soluzione prevede, invece, che si prosegua la discesa seguendo la direttrice ovest, per assumere, poi, quella sud-ovest. In questo caso ignoriamo i segnavia che scendono verso il vallone, seguendo invece un evidente ometto ed i segnavia che, al termine di un breve pianoro dove i massi ci lasciando un po' di tregua, ci fanno scendere ad una valletta dove li ritroviamo.
Poco prima della valletta troviamo un cartello che segnaòla, alla nostra sinistra, il Larice millenario (m. 2160). Si trova infatti poco più in basso, a sinistra, e merita una vista perché si tratta di un albero eccezionale.
La sua
datazione ne fa risalire l'origine all'anno 1007. Sembra incredibile, ma questo albero vede la luce quando la civiltà europea si trova ancora nel cuore del Medio-Evo, alla svolta decisiva dell'anno Mille, quando, fugate le paure per la fine del mondo ipotizzata dalle profezie del "mille e non più mille", la storia esce dalle ombre dell'alto Medio-Evo e prepara la fioritura del basso Medio-Evo.
Lontano dai clamori della storia e della cronaca, cresce per dieci secoli sopravvivendo ad eventi epocali ed a decine di generazioni. Ha perso gran parte della sua chioma, ma pare goda ancora di salute discreta. Così come gode di un ragguardevole primato: è il più vecchio fra gli alberi italiani di cui è stata rilevata la datazione, ed uno dei più vecchi in Europa.
Gran bella soddisfazione, con un unico cruccio: avrà sentito certamente molti escursionisti parlare del mitico monte Disgrazia, che se ne sta appena là, sul lato opposto della valle, ma lo ha dovuto solo immaginare, perché da qui ancora non si vede, nascosto com'è dal pizzo Ventina (o meglio, si intravvede solo uno scorcio della Punta Kennedy).
Nella zona sono presenti diversi altri vegliardi verdi, larici secolari che non possono competere con il patriarca, ma hanno comunque età da primato. Ulteriore elemento di interesse è l'altitudine di questa macchia di larici straordinari, che sfiora i 2200 metri. Ciò prova che nel Medio-Evo e forse fino al Seicento la temperatura media delle Alpi era piuttosto elevata e consentiva la colonizzazione di zone così alte. Poi il brusco calo delle temperature dal Seicento all'Ottocento, nella cosiddetta Piccola Età Glaciale, determinò un abbassamento del limite del bosco. In alcune zone, però, il bosco si è diradato, ma non è scomparso, come in Val Ventina.


Il Larice millenario (al centro dell'immagine) e la Val Ventina

La discesa prosegue in uno scenario suggestivo, fra larici che non temono l'assedio dei blocchi sulfurei, a sinistra dei bastioni del Torrione Porro (m. 2435). Alla nostra sinistra, stupendo è il colpo d'occhio sulla val Ventina, sul ghiacciaio omonimo e sul versante orientale del monte Disgrazia. Alla fine, superata un'ultima impegnativa fascia di grandi massi, il sentiero si tuffa in una macchia, per l'ultima, ripida, discesa verso ovest, che ci porta al bucolico pianoro della val Ventina, circa a metà strada fra i vicini rifugi Ventina, alla nostra sinistra, e Gerli-Porro (m. 1965), alla nostra destra.


La fascia dei larici secolari e del larice millenario

È interessante, infine, leggere il racconto della traversata per il Bocchel del Cane effettuata da Bruno Galli Valerio, naturalista ed alpinista che molto amò queste montagna, il 27 settembre 1904: “Mentre risaliamo la Val Malenco alle quattro del mattino, nuvole bianche appaiono un po' da tutte le parti e il cielo finisce per essere tutto grigio. Un vero cielo di novembre, sul quale si staccano le Prealpi e le cime del fondo della Val Malenco, tutte bianche di neve. Questa volta non sbaglio il sentiero del Lagazuolo. Passato ai Prati della Costa sulla riva destra del Mallero, trovo il sentiero subito al di là del ponte, sentiero che risale sulla destra della Valle Orsera. E' un sentiero che sale per boschi, si avvicina alla gola ove il fiume spumeggia in mille cascate, si perde in mezzo ad un prato, riappare al di là di roccie a picco e, finalmente, ci conduce alle dieci e venti alla baita del Lagazuolo (1974 m.).


Apri qui una fotomappa della discesa al rifugio Gerli-Porro

Davanti a noi si eleva, bianco di neve, il Monte Braccia (2907 m.). Risalendo per pascoli e gande, raggiungiamo il lago di Lagazuolo (1986 m.), un laghetto tranquillo, in cui si riflette il Monte Braccia e alcuni larici che si rizzano d'intorno. Il silenzio è grandissimo. Sulla sinistra della valle, delle gande rimontano a un canalone che termina al Bocchel del Can (2550 m.). Lasciato il lago alle dieci e mezzo, passiamo un ponticello sull'Orsera e attacchiamo le gande. Un sentiero corre fra rododendri e Pinus mughus e si perde ben presto. Tocchiamo la prima neve a chiazze qua e là. Poi si fa più abbondante. Essa copre gli interspazi della ganda e rende la salita difficile. Dapprima ne troviamo venti centimetri, poi al di là di uno sperone di roccia, nel canalone che sale al passo, ce n'è un buon mezzo metro. Si affonda ad ogni passo in enormi buchi, si scivola sopra roccie coperte di neve. E' una vera ascensione d'inverno, meno il freddo. Dietro di noi, vediamo sotto il lago azzurro, più su un piccolo laghetto gelato; lontano, in mezzo alle conifere, il lago del Palù e le bianche cime del gruppo del Bernina, dello Scalino, del Painale.


Lago Pirola

A mezzogiorno e mezzo, dopo mille fatiche, arriviamo al passo: davanti a noi appaiono Disgrazia, Ventina, Sissone, Cima di Rosso, Pizzo del Forno e Passo del Muretto, mentre ai nostri piedi, giù in basso nelle gande, il lago Pirola si stende cupo, riflettendo la tristezza del cielo. Alla una e un quarto, cominciamo la discesa, prima per un pendio di neve dove affondiamo fino al ginocchio, poi in un vero ammasso caotico di roccie sepolte sotto la neve. Si affonda continuamente e c'è rischio di rompersi una gamba. Finalmente tocchiamo gande meno grosse. Appare un piccolo laghetto gelato; sentiamo gridare; un uomo appare sulla Bocchetta del Ceresone. Alle due e venti, siamo al lago Pirola. Il cielo diventa di più in più grigio, si direbbe che la neve sta per cadere da un momento all'altro. Alle tre e un quarto, lasciato il lago, incontriamo un giovanotto, quello che abbiamo visto qualche tempo prima sulla bocchetta del Ceresone. Sta cercando pecore smarrite. Ma non trova niente. Per gande, raggiungiamo l'alpe Pirola e di là, per un sentiero a zig-zag, Chiareggio, alle quattro.Sulle cime nevica. Una fine pioggerella ci sorprende lungo il bosco di Chiareggio e ci accompagna nella nostra discesa a Sondrio.” (B. Galli Valerio, Punte e Passi, a cura di Luisa Angelici ed Antonio Boscacci, Sondrio, 1998).


Pozza nella conca di Pirola

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CARTA DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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