LA STORIA

Più cresce la distanza temporale che ci separa dai tragici eventi alluvionali dell’estate 1987, più cresce l’incredulità. È sempre più difficile realizzare mentalmente che tutto ciò sia accaduto.
Cade, nel luglio di quest’anno, il ventennale di quegli eventi: riproporne la cronaca può aiutare chi li ha vissuti, più o meno direttamente, a rievocare quella cappa di angoscia che è calata sull’intera valle per due mesi. Angoscia che è diventata poi sconforto, e poi, ancora, nei mesi successivi, volontà di riprendere a costruire le coordinate di un’esistenza “normale”, di riconciliarsi con la montagna, madre e matrigna, con l’acqua, sorella e sorellastra, con la sua forza dirompente, che non sospetti, finché non la vedi in azione.
Ma le origini della tragedia sono assai lontane dalla Valtellina. Dalle latitudini artiche una grande massa di aria fredda scende veloce verso l’arco alpino, sul quale staziona una massa di aria molto calda ed umida. Risultato: il barometro precipita, ma, per una concatenazione assai rara di fattori, non precipita la temperatura (lo zero termico rimane inchiodato a 4000 metri).
Dal pomeriggio di venerdì 17 luglio comincia a piovere a dirotto, in una rapida sequenza di temporali estivi. Piove con eccezionale intensità sul fondovalle, sui versanti montuosi, ma anche sui ghiacciai più alti: non è solo l’acqua del cielo a precipitarsi sul fondovalle con il rombo sordo di torrenti limacciosi ed impazziti, ma anche l’acqua che si libera dalla morsa di nevi e ghiacci: tutto ciò concorre ad imprimere una forza d’urto eccezionale anche a corsi d’acqua ritenuti inoffensivi. L’acqua vien giù a rotta di collo dai versanti, che non riescono più ad assorbirla o a drenarla.
E viene il sabato 18, un sabato preannunciato come tranquilla giornata di partenza per le vacanze programmate da molti. Non è così: dal pomeriggio si comincia a realizzare l’eccezionalità della situazione. Dopo i primi allarmi dall’alta valle, arriva una prima tragica notizia, c’è un grosso smottamento a Tartano, forse ci sono anche delle vittime, e poi le notizie più precise:  alle 17,30 un'enorme massa d'acqua, massi, alberi e fango è precipitata, dalla valle del Castino, sul condominio "La Quiete” (tutti salvi i suoi inquilini), all’ingresso di Tartano, si è portata via la strada sottostante e si è abbattuta sull'albergo "La Gran Baita", uccidendo 19 persone (fra cui i due proprietari dell'albergo, 2 dei loro 4 figli e 15 ospiti, travolti al piano terra, mentre si salvano gli ospiti al piano superiore; una targa nel recinto della chiesa parrocchiale di San Barnaba a Tartano ricorda i loro nomi). Alcuni dei corpi non verranno più ritrovati. Al triste elenco delle vittime in Val Tartano vanno aggiunti due contadini, travolti da uno smottamento in Val di Lemma, uno dei due rami della Val Corta.
Sono le prime di una lista destinata a crescere: alla fine di luglio il bilancio salirà a 53 morti. Un po’ dappertutto, in valle, se non si arriva alla tragedia, si sprofonda, in quel sabato plumbeo,  in un dramma cupo come il cielo che è scuro da far paura: non c’è torrente che non minacci di esondare, e molti passano dalle minacce ai fatti. Il Madrasco esce dagli argini ed investe buona parte delle case di Fusine, dalle quali la gente è stata evacuata appena in tempo dal suono a martello delle campane, il Torreggio infuria e Torre di S. Maria è interamente evacuata, il Mallero (màler) fa paura, il Poschiavino è straripato provocando seri danni ed interrompendo la strada per la dogana di Piattamala, a Sondalo la frazione Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato) viene interamente evacuata, in Valfurva il Frodolfo e lo Zebrù scatenano la loro furia. Impressionante è anche l’elenco dei ponti letteralmente divelti dalla violenza delle acque: i ponti di Paniga (dal lombardo "panìgh", il cereale del pane) e di Caiolo sull’Adda, la passerella del partigiano a Sondrio, i tre ponti del quadrivio a Torre S. Maria, il ponte sul Valfontana a Chiuro e quello di S. Nicolò in Valfurva. Tremila sono gli sfollati della prima ora.
È il fondovalle a subire i maggiori danni: la zona industriale a valle di Morbegno è investita dallo straripamento dell’Adda (si conta una vittima anche a Morbegno), ma è soprattutto la piana della Selvetta e di Ardenno a subire le conseguenze più pesanti: nella notte la rottura dell’argine settentrionale dell’Adda, appena sotto S. Pietro di Berbenno, fa sì che si avveri il monito di un proverbio popolare, “Passano gli anni, passando i mesi, ma l’Adda torna ai suoi paesi”: il “fiume nascosto” (questo significa, probabilmente, Abdua, da “abditus”, in latino) mostra tutta la sua forza e riprende possesso dei luoghi nei quali scorreva nei secoli precedenti alla bonifica austriaca. E lo fa non in punta di piedi, ma trasformando la piana dalla Selvetta ad Ardenno in un impressionante lago. Ma dire lago sarebbe dire qualcosa di troppo, di troppo poetico: si tratta di una limacciosa palude, con un livello delle acque che in più punti è di diversi metri, dove trovano la morte molti capi di bestiame, anche se, per fortuna, nessuna persona.
L’alba della domenica mattina, il 19 luglio, mostra uno scenario da tregenda. Molti hanno ancora negli occhi quello scenario, molti ce l’hanno, ancor più nelle orecchie: è il rombo angosciante delle pale degli elicotteri, che sembrano solcare il cielo impotenti, ad essere rimasto nelle orecchie. Domenica non piove più, ed alla sera il sole si riaffaccia, prima di tramontare. Quasi beffardo.
Ma almeno è finita, si pensa, con un bilancio pesante, 24 morti ed una prima stima di 1.000-2.000 miliardi di danni (alla fine la stima salirà a 4.000 miliardi), ma è finita. Certo, i problemi per l’immediato non sono pochi: lunedì 20 la ss. 38 dello Stelvio e la  linea ferroviaria sono ancora interrotte, perché le acque del sinistro lago di Ardenno defluiscono lentamente; la media Valtellina è ancora isolata, ma almeno è finita. Si guardano con occhi amari i telegiornali, che hanno trovato di che riempire il loro palinsesto per giorni, ma almeno è finita. Si guardano con occhi gonfi di lacrime le abitazioni alluvionate, lesionate, invase da acqua e detriti; qualcuno pensa che si potrà recuperare qualcosa, lavare, pulire, non sa ancora che quella porcheria invade ogni interstizio, nella forma di un polvere finissima che ritrovi ancora a mesi di distanza, insieme a quel disgustoso odore di muffa, e poi i mobili si gonfiano, tutto è da buttar via. Ma almeno è finita.
E invece non è così. Passa poco più di una settimana, ed ecco che accade un evento definito epocale, uno di quelli, dicono i geologi, che si verificano solo a distanza di migliaia di anni. Il baricentro della tragedia si sposta in alta Valtellina, e precisamente a monte della strozzatura del ponte del Diavolo, fra le Prese, a sud, e Cepina, a nord. Un evento preannunciato da alcuni segnali: sull’alto versante montuoso della Val Pola, che si stende ai piedi del monte Zandila, c’è chi nota preoccupanti fenditure. La maggiore è lunga circa 100 metri e larga una ventina. Il segnale è allarmante e, dopo un sopralluogo dei geologi Michele Presbitero, responsabile del servizio regionale di Protezione Civile, e Maurizio Azzola, la zona di fondovalle sottostante alla Val Pola viene dichiarata inagibile.
Una zona nella quale ferve, in quell’ultima settimana di luglio, un lavoro febbrile: la ss. 38 è stata portata via dagli eventi alluvionali del precedente finesettimana, gli operai lavorano alacremente per ripristinare il collegamento stradale, per porre fine a quell’isolamento dell’alta valle di cui si lamentano gli operatori turistici ed economici (appena a monte c’è Cepina, da cui partono ogni giorno un’ottantina di autocarri con rimorchio che portano l’acqua minerale Levissima in tutta Italia). Il lavoro non si interrompe, la strada deve essere riaperta al più presto. Gli operai iniziano di buon’ora. Anche quel tragico mattino di martedì 28 luglio. Sette operai sono già lì alle 7.23.
Alle 7.23 un fragore sordo, uno schiocco simile ad un colpo di frusta si sente fino a Bormio. Viene giù un intero pezzo di montagna, l’immane frana della Val Pola o del monte Zandila (nota anche, ma impropriamente, come frana del pizzo Coppetto), vengono giù, in circa mezzo minuto, 40 milioni di metri cubi di materiale, che riempiono il fondovalle, si incastrano, in basso, nella strozzatura della valle seppellendo il ponte del Diavolo, risalgono il versante opposto cancellando quattro abitati, S. Antonio, Morignone, Piazza (per fortuna evacuati) ed Aquilone (che non viene distrutta direttamente dalla massa franosa, ma dall’immane spostamento d’aria). Nuove vittima si aggiungono al bilancio di quella maledetta estate: i 7 operai al lavoro per ripristinare la ss. 38 e 28 abitanti di Aquilone, che non è stata evacuata perché non si immaginava che l’eventuale frana potesse avere dimensioni così apocalittiche.

Qualche dato può rendere l'idea delle dimensioni epocali di questo evento, causato da una paleofrana riattivata dall'eccezionalità delle precipitazioni successive al 18 luglio 1987. Il distacco della massa avviene in circa 8 secondi, la caduta in 23. La massa si stacca da una quota di circa 2300 s.l.m. e precipita come rock avalanche (frana di roccia) per un dislivello di 1250 metri, accumulando sul fondovalle una massa di 40 milioni di metri cubi (per effetto dei vuoti al suo interno). La sua velocità al momento dell'impatto con il fondovalle varia a seconda dei punti, da 275 a 390 km/h. L'accumulo di materiale franoso ha un'altezza che varia dai 30 ai 90 metri, ed interessa una orzione di 1,5 km a valle del punto d'impatto e di 1 km a monte. Il materiale risale anche il versante opposto per circa 300 m. L'area interessata dalla frana copre 2,4 km quadrati. La frana provoca un sisma stimato fra i 3,3 ed i 3,9 gradi della scala Richter (viene registrato in 8 stazioni in Italia ed in 7 stazioni in Svizzera, poste a distanza tra i 37 ed i 248 km dalla Val Pola). La massa precipitata solleva una vera e propria onda perché sul fondovalle i precedenti eventi aluvionali avevano generato un lago, detto di Morignone. L'onda all'origine è alta 95 m. e conserva un'altezza di 15-20 metri a circa 1,3 km dal punto di origine. La frana seppellisce Sant'Antonio Morignone e San martino di Serravalle, sul versante montuoso opposto. Lo spostamento d'aria distrugge Sant'Antonio, Poz, Tirindré (già evacuate) e buona parte di Aquilone (che non era stata evacuata). 28 le vittime di Aquilone. Testimoni oculari descrivono così la scena: la mattina è limpida, tersa; ad un certo punto il bosco della Val Pola (versante orientale del monte Zandila) si abbassa di colpo, si ripiega su se stesso, si rigonfia e si rovescia in avanti insieme a tutto il materiale che frana a valle (cfr. "Bollettino Storico Alta Valtellina", n. 14, anno 2011, articolo "La frana della Val Pola" di Simone Angeloni).
La tragedia si consuma in pochi secondi, il successivo incubo, invece, dura diverse settimane. Il corpo franoso, alto fino a 50 metri, crea uno sbarramento artificiale che interrompe il deflusso dell’Adda verso Tirano. Per molti giorni l’Adda è come un’arteria spezzata: gli affluenti a valle della frana  ne alimentano il corso, ma le acque dell’Alta Valtellina si accumulano in un nuovo e sinistro lago artificiale, le cui acque premono sempre di più sulle pareti della diga.
Per settimane i telegiornali si occupano di questo evento eccezionale ed imprevedibile negli sviluppi. Si parla di una possibile modificazione della geografia della valle, qualora le acque dovessero infiltrarsi nella muraglia del materiale scaricato dalla montagna, imbevendolo e facendolo scivolare rovinosamente, con un’onda di violenza inimmaginabile, verso Tirano e la media Valtellina. Che fare? Consolidare i bastioni che trattengono le acque del nuovo e sinistro lago? Prosciugarlo gradualmente? Si opera in entrambe le direzioni, nel mese di agosto, nella convinzione di poter disporre di tutto il tempo necessario (il livello delle acque del lago cresce di 2 cm circa ogni ora, e l'invaso, si calcola, non sarà pieno prima di 60 giorni; nel frattempo tutti i dispositivi di pompaggio e regimentazione saranno in piena funzione).
Ma se l’uomo pensa di poter disporre del tempo degli orologi, non potrà mai fare lo stesso del tempo del cielo e delle nubi. E di nuovo nubi, nere ed incombenti, si addensano e riversano precipitazioni di eccezionale intensità su tutta la valle, di nuovo lo zero termico raggiunge i 4000 metri. Siamo ad uno nuovo drammatico finesettimana, l’ultimo di agosto, il lago cresce con un ritmo allarmante, 20 centimetri ogni ora. Per fortuna le precipitazioni durano solo alcune ore. Ma la situazione è dichiarata grave: bisogna intervenire sul corpo della frana, svasarlo, creare un nuovo alveo per il fiume Adda e procedere alla tracimazione controllata. Espressione che fa il giro d’Italia, perché di nuovo i media hanno di che tenere incollati allo schermo milioni di Italiani, che di nuovo possono commuoversi per le migliaia di persone che vengono evacuate nel timore di un precipitare degli eventi.
Alle 22 di sabato 29 agosto i geologi Maione, Presbitero e Lunardi prendono una decisione drastica: tutti i centri abitati nei pressi del corso dell’Adda, da Grosotto a Sondrio, debbono essere evacuati. E viene la domenica, domenica 30 agosto 1987. Le prime luci rischiarano uno scenario letteralmente spettrale nei paesi deserti.  È il giorno della tracimazione controllata. Arriva anche la RAI, a raccontare in diretta l’evento storico, con l’inviato Scaramucci ed il giornalista Santalmassi a seguire dallo studio. Non si sa cosa potrà accadere. Si prepara il nuovo alveo, si scava una breccia sul fronte della frana. L’acqua comincia di nuovo a defluire a valle. È come una rinascita. All’inizio c’è qualche timore: solo parte dell’acqua che esce dal lago raggiunge l’alveo a valle della frana, 7 metri cubi al secondo spariscono nel suo immane corpo. Poi anche questo allarme rientra: 40 metri cubi al secondo escono dal lago, altrettanti raggiungono Le Prese (termine da connettere a "presa", cioè terreno comunale o terreno bonificato).
Riecco l’Adda, quella vera, quella che nasce nel cuore della Magnifica Terra del Bormiese. Il fiume riacquista la sua antica vita e la geografia della valle non subisce ulteriori sconvolgimenti. Gli evacuati rientrano, gradualmente, nelle proprie case nei giorni successivi, il lago viene poco a poco svuotato.
Resta, nell’immaginario collettivo, l’immagine della Valtellina legata al concetto di alluvione e dissesto idrogeologico. Resta il compito di porre finalmente termine all’isolamento dell’alta valle. Restano discussioni, polemiche, paure. Resta, a distanza di vent’anni, la necessità di ricordare, per tanti motivi. Innanzitutto per onorare la memoria di chi ha perso la vita in quei maledetti 11 giorni dal 18 al 28 luglio del 1987.

 

 

[Torna ad inizio pagina]


TUTTE LE VITTIME

Persone decedute in Val Tartano ed in provincia di Sondrio

COGNOME E NOME

DATA DI NASCITA

RESIDENZA

 

Gusmeroli Marcellino

17.10.37

Tartano (SO)

deceduto

Fognini Ottavina

25.08.44

Tartano (SO)

disperso

Gusmeroli Marzia

12.08.70

Tartano (SO)

disperso

Gusmeroli Renata

27.06.74

Tartano (SO)

disperso

Fumerio Enrica.

17.04.41

Giussano (MI)

deceduto

Citterio Gabriele

26.01.74

Giussano (MI)

deceduto

Libera Anacleto

17.12.18

Roma

disperso

Gusmeroli Alessandra

05.02.24

Roma

disperso

Spinelli Marica.

05.12.51

Briosco (MI)

deceduto

Fontana Elisa       

27.02.30

Varese

deceduto

Libera Nillo          

17.12.26

Colorina (SO)

deceduto

Ferrario Cherubino 

07.06.10

Lurate (CO)

deceduto

De Bastiani Romano

04.08.36

S.G.Bellunese (BL)

deceduto

Bolis Maria Alessandrina    

02.06.31

Lentate sul Seveso (MI)

deceduto

Casati Alessandro 

02.05.75

Lentate sul Seveso (MI)

deceduto

Romanò Pio         

27.07.42

Novedrate (CO)

disperso

Bianchini Armida   

09.03.24

Varese

disperso

De Nardi Antonio   

05.09.40

Vittorio Veneto (TV)

disperso

Strappazzon Lino   

16.08.48

Seren del Grappa (BL)

disperso

Toccalli Virginio    

27.05.49

Albosaggia (SO)

disperso

Bancora Ausano    

01.02.24

Guansate (CO)

disperso

Gianoli Fabio   08.07.31 Albosaggia (SO) deceduto
Non identificato     deceduto
Crapella Diego      

25.10.21

Caiolo (SO)

deceduto

Persone decedute a causa della frana di Val Pola

Bonetti Raffaella
Bonetti Marco
Bonetti Lorenzo

26.11.66
22.06.64
07.12.75

Aquilone (SO)
Aquilone (SO)
Aquilone (SO)

deceduto
disperso
disperso

Schins Roland

08.11.51

Belgio

deceduto

Bonetti Annacristina

05.12.51

Belgio

deceduto

Schins Bruno

15.12.83

Belgio

disperso

Schins Roberto

03.06.82

Belgio

disperso

Sambrizzi Alma

27.02.54

Aquilone (SO)

deceduto

Bonetti Flavio G.

05.08.74

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Stefano A.

17.04.76

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Tiziana

06.12.83

Aquilone (SO)

disperso

Colturi Daniela Silvana

24.09.53

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Luca

19.01.80

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Silvia

05.03.83

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Laura

06.12.85

Aquilone (SO)

disperso

Confortola Bernardino

05.05.28

Aquilone (SO)

disperso

Bonetti Rita

17.02.34

Aquilone (SO)

deceduto

Giordani Pia.

10.06.31

Aquilone (SO)

deceduto

Giacomelli Clemente

23.11.17

S.Martino (SO)

disperso

Giacomelli Attilio

18.12.25

S.Martino (SO)

disperso

Trotalli Umberto

14.09.31

Morignone (SO)

deceduto

Piccagnoni Bruno

11.01.39

Aquilone (SO

disperso

Operai deceduti a causa della frana di Val Pola

Lumina iuseppe             

28.06.49

Cepina (SO)

disperso

Marazzi Rino                   

15.08.35

Bormio (SO)

disperso

Facen Guido                   

10.09.39

Tovo S.Agata (SO)

disperso

Parravicini Lorenzo           

04.06.63

Lovero (SO)

disperso

Giacomelli Lorenzo           

03.08.57

Bormio (SO)

disperso

De Monti Norberto           

08.01.56

Piazza (SO)

disperso

Compagnoni Umberto       

02.10.60

Valfurva (SO)

disperso

[Torna ad inizio pagina]


APPENDICE: IL SANTUARIO DELLA MEMORIA

San Bartolomeo di Castelaz è l'unica contrada che si è salvata dall'immane frana della Val Pola, che è scesa proprio di fronte ad essa, sul versante opposto, per poi risalire lo sperone del piccolo nucleo. Le sue case, però, non sono state raggiunte, perché prima di guadagnarne la sommità il corpom della frana si è diviso in due tronconi, risparmiandole. A San Bartolomeo si trova un'antichissima chiesetta, edificata anteriormente al secolo XIV (gli affreschi più antichi risalgono al 1393). Dopo la tragedia del luglio 1987 è diventata una sorta di santuario della memoria, al quale salire per guardare, ricordare, meditare. Due pannelli riportano altrettante poesie tratte dai volumi che don Remo Bracchi, illustre dialettologo e cantore dei valori più profondi della terra di Valdisotto, ha dedicato a questi eventi.
Eccole, nel testo dialettale e nella traduzione italiana.

San Bortulamè

Emó, per breciàr i téi pè,
emó 'n vegnerà sul tè sas,
a st'òasi de vèrt, o San Bortulamè,
del font de 'n desèrt senza fin,
in cèrca de cara presénza che tas.
Ti, l'ùnik camini che 'l me vanza
de tuta la tèra perduda...
Oh, làga che 'n pòstia li nòsa speranza,
che 'ntant an te rèstia virgìn
e 'n tìria 'n pò 'l flè, prima d'ir cu la muda.
De tuta li nòsa fraziòn,
per sècul i pa i è vègní
chilò, vèrz al nin de la soa riligiòn,
per viver a l'òmbra di sant,
che sèmpre i crescèsa i sei picen iscí.
De tùta li val l'à ciamà
per sècul sta nòsa campana,
per fam una sòla famiglia che va,
guidàda vèrz l'title de quel cant,
del pòst de l'esilio ala pàtria lontàna.

San Bartolomeo

Di nuovo, per abbracciarci ai tuoi piedi,
di nuovotorneremo sopra la tua altura,
o San Bartolomeo, a qust'oasi di verde,
dal fondo di un deserto sconfinato, nel quale vaghiamo
cercando le care presenze che non rispondono più.
E' questo l'unico angolo che ci rimane intatto
dell'intera nostra terra perduta.
Oh, lascia che deponiamo sul tuo altare
le nostre speranze stanche,
che riposiamo un attimo accanto a te, mentre riprendiamo
il respiro, prima di essere sospinti sul cammino dell'esilio.
Da tutte le nostre frazioni,
i nostri padri sono saliti per secoli quassù, al nido caldo della loro religione,
per vivere all'ombra dei santi, e chiedere loro di far crescere
i propri piccoli, fin nel più lontano futuro, allo stesso modo.
Questa nostra campana ci ha chiamati
a raccolta per secoli da tutte le valli,
per fare di noi una sola famiglia in cammino,
guidata da quel suono,
dalla terra profonda del dolore verso la patria lontana.


Bruno (la poesia è dedicata a Bruno Piccagnoni, che, la mattina della tragedia, poco prima che la frana scendesse fu visto salire con il fuoristrada sulla via di Foliano, che sale dopo S. Bartolomeo; si presume che la frana, risalendo dal fondovalle, l'abbia investito; scomparve a 48 anni, lasciando la moglie Belotti Franca ed i figli Claudio e Lorena).

Cus' él che quél dí 'l te ciamàa,
che t'aes tànta smània de ir?
I t'à vedú su per i pra

un àmen avànt de sparìr.
Apéna per nò 'l ghé 'n morir,
apéna per nó che no 'n sa.
I spéita quél dì de vegnìr

incóntra tüc quénc i nös pa.
Incòntra i vegnìa. T'àes capí,
e no te volés che i speitésa
tròp témp su la pòrta del dì.

Te vàes su per l'èrba segùr,
al témp che i téi mòrt i rivésa.
E tut l'é stac' céir, pö tut skur.


Bruno

Che cosa è stato quel giorno a chiamarti,
che tu avevi tanta voglia di andare?
Ti hanno avvistato sui prati,

un attimo solo, prima che sparissi.
Per noi soltanto esiste un morire,
per noi che non conosciamo.

Tutti i nostri padri desiderano quel giorno
per venire ad accoglierci.

Essi ti scendevano incontro. Tu avevi compreso
e non volevi che attendessero troppo a lungo
lassù,
sulle soglie del giorno.
Salivi sicuro il sentiero d'erba,
il tempo sufficiente perché giungessero i tuoi morti.
E tutto fu luminoso. Poi tutto fu buio.

Per visitare questi luoghi della memoria basta seguire, magari in bike, il vecchio tracciato della ss. 38, oggi sostituito dalla nuova strada in galleria; un cartello indica lo svincolo che porta alla chiesetta.

[Torna ad inizio pagina]

IN MEMORIAM: LE IMMAGINI DELLE VITTIME DELLA FRANA DELLA VAL POLA

All'uscita meridionale da Cepina, sul margine della vecchia pista bassa, quasi al cospetto dell'immane ferita che non si vuol chiudere sul versante montano un tempo occupato dalla Val Pola, è stato eretto un tempietto in memoria di quanti, abitanti di S. Antonio Morignone ed Aquilone ed operai, sono morti travolti dalla frana del 29 luglio 1987. Speriamo di non offendere la sensibilità di nessuno riportandone le immagini, che ancora ci guardano dal masso sul quale sono state poste a loro ricordo. Ciascuno indovinerà ciò che questi sguardi vogliono ancora dire.


Alma Sambrizzi

Anna Bonetti

Attilio Giacomelli

Bruno Piccagnoni

Bruno Schyns

Clemente Giacomelli

Dino Confortola

Flavio Bonetti

Giuseppe Lumina

Guido Facen

Lorenzino Giacomelli
Lorenzo Bonetti

Lorenzo Parravicini

Marco Bonetti

Norberto De Monti

Pia Giordani

Raffaella Bonetti

Rino Merazzi

Rita Bonetti

Roberto Schyns

Roberto Trotalli

Roland Schyns

Stefano Bonetti

Tiziana Bonetti

Umberto Compagnoni

[Torna ad inizio pagina]

LA MONTAGNA E LE SUE METAMORFOSI

Può essere interessante leggere, alla luce di quanto accaduto nel 1987, le seguenti riflessioni che Bruno Credaro pone in apertura del suo volume “Ascensioni celebri sulle Retiche e sulle Orobie” (Banca Popolare di Sondrio, 1964):
Le montagne restano e gli uomini passano. Vorrei aggiungere subito che nulla, o quasi, si cambia nelle strutture e nelle linee dei monti nel volgere di molte generazioni e che noi li vediamo ora come li hanno veduti i nostri padri e i nonni e addirittura i Romani quando vennero quassù per la prima volta a conquistare la cerchia alpina.
Solo la veduta lunga dei geologhi e dei geografi ci porta a pensare a un grande abbassamento delle catene dei monti per le erosioni e le degradazioni.
Ma gli alpinisti non vanno tanto lontano. Che io sappia, solo Edoardo Whymper, primo scalatore del Cervino, arrivò a pensare che un giorno anche quel monte della sua gloria si sarebbe appiattito a formare una desolata pianura: le grandi paure dettate dai grandi amori.
Neppure le alluvioni e i nubifragi lasciano tra i monti segni apprezzabili. Guardate reversione di Piuro: una enorme frana seppellì il paese con i suoi ottocento abitanti. Una grande tragedia; ma ora appena si riesce a capire dove il fondovalle si alzò di quindici o venti metri. I prati e qualche quadratino di vigna hanno rinverdito da più di tre secoli il terreno e, dal punto di vista della geografia, tutto è tornato come prima.
Nei miei giovani anni e precisamente nel 1911, ho veduto la nostra Valtellina da Sondalo al Pian di Spagna sconvolta da un nubifragio durato violentissimo tutta una notte.
Paesi dimezzati, campi e vigneti e prati diventati enormi ghiaioni, strade spazzate via per chilometri, il piano da Castione in giù diventato un grande lago giallo sul quale galleggiavano i mobili delle case e bestie morte.
Ma bastarono dieci anni perchè tutto tornasse come prima.
Gli uomini sono come le formiche. Quando si passeggia nei boschi di larici è facile notare i coni che questi insetti si costruiscono per depositarvi le uova. L'uomo, animale per sua natura dispettoso, raramente non cede alla tentazione di sconvolgerli con un paio di calci; ma se ripassa due giorni dopo, li ritrova come erano prima."

Illuminati da queste considerazioni, possiamo gettare uno sguardo all'elenco dei più significativi eventi alluvionali e calamitosi antecedenti al 1987, che hanno segnato, negli ultimi 7 secoli, la storia di Valtellina e Valchiavenna:

DATA

CALAMITA’

LOCALITA’O TORRENTE

DANNI

1300

Alluvione

Samolaco

Distruzione abitato

1338

Alluvione

Tutta la provincia

Generalizzati

1538

Frana

Ardenno

Distruzione abitato

1589

Frana

Spriana

Inizio franamenti

1600

Alluvione

Boalzo

Distruzione abitato

1618

Frana

Piuro

Distruzione abitato

1807

Frana- Alluvione

Serio

Danni abitato

1817

Alluvione

Villa di Tirano

Danni abitato

1834

Alluvione

Mallero- Sondrio

Danni abitato

1844-45

Alluvione

Cedrasco

Danni abitato

1855

Alluvione

Tartano

Danni strada statale

1864

Alluvione

Torrente Rezzelasco

Danni strada statale

1882

Alluvione

Torrente Rhon e fiume Adda

Danni vari

1882

Frana

Frasino

Danni vari

1887

Alluvione

Vallaccia – S.Cassiano

Danni abitato

1888

Alluvione

Adda

Generali

1890

Alluvione

Bitto-Morbegno

Danni abitato

1890

Alluvione

Lesina

Danni abitato

1900

Frana

Canale-Tirano

Inizio fenomeno

1906

Alluvione

Pedemonte

Danni abitazioni

1911

Alluvione

Masino

Danni abitazione

1911

Alluvione

Mallero-Sondrio

Danni abitazioni

1911

Alluvione

Marasco

Danni abitazioni

1911

Frana

Ciappanico

Danni vari

1921

Alluvione

Bitto-Morbegno

Danni abitazioni

1924

Alluvione

Val Codera

Danni vari

1926

Frana

Curlo

Inizio franamenti

1927

Alluvione

Torrente Mallero-Sondrio

Danni abitato

1927

Alluvione

Masino

Danni strada statale 38

1927

Alluvione

Rabbiosa

Danni abitato

1932

Alluvione

Liro

Generali

1936

Alluvione

Valfine

Vari

1937

Alluvione

Tartano

Vari

1937

Alluvione

Margatta

Vari

1950

Alluvione

Val Sissone

Vari

1951

Alluvione

Arlate-Grosotto

Vari

1951

Alluvione

Schiusone

Vari

1951

Alluvione

Dragonera

Vari

1952

Alluvione

Masino

Danni colture

1953

Alluvione

Schiesone

Danni ingenti

1954

Frana

Biorca- Mazzo

Vari

1960

Alluvione

Tartano

Vari

1960

Alluvione

Adda

Vari

1961

Frana.

Confinale

Danni strada statale del Gavia

1963

Frana

Mallero

Vari ingenti

1965

Frana

Valchiosa

Vari ingenti

1966

Frana

Grosotto

Vari ingenti

1966

Alluvione

Lovero

Vari ingenti

1967

Frana

Rogolo

Vari ingenti

1971

Alluvione

Vallate- Traona

Vari ingenti

1972

Frana

Novata Mezzola

Danni stada stradale

1976

Frana

Campodolcino

Danni strda statale

1977

Frana

Sasso Bisolo

Danni vari

1983

Alluvione-frane

Adda-Tresenda

Danni ingenti

1983

Alluvione-frane

Mera

Danni vari

[Torna ad inizio pagina]

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas La riproduzione della pagina o di sue parti è consentita previa indicazione della fonte e dell'autore (Massimo Dei Cas, www.paesidivaltellina.it)

Copyright © 2003 - 2017 Massimo Dei Cas Designed by David Kohout