CARTA DEL PERCORSO - GALLERIA DI IMMAGINI


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Punti di partenza ed arrivo
Tempo necessario
Dislivello in altezza
in m.
Difficoltà (T=turistica, E=escursionistica, EE=per escursionisti esperti)
Osiccio-Mottalla dei Larici-Alpe e rif. Alpe Legnone-Alpe Cappello-Alpe Luserna-Alpe Dosso e biv. Alpe Dosso-Baita del Dosso-Canargo di sopra-Osiccio
7 h
940
E
Delebio-Osiccio-Mottalla dei Larici-Alpe e rif. Alpe Legnone-Alpe Cappello-Alpe Luserna-Alpe Dosso e biv. Alpe Dosso-Baita del Dosso-Canargo di sopra-Osiccio-Delebio
10-11 h
1580
EE
SINTESI. Lasciamo la ss. 38 dello Stelvio alla prima rotonda all’ingresso di Delebio (per chi proviene da Colico): alla chiesa parrocchiale svoltiamo a destra, saliamo in direzione del versante orobico fino alla centrale elettrica (Basalùn), dove parcheggiasmo (m. 235) incamminandoci sulla strada lastricata che passa per Campo Beto e Piazzo Minghino (m. 532). Poco sopra, al bivio della località Tagliata, prendiamo la mulattiera che sale a destra e porta ad Osiccio di Sotto ed Osiccio di Sopra (m. 922). Dato l'impegno dell'escursione è però preferibile salire fin qui in automobile, partendo dalla località Tavani di Delebio e salendo (previo acquisto del pass di accesso) su una carozzabile fino a Osiccio di Sopra. Saliamo sulla pista a Piazza Calda (m. 1165) e sul limite superiore dei prati imbocchiamo l'evidente segnalato sentiero che sale verso sud-ovest) in pineta uscendo alla parte bassa dei prati dell'alpe Legnone. Di qui per debole traccia di portiamo alle baite dell'alpe Legnone ed al rifugio Alpe Legnone (m. 1690). Seguendo le indicazioni della GVO imbocchiamo il marcato sentiero sul lato sinistro della parte alta dell'alpe (per chi guarda a monte), tagliando, in piano, verso sud-ovest e raggiungendo il bacino dell’alta val Galida. Ignoriamo la deviazione a destra che sale, con un percorso ardito, verso la bocchetta del Legnone, pieghiamo decisamente a sinistra (direzione sud-est) e tagliamo in leggera salita il bacino della Val Galida, a monte di alcuni salti rocciosi ed ai piedi della severa parete settentrionale del monte Legnone, fino a raggiungere il fianco settentrionale di un lungo dosso (il Dosson di Zocche). Lo tagliamo procedendo in leggera salita (attenzione ad alcuni punti esposti, ma il sentiero è sempre buono), per poi scendere sul versante opposto verso sud, al bacino dell'alpe Cappello. Passiamo alti rispetto alle baite dell'alpe Cappello (m. 1521), che vediamo sotto di noi. Attraversiamo un corso d'acqua e procedendo verso sud-est raggiungiamo il ben visibile Baitone dell'alpe Cappello di Sopra (m. 1640). Ignorato il sentiero che scende a sinistra alle baite dell'alpe Cappello di Sotto, seguiamo di nuovo le indicazioni della GVO e proseguiamo diritti verso est, in direzione del dosso boscoso che scende dal Pizzo Val Torta (m. 1898), a sua volta propaggine dello sperone roccioso che scende verso nord-est dalla cima di Moncale (m. 2306). Qui il sentiero inizia a salire con pendenza media ed andamento regolare (attenzione anche qui ad alcuni passaggi esposti, ma la traccia è sempre marcata), e ci porta, ad una quota che si aggira intorno ai 1730 metri, su filo del dosso, per poi tornare a scendere, verso sud-est, fino ai 1557 metri della casera di Luserna. Dalla casera ignoriamo il sentiero che scende verso nord-ovest e, seguendo le indicazioni della GVO, procediamo scendendo gradualmente verso nord-est ed attraversando diversi piccoli corsi d'acqua, prima di entrare in una bella pineta e continuare quasi in piano verso nord, superando qualche tratto esposto (attenzione). Una breve salitella ed una specie di porta con un curioso ceppo obliquo ci introduce ad un ripiano di radi larici, a quota 1560 metri circa. Al centro troviamo alcuni cartelli escursionistici. Scendiamo verso sinistra lasciando la GVO e raggiungiamo subito la parte alta dell'Alpe del Dosso, portandoci alla parte bassa con il bivacco Alpe del Dosso (m. 1513), struttura che dispone di energia elettrica e 6 posti letto. Proprio a valle dell'ingresso del bivacco troviamo la partenza della mulattiera che scende sul largo dosso, tenendo più o meno il centro e passando per la Baita di Mezzo e la Baita del Dosso. Perdiamo rapidamente quota in una splendida pecceta, fino ad uscire alla piccola radura della Baita di Mezzo (m. 1231). Sotto la baita rientriamo subito nella pecceta e riprendiamo a scendere decisi, con molte svolte. Intorno a quota 1050 il sentiero piega a sinistra e scende diritto per un buon tratto, passando alto rispetto alla radura (la vediamo poco sotto) che ospita la Baita del Dosso (ristrutturazione della stalla semidiroccata chiamata "Bàrach del Dos", m. 1023; fa parte del sistema degli alpeggi del Dosso chiamato nel suo insieme "Munt del Dòs"), segnalata da alcuni cartelli come Rifugio Baita del Dosso, perché è aperta ed attrezzata per un ricovero in caso di necessità. Poco più avanti siamo ad bivio, in corrispondenza di una pianetta con una panca su cui è scritto "posa" (cioè luogo di sosta). Qui andiamo a sinistra, restando sulla mulattiera protetta che taglia la parte occidentale del Dosso (molti punti esposti: attenzione). Dopo due passerelle in legno ed un tratto scalinato, usciamo dalla pineta al ponte sospeso sul torrente Lesina (Ponte del Dosso, m. 847). Sul lato opposto seguiamo il sentiero che prende a destra e sale gradualmente verso nord, fino ad intercettare una pista poco a monte di Canargo di Sopra. Scendiamo verso destra ed in breve siamo alle baite di Canargo di Sopra (m. 987). Da qui imbocchiamo la pista che traversa a sinistra, verso nord-ovest, lungo il fianco orientale del dosso di Osiccio. Torniamo così ad Osiccio di Sopra, dove abbiamo parcheggiato l'automobile.


Apri qui una panoramica sulla Val Lesina occidentale

La Val Lesina (Val Lésna, dal nome del torrente Lésna, già citato nel 1204 come "aque de Lexina") è la prima valle orobica che si apre a sud entrando in Valtellina. Nonostante sia una delle più ampie valli di tutto il versante orobico valtellinese, è anche una delle più selvagge e meno conosciute, per la mancanza di agevoli vie d'accesso carozzabili. E' divisa in due grandi sezioni, quella orientale, cioè il bacino della Lesina di Mezzana, e quello occidentale, cioè il bacino della Lesina di Lüserna-Cappello ("Lésna de Lüserna" e "Lèsna de Mezzana").Negli ultimi anni è stata tracciata una pista che da Delebio sale ad Osiccio ed a Piazza Calda, e può essere percorsa previo acquisto di pass d'accesso a Delebio. Questo permette di portarsi ad una certa quota ed intraprendere escursioni che con base Delebio richiederebbero un impegno ben superiore alle capacità dell'escursionista medio.
La Val Lesina fu in passato (ma ancora questo vale anche per il presente) famosa soprattutto per i suoi pascoli. Nella “Guida alla Valtellina” del 1885 (II edizione, curata da Fabio Besta ed edita dal CAI di Sondrio) leggiamo, infatti: “La valle della Lesina, allo sbocco della quale sta Delebio, è ricca di foreste e di ottimi pascoli. I formaggi che ivi si ottengono nella stagione estiva rivaleggiano con quelli della vicina valle del Bitto”. Ercole Bassi, nella sua opera di statistica dedicata alla Valtellina, scrive, sempre in riferimento alla fine dell'Ottocento: “In quasi tutti gli alpeggi delle valli di Tartano, del Bitto e del Lesina il latte viene lavorato in comune. I privati o sono di diversi proprietari o dati in affitto generalmente a consorzi”.
La più completa escursione che ha come base Osiccio di Sopra ci permette un incontro ravvicinato con questi piccoli mondi sospesi. Si tratta infatti del giro degli alpeggi del bacino Lüserna-Cappello, che tocca le alpi Legnone, Cappello, Lüserna e Dosso. Fino all'alpe Dosso coincide con la prima tappa e la prima parte della seconda tappa della Gran Via delle Orobie o Sentiero Andrea Paniga (quindi fungono da riferimento i cartelli con la sigla GVO).


Testata della Val Lesina

Lasciamo la ss. 38 dello Stelvio alla prima rotonda all’ingresso di Delebio (per chi proviene da Colico): acquistato il pass giornaliero presso il Bar Cioca (via Roma 57), il Bar Milvia (via Stelvio, 123), il bar Zero8 (piazza S. Domenica, 20), il Blu Bar (via Stelvio, 19) o il Ristorante Domingo (via Carcano, 3), dalla chiesa parrocchiale saliamo con l'automobile in direzione del versante orobico, prendendo a destra e raggiungendo la località Tavani (indicazioni del percorso vita), imboccando la pista con fondo sterrato e in cemento che con poche lunghe diagonali risale i versante a monte del paese e porta al parcheggio di Osiccio di Sopra (m. 922), dal quale inizia l'escursione.
Se però vogliamo salire fin qui a piedi (calcoliamo un paio d'ore di cammino) dobbiamo partire dal Basalùn (ripiano utilizzato per raccogliere il legname divallato) di Delebio, e precisamente dalla centrale idroelettrica (m. 235). Lasciata l'ex-statale 38 dello Stelvio sulla destra (per chi proviene da Milano) in corrispondenza della chiesa parrocchiale di San Carpoforo, saliamo alla parte alta del paese, portandoci al parcheggio presso la centrale a ridosso del monte.


Piazzo Minghino

Lasciata qui l'automobile, ci incamminiamo sulla stradella acciottolata che sale ripida ai maggenghi sopra il paese. Ignorate le deviazioni sulla destra per Verdione e Nogheredo, incontriamo il cartello escursionistico che dà Osiccio ad un'ora e la capanna Legnone a 2 ore e 40 minuti. Passiamo poi per la località "Pràa de la Rusina” (ma di prati non se ne vedono: il castagneto se li è mangiati) prima di raggiungere la località Campo Beto (Cambèèt, m. 460, località menzionata in un documento del 1578 come "Dossum de Bettis" ed in uno del 1780 come "Case di Betti", con riferimento alla famiglia Betti che figura residente in contrada Nogaredo fin dal 1535). Vi si trovano tre baite (quella più ad est riporta sulla facciata rivolta a monte un interessante affresco di madonna con bambino del 1447) e, poco più a monte, il Tempietto eretto nel 1984 dal “Gruppo Alpini Delebiese e amici in segno dell'amore e ricordo di tutti i suoi caduti”. Un paio di tornanti ancora e usciamo alla radura di Piazzo Minghino (Ciazménghìn o Césmenghìn, m. 532), dove si trova un piccolo bacino idroelettrico che alimenta la centrale della Ditta Carcano.


Panorama da Osiccio

Poco sopra siamo alla località Tagliata (Taiàda: anche qui, a dispetto del nome, nessun prato) e ad un bivio. La stradella acciottolata di destra (Strada de Usìcc') sale ad Osiccio. Un cartello della Gran Via delle Orobie (G.V.O.), che proprio da Delebio parte e nella sua prima tappa sale all'alpe Legnone, dà Osiccio a 40 minuti, l'alpe Legnone a 3 ore e 10 minuti e l'alpe Piazza (per la quale passa la seconda giornata) a 7 ore e 30 minuti. Imboccata dunque la stradella di destra, saliamo decisi ai prati di Osiccio di Sotto, che si prolungano fino ad Osiccio di Sopra (usìic', m. 922). Si tratta di uno splendido maggengo, che ha diversi motivi di interesse. A partire dal nome: l'Orsini ipotizza che derivi dall'etrusco "usìl", che significa "sole".
La panoramicità, poi: dominiamo, dal suo limite inferiore (dove troviamo anche una fontana, casomai avessimo dimenticato la scorta d’acqua), la bassa Valtellina. Ci si presentano le ultime pigre anse dell’Adda, l’alto lago di Como, il lago di Novate Mezzola, l’intera Costiera dei Cech, ampi squarci sulle alpi Lepontine. Se, infine, prestiamo attenzione, noteremo che su molte case sono dipinte scene bibliche, vetero e neotestamentarie. Si tratta di vere opere d’arte, dipinte, fra il 1995 ed il 1996, dal pittore e scultore G. Abram. Tutto ciò rende Osiccio quasi unico nel panorama dei maggenghi valtellinesi.


Il limite inferiore dell'alpe Legnone

Giunti fin qui in automobile o a piedi, ignoriamo la pista che traversa a sinistra (Canargo) e ci portiasmo all’estremità superiore dei prati, dove parte un sentiero molto ripido, che corre sul filo del dosso e guadagna abbastanza rapidamente i prati di Piazza Calda (m. 1165), costellati da diverse baite ben curate. A questi luoghi appartiene il ricordo di una singolare figura, la cosiddetta "Castellana di Piazza Calda". Ercole Bassi ce ne dà notizia: "Ho conosciuto anche una giovane avvenente figlia di intelligenti artieri, che passava la maggior parte dell'anno sola, a 1100 metri, in una località della "Piazza Calda", ove teneva una casetta, stalla fienile, e vi coltivava un orto con patate, insalata, fagiuoli e piante di frutta. Vi allevava delle api rustiche, e nella primavera scese l'orso a mangiarle il miele... Era una giovine seria e laboriosa, e s'intratteneva volentieri con chi la frequentava".


Alpe Legnone e rifugio Alpe Legnone, sotto la parete nord del monte Legnone

Alle soglie dei 1200 metri, seguendo le indicazioni per l’alpe Legnone ed i segnavia bianco-rossi, lasciamo anche questi prati e ci addentriamo nel bosco, seguendo un sentiero ben tracciato che compie un lungo traverso in direzione sud-ovest (destra), giungendo a sormontare un vallone scosceso, guadagnando, a circa 1300 metri, una piccola radura, dove volge a sinistra, puntando a sud, fino ad un’incantevole conca immersa nella penombra di grandi abeti, detta “Zoca de la Naaf”, Conca della Nave, al culmine del dosso denominato Mottalla dei Larici, a 1395 metri. È difficile capire cosa abbia a che fare questo luogo magico con le navi, ed è interessante osservare che esiste, sulla Costiera dei Cech, un dosso che ha una denominazione analoga, quella di “Piazzo della Nave”.
Ma proseguiamo, salendo, verso sud-ovest, di un altro centinaio di metri, prima di uscire dal bosco, alle soglie dei 1500 metri, per attaccare il limite inferiore dei prati della grande alpe Legnone, che si stende, per oltre duecento metri, ai piedi della dirupata parete nord dell’omonimo monte. Sempre seguendo il sentiero, passiamo a sinistra della croce collocata nel 1993 sul limite di un dosso dell’alpe.
Non manca molto al cuore dell’alpe, rappresentato da tre baite, fra le quali si trova il rifugio Legnone, dell’Azienda Regionale delle Foreste di Morbegno, denominato rifugio A.R.F. Legnone (m. 1690).


Traversata dall'alpe Legnone all'alpe Cappello di Sopra

Ora sediamoci nei pressi del rifugio e guardiamo in direzione nord. L’occhio attento riconoscerà, in direzione della Val Chiavenna (a sinistra), il profilo tondeggiante del monte Matra (m. 2206), il pizzo di Prata (m. 2727, posto a guardia della bassa Val Codera), l’inconfondibile lancia del Sasso Manduino (m. 2888), che chiude ad ovest la testata della Val dei Ratti, le rimanenti cime che ne segnano il profilo, cioè la punta Magnaghi (m. 2871) ed il pizzo Ligoncio (m. 3032); con un cambio di scena, ecco, in primo piano, le cime della Costiera dei Cech, il monte Sciesa (m. 2487), la cima di Malvedello (m. 2640) e, defilata, la cime del Desenigo (m. 2845); ancora più a destra, il possente monte Disgrazia (m. 3678), affiancato dai Corni Bruciati (m. 3097 e 3114); sullo sfondo, infine, le cime della lontana Val di Togno e del versante retico, cioè il pizzo Scalino (m. 3323), la punta Painale (m. 3248) e la vetta di Rhon (m. 3139).
Volgiamoci, ora, a sud: a sinistra della scura parete nord del Legnone ci si presenta la sequenza delle cime della testata della val Lésina, fra le quali emergono la cima di Moncale (m. 2306), la cima del Cortese (m. 2512) ed il pizzo Rotondo (m. 2495). Guardando con attenzione, potremo individuare il sentiero militare, tracciato durante la prima guerra mondiale nel contesto di un sistema di fortificazioni orobiche allestite per far fronte ad un eventuale cedimento della linea del fronte allo Stelvio, sentiero che sale, zigzagando, verso la bocchetta del Legnone e che viene oggi utilizzato per salire sull’ultimo gigante delle Orobie occidentali: una volta raggiunta la bocchetta, infatti, si guadagna la cima seguendo la linea del crinale.


Traversata alpe Legnone-Alpe Cappello di Sopra-Alpe Luserna

Lasciata l’alpe Legnone, seguiamo le indicazioni del cartello della GVO ed imbocchiamo il marcato sentiero sul lato sinistro della parte alta dell'alpe (per chi guarda a monte), tagliando, in piano, verso sud-ovest e raggiungendo il bacino dell’alta val Galida. Ignoriamo la deviazione a destra che sale, con un percorso ardito, verso la bocchetta del Legnone (si tratta della prosecuzione della mulattiera militare risalente alla Prima Guerra Mondiale, che abbiamo seguito dall’alpe Piazza Calda), pieghiamo decisamente a sinistra (direzione sud-est) e tagliamo in leggera salita il bacino della Val Galida, a monte di alcuni salti rocciosi ed ai piedi della severa parete settentrionale del monte Legnone, fino a raggiungere il fianco settentrionale di un lungo dosso (il Dosson di Zocche). Lo tagliamo procedendo in leggera salita (attenzione ad alcuni punti esposti, ma il sentiero è sempre buono), per poi scendere sul versante opposto verso sud, al bacino dell'alpe Cappello. Passiamo alti rispetto alle baite dell'alpe Cappello (m. 1521), che vediamo sotto di noi. Attraversiamo un corso d'acqua e procedendo verso sud-est raggiungiamo il ben visibile Baitone dell'alpe Cappello di Sopra (m. 1640). Si tratta di una zona soggetta a slavine, come testimonia un paravalange a V costruito per riparare l’edificio.


Traversata Alpe Cappello di Sopra-Alpe Luserna-Alpe Dosso

Ignoriamo qui il sentiero che scende a sinistra, verso nord, ripassa il corso d'acqua e raggiunge le baite dell'alpe Cappello di Sotto (m. 1521). Teniamo però presente che potrebbe essere sfruttato per una versione breve dell'anello: dall'alpe Cappello di Sotto, infatti, il sentiero prosegue tagliando in piano il dosso e raggiungendo in leggera discesa il Pansone (Pansun, denominato Corte della Galida sulla carta IGM), dove arriva una pista che scende diritta a Piazza Calda o a Canargo di Sopra, località dalla quale con breve traversata a sinistra si torna ad Osiccio di Sopra. Questo giro breve richiede comunque 4 ore circa di cammino (il dislivello approssimativo in salita è di 750 metri).
Se però vogliamo effettuare il giro più ampio, seguiamo di nuovo le indicazioni della GVO e proseguiamo diritti verso est, in direzione del dosso boscoso che scende dal Pizzo Val Torta (m. 1898), a sua volta propaggine dello sperone roccioso che scende verso nord-est dalla cima di Moncale (m. 2306). Qui il sentiero inizia a salire con pendenza media ed andamento regolare (attenzione anche qui ad alcuni passaggi esposti, ma la traccia è sempre marcata), e ci porta, dopo una elegante scalinata, ad una quota che si aggira intorno ai 1730 metri, su filo del dosso, per poi tornare a scendere, verso sud-est, fino ai 1557 metri della casera di Luserna, posta, a monte di alcuni salti rocciosi, al centro dell’anfiteatro di origine glaciale che si distende ai piedi della cima del Cortese e del Pizzo Alto (m. 2512)
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Sentiero Luserna-Dosso

Dalla casera ignoriamo il sentiero che scende verso nord-ovest e, seguendo le indicazioni della GVO, procediamo scendendo gradualmente verso nord-est ed attraversando diversi piccoli corsi d'acqua, prima di entrare in una bella pineta e continuare quasi in piano verso nord, superando qualche tratto esposto (attenzione). Una breve salitella ed una specie di porta con un curioso ceppo obliquo ci introduce ad un ripiano di radi larici, a quota 1560 metri circa. Al centro troviamo alcuni cartelli escursionistici. Qui lasciamo la Gran Via delle Orobie, che prosegue diritta traversando all'alpe Stavello, per scendere verso sinistra e raggiungere in breve la parte alta dell'Alpe del Dosso, una luminosa fascia di prati che costituiscono la parte alta di quel Dosso Lungo (localmente , il “Dos”) che, degradando a nord del pizzo Stavello ("Piz Stavèl", m. 2269, sulla cui vetta si congiungono i confini dei comuni di Delebio, Rogolo ed Andalo), divide la valle in due rami, occidentale ed orientale ("Lésna de Lüserna" e "Lèsna de Mezzana").


Alpe del Dosso

L'alpe, a quota 1513 metri, fa parte del sistema degli alpeggi del Dosso chiamato nel suo insieme "Munt del Dòs" già citato in documenti del Cinquecento come monte di Arzago.
Qui è stato aperto nel 2006 il bivacco Alpe del Dosso, grazie all'iniziativa del Consorzio Montagna Viva di Delebio, ottimo punto di appoggio per percorsi e traversate in più giorni, altrimenti di impegno troppo elevato per l'escursionista medio. Il bivacco è stato ricavato nella Casera dell'Alpe del Dosso ("Munt del dòs", già citato in documenti del Cinquecento come monte di Arzago),


Il bivacco Alpe del Dosso

Al bivacco ci salutano con un benvenuto il Consorzio Montagna Viva e l'Ersaf. Il bivacco dispone di sei posti letto, oltre che di una cucina con due tavoli, stoviglie, stufa con piastra per cucinare e servizio igienico. La struttura dispone di energia elettrica da pannelli fotovoltaici. Una vicina fontana permette di rifornirsi d'acqua. Ma la cosa che più stupisce è l'accoglienza dei membri del consorzio, gentilissimi e disposti a condividere un bel momento di convivialità. Una targa all'esterno recita: “Alpe Dosso. Sempre uniti nell'amore della montagna a ricordo del caro amico Enrico Ceciliani”. Vicino al rifugio c'è anche una struttura coperta ed una rete elastica per il divertimento dei bambini. Insomma, soprattutto nei finesettimana estivi la gente qui sale, e non soffre di malinconia.
Ottimo il panorama soprattutto sulle Lepontine (pizzo Ledù, monte Berlinghera e, sul fondo della Valle Spluga, pizzo Tambò) e sulle Alpi Retiche della Valchiavenna (pizzo Groppera, pizzo di Prata e Sasso Manduino).

Proprio a valle dell'ingresso del bivacco troviamo la partenza della mulattiera che scende sul largo dosso, tenendo più o meno il centro e passando per la Baita di Mezzo e la Baita del Dosso. Si tratta di una mulattiera molto curata, che perde rapidamente quota in una splendida pecceta, fino ad uscire alla piccola radura della Baita di Mezzo ("Baita de Mèz", m. 1231; fa parte del sistema degli alpeggi del Dosso chiamato nel suo insieme "Munt del Dòs").


Baita di Mezzo

Sotto la baita rientriamo subito nella pecceta e riprendiamo a scendere decisi, con molte svolte. I segnavia latitano, ma il sentiero è molto marcato. Su un tronco troviamo un cartello (ce ne sono alcuni che accompagnano la salita al bivacco) che serve per tener alto il morale di chi sale a fatica, e sembra scritto a quattro mani, perché propone due testi, un estratto della famosa canzone di Fiorella Mannoia “Quello che le donne non dicono” (inno alla femminilità) ed una barzelletta velatamente maschilista: un tale comunica ad un amico che alla moglie hanno rubato la carta di credito, ed alla domanda “Hai denunciato il furto?” risponde che non ce n'è bisogno, perché il ladro spenderà sicuramente meno della moglie.
Intorno a quota 1050 il sentiero piega a sinistra e scende diritto per un buon tratto, passando alto rispetto alla radura (la vediamo poco sotto) che ospita la
Baita del Dosso (ristrutturazione della stalla semidiroccata chiamata "Bàrach del Dos", m. 1023; fa parte del sistema degli alpeggi del Dosso chiamato nel suo insieme "Munt del Dòs"), segnalata da alcuni cartelli come Rifugio Baita del Dosso, perché è aperta ed attrezzata per un ricovero in caso di necessità.


Mulattiera protetta

Poco più avanti siamo ad bivio, in corrispondenza di una pianetta con una panca su cui è scritto "posa" (cioè luogo di sosta). Andando a destra (freccia bianca e segnavia rosso-bianco-rosso con numerazione 125 sul tronco di un albero) seguiamo il sentiero che scende leggermente e traversa al ponte di Stavello (sul ramo orientale del torrente Lesina). Noi invece andiamo a sinistra, restando sulla mulattiera protetta che taglia la parte occidentale del Dosso. E' forse la parte più emozionante ma anche insidiosa dell'escursione: i chiaroscuri del bosco di faggi ed abeti concorrono a creare un'atmosfera irreale, magica ed orrida insieme, complici i ripidissimi salti che vediamo alla nostra destra e non darebbero scampo in caso di caduta (per questo i corrimano di protezione non appaiono superflui, anche se la mulattiera è sempre larga).
Procediamo dunque verso sud-ovest, in piano o in leggera discesa, passando per due passerelle in legno che superano altrettante ripide vallette, incontrando un'incredibile ed elengantissima scalinata degna di una villetta e tagliando alcuni roccioni dai quali gocciola spesso acqua, rendendo insidiosa la mulattiera. Proprio qui vediamo anche
una croce, dedicata alla memoria di Enrico Molatore (1949-2014), profondo conoscitore di questi luoghi ed appassionato cercatore di funghi, che ha pagato la sua passione con uno scivolone mortale.


Mulattiera protetta

Una breve discesa ci fa uscire dalle ombre della pecceta al ponte sospeso sul torrente Lesina (sul modello dei ponti tibetani, alquanto oscillanti se li si percorre con troppo impeto, ma strutturalmente più sicuri su versanti insabili rispetto ai tradizionali a struttura rigida). Il nuovo ponte ha sostituito uno precedente (“Punt del Dòs”, m. 847), più fermo ma strutturalmente più debole, costituito da assi sostenute da putrelle che poggiavano su spalle in muratura. La trazione dei fianchi della valle aveva deformato "a esse" le putrelle. L'instabilità del versante è testimoniata dal materiale alluvionale depositato sulle rive del ramo occidentale del torrente Lesina (che a sua volta raccoglie i rami della Lésna de Lüserna e della Lésna de Capél, che nella parte alta della traversata abbiamo attraversato).
Sul lato opposto ritroviamo il sentiero (dal nome curioso di "Sentée del grìis") che prende a destra e sale gradualmente verso nord, fino ad intercettare una pista poco a monte di Canargo di Sopra. Scendiamo verso destra ed in breve siamo alle baite di Canargo di Sopra (m. 987, "Canàrch de sura", località citata in diversi documenti del Cinquecento nella forma "Canargum"). da qui imbocchiamo la pista che traversa a sinistra, verso nord-ovest, lungo il fianco
orientale del dosso di Osiccio. Torniamo così ad Osiccio di Sopra, dove abbiamo parcheggiato l'automobile. Questo lungo giro richiede circa 7 ore, e comporta un dislivello approssimativo in altezza di 940 metri.


Ponte del Dosso

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