Apri qui una fotomappa della traversata dalla Val Viola Bormina al passo di Val Mera

La settima tappa del Sentiero Italia Lombardia nord, IV settore, e terza tappa dell'Alta Via della Magnifica Terra ci porta dalla Val Viola Bormina (o da Eita) a Livigno, per il Colle delle Mine. Esiste però un'interessante variante, più lunga ma più varia, che passa per la Val Viola Poschiavina e la Val Mera, in territorio elvetico (si tratta delle due propaggini nelle quali termina la Val di Campo Poschiavina, la terale della Valle di Poschiavo). Questa variante ci fa passare per il passo di Val Viola. Scesi al Ristorante-Rifugio Alpe Campo, risaliamo l'intera Val Mera, per tornare in territorio italiano attraverso il passo di Val Mera o Colle di Campo. Attraversata la Valletta con i caratteristici laghetti, scendiamo per la Val di Campo italiana e ci immettiamo nella Val Nera, fino al suo sbocco nella Valle della Forcola, per la quale scendiamo infine a Livigno. Ma vediamo questa lunga traversata nel dettaglio.

RIFUGIO DI VAL VIOLA-PASSO DI VAL VIOLA-VAL MERA-VALLETTA-VAL NERA-VALLE DELLA FORCOLA-LIVIGNO

Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Rifugio di Val Viola-Passo di Val Viola-Passo di Val Mera-Valletta-Val Nera-Valle della Forcola-Livigno
9-10 h
770
EE
SINTESI. Dal rifugio di Val Viola (m. 2353) ci portiamo alla pista che raggiunge il lato occidentale del rifugio: seguendola, saliamo verso sinistra, con pendenza molto graduale e con diversi tornanti. Lasciamo, più basso, alla nostra sinistra, il più elevato dei laghetti di Val Viola (m. 2432), dominato dal Corno di Dosdé. Proseguendo diritti, raggiungiamo il punto terminale della pista, il passo di Val Viola (m. 2455). Entrati in territorio elvetico seguiamo il sentiero segnalato si porta a destra (ovest), procedendo quasi in piano. Ad un bivio, lasciamo a sinistra il sentierino che scende per via più diretta e pieghiamo a destra (nord). Superiamo un piccolo corso d'acqua, passando poi, su terreno torboso, a sinistra della pozza di quota 2402 metri ed a destra del cocuzzolo quotato 2458 metri. Descriviamo un ampio arco verso sinistra, superando un dosso ed attraversando il Pian della Genzana. Superato un secondo corso d'acqua, pieghiamo a sinistra (sud), puntando al fondovalle e passando per un pianoro circondato da sfasciumi. Procedendo verso sud, passiamo per la località Campasciöl. La successiva discesa, sempre verso sud, ci fa passare per una sorta di breve corridoio e per la baita di Plan di Giardin, prima di giungere alla riva settentrionale dello splendido lago di Val Viola (m. 2163), caratterizzato da un piccolo isolotto boscoso. Qui pieghiamo a destra e proseguiamo scendendo verso sud-ovest, passando a destra del laghetto di Scispadus (m. 2071). Giungiamo poi ad un bivio, segnalato: andando a sinistra scendiamo all'alpe ed al lago di Saoseo, mentre andando a destra ci portiamo al Rifugio-Ristoro Alpe Campo (m. 2064). Andiamo a destra e ci portiamo al rifugio, posto allo sbocco della Val Mera, la seconda laterale nella quale si divide l'alta Val di Campo Poschiavina. Se vogliamo visitare meglio questa splendida zona, al prezzo di un'ora in più di cammino, ignoriamo il sentiero che sale in Val Mera e proseguiamo sulla pista che scende verso sud e porta in breve al rifugio Saoseo (m. 1986). Lo raggiungiamo lasciando la pista ed andando a sinistra, dove un ponticello supera il torrente Mera. Al rifugio troviamo un cartello che indica il lago di Saoseo: seguendolo, imbocchiamo il sentiero che sale verso nord-est- Ad un bivio andiamo a destra ed in breve usciamo dal bosco presso la riva dello splendido lago di Saoseo (m. 2028). Tornimo poi sui nostri passi risalendo al Rifugio-Ristorante Alpe Campo. Imbocchiamo qui il sentiero segnalato per la Val Mera, che attraversa verso sinistra, in direzione nord-ovest, una breve fascia boscosa ed esce ad una fascia di prati, attraversata la quale siamo al ponte di quota 2080, sul quale attraversiamo da sinistra a destra il torrente Mera. Il sentiero inizia poi una lunga salita sul nord-orientale della Val Mera, procedendo diritto un po’ alto rispetto al letto del torrente, verso nord-ovest. La salita ci porta alla soglia del Piano di Val Mera (Plan da Val Mera, m. 2320), originato da una paleofrana ora ricoperta dal pascolo. Riattraversiamo, questa volta da destra a sinistra, il torrente Mera e cominciamo a salire in diagonale vero sinistra (nord-ovest), lasciando la piana alla nostra destra. La salita fra sfasciumi e magri pascoli ci porta al gradino di soglia oltre il quale si apre l’alta valle, che ci accoglie con il pianoro torboso di Roan, che attraversiamo restando sul lato sinistro, verso nord. Raggiunto un nuovo costone di sfasciumi, lo risaliamo portandoci leggermente a sinistra ed in breve siamo alla conca che ospita il misterioso e solitario lago di Roan (m. 2533). Restiamo a sinistra del lago, un po’ alti, tagliando a mezza costa il versante di sfasciumi. Saliamo poi su un dosso di roccette, che richiede attenzione, o, in alternativa, direttamente seguendo il canalone, spesso innevato (anche in questo caso bisogna prestare molta attenzione), immediatamente a nord del lago, guadagnando il corridoio del passo di Val Mera o Colle di Campo (m. 2671). Rientriamo così in territorio italiano, percorrendo la Valletta. Scendendo leggermente passiamo a sinistra del lago meridionale della Valletta (m. 2646) e giungiamo in vista del secondo e più grande lago della Valletta, quello settentrionale (m. 2592). Non scendiamo verso il lago ma procediamo a mezza costa, verso nord, salendo al dosso di quota 2647. Siamo sul bordo di un ripido versante e dobbiamo cercare con attenzione la traccia che scende in diagonale verso sinistra (nord-ovest), fino alla piana ai piedi della testata della Val di Campo livignasca, dominata dalla triade del Pizzo Paradisino (m. 3302), ad est, dal pizzo Orsera (m. 3032), a sud, e del monte Vago (m. 3059), a nord. La tagliamo in diagonale verso destra, approssimandoci al torrente che esce più in alto dal lago settentrionale della Valletta e scende per un ripido canalone. La traccia, sempre debole, riprende la discesa diritta restando a sinistra del torrente, verso nord-nord-est, seguendo l’andamento della Val Di Campo, fino alla sua confluenza con la Val Nera, alla nostra destra, a quota 2196. Qui il sentiero piega a sinistra e, restando sul lato sinistro della Val Nera (denominata su alcune carte Valle Vago), diventa pista sterrata e scende tranquillamente fino al suo sbocco nel punto in cui la Valle della Forcola di Livigno confluisce nella Valle di Livigno, in corrispondenza dell’alpe Vago (m. 1981). Qui, se vogliamo evitare il monotono percorso sulla carrozzabile che sale al passo della Forcola, non procediamo diritti, verso il parcheggio dell’alpe Vago (P7), ma prendiamo a destra, salendo alle Motte (m. 2008), proseguendo sul sentiero che scende al Pian del Verde (m. 1945). Qui troviamo l’antica carrozzabile (ora pista) e la seguiamo verso nord, passando per l’alpe Campaccio di Sopra e di Sotto (m. 1906). Restando sempre a destra del torrente Spöl, tagliamo la pista in località Tresenda e proseguiamo diritti, passando per i nuclei di Ponte Longo, Clus, Tee e Poz, prima di entrare in Livigno dalla sua periferia meridionale.


Val Cantone di Dosdè (clicca qui per ingrandire)

Prima di raccontare la traversata rifugio di Val Viola-Livigno, vediamo come salire al rifugio dalla strada di Val Viola. Al parcheggio di Altumeira (m. 2100), a 5 km da Arnoga, troviamo alcuni cartelli escursionistici, fra i quali quello che segnala il percorso Val Dosdé-Bivacco Caldarini-Capanna Dosdé-Val D’Avedo-Val Grosina. Il rifugio Federico in Dosdé del CAI di Bormio è dato a 45 kinuti, mentre il rifugio Val Viola (per il quale passeremo) è dato ad un’ora e mezza; a 700 metri, infine, è segnalato il ristoro in località Baite Altumeira. Ci mettiamo, dunque, in cammino su una larga pista sterrata, superando quasi subito un crocifisso in legno, alla nostra destra. Sul lato opposto si stacca da quella principale una pista, in discesa: la ignoriamo. Poco più avanti si apre lo splendido scenario dell’ampia conca dove confluiscono la Val Viola e la Val Cantone di Dosdé; sul fondo si mostrano, in tutta la loro bellezza, la cima di Lago Spalmo e la cima Viola, con la vedretta di Dosdé.


Val Cantone di Dosdè

Questa vedretta è quel che resta dell’immane ghiacciaio che in tempi remoti riempiva interamente la valle. Nell’era tardoglaciale l’intera valle era, infatti, occupata da un ghiacciaio che comunicava ad est, per i passi di Foscagno e di Trela, con quello di Livigno, e ad ovest, per il passo di Val Viola, con quello di Campo,nell’attuale Svizzera. La colata della Val Viola e del Livignasco confluiva, poi, nella piana di Bormio, dove si congiungeva con quelle della Valle dello Stelvio e della Valfurva. Il fronte del ghiacciaio era probabilmente posto nell’attuale località di Zola in Valdisotto (m. 1140). L’altezza era impressionante: raggiungeva la linea ideale che congiunge le Motte di Oga, ad ovest, con la località di San Pietro sopra Piatta, ad est. È stata anche avanzata l’interessante ipotesi, dall’illustre glaciologo prof. Nangeroni, che la colata Viola-Dosdé-Piazzi, giunta alle Motte d’Oga, fosse risospinta indietro dalle più imponenti masse delle colate Stelvio-Valfurva, e costretta ad assumere l’andamento nord-est, in direzione della Val Trela e della Valle di Fraele, per poi scendere in Valle del Gallo. Mentre camminiamo, lasciamo la mente libera di volare all’impressionante scenario dello scontro fra questi titani bianchi. Scontro cui seguì la comune rovina, con il progressivo ritiro della morsa dei ghiacci. Venendo ad epoche a noi assai più vicine, ricordiamo che nella Piccola Età Glaciale compresa fra il 1600 ed il 1850 i ghiacciai segnarono una significativa avanzata (nulla di paragonabile, ovviamente, all’età glaciale); una nuova e più breve fase di avanzata si ebbe attorno al 1920. Segni di questi progressi limitati sono, in Val Viola, alcune morene ancora scarsamente ricoperte di vegetazione, rispetto a quelle ben più antiche e ben più colonizzate dalla vegetazione medesima. Dopo il 1920, iniziò, per i ghiacciaio, un periodo di progressivo ritiro che, ad eccezione di un decennio segnato da una modesta inversione di tendenza fra il 1970 ed il 1980, è proseguito fino ad oggi.
Un oggi segnato dalle cronache, ormai di dominio pubblico, dell’effetto serra e del riscaldamento globale, che rischia di colpire a morte queste abbaglianti vesti che sono il segno più solenne della signoria della montagna. Non si pensi, però, che in passato non vi siano state fase nelle quali faceva più caldo di oggi. Proprio in Val Viola, sul lato opposto rispetto a quello che stiamo risalendo, fu trovato, qualche decennio fa, in Caricc’, cioè una macina in pietra che testimonia la presenza di un mulino e quindi una coltivazione di cereali ad una quota di poco superiore ai duemila metri, impensabile con il clima attuale. Possiamo ipotizzare che tale coltivazione risalga ai secoli del tardo medioevo, nei quali, dunque, la temperatura media era superiore a quella attuale. Quindi, se il sole picchia, non lamentiamoci troppo: qualche secolo fa avrebbe potuto andarci peggio.
Immersi in questi pensieri (pensare fa bene alla mente, ma anche allo spirito, in quanto non ci fa avvertire la fatica), guadagniamo progressivamente quota. Ben presto siamo alle baite della località Altumeira (o Altumera, m. 2125), dove si trova il ristoro segnalato al parcheggio. La sua denominazione risale, secondo Renzo Sertoli Salis, alla radice “mar” o “marra”, voce forse mediterranea che sta per “frana” (la stessa all’origine di “Mera”, celebre fiume di Chiavenna); il significato originario sarebbe, dunque, di costiera che frana nella sua parte alta.
Sulla nostra destra parte un sentiero; un cartello segnala che si tratta di un segmento del Sentiero Italia (numerato 109), seguendo il quale ci si porta in 30 minuti alla malga Funeira (o Funera: l’etimo è incerto, ed il Sertoli Salis ipotizza anche la voce latina “funus”, funerale), in 3 ore al Colle delle Mine ed in 6 ore e 15 minuti alla località Teola di Livigno. La pista sulla quale procediamo, invece, è, è segnalata come percorso 209, che porta al rifugio Federico in Dosdè, al rifugio di Val Viola (dato ad un’ora e 10 minuti) ed al passo di Val Viola (dato ad un’ora e mezza).


Rifugio di Val Viola e Corno di Dosdè

Proseguendo nella salita (con pendenza moderata) troviamo, sulla destra, una statua della Madonna in una nicchia della roccia ed una fontanella in legno presso una vallecola (sempre alla nostra destra). Poco più avanti, a quota 2170, siamo ad un bivio importante: la pista che scende sulla sinistra si porta all’ampia conca dell’alpe Dosdé ed al rifugio Federico in Dosdé; noi restiamo, invece, sulla pista di destra, che continua a salire, accentuando la pendenza, per vincere l’ultimo gradino prima del circo terminale della Val Viola, dove ci attende un cartello che dà il Rifugio Viola a 30 minuti.
Cominciamo a vedere lo squadrato edificio del rifugio, sul fondo, un po’ spostato a sinistra: lo riconosciamo anche per il suo caratteristico color salmone. La strada prosegue ora con andamento quasi pianeggiante. Vediamo quasi subito, guardando davanti a noi, sulla sinistra, il primo e più grande dei laghetti di Val Viola (lo segnala anche un cartello, che reca scritto: Lago di Val Viola m. 2267): la pista passa alla sua destra, rimanendo un po’ più alta.
Su questo gentile e tranquillo laghetto, cui fa da sfondo il passo di Val Viola, che sta da qualche parte sulla larga sella erbosa che chiude la valle, leggiamo quanto riporta il bel volume “Laghi Alpini di Valtellina e Valchiavenna” (De Bernardi Riccardo, Fassin Ivan, Mosello Rosario e Pelucchi Enrico, CAI, sez. di Sondrio, 1993): “Il maggiore Lago di Val Viola (2267 m) è situato ai piedi dell'imponente Corno di Dosdè, dalle forme severe e irregolarmente piramidali: una veduta classica della zona del bormiese. Anche l'accesso avviene in una varietà di ambienti e paesaggi anche vegetali (foresta di abeti rossi e gembri, lariceto, praterie e fasce di rododendro e mugo) per diversi chilometri, in vista dapprima della Cima Piazzi, poi delle aspre vette della Valle Dosdè. Frequentata in passato non tanto da disinteressati escursionisti, ma da contrabbandieri che non temevano di affrontare anche nell'inverno il lunghissimo percorso da Arnoga al confine e oltre (e viceversa), ne resta una testimonianza nella dismessa casermetta della Guardia di Finanza proprio in fondo alla valle, negli ultimi ripiani sotto il passo.”
Eccoci, quindi, ad un nuovo bivio, a quota 2295. Una freccia su di un masso indica la partenza, sulla sinistra, del sentiero che, staccandosi dalla pista, raggiunge per la via più breve il Rifugio Viola. Dopo un primo breve tratto pianeggiante, il sentiero scende al torrente Viola Bormina, che scavalchiamo su un ponticello in legno. Una breve salita ci porta, alla fine, al rifugio di Val Viola  (m. 2315).
Cediamo, di nuovo, la parola a Giovanni Peretti (vol. citato): “ll Rifugio Viola è situato in un ambiente di rara bellezza sia paesaggistica che naturalistica. I numerosi laghetti alpini che si trovano nell'ampia conca di origine glaciale, di cui il maggiore e più conosciuto è quel bellissimo lago di sbarramento morenico noto come Lago Viola, ricco di trote, costituiscono senza dubbio il principale elemento geomorfologico che caratterizza l'alta Val Viola. Il Rifugio è stato ricavato ristrutturando una vecchia Caserma militare risalente ai primi del '900, di cui si sono mantenute le severe caratteristiche. Sulle cartine topografiche compare ancora, generalmente, come 'Caserma di Val Viola”.
A sud-ovest del rifugio si impone la temibile mole del Corno di Dosdé (m. 3232), che da qui mostra il caratteristico corno roccioso che sembra staccarsi quasi dalla sua sommità e che ne spiega il nome. Sul lato opposto, in primo piano, il pizzo Bianco (m. 2827), la cui cima, si raccontava, era scenario dei sabba di streghe, stregoni ed animali maledetti, in realtà anime confinate (kunfinà) relegate nei posti più solitari e remoti di queste montagne. Dietro il pizzo Bianco si nasconde il più imponente pizzo Filone (m. 3133), mentre alla sua destra si riconosce la cima arrotondata del monte Foscagno (m. 3058); alla sua sinistra, infine, si intravede la punta Zembrasca (m. 3089).
È il momento giusto per ascoltare una leggenda legata al periodo del contrabbando; la riportiamo così come si legge nella bella raccolta dattiloscritta di Maria Pietrogiovanna “Le leggende in Alta Valtellina”, Valfurva, 27 giugno 1998:
“Le valli valtellinesi sono anguste ed avare per gli abitanti, i quali, non potendo trarre nemmeno il sufficiente per poter vivere dalla coltivazione delle proprie terre, spendono più di una notte, attraversando gli accidentati confini, per un poco di zucchero, di caffè, per la mamma, per la famiglia. Sovente accade che, al mattino, i doganieri rivedano nei campi, al lavoro paziente, i medesimi che sfuggirono, come scoiattoli, poco prima dell'alba... E lavorano così come se la notte l'avessero divinamente trascorsa, mentre l'han consumata in gita forzata, sudando, rischiando la pleura e sfidando il precipizio. Le vie percorse da questa povera gente sono sentieri della miseria e del coraggio, percorsi da gente eroica e pacifica, povera e dignitosa, che non chiede ed è pronta alla carità. E la lassù c'è anche la via aerea di Cirillo il Moro. Cirillo, pure, era una persona onesta, anche se dedita al contrabbando. Una sera lo Sgarba, un doganiere (finanziere), lo seguì. Cirillo continuò la sua strada, ma venne un temporale. Mentre il doganiere gli diceva di fermarsi, Cirillo, dopo aver indicato allo Sgarba il luogo adatto per sostare aspettando la fine del temporale, gli rispose che la legge è lassù, dietro il cielo, e saltò, quindi, sul lastrone di neve sottostante come aveva sempre saltato. L'acqua, però, aveva inzuppato i bordi pensili del seracco che si aprì e si chiuse sopra di lui. Lo Sgarba stette un'ora, due ore in quella nicchia e poi svenne. Non seppe mai quanto tempo passò, gli parve però di vedere Cirillo andar su come un arcangelo, di croda in croda, di cresta cresta. Gli parve di esser preso da lui per i capelli e posto luogo sicuro. Sognò che gli sorrideva e diceva: "Da questa parte ... da questa parte". Alla fine, quando il sole lo risvegliò, si ritrovò in fondo al ghiaione. Sul lastrone nevoso vide il piccolo sacco di Cirillo. Il finanziere scese, raccolse il sacco e lo portò alla madre del contrabbandiere morto. Da allora, quando uno Sgarba od uno Spallone percorrono quella via e vengon meno, si sa che sono presi per i capelli e tratti in salvo dall'anima onesta di Cirillo.”
Vediamo, ora, come proseguire. Una serie di cartelli escursionistici ci segnalano, fra l’altro, che, proseguendo nella salita lungo l’itinerario 291 possiamo raggiungere in 35 il passo di Val Viola, per poi scendere al Lagh da Val Viola (1 ora e 20 minuti dal rifugio) ed a Camp-Lungacqua (Val Viola Poschiavina, ad 1 ora e 50 minuti).
Imbocchiamo, dunque, la pista che raggiunge il lato occidentale del rifugio: seguendola, saliamo, con pendenza sempre molto graduale e con diversi tornanti, all’ampia sella sulla quale è posti il passo di Val Viola (m. 2455).
Lasciamo, più basso, alla nostra sinistra, il più elevato dei laghetti di Val Viola (m. 2432), dominato dalla montagna che è un po’ il cuore di questa valle, il Corno di Dosdé, che, da qui, mostra forse il suo aspetto più bello e regale. Curiosamente, incontriamo prima un cartello svizzero, che ci segnala che se siamo saliti fin qui in mountain-bike e vogliamo proseguire in territorio elvetico, dobbiamo lasciare la pista e prendere a destra. Se proseguiamo diritti, raggiungiamo il punto terminale della pista, il passo di Val Viola, appunto. Qui un cartello, italiano, segnala la quota 2460; segnala, inoltre, che proseguendo scendiamo in 45 minuti al Lagh da Val Viola, in un’ora e 15 minuti a Camp ed in un’ora e 15 minuti a Lungacqua. Un cippo, infine, posto nel 1947 segnala il punto esatto del confine. Due conti: siamo in cammino da poco più di due ore ed abbiamo superato un dislivello approssimativo in altezza di 360 metri.
Ottimo il panorama che si apre verso ovest (Valle di Poschiavo): a sinistra del pizzo Scalino si apre un bello scorcio del maestoso gruppo del Bernina. Dal passo dominiamo anche la Val Viola, i suoi laghetti, la sua ampia piana; sulla nostra destra la possente parete settentrionale del Corno di Dosdé conferisce allo scenario un tocco solenne e selvaggio.


Val Viola Poschiavina (clicca qui per ingrandire)

Dal passo possiamo facilmente scendere in Val Viola Poschiavina ed al rifugio Saoseo, visitando i bellissimi laghi di Val Viola e di Saoseo. Vediamo in basso, proprio sotto il passo, circondato da splendidi boschi di conifere, il lago di Dugurale, ma il sentiero che scende dal passo non lo tocca. Infatti il sentiero segnalato passa poco a sinistra del cippo di confine n. 8 e si porta a destra (ovest), procedendo quasi in piano. Appare così in basso, alla nostra sinistra, il più grande dei laghi dell'alta Val di Campo Poschiavina (di cui la Val Viola è l'estrema propaggine), cioè il lago di Val Viola. Ad un bivio, lasciamo a sinistra il sentierino che scende per via più diretta e pieghiamo a destra (nord). Superiamo un piccolo corso d'acqua, passando poi, su terreno torboso, a sinistra della pozza di quota 2402 metri ed a destra del cocuzzolo quotato 2458 metri. Descriviamo un ampio arco verso sinistra, superando un dosso ed attraversando il Pian della Genzana. Superato un secondo corso d'acqua, pieghiamo a sinistra (sud), puntando al fondovalle e passando per un pianoro circondato da sfasciumi. Procedendo verso sud, passiamo per la località Campasciöl. La successiva discesa, sempre verso sud, ci fa passare per una sorta di breve corridoio e per la baita di Plan di Giardin, prima di giungere alla riva settentrionale dello splendido lago di Val Viola (m. 2163), caratterizzato da un piccolo isolotto boscoso.


Il rifugio-ristorante Alpe Campo

Lago di Scispadus

Val di Campo Poschiavina

Lago Scispadus

Qui pieghiamo a destra e proseguiamo scendendo verso sud-ovest, passando a destra del laghetto di Scispadus (m. 2071). Giungiamo poi ad un bivio, segnalato: andando a sinistra scendiamo all'alpe ed al lago di Saoseo, mentre andando a destra ci portiamo al Rifugio-Ristoro Alpe Campo (m. 2064). Andiamo a destra e ci portiamo al rifugio, posto allo sbocco della Val Mera, la seconda laterale nella quale si divide l'alta Val di Campo Poschiavina.
Se vogliamo approfittare dell'occasione per visitare lo splendido lago di Saoseo (allungando di circa un'ora la traversata), ignoriamo il sentiero che sale in Val Mera e proseguiamo sulla pista che scende verso sud e porta in breve al rifugio Saoseo (m. 1986), del Club Alpino Svizzero (sezione Bernina). La struttura, che attualmente può ospitare un’ottantina di persone, deriva dalla ristrutturazione di un edificio costruito su tre piani, nel 1935, da Erminio Dorizzi, la Casa Lungacqua. Si trova immerso nello splendido scenario dell’alta Val di Campo, laterale orientale e vero fiore all’occhiello della Valle di Poschiavo, luogo ideale per tranquille passeggiate fra pini cembri, larici e rododendri. Raggiungiamo il rifugio lasciando la pista ed andando a sinistra, dove un ponticello supera il torrente Mera. Al rifugio troviamo un cartello che indica il lago di Saoseo: seguendolo, imbocchiamo il sentiero che sale verso nord-est- Ad un bivio andiamo a destra ed in breve usciamo dal bosco presso la riva dello splendido lago di Saoseo (m. 2028), uno dei più bei laghetti alpini, famoso per l’intensità del colore delle sue acque, che vira dal blu cobalto al viola. Forse non è lontana dal vero l’ipotesi etimologica che riconduce il toponimo “Saoseo” al tedesco “See”, cioè, appunto, “lago”.


Il lago di Val Viola

Il lago di Val Viola

Rifugio Saoseo e corno di Dosdé

Piana e cima di Saoseo

La traversata dalla Val Viola Bormina alla Val Viola Poschiavina viene così descritta nella "Guida alla Valtellina" edita dal CAI di Sondrio nel 1884 (II ed., a cura di Fabio Besta): "La discesa lungo la Val Viola Poschavina può farsi per vari sentieri; il più commodo è quello che piega a destra seguendo la sponda sino alla parte superiore dell'Alpe Toson, e poi discende alle cascine. Fra rialzi dovuti ad antiche morene stan qui vari laghetti tra cui quello bellissimo di Saoseo (2163 m.). In meno di cinque ore, per la Valle di Campo, si può discendere a Pisciadello sulla strada del Bernina e a Poschiavo."
Ci riportiamo poi dal lago al Rifugio-Ristoro Alpe Campo, ripercorrendo la medesima via, e seguiamo le indicazioni che segnalano la partenza del sentiero che sale in Val Mera, fino al passo di Val Mera o Colle di Campo.


I laghetti della Valletta, il passo di Val Mera ed il lago di Roan

Imbocchiamo qui il sentiero segnalato per la Val Mera, che attraversa verso sinistra, in direzione nord-ovest, una breve fascia boscosa ed esce ad una fascia di prati, attraversata la quale siamo al ponte di quota 2080, sul quale attraversiamo da sinistra a destra il torrente Mera. Il sentiero inizia poi una lunga salita sul nord-orientale della Val Mera, procedendo diritto un po’ alto rispetto al letto del torrente, verso nord-ovest. La salita ci porta alla soglia del Piano di Val Mera (Plan da Val Mera, m. 2320), originato da una paleofrana ora ricoperta dal pascolo. Riattraversiamo, questa volta da destra a sinistra, il torrente Mera e cominciamo a salire in diagonale vero sinistra (nord-ovest), lasciando la piana alla nostra destra. La salita fra sfasciumi e magri pascoli ci porta al gradino di soglia oltre il quale si apre l’alta valle, che ci accoglie con il pianoro torboso di Roan, che attraversiamo restando sul lato sinistro, verso nord. Raggiunto un nuovo costone di sfasciumi, lo risaliamo portandoci leggermente a sinistra ed in breve siamo alla conca che ospita il misterioso e solitario lago di Roan (m. 2533). Restiamo a sinistra del lago, un po’ alti, tagliando a mezza costa il versante di sfasciumi. Saliamo poi su un dosso di roccette, che richiede attenzione, o, in alternativa, direttamente seguendo il canalone, spesso innevato (anche in questo caso bisogna prestare molta attenzione), immediatamente a nord del lago, guadagnando il corridoio del passo di Val Mera o Colle di Campo (m. 2671).


Il passo di Val Mera

Il passo di Val Mera

Rientriamo così in territorio italiano, percorrendo la Valletta. Scendendo leggermente passiamo a sinistra del lago meridionale della Valletta (m. 2646) e giungiamo in vista del secondo e più grande lago della Valletta, quello settentrionale (m. 2592). Non scendiamo verso il lago ma procediamo a mezza costa, verso nord, salendo al dosso di quota 2647. Siamo sul bordo di un ripido versante e dobbiamo cercare con attenzione la traccia che scende in diagonale verso sinistra (nord-ovest), fino alla piana ai piedi della testata della Val di Campo livignasca, dominata dalla triade del Pizzo Paradisino (m. 3302), ad est, dal pizzo Orsera (m. 3032), a sud, e del monte Vago (m. 3059), a nord. La tagliamo in diagonale verso destra, approssimandoci al torrente che esce più in alto dal lago settentrionale della Valletta e scende per un ripido canalone.
La traccia, sempre debole, riprende la discesa diritta restando a sinistra del torrente, verso nord-nord-est, seguendo l’andamento della Val Di Campo, fino alla sua confluenza con la Val Nera, alla nostra destra, a quota 2196. Superati ue grandi larici secolari, seguiamo il marcato sentiero che piega a sinistra e, restando sul lato sinistro della Val Nera (denominata su alcune carte Valle Vago), diventa pista sterrata e scende tranquillamente fino al suo sbocco nel punto in cui la Valle della Forcola di Livigno confluisce nella Valle di Livigno, in corrispondenza dell’alpe Vago (m. 1981).


Apri qui una fotomappa della salita ai laghetti della Valletta

A monte dell'alpe è collocata una famosa croce, chiamata localmente Crosc' da Val Neira, legata ad una curiosa leggenda raccontata da Alfredo Martinelli ("La cerva, la volpe e Bepin de la Pipa", nella raccolta "L'erba della memoria - Leggende e racconti valtellinesi", Sondrio, 1964). Erano tempi duri, le due ondate di peste del 1629-30 e 1635-36 avevano arrecato gravi lutti anche in Alta Valtellina. Ma quella mattina la peste non c'entrava. Quella mattina, una fredda mattina d'inverno del 1642, diverse donne cacciarono un urlo tanto acuto e potente da richiamare l'attenzione di mezzo paese. La Maddalena, per prima, e subito, a ruota, Lucrezia del Canton, e, via via, molte altre.
Cosa c'era da strillare? Queste buone donne, alzandosi dal letto di buon'ora, perché le cose da fare in una casa sono sempre tante, e troppe, si accorsero, con raccapriccio, che i loro piedi non entravano nei grossi scarponi che calzavano per difendersi dai rigori del freddo. Non c'era proprio verso: per quanti sforzi facessero, i piedi non ne volevano sapere di entrare. Piedi gonfi? Scarponi ristretti? Macché! I piedi erano diventati più grandi, di almeno due dita. Lo si vedeva ad occhio nudo. E le dita, quelle erano tanto deformate, da ritorcersi l'una sull'altra. All'inizio ebbero tanta vergogna che si chiusero in casa e pregarono, tutto il giorno e tutta la notte successiva. Senza esito. Si fecero, quindi, coraggio ed uscirono in paese, dove constatarono che la stregoneria non aveva risparmiato nessuno.


I laghi della Valletta

Come, da chi e perché fosse venuta non ci fu modo di saperlo con sicurezza, anche se girarono voci diverse sul maligno visto su a li Steblina, su un gatto nero e su una lontra che avevano emesso versi diabolici, su una civetta a tre code che si era vista sul Ponte del Gallo. Si diede la colpa anche ai quei folletti dispettosi che di notte si intrufolano nelle baite attraverso gli “usciol” per il ricambio dell'aria, annidandosi nel petto di chi dorme e provocando gli incubi. Come annullare la stregoneria, però, questo era il problema più importante. Si decise di salire in pellegrinaggio all'alpe Vago e di piantarvi una croce come segno di penitenza e come supplica della misericordia divina. La quale non mancò di venire in soccorso dei Livignaschi, i cui piedi tornarono delle misure consuete.


Val di Campo e Valletta dal monte Vago (clicca qui per ingrandire)

Controlliamo, dunque, ad ogni buon conto, lo stato dei nostri piedi e decidiamo la via più opportuno per raggiungere Livigno. Se vogliamo evitare il monotono percorso sulla carrozzabile che sale al passo della Forcola, non procediamo diritti, verso il parcheggio dell’alpe Vago (P7), ma prendiamo a destra, salendo alle Motte (m. 2008), proseguendo sul sentiero che scende al Pian del Verde (m. 1945). Qui troviamo l’antica carrozzabile (ora pista) e la seguiamo verso nord, passando per l’alpe Campaccio di Sopra e di Sotto (m. 1906). Restando sempre a destra del torrente Spöl, tagliamo la pista in località Tresenda e proseguiamo diritti, passando per i nuclei di Ponte Longo, Clus, Tee e Poz, prima di entrare in Livigno dalla sua periferia meridionale.


Il lago settentrionale della Valletta

Il lago settentrionale della Valletta


Il lago settentrionale della Valletta


Discesa dalla Val di Campo


Torrente di Val Nera


Val Nera

CARTE DEL PERCORSO sulla base della Swisstopo, che ne detiene il Copyright. Ho aggiunto alla carta alcuni toponimi ed una traccia rossa continua (carrozzabili, piste) o puntinata (mulattiere, sentieri). Apri qui la carta on-line

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